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1 Introduzione

In maniera un po' scherzosa e paradossale, entrerò nel vivo della questione muovendo da una sensazione piuttosto diffusa; e cioè che l'estendersi e l'affermarsi dell'uso del termine "Sé" abbia finito per costituire una sorta di discriminante fra due figure di psicoanalista: una più "buona" ed empatica che, per l'appunto, presta attenzione soprattutto al Sé del paziente; l'altra meno empatica e disponibile, per non dire "cattiva", che si rivolge prevalentemente al suo Io. Ma da dove nasce quest'impressione sia pure soggettiva? Ritengo che essa derivi dalla prevalente connotazione che i due termini hanno assunto nel loro uso abituale; vediamone qualche esempio.

E' così che Wolf (1988, p.64), dopo aver affermato che per mantenere la sua coesione, il suo vigore e il suo equilibrio, il sé sano deve essere inserito in un ambiente che gli garantisca un costante rifornimento di esperienze che lo rafforzino, indica queste esperienze come bisogni del sé: dal bisogno di rispecchiamento a quelli di idealizzazione e di fusione; dal bisogno alteregoico a quelli di antagonismo e di efficacia; bisogni soddisfatti dai cosiddetti oggetti-sé.
In verità Wolf non fa che precisare e approfondire la posizione di Kohut per il quale (1984, p.75) il Sé sano ha sempre bisogno, dal primo all'ultimo respiro, delle risposte di sostegno degli oggetti-Sé.

Questa esigenza è ugualmente sostenuta da Modell quando scrive (1984, p.25) che la letteratura psicoanalitica concorda ampiamente nel riconoscere che il bisogno di riaffermare il Sé tramite le risposte degli altri continua per tutta la vita; e lo stesso Modell si riferisce (p.203) alla concezione del Sé in Winnicott come a un qualcosa la cui «esistenza [ ] dipende dalla funzione di cura dell'altro».
La connotazione che emerge da queste citazioni è chiaramente quella del bisogno; e nel descrivere la relazione che il Sé stabilisce con l'oggetto-sé o con l'ambiente che dovrebbe sostenerlo e rafforzarlo, ci si riferisce abitualmente al Sé come destinatario di una qualche azione da parte dell'oggetto-sé (Wolf, p.69).
Del tutto diverso è il clima evocato e suggerito dall'uso del termine "Io"; al riguardo ci limiteremo a due autori che si sono particolarmente dedicati allo studio di questa istanza: Anna Freud (1936) e Heinz Hartmann (1958).

Così Anna Freud parla dell'Io che diventa attivo in analisi ogni qualvolta cerca di prevenire un'intrusione dell'Es; dell'Io che si difende attivamente dagli affetti e che interviene provocando una trasformazione dei sentimenti; dell'Io che mette in moto le sue difese; e delle vicissitudini degli istinti originate da un'attività dell'Io. A sua volta Hartmann si riferisce a un Io impegnato in una lotta su tre fronti; a un Io che evita ambienti troppo difficili e ne ricerca di più accessibili all'azione; alle azioni umane regolate dall'Io; alle funzioni sintetica, integrativa e di anticipazione dell'Io; e infine a un Io normale che deve saper guidare l'azione ma anche assoggettarsi ai necessari automatismi.

Quanto dunque nel concetto di Sé era implicita l'idea del bisogno e della recettività, altrettanto il termine Io appare connotato nel senso dell'attività; e quanto il Sé risultava destinatario di una qualche azione da parte dell'ambiente, altrettanto l'Io si configura come "attore" di specifiche operazioni nei confronti del mondo esterno o di altre parti della personalità. Di conseguenza, un analista che abbia come referente teorico il Sé dovrebbe rivelarsi più sensibile ai "bisogni" del paziente; mentre assumendo come proprio referente la nozione di Io si verrebbe implicitamente a fare appello alla sua "responsabilità" (nei confronti, ad esempio, della regola fondamentale o del rispetto del setting).

