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di Maurizio Gasseau, Fabio Borghino 

Riassunto

Il concetto di transgenerazionale si inserisce all’interno di quei contributi teorico/clinici inerenti la trasmissione della vita psichica attraverso le generazioni. Una delle prerogative essenziali nell’epigenesi del fenomeno è l’assenza di spazi intersoggettivi di significazione condivisa in relazione a specifici contenuti inconsapevolmente trasmessi immutati nel tempo. L’influsso profondo di verità misconosciute vedrebbe nel tempo un alleato in grado di potenziarne gli effetti sull’attività mentale nelle forme più svariate di una coazione a ripetere, che altro non è che la necessità di una ricerca di significati mancati ad una mente estesa nel tempo.

Lo scritto propone una disamina, in un’ottica integrata, di quelli che sono i principali contributi teorici nello studio del fenomeno in questione, sulla scia di una visione relazionale e multidimensionale della psiche. Si espongono possibili ipotesi inerenti le modalità di trasmissione transgenerazionale per via incarnata e non verbale, in linea con le più recenti scoperte in ambito neuroscientifico.

Parole chiave

Transgenerazionale, eredità, co-inconscio, trauma.

 

Nonostante l’essere umano viva nell’intimo, dall’alba dei tempi, il profondo bisogno di avere il controllo su di una realtà immanente, viva nel mondo intorno ed in lui; per quanto si possa sforzare di dominare le forze che muovono il corso degli eventi, in particolare nel profondo della propria mente, e per quanto possa credere di determinare sempre e comunque il fluire della propria esistenza, esso si dovrà ben presto scontrare con la profonda verità per cui sia meno libero di quanto creda.

Suono del silenzio possono essere le tessere mancanti del mosaico della storia che ci ha dato vita nel corso delle generazioni che ci hanno preceduto. Verità inconsapevolmente tramandate “attraverso” e non “tra” le generazioni, per via del proprio potere devastante ed inaccettabile, ma che, proprio per il fatto di essere state messe a tacere, negate, misconosciute o rifiutate, saranno capaci di continuare a risuonare nel profondo delle generazioni future come forza sconosciuta ed inaccessibile.

La dimensione transgenerazionale che verrà presa in considerazione in questo elaborato prende vita nell’espressione di eredità inconsciamente trasmesse e ricevute, o meglio, assunte passivamente in tutto il proprio potere destabilizzante, dal momento che non hanno trovato spazi intersoggettivi di attribuzione condivisa di significato. Silenziosa trasmissione transpsichica, dunque, di assenze di significato, di contenuti non simbolizzati, scissi, di vuoti senza nome portatori di sofferenze inconoscibili, cui pare impossibile attribuire una causa, o capaci di condurre ad agiti apparentemente senza senso.

“Ciò che hai ereditato dai Padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero” 1 era solito affermare Freud parlando di trasmissione dell’eredità psichica e non ancora di transgenerazionale in senso lato. Intuizione feconda la sua, se si considera quanto davvero la libertà di ogni uomo non debba tanto essere ricercata al di fuori di lui, ma nell’intimo; in un continuo processo di attribuzione di significato al proprio passato, alla storia delle generazioni che l’hanno preceduto e all’eredità ricevuta in tutte le sue forme (comprese quelle più oscure ed inaccessibili), all’interno di relazioni capaci di contenere, metabolizzare e negoziare paradossi di storie così lontane, eppure così radicate nel profondo. Soltanto su queste fondamenta potrà spiccare il volo un futuro davvero libero da nodi e catene transgenerazionali.

Dopo aver tratteggiato i punti essenziali del concetto di transgenerazionale, lo scritto si sposterà verso l’analisi di quelle che sono solo alcune delle sue manifestazioni più eclatanti, ai fini di circoscrivere il fenomeno alle specificità che lo contraddistinguono, utilizzando come presupposto alcuni contributi derivanti da orientamenti teorici differenti, in un’ottica integrata. Questi elementi costituiranno le fondamenta imprescindibili ai fini di una lettura del transgenerazionale a sostegno di una visione di mente estesa oltre lo spazio e il tempo dell’esistenza e strutturata su base intersoggettiva, permettendo ipotesi di natura eziologica, nonché relative alle possibili modalità di trasmissione che, se confermate, potrebbero condurre ad una teoria della trasmissione transpsichica come prerogativa del funzionamento mentale in contesti umani anche extrafamiliari2.

Tornando ai temi cardine, le manifestazioni del transgenerazionale possono assumere la forma di somatizzazioni e malattie a carattere organico di varia natura, forme psicopatologiche, sofferenze senza nome anche non direttamente tendenti a sfociare in patologie vere e proprie, ma connesse ad uno stato di malessere psicofisico generalizzato. Fin qui, apparentemente, sembrerebbe esserci nulla di eccezionale. Ciò che colpisce maggiormente, e che contraddistingue forse più di ogni altra cosa questa particolare forma di trasmissione transpsichica, tuttavia, è la tendenza alla ripetizione ciclica delle forme di sofferenza sopra elencate, oltre che di avvenimenti specifici (incidenti, sogni, morti improvvise, ecc.), tra le generazioni, con una precisione sconcertante, sia sul piano temporale (date particolari), che situazionale.

L’epigenesi traumatica pare essere implicata nella fenomenologia transgenerazionale a livello di manifestazioni connotate dall’inconscia coazione a ripetere, ma anche sul piano di enactment privi di simbolizzazione, frutto di processi di natura dissociativa in grado di fornire linfa vitale alla continuità del segreto e, contemporaneamente, alla sua inaccessibilità. In tal senso, verità traumatiche negate, denegate e forcluse3 nel corso delle generazioni, si vedrebbero costrette a transitare attraverso le generazioni come affetti fortemente destabilizzanti, ma privi di contenuto e di significato, conducendo gli individui all’incapacità di integrare il pensiero con l’azione, così come la mente con il corpo, e supportando forme di trasmissione coatta. Il parassita transgenerazionale, in questo modo, infesterebbe la mente delle nuove generazioni trasmettendosi intatto e interferendo con i normali processi psichici integrativi in grado di garantire un buon funzionamento.

