È con grande gioia che inauguriamo la riapertura della nostra rivista “Attualità in Psicologia”.

Nata nei primi anni ottanta come lente di ingrandimento sul mondo della psiche e ben radicata negli atenei romani è diventata ben presto strumento di scambio delle conoscenze nazionali e internazionali, ottenendo anche il riconoscimento dell’alto valore culturale. 

Chiusa prematuramente con l’insorgere della crisi economica, riapre ora in versione telematica.

Ricordiamo con riconoscenza, stima e affetto i vari personaggi di spicco della cultura contemporanea che trent’anni fa ci hanno accompagnato nel dar vita a questo progetto, e chi ora ci ha stimolato a riprendere il cammino interrotto, fra i tanti Jaime Ondarza Linares, Maria Emanuela Novelli, Luigi Frighi, Antonino Iaria, Leonardo Ancona, Adolfo Petiziol, Vanni Bonfiglio, Sergio De Risio, Rocco Pisani, Paolo Bonaiuto, Manlio Masci, Carla Cubedd e con un velo di tristezza ricordiamo il prof. Bruno Callieri, amico amatissimo e indimenticabile che tanto ha dato alle nostre vite e a questa rivista, e proporio con Lui in occasione del compimento dei due anni dalla Sua scomparsa, vogliamo ripartire dedicandoGli il primo numero. 

Nel periodico, che inizialmente avrà cadeza semestrale, oltre a molti articoli ad ampio raggio per informare, ampliare e approfondire le nuove sfide della psicologia, ritroveremo le rubriche:

  • - Plexus, lo spazio del gruppo (curata dal prof. Jaime Ondarza Linares)
  • - Fenomenologia (curata da Gilberto Di Petta)
  • - Psicologo oggi. Rubrica di supporto alla professione

Ogni lettore è invitato a riprendere la collaborazione con AP che ha appassionato noi e numerosissimi appassionati. 

Inviateci scritti e suggerimenti; tutto verrà preso seriamente in considerazione.

Il Comitato di Redazione della Rivista sarà affiancato nel suo lavoro da un prestigioso Comitato dei Referee, con il compito di selezionare gli articoli migliori per la pubblicazione. Ne riportiamo di seguito la composizione. 

Gian Luca Pallai

 

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di Maurizio Gasseau, Fabio Borghino 

Riassunto

Il concetto di transgenerazionale si inserisce all’interno di quei contributi teorico/clinici inerenti la trasmissione della vita psichica attraverso le generazioni. Una delle prerogative essenziali nell’epigenesi del fenomeno è l’assenza di spazi intersoggettivi di significazione condivisa in relazione a specifici contenuti inconsapevolmente trasmessi immutati nel tempo. L’influsso profondo di verità misconosciute vedrebbe nel tempo un alleato in grado di potenziarne gli effetti sull’attività mentale nelle forme più svariate di una coazione a ripetere, che altro non è che la necessità di una ricerca di significati mancati ad una mente estesa nel tempo.

Lo scritto propone una disamina, in un’ottica integrata, di quelli che sono i principali contributi teorici nello studio del fenomeno in questione, sulla scia di una visione relazionale e multidimensionale della psiche. Si espongono possibili ipotesi inerenti le modalità di trasmissione transgenerazionale per via incarnata e non verbale, in linea con le più recenti scoperte in ambito neuroscientifico.

Parole chiave

Transgenerazionale, eredità, co-inconscio, trauma.

 

Nonostante l’essere umano viva nell’intimo, dall’alba dei tempi, il profondo bisogno di avere il controllo su di una realtà immanente, viva nel mondo intorno ed in lui; per quanto si possa sforzare di dominare le forze che muovono il corso degli eventi, in particolare nel profondo della propria mente, e per quanto possa credere di determinare sempre e comunque il fluire della propria esistenza, esso si dovrà ben presto scontrare con la profonda verità per cui sia meno libero di quanto creda.

Suono del silenzio possono essere le tessere mancanti del mosaico della storia che ci ha dato vita nel corso delle generazioni che ci hanno preceduto. Verità inconsapevolmente tramandate “attraverso” e non “tra” le generazioni, per via del proprio potere devastante ed inaccettabile, ma che, proprio per il fatto di essere state messe a tacere, negate, misconosciute o rifiutate, saranno capaci di continuare a risuonare nel profondo delle generazioni future come forza sconosciuta ed inaccessibile.

La dimensione transgenerazionale che verrà presa in considerazione in questo elaborato prende vita nell’espressione di eredità inconsciamente trasmesse e ricevute, o meglio, assunte passivamente in tutto il proprio potere destabilizzante, dal momento che non hanno trovato spazi intersoggettivi di attribuzione condivisa di significato. Silenziosa trasmissione transpsichica, dunque, di assenze di significato, di contenuti non simbolizzati, scissi, di vuoti senza nome portatori di sofferenze inconoscibili, cui pare impossibile attribuire una causa, o capaci di condurre ad agiti apparentemente senza senso.