In verità si tratta di una conclusione condizionata dall'alone di significato che abbiamo visto circondare i due termini; e personalmente, nel mio ultimo libro sul narcisismo (1998), mi sono impegnato senza troppa fatica, e con indubbi vantaggi sul piano della chiarezza, a rinviare il più possibile il loro uso sostituendoli con altri ugualmente appropriati. Ma anche negli autori utilizzati per i nostri esempi c'imbattiamo non di rado in vocaboli come paziente o bambino al posto di "Io" o "Sé". Cosi Anna Freud parla della bambina che proietta all'esterno o della paziente che comincia a servirsi del processo di proiezione; Wolf del bambino piccolo che ha bisogno di un'attività di rispecchiamento da parte dei propri oggetti-sé; Kohut del bisogno del bambino o del paziente di avere un riscontro speculare o di trovare un obiettivo per la propria idealizzazione; mentre da parte mia suggerirei vocaboli quali "essere umano", "persona" o "soggetto" con i quali riformulare molti degli esempi riportati. Ma com'è possibile che termini altamente specifici come "Io" e "Sé" risultino sostituibili, almeno in molte circostanze, da altri più generici quali bambino, paziente, persona, soggetto e simili?

In effetti, tale possibilità rimanda a un uso ambiguo dei termini "Io" e "Sé" impiegati talora in senso descrittivo, talora in senso metapsicologico; mentre solo in questa seconda accezione il loro uso in forma sostantivata e con grafia maiuscola ("l'Io", "il Sé") sarebbe da considerarsi lecito. Ma mentre il valore metapsicologico del termine Io è ampiamente documentato, quello del termine Sé, con riferimento ai bisogni empatici della persona, risulta quanto mai aleatorio potendo di regola essere sostituito dagli altri vocaboli sopra indicati.

Esiste tuttavia un'altra accezione in cui il termine "sé", non legato ai bisogni dell'individuo, assume il valore grammaticale non di sostantivo ma di pronome riflessivo di terza persona (rafforzabile dall'aggettivo dimostrativo "stesso"). Si tratta della locuzione "rappresentazione o immagine di sé" (con grafia minuscola) nell'evidente significato di come il soggetto vede o rappresenta se stesso. Considerata da Hartmann (1961, p.180) come l'unica accezione possibile del termine "sé", assume per la Jacobson (1964, p.17 nota) il valore di concetto metapsicologico . Ma quali sono i suoi rapporti con il concetto di Io?

2 L'Io

Per cominciare, non è forse superfluo ribadire che, in quest'ottica, il valore metapsicologico va attribuito non al termine "sé" ma all'espressione "immagine o rappresentazione di sé".. E' chiaro che si tratta di un'astrazione che, unitamente alla corrispettiva "rappresentazione d'oggetto", sta a indicare quell'insieme di elementi psichici -le rappresentazioni mentali- che costituiscono il mondo interno della persona e che, sin da principio, mediano ogni rapporto del soggetto con se stesso e con la realtà che lo circonda.

A questo proposito mi riferirò, per maggiore chiarezza e concretezza, a un bambino le cui immagini mentali saranno, quanto più è piccolo tanto più incerte, approssimative, confuse, non corrispondenti alla realtà percettiva e, soprattutto, non integrate e correlate fra loro. E' cosi che il bambino potrà di volta in volta percepirsi o rappresentarsi come bisognoso e impotente oppure autonomo, aggressivo o eccitato sessualmente, senza che queste diverse immagini di sé si integrino nella rappresentazione unitaria di un soggetto di cui esse non sarebbero che caratteristiche parziali o aspetti contingenti. Anche le figure del mondo esterno, in primo luogo la madre, risulteranno a volte gratificanti e oblative, altre volte ricettive e accoglienti, altre ancora eccitanti e stimolanti oppure ostili e frustranti; ed ognuna di queste esperienze darà luogo, nella mente del bambino, a una rappresentazione distinta e separata. Avremo pertanto un'immagine di mamma accogliente, un'altra di madre seduttiva, un'altra ancora di madre rifiutante; e sarà necessaria una profonda rielaborazione percettivo-affettiva di queste immagini affinché esse si riunifichino nella rappresentazione interiore di una figura unitaria ma altamente sfaccettata e polivalente.