Alcuni esempi significativi del fenomeno derivano senza dubbio dai lavori e dalla pratica psicoterapeutica di una psicodrammatista e analista di gruppo che ha saputo far tesoro degli incontri della propria vita e dell’insegnamento di maestri quali Moreno, Rogers, Bateson, Nagy e molti altri, giungendo ad una visione profonda ed integrata della mente umana e della sofferenza: Anne Ancelin Schützenberger4.

Nella propria pratica clinica, l’analista francese ha potuto constatare come ripetizioni cicliche di eventi nelle generazioni familiari, quali incidenti in date specifiche, insorgenza di malattie organiche anche gravi come il cancro, manifestazioni psicopatologiche e sofferenze di varia natura, possano essere, talvolta, l’esito di segreti celati nell’eredità ricevuta e capaci prendere tali sembianze in conseguenza di un’assenza di simbolizzazione derivata dalla natura transpsichica di traumi lontani nel tempo, ma vivi nella mente estesa familiare. La Schützenberger, riprendendo le teorizzazioni del terapeuta familiare Boszormenyi Nagy5, sostiene come alla base di tali ripetizioni, che possono fare riferimento anche ad eventi positivi, vi sia una sorta di lealtà familiare invisibile nei confronti di antenati con cui sussista un legame profondo.

Compiti che non sono stati portati a termine, traumi vissuti, ma anche eventi positivi, saranno destinati a trasmettersi attraverso le generazioni, ma mai casualmente, poiché tenderanno a manifestarsi in quei discendenti in grado di garantire la continuità della vita psichica.

La trasmissione che qui sarà presa in esame, in quanto transgenerazionale, farà riferimento a tutto quel passaggio del “negativo”, nell’accezione di Renè Kaës6, come esito di eredità non simbolizzabili e di assenze di significato che travalicano la possibilità di spazi intersoggettivi di ridefinizione di un passato sconosciuto, proprio perché traumatico e traumatizzante.

La Schützenberger ha mostrato al mondo le potenzialità della psiche umana e dell’inconscio nelle sindromi da anniversario e da doppio anniversario7, evidenziando come solo la riconquista del significato perduto nel passato traumatico delle generazioni precedenti possa porre fine a catene silenziose di sofferenze senza nome.

Un esempio al riguardo, per ciò che concerne la sindrome da anniversario, è il caso di Nathalie8; una bimba di tre anni e mezzo che soffre di incubi ripetitivi che la svegliano la notte, accompagnati da crisi respiratorie. Portata in consultazione dalla madre, le viene chiesto di dare forma all’incubo ricorrente per mezzo del disegno e la piccola rappresenta “la bestia” che ogni notte viene a farle visita con una maschera antigas che non ha mai visto. Andando alla ricerca di indizi nella storia della famiglia si scopre che il prozio è stato gasato nella cittadina belga di Ypres durante la prima guerra mondiale. La famiglia, spinta ad affrontare l’argomento, comincia a dare un significato al segreto ingiustamente celato e gli incubi cessano definitivamente. Il fatto di per sé avrebbe già molto da raccontare, ma la cosa più sconvolgente è la data di nascita della bambina: 26 aprile 1991. L’attacco con i gas nervini a Ypres dove viveva la famiglia del nonno della madre della bimba è avvenuto il 22-25-26 aprile 1915. 

Mai come in questo caso, le parole dell’analista della Schützenberger (Francoise Dolto) sembrano più veritiere: “In una famiglia, i bambini e i cani sanno tutto, sempre, e soprattutto quello che non viene detto”9.

Per ciò che riguarda esempi di sindrome da doppio anniversario, è emblematico il caso di Jeanne, che lascia l’automobile in “panne” attraversando a piedi una galleria in cui si ferma, rischiando la vita. Solo a posteriori si renderà conto del fatto che il quadro di controllo segnalasse un guasto che aveva trascurato. Lavorando con la paziente verrà alla luce che, al momento dell’accaduto, aveva la stessa età del padre deceduto di incidente d’auto mortale nella stessa data: 6 dicembre.

Per non parlare di un caso di risonanza mondiale: la morte del presidente Kennedy che, il 22 novembre 1963 a Dallas, aveva deciso di non far installare il tettuccio antiproiettile della sua auto. In molti si sono chiesti il motivo di questo gesto avventato, anche perché aveva ricevuto minacce preoccupanti per la propria incolumità. Probabilmente il suo inconsapevole ed incosciente sfidare la morte faceva parte di una lealtà inconsapevole nei confronti del bisnonno Patrick, morto il 22 novembre 1858.

Gli studi sulla sindrome da doppio anniversario della Hilgard10, allieva della Schützenberger, condotti su un campione di pazienti psichiatrici, hanno dimostrato come il fenomeno, dal punto di vista statistico, non possa essere attribuito al caso.

L’inconscio possiede una memoria propria tendente a rinnovare il ricordo e mantenerlo vivo nel tempo seguendo logiche che sfuggono alla consapevolezza, perché non esiste verità che possa essere celata troppo a lungo senza ritornare a risuonare dal profondo alla ricerca di un significato mancato.

Tornando alla trattazione del transgenerazionale, va aggiunto come non esista una vera e propria teoria al riguardo, ma una molteplicità di contributi provenienti da orientamenti differenti, che necessitano di una maggiore integrazione.