“Ciò che hai ereditato dai Padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero” 1 era solito affermare Freud parlando di trasmissione dell’eredità psichica e non ancora di transgenerazionale in senso lato. Intuizione feconda la sua, se si considera quanto davvero la libertà di ogni uomo non debba tanto essere ricercata al di fuori di lui, ma nell’intimo; in un continuo processo di attribuzione di significato al proprio passato, alla storia delle generazioni che l’hanno preceduto e all’eredità ricevuta in tutte le sue forme (comprese quelle più oscure ed inaccessibili), all’interno di relazioni capaci di contenere, metabolizzare e negoziare paradossi di storie così lontane, eppure così radicate nel profondo. Soltanto su queste fondamenta potrà spiccare il volo un futuro davvero libero da nodi e catene transgenerazionali.

Dopo aver tratteggiato i punti essenziali del concetto di transgenerazionale, lo scritto si sposterà verso l’analisi di quelle che sono solo alcune delle sue manifestazioni più eclatanti, ai fini di circoscrivere il fenomeno alle specificità che lo contraddistinguono, utilizzando come presupposto alcuni contributi derivanti da orientamenti teorici differenti, in un’ottica integrata. Questi elementi costituiranno le fondamenta imprescindibili ai fini di una lettura del transgenerazionale a sostegno di una visione di mente estesa oltre lo spazio e il tempo dell’esistenza e strutturata su base intersoggettiva, permettendo ipotesi di natura eziologica, nonché relative alle possibili modalità di trasmissione che, se confermate, potrebbero condurre ad una teoria della trasmissione transpsichica come prerogativa del funzionamento mentale in contesti umani anche extrafamiliari2.

Tornando ai temi cardine, le manifestazioni del transgenerazionale possono assumere la forma di somatizzazioni e malattie a carattere organico di varia natura, forme psicopatologiche, sofferenze senza nome anche non direttamente tendenti a sfociare in patologie vere e proprie, ma connesse ad uno stato di malessere psicofisico generalizzato. Fin qui, apparentemente, sembrerebbe esserci nulla di eccezionale. Ciò che colpisce maggiormente, e che contraddistingue forse più di ogni altra cosa questa particolare forma di trasmissione transpsichica, tuttavia, è la tendenza alla ripetizione ciclica delle forme di sofferenza sopra elencate, oltre che di avvenimenti specifici (incidenti, sogni, morti improvvise, ecc.), tra le generazioni, con una precisione sconcertante, sia sul piano temporale (date particolari), che situazionale.

L’epigenesi traumatica pare essere implicata nella fenomenologia transgenerazionale a livello di manifestazioni connotate dall’inconscia coazione a ripetere, ma anche sul piano di enactment privi di simbolizzazione, frutto di processi di natura dissociativa in grado di fornire linfa vitale alla continuità del segreto e, contemporaneamente, alla sua inaccessibilità. In tal senso, verità traumatiche negate, denegate e forcluse3 nel corso delle generazioni, si vedrebbero costrette a transitare attraverso le generazioni come affetti fortemente destabilizzanti, ma privi di contenuto e di significato, conducendo gli individui all’incapacità di integrare il pensiero con l’azione, così come la mente con il corpo, e supportando forme di trasmissione coatta. Il parassita transgenerazionale, in questo modo, infesterebbe la mente delle nuove generazioni trasmettendosi intatto e interferendo con i normali processi psichici integrativi in grado di garantire un buon funzionamento.

Alcuni esempi significativi del fenomeno derivano senza dubbio dai lavori e dalla pratica psicoterapeutica di una psicodrammatista e analista di gruppo che ha saputo far tesoro degli incontri della propria vita e dell’insegnamento di maestri quali Moreno, Rogers, Bateson, Nagy e molti altri, giungendo ad una visione profonda ed integrata della mente umana e della sofferenza: Anne Ancelin Schützenberger4.

Nella propria pratica clinica, l’analista francese ha potuto constatare come ripetizioni cicliche di eventi nelle generazioni familiari, quali incidenti in date specifiche, insorgenza di malattie organiche anche gravi come il cancro, manifestazioni psicopatologiche e sofferenze di varia natura, possano essere, talvolta, l’esito di segreti celati nell’eredità ricevuta e capaci prendere tali sembianze in conseguenza di un’assenza di simbolizzazione derivata dalla natura transpsichica di traumi lontani nel tempo, ma vivi nella mente estesa familiare. La Schützenberger, riprendendo le teorizzazioni del terapeuta familiare Boszormenyi Nagy5, sostiene come alla base di tali ripetizioni, che possono fare riferimento anche ad eventi positivi, vi sia una sorta di lealtà familiare invisibile nei confronti di antenati con cui sussista un legame profondo.

Compiti che non sono stati portati a termine, traumi vissuti, ma anche eventi positivi, saranno destinati a trasmettersi attraverso le generazioni, ma mai casualmente, poiché tenderanno a manifestarsi in quei discendenti in grado di garantire la continuità della vita psichica.

La trasmissione che qui sarà presa in esame, in quanto transgenerazionale, farà riferimento a tutto quel passaggio del “negativo”, nell’accezione di Renè Kaës6, come esito di eredità non simbolizzabili e di assenze di significato che travalicano la possibilità di spazi intersoggettivi di ridefinizione di un passato sconosciuto, proprio perché traumatico e traumatizzante.