Questa rielaborazione delle immagini di sé e dell'oggetto è condizionata da una quantità di variabili e quindi potrà andare incontro ad arresti (fissazioni), regressioni, deviazioni e alterazioni; di conseguenza il mondo psichico adulto sarà popolato non solo da rappresentazioni mature di sé e degli oggetti ma anche da immagini più arcaiche, ai vari stadi evolutivi e ai diversi livelli d'integrazione. Immagini fortemente devianti (confuse, danneggiate, altamente bisognose o falsamente potenti) non riusciranno a integrarsi in rappresentazioni più mature rimanendo scisse e isolate; mentre potranno riemergere frammenti provenienti dalla disintegrazione di immagini già evolute. Ora, in quali rapporti si trovano fra loro i concetti metapsicologici di "rappresentazione di sé" e di "Io"?
Abbiamo detto che nel bambino le diverse immagini di sé dovranno via via integrarsi nella rappresentazione unitaria di un soggetto di cui esse non sarebbero che caratteristiche parziali o aspetti contingenti; ma parlare di rappresentazione unitaria e integrata di un soggetto è già riferirsi in qualche modo a un suo Io inteso, nel senso fra l'altro già indicato da Freud (Laplanche e Pontalis, 1967, p. 257), come organizzazione di rappresentazioni.

In effetti (Sassanelli, 1989), possiamo considerare l'Io come un sistema composito che integra rappresentazioni di sé di diversa natura, sviluppo e provenienza nelle quali il soggetto si riconosce. Il nucleo di questo sistema è costituito dalla rappresentazione visiva di sé che il bambino interiorizza, a partire dalla propria immagine speculare, durante la fase dello specchio; rappresentazione privilegiata in quanto capace di coordinare sotto il suo primato gran parte delle preesistenti rappresentazioni di sé a carattere più o meno parziale e segnate dall'impronta del livello pulsionale raggiunto.

A sua volta questo nucleo andrà sviluppandosi sia per la continua integrazione di ulteriori rappresentazioni di sé provenienti dalle nuove esperienze percettivo-motorie del soggetto, sia per l'operare di quel fondamentale processo costitutivo del soggetto umano che è l'identificazione ; sviluppo che consentirà all'Io di padroneggiare sempre più e sempre meglio i principali sistemi della vita di relazione (motilità, percezione, memoria, linguaggio).

L'Io che emerge da questa descrizione è dunque un'istanza sufficientemente unitaria e coesa; e il grado di questa coesione e unità dipenderà dalla maggiore o minore concordanza e compatibilità reciproca delle varie rappresentazioni di sé e dal loro grado di subordinazione a una rappresentazione egemone; nonché dalla possibilità per l'Io di escludere o espellere quelle rappresentazioni di sé più parziali, incoerenti o primitive.

I meccanismi di questa esclusione o espulsione sono la scissione, la rimozione e l'identificazione proiettiva .

Si tratta chiaramente di una unitarietà e di una coesione tutt'altro che statiche, e l'Io è in una situazione di costante equilibrio dinamico su almeno tre fronti: quello della realtà percettiva, spesso fortemente discordante rispetto al carattere prevalente (delle identificazioni) dell'Io; quello del mondo oggettuale interno nella misura in cui risulta più o meno deformato dalle identificazioni proiettive; e quello della sfera del rimosso e cioè dell'inconscio. Un eccesso di difese su questi tre fronti, più che conferirgli forza renderà l'Io pericolosamente rigido e fragile; mentre un loro difetto, e soprattutto una carenza di valide identificazioni, trasformerà la flessibilità dell'Io in una inquietante debolezza.