All’interno dell’orientamento psicodinamico, ad esempio, l’interesse per la trasmissione della vita psichica ritorna in opere freudiane quali: Totem e tabù (1912-1913) e Introduzione al narcisismo (1914) tralasciando quella componente traumatica che sarà Ferenczi ad estendere e sviluppare nel suo Diario clinico (1932), nella Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino (1932), così come nel Bambino indesiderato e il suo istinto di morte (1929). 

Le intuizioni di quest’ultimo, in particolare, verranno in gran parte rifiutate, forse perché eccessivamente all’avanguardia per quel tempo, o troppo veritiere per essere accettate, condannandolo all’esclusione da una Comunità Psicoanalitica concentrata sulla difesa immodificabile e super-egoica del proprio tesoro nel tempo. 

La verità traumatica messa a tacere di un’esclusione ingiusta culminata con la morte prematura di un genio libero, tuttavia, premerà per ritornare alla luce, condannando l’ortodossia dell’Istituzione Psicoanalitica allo scontro con teorie e movimenti che segneranno scissioni importanti al suo interno (in particolare quello delle Relazioni Oggettuali) e porteranno in grembo, per via transgenerazionale, la profonda essenza delle idee di un maestro mai dimenticato. Non è un caso, infatti, che le teorie ferencziane disconosciute ritornino negli scritti di pensatori come: Balint, Fairbairn, Winnicott, Kohut e molti altri, all’insegna di una psicoanalisi orientata in senso relazionale che sta trovando sempre maggiori conferme oggi.

Sugli sviluppi odierni delle concezioni relative al trauma, estese da parte di Ferenczi, e sulla possibile connessione con le tematiche transgenerazionali si tornerà in seguito. 

Riprendendo il pensiero freudiano, è possibile scorgere come gli scritti sopra citati prendano forma nel periodo in cui Freud si trova ad affrontare la spinosa questione del divenire dell’Istituzione Psicoanalitica.

In Introduzione al narcisismo, in particolare, lo psicoanalista evidenzia come la tematica della trasmissione si articoli a tre livelli differenti tra loro: intrapsichico, intersoggettivo e transpsichico. Nel trattare del narcisismo genitoriale nei confronti dei figli, la dimensione transpsichica si evidenzia in quella condizione di assenza di spazi intersoggettivi di negoziazione identitaria garantiti alle generazioni filiali, considerate come semplici estensioni narcisistiche dei genitori. All’interno della Scuola Francese, la Faimberg riprende questi punti nel suo telescopage delle generazioni parlando di funzioni di intrusione e di appropriazione genitoriali nei confronti dei figli su base di identificazioni proiettive narcisistiche. Proiettando narcisisticamente sui figli aspetti indesiderati di sé, così come deprivandoli di aspetti positivi per via di estromissioni progressive di oggetti interni, i genitori sarebbero in grado di attivare processi di trasmissione transgenerazionale nei confronti della prole.

In Totem e tabù, invece, emerge la tematica della trasmissione psichica per via culturale ed epigenetica, oltre che l’intuizione dell’esistenza di un patrimonio di conoscenze esistente al di là degli individui ed in grado di plasmarne la struttura psichica. Nello scritto, poi, l’autore sottolinea l’importanza della funzione di simbolizzazione come strumento imprescindibile ai fini di un’acquisizione di eredità che non imprigionino la libertà. È qui che si fa strada l’idea di una formazione dell’inconscio nella trasmissione di tracce come matrici di affetti privi di contenuto in grado di transitare attraverso le generazioni, per manifestarsi sottoforma di vissuti inconoscibili.

Nello Jung di Ricordi, sogni, riflessioni (1961), invece, riecheggia lo spirito della continuità della vita psichica in una forma che è l’espressione di una mente estesa oltre lo spazio e il tempo dell’esistenza: quella dell’inconscio collettivo11. Si scorge, in parte, la connessione con la visione di mente proposta dal Freud di Totem e tabù, anche se l’inconscio collettivo di Jung è un concetto più olistico e trascendentale, come del resto il suo pensiero nell’insieme. In linea con tali aspetti, il transgenerazionale, oltre a mostrare le eccezionali potenzialità della psiche, è un concetto che potenzialmente si fonda sull’idea di una mente estesa supportata dalla corrente filosofica dell’esternalismo, appoggiata da un enattivismo12 che annovera, tra i suoi sostenitori, personalità quali Maturana e Varela, Gibson, il compianto Bateson e molti altri.

Probabilmente, però, l’interesse maggiore per le dinamiche della trasmissione psichica transgenerazionale, ad oggi, si deve alla Scuola psicosociologica Francese con i lavori di Anzieu e Kaës, ma anche ad autori quali: Abraham e Torok, Laplanche e la già citata Faimberg.

La potenzialità esplicativa della prospettiva psicosociologica risiede nel fatto che si fondi sull’integrazione di contributi provenienti da discipline differenti come la psicoanalisi, la sociologia e l’antropologia. Per questi motivi, pare essere la disciplina più indicata per un’eventuale analisi di estensione di dinamiche di natura inconscia e transgenerazionale anche all’interno di contesti differenti da quelli familiari come le istituzioni. 

I lavori di Kaës, in particolare, danno ampio risalto alle tematiche della trasmissione della vita psichica tra le generazioni in contesti istituzionali/organizzativi, pur senza considerare nello specifico una vera e propria trasmissione transgenerazionale. La corrispondenza con l’autore ci permette di sottolineare quanto egli appoggi pienamente le nostre ipotesi di mente estesa e di un transgenerazionale su base intersoggettiva, e dall’epigenesi traumatica, oltre che presente all’interno di contesti gruppo istituzionali.

I lavori della Schützenberger si collocano nell’intermezzo tra la visione psicoanalitica e quella sistemico-familiare, dal momento che propongono elementi ricorrenti all’interno dei differenti orientamenti, pur non sbilanciandosi troppo sul piano esplicativo ed eziologico, ma concentrandosi prevalentemente su evidenze derivanti da una pratica clinica capace di mettere in luce le straordinarie potenzialità della psiche.