La Schützenberger ha mostrato al mondo le potenzialità della psiche umana e dell’inconscio nelle sindromi da anniversario e da doppio anniversario7, evidenziando come solo la riconquista del significato perduto nel passato traumatico delle generazioni precedenti possa porre fine a catene silenziose di sofferenze senza nome.

Un esempio al riguardo, per ciò che concerne la sindrome da anniversario, è il caso di Nathalie8; una bimba di tre anni e mezzo che soffre di incubi ripetitivi che la svegliano la notte, accompagnati da crisi respiratorie. Portata in consultazione dalla madre, le viene chiesto di dare forma all’incubo ricorrente per mezzo del disegno e la piccola rappresenta “la bestia” che ogni notte viene a farle visita con una maschera antigas che non ha mai visto. Andando alla ricerca di indizi nella storia della famiglia si scopre che il prozio è stato gasato nella cittadina belga di Ypres durante la prima guerra mondiale. La famiglia, spinta ad affrontare l’argomento, comincia a dare un significato al segreto ingiustamente celato e gli incubi cessano definitivamente. Il fatto di per sé avrebbe già molto da raccontare, ma la cosa più sconvolgente è la data di nascita della bambina: 26 aprile 1991. L’attacco con i gas nervini a Ypres dove viveva la famiglia del nonno della madre della bimba è avvenuto il 22-25-26 aprile 1915. 

Mai come in questo caso, le parole dell’analista della Schützenberger (Francoise Dolto) sembrano più veritiere: “In una famiglia, i bambini e i cani sanno tutto, sempre, e soprattutto quello che non viene detto”9.

Per ciò che riguarda esempi di sindrome da doppio anniversario, è emblematico il caso di Jeanne, che lascia l’automobile in “panne” attraversando a piedi una galleria in cui si ferma, rischiando la vita. Solo a posteriori si renderà conto del fatto che il quadro di controllo segnalasse un guasto che aveva trascurato. Lavorando con la paziente verrà alla luce che, al momento dell’accaduto, aveva la stessa età del padre deceduto di incidente d’auto mortale nella stessa data: 6 dicembre.

Per non parlare di un caso di risonanza mondiale: la morte del presidente Kennedy che, il 22 novembre 1963 a Dallas, aveva deciso di non far installare il tettuccio antiproiettile della sua auto. In molti si sono chiesti il motivo di questo gesto avventato, anche perché aveva ricevuto minacce preoccupanti per la propria incolumità. Probabilmente il suo inconsapevole ed incosciente sfidare la morte faceva parte di una lealtà inconsapevole nei confronti del bisnonno Patrick, morto il 22 novembre 1858.

Gli studi sulla sindrome da doppio anniversario della Hilgard10, allieva della Schützenberger, condotti su un campione di pazienti psichiatrici, hanno dimostrato come il fenomeno, dal punto di vista statistico, non possa essere attribuito al caso.

L’inconscio possiede una memoria propria tendente a rinnovare il ricordo e mantenerlo vivo nel tempo seguendo logiche che sfuggono alla consapevolezza, perché non esiste verità che possa essere celata troppo a lungo senza ritornare a risuonare dal profondo alla ricerca di un significato mancato.

Tornando alla trattazione del transgenerazionale, va aggiunto come non esista una vera e propria teoria al riguardo, ma una molteplicità di contributi provenienti da orientamenti differenti, che necessitano di una maggiore integrazione.

All’interno dell’orientamento psicodinamico, ad esempio, l’interesse per la trasmissione della vita psichica ritorna in opere freudiane quali: Totem e tabù (1912-1913) e Introduzione al narcisismo (1914) tralasciando quella componente traumatica che sarà Ferenczi ad estendere e sviluppare nel suo Diario clinico (1932), nella Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino (1932), così come nel Bambino indesiderato e il suo istinto di morte (1929). 

Le intuizioni di quest’ultimo, in particolare, verranno in gran parte rifiutate, forse perché eccessivamente all’avanguardia per quel tempo, o troppo veritiere per essere accettate, condannandolo all’esclusione da una Comunità Psicoanalitica concentrata sulla difesa immodificabile e super-egoica del proprio tesoro nel tempo. 

La verità traumatica messa a tacere di un’esclusione ingiusta culminata con la morte prematura di un genio libero, tuttavia, premerà per ritornare alla luce, condannando l’ortodossia dell’Istituzione Psicoanalitica allo scontro con teorie e movimenti che segneranno scissioni importanti al suo interno (in particolare quello delle Relazioni Oggettuali) e porteranno in grembo, per via transgenerazionale, la profonda essenza delle idee di un maestro mai dimenticato. Non è un caso, infatti, che le teorie ferencziane disconosciute ritornino negli scritti di pensatori come: Balint, Fairbairn, Winnicott, Kohut e molti altri, all’insegna di una psicoanalisi orientata in senso relazionale che sta trovando sempre maggiori conferme oggi.

Sugli sviluppi odierni delle concezioni relative al trauma, estese da parte di Ferenczi, e sulla possibile connessione con le tematiche transgenerazionali si tornerà in seguito. 