3 Il Sé

Il tipo di organizzazione dell' Io non sembra dunque in grado di sostenere stabilmente e in ogni circostanza quel senso di unità, coesione, continuità e identità personale richiesto dall'essere umano. Il problema sembra essere stato avvertito dallo stesso Freud nel cui discorso «continua a riaffiorare l'esigenza di cogliere [...] un principio stabilizzante che di volta in volta si presenta sotto denominazioni e concettualizzazioni diverse: principio di inerzia, principio di costanza, principio del Nirvana» (Agnello, 1986). Ma questa esigenza si arresta appunto alla enunciazione di "principi" senza svilupparsi in una dimensione sistematica e senza che siano tematizzate le nozioni di totalità e continuità della persona o di identità personale. Viceversa, queste nozioni, ed altre come individuazione, attribuzione di valori, senso di unitarietà, continuità, coesione, pienezza e benessere sembrano trovare un loro spazio nel discorso sul narcisismo da parte di autori come Lou Salomé e Paul Federn (Sassanelli, 1992); ed è appunto con riferimento alla concezione metapsicologica del narcisismo che il termine "sé" viene, com'è noto, introdotto in psicoanalisi da Hartmann nel 1950.

Abbiamo visto come lo stesso Hartmann finisca per limitarlo all'espressione "rappresentazione di sé" e come quest'ultimo concetto, inteso quale specifico contenuto mentale, si sia rivelato quanto mai importante nel costruire ed elaborare una valida concezione dell'Io. Ma abbiamo anche visto come quest' Io non si presti a dare ragione di tutte le questioni riguardanti il sentimento della propria stabilità, continuità, sicurezza e autostima. Di conseguenza, la riduzione del concetto di sé a quello di rappresentazione di sé non si è mantenuta a lungo nel pensiero psicoanalitico e il vocabolo "Sé" ha prontamente riacquistato in molti autori l'autonomia e l'irriducibilità semantiche necessarie a conferirgli il valore di supporto di quelle esperienze di totalità, continuità e identità personale peraltro già implicite nel significato del termine per le sue ascendenze psicologiche e filosofiche.

Al riguardo, mi limiterò a due autori, Winnicott e Kohut. Quest'ultimo, partito anch'egli da una posizione di equiparazione fra Sé e rappresentazione di sé (1971, p. 9), giunge in breve a isolare il Sé «come un'unità fisica e mentale che possiede coesività nello spazio e continuità nel tempo» (ibid., p.121) sino a costituirlo come struttura psichica coesiva e permanente, «centro dell'universo psicologico dell'individuo [...] non conoscibile nella sua essenza» ma solo nel suo manifestarsi bipolare attraverso le ambizioni e gli ideali che, variamente combinandosi con le capacità e i talenti, ne configurano i diversi tipi (1977, pp. 162 e 269-270).
A sua volta Winnicott, offrendoci quelle che, a mio avviso, vanno considerate non delle descrizioni e neppure delle teorie ma delle "preconcezioni" (in senso bioniano), contrappone un falso Sé, inteso come organizzazione difensiva della personalità rigidamente modellata su richieste ambientali inadeguate, ad un vero Sé (o Sé centrale o nucleo del Sé). Si tratta di un concetto col quale l'A. sembra voler sostanzializzare determinate esperienze come quando parla (1965, p.241-2) di «elemento incomunicato, inviolabile, che è sacro e va preservato», di «violazione del nucleo del Sé» o di «peccato contro il Sé»; suggerendo una valenza ontologica ribadita ulteriormente da concetti quali «puro elemento femminile», «identità primaria» o «rapporto nel senso di ESSERE» (1971, p.142).
Appare chiara in questi autori la tendenza a ed il rischio di ontologizzare l'autorappresentazione nel tentativo di garantire stabilità e consistenza alla soggettività; rischio solo in parte evitato attraverso il costante riferimento alla dimensione relazionale (relazione con un ambiente facilitante o sufficientemente buono, in Winnicott; con gli oggetti-Sé empatici, in Kohut). Personalmente ritengo che il termine Sé (sostantivo maiuscolo) possa avere pieno diritto di cittadinanza quale concetto metapsicologico a patto di offrire un fondamento logico ed esistenziale a esperienze quali il senso di totalità, di stabilità, di continuità e di sicurezza; ma anche a patto di evitare derive ontologiche in modo da non contraddire quelli che sono i cardini della dottrina psicoanalitica e cioè i principi del conflitto psichico e della rottura dell'unità del soggetto. Si tratta di condizioni che, a mio avviso, vengono rispettate da una concezione del Sé in termini di strutture che organizzano elementi discordanti e incoerenti potenzialmente destabilizzanti e squilibranti; strutture qualificabili appunto con il termine Sé. Per motivi di brevità e chiarezza mi riferirò ad una soltanto di queste forme organizzative del Sé: quella idealizzante o Sé ideale.