Per ciò che concerne le posizioni sistemico-familiari, l’interesse per le dinamiche della trasmissione transpsichica attraverso le generazioni familiari sembra essere una costante da parte di autori che condividono con la psicoanalisi l’importanza della componente inconscia nello sviluppo di legami familiari.

Boszormenyi Nagy13, parlando di lealtà familiari invisibili, riconosce nell’esistenza di profondi legami tra membri di differenti generazioni familiari il vettore di trasporto di contenuti transgenerazionali, affinchè “non simbolizzati” proiettati nel futuro possano trovare le condizioni di negoziazioni piene di significato.

Nel registro dei debiti e dei crediti generazionali, infatti, la percezione di vincoli occulti e vuoti da colmare, di debiti da estinguere o riscatti che devono essere pagati da membri specifici, può diventare un ostacolo al pieno sviluppo che, a detta di Nagy, dovrebbe consistere in una ricerca di equilibrio tra l’individuazione e l’appartenenza.

Per l’autore, non esiste famiglia che non si fondi su principi di solidarietà e di lealtà intrinseca originaria. La ripetizione nel tempo di atteggiamenti e ruoli avviene poiché funzionale al mantenimento dei bisogni della rete di impegni familiari. In sistemi di questo tipo, la risoluzione dei conti può essere bloccata o posticipata, favorendo la trasmissione inconscia.

Murray Bowen, poi, è uno dei primi a concettualizzare l’importanza dell’indagine sul passato familiare sostenendo come, nell’arco di due secoli, ogni individuo sia il discendente di 64-128 famiglie ognuna con proprie storie, miti e mistificazioni trasmesse. 

Una delle motivazioni alla base della sofferenza umana, secondo l’autore, è rappresentata dalla percezione della propria identità come intrappolata ed incapace a liberarsi dalla massa indifferenziata dell’Io familiare. Tanto più basso sarà il grado di differenziazione dal sistema da parte dei singoli, tanto maggiore sarà la possibilità di soccombere alle dinamiche transgenerazionali, assumendo la condizione di anelli della catena del sistema di appartenenza. Prendere consapevolezza del passato della propria famiglia o istituzione e perseguire la differenziazione, per Bowen, è l’unico modo di riprendere contatto con gli atteggiamenti tramandati di generazione in generazione senza rimanerne assorbiti.

Si deve all’autore, poi, l’evoluzione di uno strumento già maturato dalla mente geniale di Moreno: il genosociogramma14.

Altro concetto in grado di connettersi in maniera significativa con l’eziologia traumatica del transgenerazionale è quello che Bateson ha definito come la condizione di doppio legame15 nei grovigli di trame familiari portatrici di assenze di significato.

Giunti a questo punto pare doveroso affermare come una concezione di mente strutturata e organizzata fin dalla nascita su base intersoggettiva a livelli differenti di consapevolezza per esigenze evolutivo/difensive, e fondata sull’integrazione di dimensioni interdipendenti tra loro quali quella genetica, relazionale, storica e culturale, possa supportare appieno la fenomenologia transgenerazionale nel suo insieme. 

Il fatto che processi di trasmissione transgenerazionale vengano evidenziati principalmente all’interno di setting familiari potrebbe condurre ad ipotizzare la dimensione genetica come determinante nell’eziologia del passaggio attraverso le generazioni. In realtà, la concezione di mente qui presentata, sembra far propendere la questione transgenerazionale sul versante della dimensione relazionale a livello fenomenologico e processuale. Questa ipotesi sarebbe sostenuta dalla possibilità che fenomeni di natura transgenerazionale prendano forma in contesti gruppali differenti da quelli familiari, o che, comunque, non contemplino legami di parentela tra i membri al proprio interno.

Del resto, riprendendo Foulkes, i sistemi intersoggettivi umani emergono da quel: “…terreno condiviso che alla fine determina il significato e la significazione di tutti gli eventi, e su cui poggiano tutte le comunicazioni verbali e non verbali”16 che è la matrice. All’interno della matrice gruppale si giocano processi di identificazione, proiezione e identificazione proiettiva in un’unità dinamica al di là dell’inconscio individuale, nel campo del transpersonale.

Sulla base delle logiche della complessità e della causalità circolare, le dimensioni considerate (genetica, relazionale, storica e culturale) non sono sicuramente esaustive nei confronti di quella straordinaria creazione che è l’uomo, né del diamante psichico racchiuso al suo interno, ancora pieno di zone d’ombra. Sono, tuttavia, intimamente connesse alle questioni relative alla trasmissione psichica e, per questo necessariamente utili ai fini di una comprensione della fenomenologia transgenerazionale. In un’ottica complessa pare inopportuno, anche nell’analisi della fenomenologia transgenerazionale, considerarle in modo deterministico e lineare, dal momento che manifestano la propria esistenza solamente in un’interdipendenza reciproca piena di significato e la loro categorizzazione forzata è semplicemente utile ai fini di una semplificazione di lettura, ma non ha ragione di esistere in una realtà fondata sull’integrazione. Nonostante ciò, la relazione sembra davvero costituire il perno della trasmissione transpsichica, o, quantomeno, pare assumere un ruolo preponderante nella continuità della vita psichica oltre l’esistenza dei singoli.

E’ doveroso affermare come due elementi risultino imprescindibili ai fini di un’epigenesi transgenerazionale e di una trasmissione transpsichica.

Il primo di essi è il legame affettivo, sul piano intersoggettivo, presente tra gli inconsapevoli attori sulla scena del teatro della trasmissione psichica (indipendentemente dall’esistenza di legami di natura familiare o meno tra i membri).

Il secondo punto essenziale consiste nel fatto che la dimensione intersoggettiva o gruppale poggi su una memoria condivisa capace di alimentare il patrimonio storico-affettivo ed esperenziale del legame.