Riprendendo il pensiero freudiano, è possibile scorgere come gli scritti sopra citati prendano forma nel periodo in cui Freud si trova ad affrontare la spinosa questione del divenire dell’Istituzione Psicoanalitica.

In Introduzione al narcisismo, in particolare, lo psicoanalista evidenzia come la tematica della trasmissione si articoli a tre livelli differenti tra loro: intrapsichico, intersoggettivo e transpsichico. Nel trattare del narcisismo genitoriale nei confronti dei figli, la dimensione transpsichica si evidenzia in quella condizione di assenza di spazi intersoggettivi di negoziazione identitaria garantiti alle generazioni filiali, considerate come semplici estensioni narcisistiche dei genitori. All’interno della Scuola Francese, la Faimberg riprende questi punti nel suo telescopage delle generazioni parlando di funzioni di intrusione e di appropriazione genitoriali nei confronti dei figli su base di identificazioni proiettive narcisistiche. Proiettando narcisisticamente sui figli aspetti indesiderati di sé, così come deprivandoli di aspetti positivi per via di estromissioni progressive di oggetti interni, i genitori sarebbero in grado di attivare processi di trasmissione transgenerazionale nei confronti della prole.

In Totem e tabù, invece, emerge la tematica della trasmissione psichica per via culturale ed epigenetica, oltre che l’intuizione dell’esistenza di un patrimonio di conoscenze esistente al di là degli individui ed in grado di plasmarne la struttura psichica. Nello scritto, poi, l’autore sottolinea l’importanza della funzione di simbolizzazione come strumento imprescindibile ai fini di un’acquisizione di eredità che non imprigionino la libertà. È qui che si fa strada l’idea di una formazione dell’inconscio nella trasmissione di tracce come matrici di affetti privi di contenuto in grado di transitare attraverso le generazioni, per manifestarsi sottoforma di vissuti inconoscibili.

Nello Jung di Ricordi, sogni, riflessioni (1961), invece, riecheggia lo spirito della continuità della vita psichica in una forma che è l’espressione di una mente estesa oltre lo spazio e il tempo dell’esistenza: quella dell’inconscio collettivo11. Si scorge, in parte, la connessione con la visione di mente proposta dal Freud di Totem e tabù, anche se l’inconscio collettivo di Jung è un concetto più olistico e trascendentale, come del resto il suo pensiero nell’insieme. In linea con tali aspetti, il transgenerazionale, oltre a mostrare le eccezionali potenzialità della psiche, è un concetto che potenzialmente si fonda sull’idea di una mente estesa supportata dalla corrente filosofica dell’esternalismo, appoggiata da un enattivismo12 che annovera, tra i suoi sostenitori, personalità quali Maturana e Varela, Gibson, il compianto Bateson e molti altri.

Probabilmente, però, l’interesse maggiore per le dinamiche della trasmissione psichica transgenerazionale, ad oggi, si deve alla Scuola psicosociologica Francese con i lavori di Anzieu e Kaës, ma anche ad autori quali: Abraham e Torok, Laplanche e la già citata Faimberg.

La potenzialità esplicativa della prospettiva psicosociologica risiede nel fatto che si fondi sull’integrazione di contributi provenienti da discipline differenti come la psicoanalisi, la sociologia e l’antropologia. Per questi motivi, pare essere la disciplina più indicata per un’eventuale analisi di estensione di dinamiche di natura inconscia e transgenerazionale anche all’interno di contesti differenti da quelli familiari come le istituzioni. 

I lavori di Kaës, in particolare, danno ampio risalto alle tematiche della trasmissione della vita psichica tra le generazioni in contesti istituzionali/organizzativi, pur senza considerare nello specifico una vera e propria trasmissione transgenerazionale. La corrispondenza con l’autore ci permette di sottolineare quanto egli appoggi pienamente le nostre ipotesi di mente estesa e di un transgenerazionale su base intersoggettiva, e dall’epigenesi traumatica, oltre che presente all’interno di contesti gruppo istituzionali.

I lavori della Schützenberger si collocano nell’intermezzo tra la visione psicoanalitica e quella sistemico-familiare, dal momento che propongono elementi ricorrenti all’interno dei differenti orientamenti, pur non sbilanciandosi troppo sul piano esplicativo ed eziologico, ma concentrandosi prevalentemente su evidenze derivanti da una pratica clinica capace di mettere in luce le straordinarie potenzialità della psiche.

Per ciò che concerne le posizioni sistemico-familiari, l’interesse per le dinamiche della trasmissione transpsichica attraverso le generazioni familiari sembra essere una costante da parte di autori che condividono con la psicoanalisi l’importanza della componente inconscia nello sviluppo di legami familiari.

Boszormenyi Nagy13, parlando di lealtà familiari invisibili, riconosce nell’esistenza di profondi legami tra membri di differenti generazioni familiari il vettore di trasporto di contenuti transgenerazionali, affinchè “non simbolizzati” proiettati nel futuro possano trovare le condizioni di negoziazioni piene di significato.