Ci accosteremo a questa forma di organizzazione del Sé attraverso la costruzione di un quadro clinico collegato a un avvenimento religioso: la cerimonia di celebrazione della Vergine di Fatima (25 marzo 1984) in cui Giovanni Paolo II, «di fronte all'ateismo imperante all'Est, al consumismo dilagante all'Ovest e alla povertà schiacciante nel Terzo Mondo», affidava alla Madonna l'intera umanità. La denuncia di papa Woytila non poteva non gettare nell'incertezza e nello sconforto ogni fedele animato da spirito ecumenico e quindi coinvolto in una drammatica situazione priva di sbocchi operativi immediati. L'affidamento alla Vergine era la risposta religiosa a un danno umanamente non riparabile; ma qual'era il suo significato psicologico?

Proviamo a calarci nella mente di uno di questi fedeli: una donna, Angela, poco più che quarantenne, sposata e madre di due figli adolescenti, insegnante e moderatamente impegnata in attività assistenziali. La sua esistenza è trascorsa senza una particolare conflittualità interiore; e se si eccettua un'inquietante contraddizione fra le sue credenze religiose e l'uso periodico di anticoncezionali, ha sempre affrontato con fattiva decisione i problemi che le si sono presentati. Da qualche tempo tuttavia si sente turbata in modo inspiegabile per via di alcuni sogni nei quali appariva l'immagine, da tempo dimenticata, di un giovane molto amato; lo aveva lasciato perché del tutto inaffidabile e, dopo poco, aveva conosciuto l'attuale marito. Un'altra preoccupazione le viene dalla figlia diciottenne, inquieta e facile ai colpi di testa. Anche la scuola le da ora minori soddisfazioni e talvolta si ritrova a pensare alla carriera universitaria a cui ha rinunciato per il matrimonio.

Volendo riportare questa situazione al mondo interno di Angela dovremo raffigurarci una serie di rappresentazioni mentali distinte ma concordanti. Avremo così un'immagine di sé come madre, un'altra come moglie, un'altra ancora come insegnante o collega e via dicendo, ciascuna delle quali in grado di operare e direzionare, secondo un suo specifico progetto, energie, emozioni, funzioni, attività e meccanismi di difesa; e dato che questi diversi progetti sono, come si è visto, ampiamente compatibili fra loro, ne risulta un insieme di rappresentazioni di sé coerente e integrato dove il nostro soggetto può riconoscersi nella sua interezza di persona e nella sua continuità d'esistenza; un insieme al quale spetta dunque di diritto la denominazione di "Io".

Abbiamo visto come questa coesione dell'Io implichi dei meccanismi di esclusione per cui rappresentazioni incompatibili di sé vengono scisse dall'insieme egemone e quindi rimosse o proiettate; e nella nostra protagonista, i recenti turbamenti sembrano appunto legati all'affiorare di immagini di sé rifiutate. Di fatto, ciò che riemerge sono sia delle rappresentazioni di sé (sé stessa come docente universitaria), sia delle rappresentazioni d'oggetto (il primo amore o la figlia ribelle e aggressiva); ma in queste rappresentazioni d'oggetto è facile scorgere la presenza (la proiezione) delle rappresentazioni non accettabili di sé: in quella del primo amore, l'immagine desiderante di sé che investe libidicamente il ragazzo inaffidabile; in quella della figlia, l'immagine piena di rabbia di sé sofferente per le rinunce effettuate. Come dunque affrontare questa nuova conflittualità interna?