A tal proposito, sono illuminanti le teorie di Moreno17 sul concetto di tele e sulla dimensione comunicativa co-inconscia dei sistemi interpersonali umani.

La dimensione telica18, intesa come la naturale tendenza umana a porsi in relazione emozionale con gli altri esseri, è il collante alla base di gruppi esistenti in un tempo esteso; capaci, cioè, di contare su di un patrimonio esperenziale che è il frutto di una memoria condivisa mai completamente accessibile nella sua totalità in modo consapevole, di sviluppare legami contrassegnati da un’empatia sempre reciproca tra i propri membri, e di proiettarsi in un mondo di possibili scenari comuni. In tal senso, l’integrazione temporale condensata nel presente vivo del gruppo fa sì che quest’ultimo assuma i connotati di sorgente generatrice di significati e teatro di drammatizzazioni all’insegna di una creatività spontanea mai casuale, poiché la mente del gruppo, come quella del singolo, vive continuamente di ragioni che la coscienza non conosce in quanto difficilmente accessibili, ma non per questo assennate.

Il co-conscio e il co-inconscio gruppale originano da un accomunamento reso possibile da una condivisione comunicativa che presupponga un’importante componente affettiva. La comunicazione affettiva all’interno dei gruppi umani si sostanzia di segni verbali e non verbali in grado di determinare, come sostiene Fornari19, un accomunamento proiettivo e introiettivo, a seconda che segni trasmessi da singoli possano sedimentarsi nella mente del gruppo, oppure che segni collettivi diventino parte integrante del singolo. 

La nostra ipotesi è quella di un accomunamento identificatorio proiettivo garantito dal sottofondo telico di gruppo che è l’interdipendenza affettiva reciproca alla base di un’unità gruppale che travalica la semplice somma dei singoli. Il gruppo diviene unità dinamica dotata di una propria mente organizzata a differenti livelli di consapevolezza co-conscia e co-inconscia. La trasmissione di contenuti immaginifici, anche dal contenuto pre-logico mediato dal corpo, così come di vissuti al suo interno, è fluida, istantanea e più o meno accessibile a seconda del grado di destabilizzazione che l’evidenza conscia del contenuto potrebbe avere per il gruppo. Il trauma diviene l’ostacolo principale in grado di minare l’integrità psichica della mente gruppale e la minaccia da affrontare con l’unica arma disponibile in assenza di un dispositivo gruppale di negoziazione di significati: la trasmissione transgenerazionale.     

La componente traumatica alla base della trasmissione transpsichica intersoggettiva che desideriamo prendere in considerazione, fa riferimento ad un’accezione estesa del trauma stesso. Esso non è solamente, come sottolinea Borgogno20, sulla scia di Ferenczi, quella forma di deprivazione o intrusione nei confronti di una mente ed un corpo incapaci di difendersi, o non in possesso di strumenti in grado di favorire un’interazione paritaria. Non è solo completa assenza di significato che travalica la possibilità di simbolizzazione, vedendosi costretta ad un’accettazione forzata di non sensi, nella solitudine e nel silenzio di negoziazioni impossibili. Ancora, non è esclusivamente un paradosso capace di disintegrare anche le ultime barricate di un’identità calpestata nella sua libertà d’essere. Il trauma è anche, come ricorda Albasi21, assenza di incontri che sarebbero stati necessari ad una mente in crescita, ma che hanno lasciato un vuoto incolmabile, un buco nero nell’anima derivato da un disconoscimento sistematico di specifici domini di conoscenza connessi a tematiche narrative universali come la sessualità o la libertà, che il caregiver ha negato al bambino, condannando tali verità all’assenza di inscrizione.

In sostanza, è la modalità con la quale l’unicità irripetibile di ogni individuo ha vissuto un evento a determinarne la natura traumatica e non lo specifico evento in sé; cui si aggiunge l’impossibilità di attribuzione di significato nei processi ricostruttivi della memoria, connessi, spesso, all’assenza di relazioni interpersonali in grado garantire negoziazioni e contenimento. La natura paradossale intrinseca al trauma potenzierebbe ulteriormente il suo potere disintegrativo a livello psichico, con conseguenti attivazioni di processi dissociativi. Il transgenerazionale sarebbe uno degli esiti di questi processi, o, meglio, la risposta difensiva della mente al trauma.

Il congelamento dissociativo con produzione paradossa di endorfine22/23 sarebbe in grado di impedire qualsiasi tipo di reazione “attacco e fuga” in relazione agli stimoli stressanti successivi al trauma, il quale sarebbe disintegrato nella sua forma di evento portatore di affetti negativi. In sostanza, la percezione dell’evento verrebbe scomposta nelle sue componenti affettive, cognitive e somatiche che, mantenute in compartimenti stagni isolati tra loro, condurrebbero ad una produzione di affetti destabilizzanti privi di contenuto e potenzialmente trasmissibili per via transgenerazionale. Il trauma sarebbe in grado di danneggiare i processi integrativi multidimensionali su cui si fonda un “normale” funzionamento psichico, con conseguenti scissioni tra il pensiero e l’azione, così come tra la mente e il corpo, da cui deriverebbero enactment privi di significato.

Proprio a livello corporeo ed extraverbale, secondo le nostre ipotesi, si giocherebbe la trasmissione di verità celate nel segreto innominabile all’interno delle storie umane, ma su questi aspetti torneremo in seguito.