Nel registro dei debiti e dei crediti generazionali, infatti, la percezione di vincoli occulti e vuoti da colmare, di debiti da estinguere o riscatti che devono essere pagati da membri specifici, può diventare un ostacolo al pieno sviluppo che, a detta di Nagy, dovrebbe consistere in una ricerca di equilibrio tra l’individuazione e l’appartenenza.

Per l’autore, non esiste famiglia che non si fondi su principi di solidarietà e di lealtà intrinseca originaria. La ripetizione nel tempo di atteggiamenti e ruoli avviene poiché funzionale al mantenimento dei bisogni della rete di impegni familiari. In sistemi di questo tipo, la risoluzione dei conti può essere bloccata o posticipata, favorendo la trasmissione inconscia.

Murray Bowen, poi, è uno dei primi a concettualizzare l’importanza dell’indagine sul passato familiare sostenendo come, nell’arco di due secoli, ogni individuo sia il discendente di 64-128 famiglie ognuna con proprie storie, miti e mistificazioni trasmesse. 

Una delle motivazioni alla base della sofferenza umana, secondo l’autore, è rappresentata dalla percezione della propria identità come intrappolata ed incapace a liberarsi dalla massa indifferenziata dell’Io familiare. Tanto più basso sarà il grado di differenziazione dal sistema da parte dei singoli, tanto maggiore sarà la possibilità di soccombere alle dinamiche transgenerazionali, assumendo la condizione di anelli della catena del sistema di appartenenza. Prendere consapevolezza del passato della propria famiglia o istituzione e perseguire la differenziazione, per Bowen, è l’unico modo di riprendere contatto con gli atteggiamenti tramandati di generazione in generazione senza rimanerne assorbiti.

Si deve all’autore, poi, l’evoluzione di uno strumento già maturato dalla mente geniale di Moreno: il genosociogramma14.

Altro concetto in grado di connettersi in maniera significativa con l’eziologia traumatica del transgenerazionale è quello che Bateson ha definito come la condizione di doppio legame15 nei grovigli di trame familiari portatrici di assenze di significato.

Giunti a questo punto pare doveroso affermare come una concezione di mente strutturata e organizzata fin dalla nascita su base intersoggettiva a livelli differenti di consapevolezza per esigenze evolutivo/difensive, e fondata sull’integrazione di dimensioni interdipendenti tra loro quali quella genetica, relazionale, storica e culturale, possa supportare appieno la fenomenologia transgenerazionale nel suo insieme. 

Il fatto che processi di trasmissione transgenerazionale vengano evidenziati principalmente all’interno di setting familiari potrebbe condurre ad ipotizzare la dimensione genetica come determinante nell’eziologia del passaggio attraverso le generazioni. In realtà, la concezione di mente qui presentata, sembra far propendere la questione transgenerazionale sul versante della dimensione relazionale a livello fenomenologico e processuale. Questa ipotesi sarebbe sostenuta dalla possibilità che fenomeni di natura transgenerazionale prendano forma in contesti gruppali differenti da quelli familiari, o che, comunque, non contemplino legami di parentela tra i membri al proprio interno.

Del resto, riprendendo Foulkes, i sistemi intersoggettivi umani emergono da quel: “…terreno condiviso che alla fine determina il significato e la significazione di tutti gli eventi, e su cui poggiano tutte le comunicazioni verbali e non verbali”16 che è la matrice. All’interno della matrice gruppale si giocano processi di identificazione, proiezione e identificazione proiettiva in un’unità dinamica al di là dell’inconscio individuale, nel campo del transpersonale.

Sulla base delle logiche della complessità e della causalità circolare, le dimensioni considerate (genetica, relazionale, storica e culturale) non sono sicuramente esaustive nei confronti di quella straordinaria creazione che è l’uomo, né del diamante psichico racchiuso al suo interno, ancora pieno di zone d’ombra. Sono, tuttavia, intimamente connesse alle questioni relative alla trasmissione psichica e, per questo necessariamente utili ai fini di una comprensione della fenomenologia transgenerazionale. In un’ottica complessa pare inopportuno, anche nell’analisi della fenomenologia transgenerazionale, considerarle in modo deterministico e lineare, dal momento che manifestano la propria esistenza solamente in un’interdipendenza reciproca piena di significato e la loro categorizzazione forzata è semplicemente utile ai fini di una semplificazione di lettura, ma non ha ragione di esistere in una realtà fondata sull’integrazione. Nonostante ciò, la relazione sembra davvero costituire il perno della trasmissione transpsichica, o, quantomeno, pare assumere un ruolo preponderante nella continuità della vita psichica oltre l’esistenza dei singoli.

E’ doveroso affermare come due elementi risultino imprescindibili ai fini di un’epigenesi transgenerazionale e di una trasmissione transpsichica.

Il primo di essi è il legame affettivo, sul piano intersoggettivo, presente tra gli inconsapevoli attori sulla scena del teatro della trasmissione psichica (indipendentemente dall’esistenza di legami di natura familiare o meno tra i membri).

Il secondo punto essenziale consiste nel fatto che la dimensione intersoggettiva o gruppale poggi su una memoria condivisa capace di alimentare il patrimonio storico-affettivo ed esperenziale del legame.