Una presa di coscienza di queste rappresentazioni di sé discordanti e incompatibili porterebbe alla necessità di una riorganizzazione, forse molto dolorosa, di tutto l'insieme dell'Io; sembra tuttavia possibile una diversa strada che utilizzi la risposta religiosa del papa ai disagi del mondo. Ma in che modo l'affidamento alla Vergine di un'umanità ferita, violenta e insensibile può consentire ad Angela il recupero di un assetto interiore magari più stabile e sicuro che non metta in gioco il suo Io?

Appare chiaro come in una simile umanità sia possibile proiettare e cioè rispecchiare inconsapevolmente le immagini rifiutate di sé; da quella ribelle e insofferente di ogni norma superegoica (l'Oriente ateo) a quella avida di piaceri (l'Occidente consumista) sino all'immagine di sé sofferente e danneggiata (il Terzo Mondo indigente). Tuttavia il luogo di questa proiezione non consente più di sbarazzarsi di queste immagini ma, al contrario, costringe il soggetto a farsene carico responsabilizzandosi del destino di quelle figure (gli atei, i consumisti, gli indigenti) che ora ne costituiscono il supporto. Si tratta naturalmente di un compito infinitamente superiore a qualsiasi intervento operativo dell'Io e di conseguenza la sua realizzazione deve chiamare in causa un'entità infinitamente superiore, sede e fonte di ogni bontà, potenza e perfezione, di fronte a cui riconoscere umilmente la propria debolezza e alla quale affidare quest'umanità altrimenti perduta; e quest'affidamento, anche se non porterà a una reale soluzione dei problemi, sarà fonte per la comunità e per il singolo di una nuova serenità, stabilità e certezza. Ma quali sono nella mente del singolo soggetto le trasformazioni che giustificano questo rinnovato equilibrio esistenziale?

Se fin'allora il senso di unità e continuità di Angela si era fondato sull'organizzazione del suo Io e cioè su un insieme sufficientemente coerente e unitario di rappresentazioni di sé, ora esso appare invece sostenuto da un altro tipo di insieme che integra, in un tutto reso unitario e coeso da quella figura ideale rappresentata dalla Vergine di Fatima, sia rappresentazioni incoerenti di sé sia rappresentazioni d'oggetto cariche di proiezioni discordanti. A questo nuovo tipo di organizzazione ci sembra corretto attribuire la denominazione di Sé (ideale); per cui possiamo dire che, a questo punto, qualora siano in gioco questioni di identità, continuità, stabilità e sicurezza esistenziale, sarà il Sé e non l'Io a pilotare l'intera personalità.

La differenza stabilita fra gli elementi psichici costitutivi dell'Io (rappresentazioni di sé) e quelli costitutivi del Sé (rappresentazioni di sé e d'oggetto) implica un preciso interrogativo sulla natura dei fattori necessari a rendere unitarie e coese le due organizzazioni. Per quanto riguarda l'Io, la sua coesione interna dipende sia dall'intrinseca coerenza e compatibilità delle rappresentazioni di sé, sia dall'operare di un fattore ad esse omogeneo e cioè di un'immagine privilegiata di sé: la rappresentazione visiva di sé che il bambino interiorizza durante la fase dello specchio (Sassanelli, 1989) . Ben più complessa è la situazione del Sé dove gli elementi che lo costituiscono sono al contrario discordanti e fra loro non compatibili.

Nel caso del Sé (ideale) di Angela il fattore coesivo è rappresentato, come si è visto, dalla figura ideale della Vergine che accoglie e ricompone in se le contraddizioni di un'umanità violenta e dolente. Di questo fattore colpisce in primo luogo la disomogeneità rispetto agli elementi che deve strutturare e stabilizzare; lo statuto di questi ultimi è infatti endopsichico (preconscio) mentre la figura della Madonna non è collocabile né nel mondo psichico né in quello della realtà esterna appartenendo piuttosto all'area della cultura (nel senso di Winnicott) ; in più essa rivela, a un'indagine fenomenologica, una particolare complessità e una natura composita. Esaminiamola con riferimento all'immagine della divinità di cui la Madonna non è che la mediatrice per eccellenza.