Altro elemento essenziale consiste nell’interdizione di accesso difensiva alla consapevolezza dell’evento traumatico da parte delle generazioni che l’hanno vissuto direttamente. Tutto ciò, però, partendo da negazioni alla prima generazione, procederebbe nel corso delle successive per processi denegativi e forclusivi sempre più primitivi, perdendosi, col trascorrere del tempo, l’integrazione delle componenti affettive, cognitive e somatiche dell’evento, in seguito ai sopra citati processi dissociativi. Ciò che giungerebbe nel silenzio del “non detto” alla seconda generazione, per non dire alla terza, sarebbe soltanto l’affetto devastante privo di significato, ma manifestato seguendo formazioni di compromesso collegate in un certo senso all’evento stesso (ad esempio sul piano delle date o per ciò che riguarda le dinamiche del trauma ancestrale), per via di una resilienza mnemonica celata alla consapevolezza per l’effetto scompensante che potrebbe suscitare.

Studi24 sul dosaggio di cortisolo sui recettori corticosteroidi e sulla secrezione del CRF (cortico-reliesing-factor), hanno dimostrato come il tasso dell’ormone dello stress nel sangue dei discendenti di individui che hanno subito un trauma sia di quattro volte maggiore rispetto a chi l’ha vissuto direttamente. Ciò dimostra come dimenticare forzatamente o vietare il ricordo, non sia che un vano tentativo di sfuggire a un passato che, prima o poi, dovrà essere affrontato e che, comunque vadano le cose, manifesterà i propri effetti disastrosi nell’integrazione corpo-mente.

L’analisi di tutti questi aspetti conduce ad un’ipotesi che, a nostro parere, potrebbe fornire spunti interessanti in relazione alle modalità di trasmissione transgenerazionale e a buona parte di una psicopatologia dall’epigenesi traumatica25.

Ciò che proponiamo come vettore della trasmissione di contenuti non simbolizzati attraverso le generazioni sarebbe il corpo, nelle forme della comunicazione extraverbale per via di identificazioni proiettive.

Il corpo è il primo strumento di comunicazione con il mondo dalla nascita, ma continua a sviluppare i propri effetti sulla comunicazione anche in seguito all’avvento della parola, intorno all’anno di età, facendosi Caronte di tutto ciò che non può essere nominato, di tutto quello che non può essere simbolizzato per via neocorticale, ma che deve transitare comunque per la ricerca del significato. La scissione mente-corpo prodotta dal trauma e celata alla consapevolezza per via della devastazione che potrebbe provocare se non adeguatamente contenuta, dunque, permetterebbe la trasmissione transgenerazionale di segreti incriptati per via extraverbale, oltre che la scarica difensiva di contenuti destabilizzanti.

Letto in questi termini, il transgenerazionale mostrerebbe anche la propria valenza difensiva transpersonale (ancora poco studiata, ma ripresa anche da Meltzer26 nei propri scritti) premiata dal punto di vista evolutivo. Proiettare nel futuro verità traumatiche in modo inconsapevole, infatti, non sarebbe soltanto una buona strategia per non entrarvi in contatto, nonostante la sofferenza ed il dispendio energetico che ciò comporta, ma anche un buon modo per far sì che i “non detti” possano trovare, nel corso delle generazioni, spazi di ascolto e condivisione feconda, in grado di sciogliere i nodi di un passato enigmaticamente vicino e terribilmente sconosciuto.

Tornando all’ipotesi di una trasmissione transgenerazionale mediata dal corpo, va ricordata la riconosciuta importanza dei neuroni specchio27 nei processi comunicativi interpersonali. in linea con le affermazioni di Gallese28, l’incontro con l’alterità si manifesta in modo incarnato (in un inscindibile legame mente/corpo) ed immediato, per via di quella che è stata definita come la simulazione incarnata. Nell’embodied simulation mediata dall’azione dei neuroni specchio e attivata quotidianamente nelle relazioni interpersonali, si viene a sviluppare una consonanza intenzionale capace di produrre un collassamento delle intenzioni tra gli agenti comunicativi. In tal modo, i due interlocutori sono in grado di vivere nella propria mente e nel corpo, in modo automatico ed implicito, il vissuto altrui, riproducendo la configurazione situazionale interpersonale e lo stato mentale dell’altro, ed entrando in empatia. 

Dati questi presupposti, è possibile affermare come mente e corpo siano implicati in modo interdipendente in ogni relazione e tutto ciò che proviene dall’altro in termini di comportamenti, pensieri, emozioni a livelli consapevoli o inconsapevoli, tanto più nello spazio di relazioni significative, non transiti semplicemente senza lasciare segni del proprio passaggio.

Il concetto di identificazione proiettiva rientra fortemente in tutto ciò. Riassumendone i punti fondamentali in un’ottica psicoanalitica relazionale, Ogden29 ne propone una suddivisione in tre fasi.

Nella prima, denominata proiezione e di natura ancora esclusivamente intrapsichica, il soggetto si libera di aspetti indesiderati di sé spostandoli sull’altro che, da quel momento, sarà vissuto come il depositario dei contenuti rifiutati.

La fase successiva della pressione interpersonale è quella in cui la proiezione induce chi l’ha subita a comportarsi di conseguenza. Tutto ciò segue i sentieri secondari della comunicazione extraverbale, in grado di inviare messaggi inconsapevoli sottosoglia percepiti dal depositario della proiezione e capaci di produrre in lui un’attivazione specifica per via simmetrica o complementare ed un’effettiva acquisizione su di sé dei contenuti inconsciamente proiettati dall’altro. In questo modo, nel caso in cui l’inaccettabile vissuto proiettato fosse di rabbia, ad esempio, i messaggi tacitamente veicolati potrebbero trasmettere direttamente la rabbia per via concordante, la quale sarebbe successivamente percepita e assunta su di sé dall’altro soggetto; oppure potrebbe determinarsi un passaggio di messaggi anche non direttamente connessi alla rabbia, ma capaci di attivarla per via complementare nell’interlocutore, sempre per via inconsapevole.