A tal proposito, sono illuminanti le teorie di Moreno17 sul concetto di tele e sulla dimensione comunicativa co-inconscia dei sistemi interpersonali umani.

La dimensione telica18, intesa come la naturale tendenza umana a porsi in relazione emozionale con gli altri esseri, è il collante alla base di gruppi esistenti in un tempo esteso; capaci, cioè, di contare su di un patrimonio esperenziale che è il frutto di una memoria condivisa mai completamente accessibile nella sua totalità in modo consapevole, di sviluppare legami contrassegnati da un’empatia sempre reciproca tra i propri membri, e di proiettarsi in un mondo di possibili scenari comuni. In tal senso, l’integrazione temporale condensata nel presente vivo del gruppo fa sì che quest’ultimo assuma i connotati di sorgente generatrice di significati e teatro di drammatizzazioni all’insegna di una creatività spontanea mai casuale, poiché la mente del gruppo, come quella del singolo, vive continuamente di ragioni che la coscienza non conosce in quanto difficilmente accessibili, ma non per questo assennate.

Il co-conscio e il co-inconscio gruppale originano da un accomunamento reso possibile da una condivisione comunicativa che presupponga un’importante componente affettiva. La comunicazione affettiva all’interno dei gruppi umani si sostanzia di segni verbali e non verbali in grado di determinare, come sostiene Fornari19, un accomunamento proiettivo e introiettivo, a seconda che segni trasmessi da singoli possano sedimentarsi nella mente del gruppo, oppure che segni collettivi diventino parte integrante del singolo. 

La nostra ipotesi è quella di un accomunamento identificatorio proiettivo garantito dal sottofondo telico di gruppo che è l’interdipendenza affettiva reciproca alla base di un’unità gruppale che travalica la semplice somma dei singoli. Il gruppo diviene unità dinamica dotata di una propria mente organizzata a differenti livelli di consapevolezza co-conscia e co-inconscia. La trasmissione di contenuti immaginifici, anche dal contenuto pre-logico mediato dal corpo, così come di vissuti al suo interno, è fluida, istantanea e più o meno accessibile a seconda del grado di destabilizzazione che l’evidenza conscia del contenuto potrebbe avere per il gruppo. Il trauma diviene l’ostacolo principale in grado di minare l’integrità psichica della mente gruppale e la minaccia da affrontare con l’unica arma disponibile in assenza di un dispositivo gruppale di negoziazione di significati: la trasmissione transgenerazionale.     

La componente traumatica alla base della trasmissione transpsichica intersoggettiva che desideriamo prendere in considerazione, fa riferimento ad un’accezione estesa del trauma stesso. Esso non è solamente, come sottolinea Borgogno20, sulla scia di Ferenczi, quella forma di deprivazione o intrusione nei confronti di una mente ed un corpo incapaci di difendersi, o non in possesso di strumenti in grado di favorire un’interazione paritaria. Non è solo completa assenza di significato che travalica la possibilità di simbolizzazione, vedendosi costretta ad un’accettazione forzata di non sensi, nella solitudine e nel silenzio di negoziazioni impossibili. Ancora, non è esclusivamente un paradosso capace di disintegrare anche le ultime barricate di un’identità calpestata nella sua libertà d’essere. Il trauma è anche, come ricorda Albasi21, assenza di incontri che sarebbero stati necessari ad una mente in crescita, ma che hanno lasciato un vuoto incolmabile, un buco nero nell’anima derivato da un disconoscimento sistematico di specifici domini di conoscenza connessi a tematiche narrative universali come la sessualità o la libertà, che il caregiver ha negato al bambino, condannando tali verità all’assenza di inscrizione.

In sostanza, è la modalità con la quale l’unicità irripetibile di ogni individuo ha vissuto un evento a determinarne la natura traumatica e non lo specifico evento in sé; cui si aggiunge l’impossibilità di attribuzione di significato nei processi ricostruttivi della memoria, connessi, spesso, all’assenza di relazioni interpersonali in grado garantire negoziazioni e contenimento. La natura paradossale intrinseca al trauma potenzierebbe ulteriormente il suo potere disintegrativo a livello psichico, con conseguenti attivazioni di processi dissociativi. Il transgenerazionale sarebbe uno degli esiti di questi processi, o, meglio, la risposta difensiva della mente al trauma.

Il congelamento dissociativo con produzione paradossa di endorfine22/23 sarebbe in grado di impedire qualsiasi tipo di reazione “attacco e fuga” in relazione agli stimoli stressanti successivi al trauma, il quale sarebbe disintegrato nella sua forma di evento portatore di affetti negativi. In sostanza, la percezione dell’evento verrebbe scomposta nelle sue componenti affettive, cognitive e somatiche che, mantenute in compartimenti stagni isolati tra loro, condurrebbero ad una produzione di affetti destabilizzanti privi di contenuto e potenzialmente trasmissibili per via transgenerazionale. Il trauma sarebbe in grado di danneggiare i processi integrativi multidimensionali su cui si fonda un “normale” funzionamento psichico, con conseguenti scissioni tra il pensiero e l’azione, così come tra la mente e il corpo, da cui deriverebbero enactment privi di significato.