Se la figura ideale divina a cui il soggetto si affida e si sottomette non offre una reale soluzione dei problemi, essa non garantisce neppure una particolare benevolenza empatica (Giobbe ci insegna); mentre sempre più incommensurabile è la distanza che separa il credente dal suo Dio. Da dove può dunque derivargli il recupero di una certezza esistenziale? Sappiamo che l'essere umano ha da sempre aspirato a congiungersi con l'Ideale divino; ed è in questo ricongiungimento che dobbiamo cercare il fondamento di un tale recupero.

Naturalmente il credente sa bene che un simile ricongiungimento avverrà in un tempo e in un luogo non definibili in termini cronologici e di spazio reale; e la sua attuale stabilità e sicurezza si fonderà non su un'aspettativa futura per quanto remota ma sulla possibilità di vedersi fin d'ora, come in un miraggio , già riunificato al proprio Ideale. La possibilità di questo miraggio è legata alla natura composita, combinata della figura ideale.

Ciò che intendo sostenere è che la figura ideale a cui il soggetto si affida con umile sottomissione non è l'immagine divina onnipotente ma quella combinata di lui stesso e della divinità uniti nella beatitudine; in altre parole, le due figure che si confrontano a una distanza infinita non sono quelle del credente e della divinità ma quelle del credente che «dall' infima lacuna / de l'universo» si vede unito a Dio nella pienezza dell'essere. Ma qual'è l'origine metapsicologica di quest'immagine composita o combinata?

Abbiamo visto che il fattore centrale coesivo dell'Io è costituito dalla rappresentazione visiva di sé che il bambino però interiorizza non a partire dalla propria immagine allo specchio ma come elaborazione di una più complessa immagine speculare costituita dalla combinazione delle immagini riflesse del bambino e del genitore che lo sostiene, in una configurazione globale unitaria con il carattere di Gestalt e cioè di forma unificante (Sassanelli, 1998, 12.2 e 3). Ed è questa "buona forma" o "forma ideale" ad essere assunta dal bambino quale forma totale del corpo, capace di dare unità e coesione a un vissuto di sé ancora frammentario e incoerente per cui il soggetto «precorre in un miraggio la maturità della propria potenza» (Lacan, 1966, p.89); cosi come il fedele, grazie all'immagine composita di sé e della divinità, precorre in un miraggio la certezza della propria beatitudine. A questo fattore coesivo riconosceremo un particolare statuto metapsicologico denominandolo "oggetto-Sé" (nella fattispecie "oggetto-Sé ideale") in quanto deputato a rendere possibile la coesione e la stabilità di quell'organizzazione che abbiamo denominato "Sé".

Siamo ora in possesso di tutti gli elementi per inquadrare metapsicologicamente la nozione di Sé quale è emersa a proposito del recupero da parte di Angela di una stabilità esistenziale non fondata su operazioni o trasformazioni dell'Io. Si tratta di un tipo di organizzazione di ordine strutturale in grado di affiancare o sostituire un Io, carente o insufficiente, nel compito di dare coesione, stabilità e sicurezza all'intera personalità; e nella quale si integrano, in un tutto unitario e coeso, rappresentazioni discordi di sé e rappresentazioni d'oggetto cariche di proiezioni e quindi incoerenti e contraddittorie. Quest'integrazione è resa possibile dall'intervento di uno specifico fattore, l'oggetto-Sé, necessario a legare e a tenere assieme le rappresentazioni discordanti controbilanciandone le spinte centrifughe. La forma di questo legame determina la specifica configurazione dell'insieme -del Sé- che a sua volta segna con la sua impronta l'immagine di se stesso che il soggetto offre agli altri e nella quale si riconosce: nel caso di Angela, l'immagine di una donna tuttora coerente e serena che affida a un'entità superiore quelle contraddizioni esterne che oltrepassano gli umani limiti; immagine che di fatto le occulta la complessità e contraddittorietà interiore della sua persona.