L’ultima fase, definita della reinternalizzazione, più che un processo intrinseco all’identificazione proiettiva in senso lato, si riferisce ad un buon livello di competenze metacognitive che dovrebbero permettere al destinatario dei contenuti di trasmessi di riconoscerli come non appartenenti a sé e differenziarsene. Per questi motivi, più che nelle interazioni quotidiane, dovrebbe essere una prerogativa di particolari tipologie di configurazioni interpersonali come quelle paziente-terapeuta.

Ciò che invece pare interessante, ai fini di una possibile soluzione proposta alle modalità di trasmissione transgenerazionale, è la fase della pressione interpersonale, poiché in essa, sulla base delle dinamiche tracciate, si verrebbero a creare le condizioni di un possibile passaggio di contenuti inconsci non simbolizzati.

Seguendo la teoria dell’embodied simulation, ancor più nello spazio transazionale di relazioni significative, la percezione implicita automatica garantita dai processi di comunicazione extraverbale mediati dal corpo favorirebbe un contatto immediato ed incarnato (perché vissuto sulla propria pelle) con l’alterità, supportando potenzialmente, dunque, anche un possibile passaggio di affetti privi di contenuto ed una loro interiorizzazione.

Il transito di tali oggetti bruti (perché non pensati), potrebbe anche non divenire mai cosciente per intere generazioni, andando a costituire quella forma di inconscio originario su cui Freud si è concentrato in maniera esigua, ma a cui da ampio risalto l’analista Hugo Bleichmar30, nella sua proposta di revisione metapsicologica su base relazionale.

La possibilità di veicolare contenuti transgenerazionali mediante la comunicazione inconscia per via di identificazioni proiettive mediate dall’azione dei neuroni specchio potrebbe rappresentare, a nostro avviso, un filone di ricerca stimolante per il futuro, a sostegno dell’ipotesi per cui le dinamiche della trasmissione di “non detti”, in quanto espressione tipica del genere umano (unico vivente alla ricerca del senso delle cose e della vita), possano manifestarsi anche in contesti differenti da quelli familiari o, comunque, caratterizzati da legami di sangue tra gli individui.

Il contesto istituzionale/organizzativo, fondandosi sulla multidimensionalità e sull’interdipendenza di variabili relazionali, storiche e culturali che rientrano anche nella matrioska umana, può essere un setting capace di supportare processi di trasmissione transgenerazionale. Se ne fosse dimostrata la presenza all’interno dei gruppi umani che fanno parte di questi sistemi, riceverebbero conferme importanti le ipotesi di una fenomenologia transgenerazionale come non direttamente dipendente da variabili genetiche (dal momento che non vi sono legami di natura genetica tra i membri di istituzioni, a differenza delle famiglie), ma fondata sulla dimensione interpersonale e tipica del funzionamento psichico difensivo dell’uomo in contesti diversificati.

La nostra analisi di casi clinici [Kaes (2000, 2005,2008), Pinel (1998), Correale (1998)] di intervento rivolto a gruppi istituzionali in stato di sofferenza e stagnazione mortifera ha effettivamente mostrato la presenza di manifestazioni di natura transgenerazionale connesse a vuoti di memoria gruppale e interdizioni di conoscenza a specifici domini, come il risultato di storie traumatiche mistificate e trasmesse nelle forme del mito istituzionale, in assenza di spazi di attribuzione di significato all’eredità perduta.

In conclusione, la necessità di rinegoziare la storia che ci ha preceduto sulla base dell’unicità che contraddistingue la soggettività di ognuno non sembra cosà scontata, tanto più di fronte a sofferenze senza nome che apparentemente la mente sembrerebbe preferire rispetto alla devastante verità consapevole di ciò che è stato ma che comunque, nel bene o nel male, è parte di noi. 

Tuttavia, è necessario, da parte di ogni nuova generazione che venga alla vita nel rinnovarsi dell’esistenza, che anche eredità difficili trovino spazi di ascolto. Che siano visibili, o meglio, condivisibili, affinchè le alte maree della vita non ne cancellino le impronte ed il vento non ne disperda le tracce, ma continuino a vivere nell’incontro di menti cui ha dato forma la vita. All’insegna della libertà. Oltre lo spazio ed il tempo di questa nostra esistenza.

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Notes

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  Il contesto familiare, ad oggi, risulta essere il setting principale di studio e analisi dei fenomeni di natura transgenerazionale e di trasmissione psichica. Una delle ipotesi proposte in questo scritto è proprio la possibilità che la trasmissione transgenerazionale, in quanto espressione difensiva del funzionamento psichico, si possa anche manifestare in sistemi umani che non presuppongano necessariamente legami di natura genetica o familiare tra i loro membri.

  Terminologia tratta dall’opera di Lacan. Kaës, R., Faimberg, H., Enriquez, M., Baranes, J. (2005), Trasmissione della vita psichica tra generazioni (seconda edizione). Edizioni Borla, Roma.

  Schutzenberger, A. A. (2008), La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico. Di Renzo Editore, Roma.

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  Kaës, R., Faimberg, H., Enriquez, M., Baranes, J. (2005), Trasmissione della vita psichica tra generazioni (seconda edizione). Edizioni Borla, Roma.

  Per sindrome da anniversario si intendono quell’insieme di disturbi di natura organica o psichica, di stati di malessere generalizzato o di avvenimenti specifici tendenti a manifestarsi in modo inconsapevole in concomitanza con date di particolare importanza per ogni specifico sistema familiare.

Nella sindrome da doppio anniversario, invece, sofferenze senza nome ed eventi specifici ricorrono attraverso le generazioni nel momento stesso in cui un discendente venga a trovarsi nelle stesse condizioni(età, configurazione familiare, ecc…) in cui versava la generazione precedente al momento di un particolare trauma misconosciuto nel tempo.

  Schutzenberger, A. A. (2008), La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico. Di Renzo Editore, Roma. p. 178.

Ibid, p. 73.