Proprio a livello corporeo ed extraverbale, secondo le nostre ipotesi, si giocherebbe la trasmissione di verità celate nel segreto innominabile all’interno delle storie umane, ma su questi aspetti torneremo in seguito.

Altro elemento essenziale consiste nell’interdizione di accesso difensiva alla consapevolezza dell’evento traumatico da parte delle generazioni che l’hanno vissuto direttamente. Tutto ciò, però, partendo da negazioni alla prima generazione, procederebbe nel corso delle successive per processi denegativi e forclusivi sempre più primitivi, perdendosi, col trascorrere del tempo, l’integrazione delle componenti affettive, cognitive e somatiche dell’evento, in seguito ai sopra citati processi dissociativi. Ciò che giungerebbe nel silenzio del “non detto” alla seconda generazione, per non dire alla terza, sarebbe soltanto l’affetto devastante privo di significato, ma manifestato seguendo formazioni di compromesso collegate in un certo senso all’evento stesso (ad esempio sul piano delle date o per ciò che riguarda le dinamiche del trauma ancestrale), per via di una resilienza mnemonica celata alla consapevolezza per l’effetto scompensante che potrebbe suscitare.

Studi24 sul dosaggio di cortisolo sui recettori corticosteroidi e sulla secrezione del CRF (cortico-reliesing-factor), hanno dimostrato come il tasso dell’ormone dello stress nel sangue dei discendenti di individui che hanno subito un trauma sia di quattro volte maggiore rispetto a chi l’ha vissuto direttamente. Ciò dimostra come dimenticare forzatamente o vietare il ricordo, non sia che un vano tentativo di sfuggire a un passato che, prima o poi, dovrà essere affrontato e che, comunque vadano le cose, manifesterà i propri effetti disastrosi nell’integrazione corpo-mente.

L’analisi di tutti questi aspetti conduce ad un’ipotesi che, a nostro parere, potrebbe fornire spunti interessanti in relazione alle modalità di trasmissione transgenerazionale e a buona parte di una psicopatologia dall’epigenesi traumatica25.

Ciò che proponiamo come vettore della trasmissione di contenuti non simbolizzati attraverso le generazioni sarebbe il corpo, nelle forme della comunicazione extraverbale per via di identificazioni proiettive.

Il corpo è il primo strumento di comunicazione con il mondo dalla nascita, ma continua a sviluppare i propri effetti sulla comunicazione anche in seguito all’avvento della parola, intorno all’anno di età, facendosi Caronte di tutto ciò che non può essere nominato, di tutto quello che non può essere simbolizzato per via neocorticale, ma che deve transitare comunque per la ricerca del significato. La scissione mente-corpo prodotta dal trauma e celata alla consapevolezza per via della devastazione che potrebbe provocare se non adeguatamente contenuta, dunque, permetterebbe la trasmissione transgenerazionale di segreti incriptati per via extraverbale, oltre che la scarica difensiva di contenuti destabilizzanti.

Letto in questi termini, il transgenerazionale mostrerebbe anche la propria valenza difensiva transpersonale (ancora poco studiata, ma ripresa anche da Meltzer26 nei propri scritti) premiata dal punto di vista evolutivo. Proiettare nel futuro verità traumatiche in modo inconsapevole, infatti, non sarebbe soltanto una buona strategia per non entrarvi in contatto, nonostante la sofferenza ed il dispendio energetico che ciò comporta, ma anche un buon modo per far sì che i “non detti” possano trovare, nel corso delle generazioni, spazi di ascolto e condivisione feconda, in grado di sciogliere i nodi di un passato enigmaticamente vicino e terribilmente sconosciuto.

Tornando all’ipotesi di una trasmissione transgenerazionale mediata dal corpo, va ricordata la riconosciuta importanza dei neuroni specchio27 nei processi comunicativi interpersonali. in linea con le affermazioni di Gallese28, l’incontro con l’alterità si manifesta in modo incarnato (in un inscindibile legame mente/corpo) ed immediato, per via di quella che è stata definita come la simulazione incarnata. Nell’embodied simulation mediata dall’azione dei neuroni specchio e attivata quotidianamente nelle relazioni interpersonali, si viene a sviluppare una consonanza intenzionale capace di produrre un collassamento delle intenzioni tra gli agenti comunicativi. In tal modo, i due interlocutori sono in grado di vivere nella propria mente e nel corpo, in modo automatico ed implicito, il vissuto altrui, riproducendo la configurazione situazionale interpersonale e lo stato mentale dell’altro, ed entrando in empatia. 

Dati questi presupposti, è possibile affermare come mente e corpo siano implicati in modo interdipendente in ogni relazione e tutto ciò che proviene dall’altro in termini di comportamenti, pensieri, emozioni a livelli consapevoli o inconsapevoli, tanto più nello spazio di relazioni significative, non transiti semplicemente senza lasciare segni del proprio passaggio.

Il concetto di identificazione proiettiva rientra fortemente in tutto ciò. Riassumendone i punti fondamentali in un’ottica psicoanalitica relazionale, Ogden29 ne propone una suddivisione in tre fasi.