4 Conclusione

A questo punto il nostro discorso dovrebbe necessariamente allargarsi a tutte quelle altre forme organizzative di ordine strutturale grazie alle quali un soggetto è in grado di mantenere una sua coesione e stabilità e un suo benessere pur con un sistema dell'Io decisamente non adeguato e in assenza di un ambiente empatico e disponibile; forme che in questa sede dovrò limitarmi ad elencare. In primo luogo il Sé grandioso, il Sé distruttivo o antilibidico e il Sé basale o transizionale che, assieme al già approfondito Sé ideale, configurano la sfera del narcisismo ; alle quali dobbiamo poi aggiungere il Sé passionale. Di conseguenza, il termine Sé, in forma sostantivata e maiuscola (il Sé), viene ad assumere il significato di concetto metapsicologico che designa, l'insieme di tutte quelle forme della personalità strutturate sulla base dello specifico modello appena esposto; e in grado, ripetiamolo, di render conto, senza derive ontologiche o metafisiche, dei connotati di totalità, stabilità, continuità e sicurezza inerenti al concetto di Sé. Concetto da affiancare, ad un alto livello di astrazione e cioè a livello di teoria, a quelli preesistenti di "Io" e "Super-io" (vedi pag. 14).

Accanto a questo significato fondamentale, la forma sostantivata del termine, con grafia però minuscola, può essere usata quale nozione collettiva che raggruppa un insieme di rappresentazioni di sé sufficientemente omogeneo -sé infantile, sé corporeo, sé desiderante, il sé e il mondo oggettuale- a indicare l'insieme delle rappresentazioni infantili, corporee, desideranti di sé, oppure la contrapposizione fra rappresentazioni d'oggetto e rappresentazioni di sé.
Nei restanti casi il termine "sé" (minuscolo) non può avere altro valore che quello di riferimento alla propria persona, e cioè un valore pronominale (talvolta sostituibile con il prefisso "auto"); da usare quindi in senso puramente descrittivo in tutta una serie di espressioni o locuzioni che vanno da quelle già ricordate di "immagini o rappresentazioni di sé" ad altre come "senso adeguato o inadeguato di sé", "stima di sé" ("autostima"), "amore di sé", "investimento di sé", e via dicendo.

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PROFILO BIO-BIBLIOGRAFICO DI GIORGIO SASSANELLI

Nato a Roma nel 1932; laureato in medicina, dal 1973 è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana (SPI). Sino al 1969 ha lavorato in reparti neurologici e psichiatrici universitari e ospedalieri. Dal 1970 svolge solo attività psicoanalitica.
Parallelamente al lavoro clinico si è attivamente occupato, sempre come psicanalista, di problemi istituzionali: prima con un'attività nell'ambito della SPI culminata nella pubblicazione del volume collettivo Il potere della psicoanalisi (1974); e poi con un impegno nella fondazione e sviluppo di un gruppo di studio e di formazione. Nel 1977, ha curato per la R.A.I. (Terza Rete Radiofonica) un programma in cinque puntate sulla psicoanalisi.
A partire dal 1980, oltre ad un'attiva partecipazione seminariale e congressuale all'interno della SPI, ha svolto attività scientifica, didattica e culturale in istituzioni pubbliche e private. In particolare, in ambito universitario, presso le università di Messina, Ancona, Pavia, Padova, Milano e Roma ("La Sapienza", "Tor Vergata" e "Università Cattolica del Sacro Cuore").
Il suo specifico interesse per il tema del narcisismo, al quale ha dedicato tre ampie monografie (Le basi narcisistiche della personalità [1982], L'Io e lo specchio [1989] e Narcisismo [1998]), non ha impedito l'esplorazione di altre aree dell'esperienza umana e terapeutica come quelle della relazione analitica (La psicoanalisi e i suoi miti [1997]) e della passione di cui ha curato la voce per l'enciclopedia L'universo del Corpo (Istituto dell'Enciclopedia Italiana). La sua produzione scientifica comprende più di trenta pubblicazioni in riviste scientifiche diverse.
Dal 1998 al 2002 è stato presidente del Centro Psicoanalitico di Roma.
Vive e lavora a Roma.

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