  Hilgard, J. R. (1989), The Anniversary Syndrome as related to late-appearing mental illnesses in hospitalized patients. In Silver, ALS, Ed. Psychoanalysis and Psychosis, Madison, CT, Internat’1. University Press.

Una nota a riguardo del concetto di inconscio collettivo di Jung si rende necessaria ai fini di una migliore definizione della fenomenologia transgenerazionale. Per inconscio collettivo, infatti, si fa riferimento a quel contenitore psichico universale di strutture simboliche e archetipiche predeterminate ai singoli individui sul piano ontogenetico, poiché frutto di un patrimonio condiviso evolutosi per via filogenetica. L’esistenza di un inconscio collettivo si sviluppa di pari passo a tutte quelle ipotesi a sostegno di una mente estesa sul piano spazio-temporale, al di là dell’hic et nunc individuale. Sulla base di tali assunti, il concetto troverebbe il proprio legame con la questione transgenerazionale letta nei termini di un patrimonio mnemonico condiviso di gruppo e vivo al di là di quest’ultimo. L’elemento in contrasto con l’assunto elaborato da Jung, in tal caso, risiede nel fatto che la formazione di contenuti potenzialmente trasmissibili per via transgenerazionale si colloca in un uno specifico istante/situazione rintracciabile nella vita del gruppo che darà inizio alla trasmissione. Gli archetipi dell’inconscio collettivo, invece, in quanto parte di esso, vanno al di là delle dimensioni di spazio e tempo.

  L’enattivismo è quella corrente di pensiero fondata su un’ottica integrata di tipo bio-psico-sociale che considera l’uomo e l’ambiente con il quale interagisce come unità inscindibile, appoggiando l’idea di una mente incarnata e di una cognizione estesa. Pare che la fisica quantistica stia giustificando molte teorie di quest’approccio, anche se i passi da compiere nello studio di una mente estesa sono ancora molti.

  Boszormenyi Nagy, I., Spark, G. (1988), Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio Ubaldini, Roma.

  Per genosociogramma si intende un genogramma (albero genealogico) completo di rappresentazione sociometrica in grado di evidenziare la tipologia di legame presente tra gli individui. Tale strumento è molto utilizzato nella pratica clinica psicogenealogica al fine di evidenziare l’eventuale presenza di contenuti e processi di natura transgenerazionale in ambito familiare.

Il concetto di doppio legame fa riferimento a quei messaggi di natura paradossale (contenenti, cioè, informazioni di natura opposta tra loro, ma coesistenti allo stesso tempo, anche inviate per mezzo di registri differenti come quello verbale ed extraverbale) indirizzati a specifici membri selezionati come capri espiatori (catalizzatori della violenza e della colpa familiare) e da accettare acriticamente, ma fortemente disturbanti sul piano dell’integrità psichica di chi è costretto a subirli. La componente traumatica intrinseca a tali messaggi tenderebbe ad essere interiorizzata da tali soggetti come modello operativo interno dissociato di funzionamento e, dunque, sarebbe portata a manifestarsi in situazioni specifiche nelle relazioni (anche non familiari), supportando processi di trasmissione transgenerazionale.

Foulkes, S. H. (1964), Psicoterapia e analisi di gruppo. Bollati Boringhieri, Torino.

  Moreno, J. L. (1954), Who shall survive. Beacon, New York.

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  Kalivas, P. W., Richardson-Carlson, R., Van Orden, G. (1986), Cross sensitization between foot shock stress and enkephalin-induced motor activity. Biological Psychiatry; 21: 939-50.

Abercrombie, E., Keefe, K., Di Frischia, D., Zigmond, M. (1989), Differential effects of stress on in vivo dopamine release in striatum, nucleus accumbens and medial frontal cortex. Journal of Neurochemistry; 52: 1655-8.

Cit. da: Cyrulnik, B. (1999), Un merveilleux malheur. Odile Jacob, Paris.

Seguendo l’accezione estesa attribuita al trauma in questo scritto, infatti, la sofferenza psicopatologica sul piano eziopatogenetico e sintomatico prevedrebbe componenti traumatiche a livelli differenti di intensità e tendenti a trasmettersi nelle forme di modelli operativi interni dissociati all’interno dei sistemi interpersonali degli individui in modo automatico, anche in contesti extrafamiliari.

  Meltzer, D. (1979), Un approccio psicoanalitico alla psicosi. Quaderni di psicoterapia infantile. Borla, Roma.

  Scoperti nel 1996 da un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Parma (tra i quali Gallese e Rizzolatti), i neuroni specchio sono in grado di attivarsi sia nel compiere direttamente un’azione, che nell’osservarne l’esecuzione altrui, rientrando a pieno titolo nei processi di risonanza empatica.

  Gallese, V., Migone, P., Eagle, M. N. (2006), La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e Scienze Umane, 2006, XL, 3: 543-580. p. 558.

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L’inconscio originario, fondandosi sulla rimozione originaria, fa riferimento a tutti quei contenuti che non sono mai divenuti consapevoli, ma che sono originati dalla creatività primigenia dell’inconscio, o transitati a livello interpersonale secondo le dinamiche tracciate nello scritto. Si distingue da quell’inconscio, su cui si concentra principalmente la teoria freudiana, fondato su di una rimozione secondaria di contenuti che erano coscienti, ma che per il proprio valore inaccettabile all’Io sono stati rimossi alla consapevolezza. Bleichmar parla anche di un’area definita del non inscritto e coincidente con tutto ciò che non ha trovato simbolizzazione nello spazio intersoggettivo condiviso. Quest’ultima istanza, sarebbe anche la conseguenza di quella forma traumatica di disconoscimento selettivo di specifici domini di conoscenza da parte del caregiver di cui si è parlato precedentemente. Inconscio originario e non inscritto (in particolare quest’ultimo) potrebbero essere le istanze psichiche dei contenuti transgenerazionali.

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