Nella prima, denominata proiezione e di natura ancora esclusivamente intrapsichica, il soggetto si libera di aspetti indesiderati di sé spostandoli sull’altro che, da quel momento, sarà vissuto come il depositario dei contenuti rifiutati.

La fase successiva della pressione interpersonale è quella in cui la proiezione induce chi l’ha subita a comportarsi di conseguenza. Tutto ciò segue i sentieri secondari della comunicazione extraverbale, in grado di inviare messaggi inconsapevoli sottosoglia percepiti dal depositario della proiezione e capaci di produrre in lui un’attivazione specifica per via simmetrica o complementare ed un’effettiva acquisizione su di sé dei contenuti inconsciamente proiettati dall’altro. In questo modo, nel caso in cui l’inaccettabile vissuto proiettato fosse di rabbia, ad esempio, i messaggi tacitamente veicolati potrebbero trasmettere direttamente la rabbia per via concordante, la quale sarebbe successivamente percepita e assunta su di sé dall’altro soggetto; oppure potrebbe determinarsi un passaggio di messaggi anche non direttamente connessi alla rabbia, ma capaci di attivarla per via complementare nell’interlocutore, sempre per via inconsapevole.

L’ultima fase, definita della reinternalizzazione, più che un processo intrinseco all’identificazione proiettiva in senso lato, si riferisce ad un buon livello di competenze metacognitive che dovrebbero permettere al destinatario dei contenuti di trasmessi di riconoscerli come non appartenenti a sé e differenziarsene. Per questi motivi, più che nelle interazioni quotidiane, dovrebbe essere una prerogativa di particolari tipologie di configurazioni interpersonali come quelle paziente-terapeuta.

Ciò che invece pare interessante, ai fini di una possibile soluzione proposta alle modalità di trasmissione transgenerazionale, è la fase della pressione interpersonale, poiché in essa, sulla base delle dinamiche tracciate, si verrebbero a creare le condizioni di un possibile passaggio di contenuti inconsci non simbolizzati.

Seguendo la teoria dell’embodied simulation, ancor più nello spazio transazionale di relazioni significative, la percezione implicita automatica garantita dai processi di comunicazione extraverbale mediati dal corpo favorirebbe un contatto immediato ed incarnato (perché vissuto sulla propria pelle) con l’alterità, supportando potenzialmente, dunque, anche un possibile passaggio di affetti privi di contenuto ed una loro interiorizzazione.

Il transito di tali oggetti bruti (perché non pensati), potrebbe anche non divenire mai cosciente per intere generazioni, andando a costituire quella forma di inconscio originario su cui Freud si è concentrato in maniera esigua, ma a cui da ampio risalto l’analista Hugo Bleichmar30, nella sua proposta di revisione metapsicologica su base relazionale.

La possibilità di veicolare contenuti transgenerazionali mediante la comunicazione inconscia per via di identificazioni proiettive mediate dall’azione dei neuroni specchio potrebbe rappresentare, a nostro avviso, un filone di ricerca stimolante per il futuro, a sostegno dell’ipotesi per cui le dinamiche della trasmissione di “non detti”, in quanto espressione tipica del genere umano (unico vivente alla ricerca del senso delle cose e della vita), possano manifestarsi anche in contesti differenti da quelli familiari o, comunque, caratterizzati da legami di sangue tra gli individui.

Il contesto istituzionale/organizzativo, fondandosi sulla multidimensionalità e sull’interdipendenza di variabili relazionali, storiche e culturali che rientrano anche nella matrioska umana, può essere un setting capace di supportare processi di trasmissione transgenerazionale. Se ne fosse dimostrata la presenza all’interno dei gruppi umani che fanno parte di questi sistemi, riceverebbero conferme importanti le ipotesi di una fenomenologia transgenerazionale come non direttamente dipendente da variabili genetiche (dal momento che non vi sono legami di natura genetica tra i membri di istituzioni, a differenza delle famiglie), ma fondata sulla dimensione interpersonale e tipica del funzionamento psichico difensivo dell’uomo in contesti diversificati.

La nostra analisi di casi clinici [Kaes (2000, 2005,2008), Pinel (1998), Correale (1998)] di intervento rivolto a gruppi istituzionali in stato di sofferenza e stagnazione mortifera ha effettivamente mostrato la presenza di manifestazioni di natura transgenerazionale connesse a vuoti di memoria gruppale e interdizioni di conoscenza a specifici domini, come il risultato di storie traumatiche mistificate e trasmesse nelle forme del mito istituzionale, in assenza di spazi di attribuzione di significato all’eredità perduta.

In conclusione, la necessità di rinegoziare la storia che ci ha preceduto sulla base dell’unicità che contraddistingue la soggettività di ognuno non sembra cosà scontata, tanto più di fronte a sofferenze senza nome che apparentemente la mente sembrerebbe preferire rispetto alla devastante verità consapevole di ciò che è stato ma che comunque, nel bene o nel male, è parte di noi. 

Tuttavia, è necessario, da parte di ogni nuova generazione che venga alla vita nel rinnovarsi dell’esistenza, che anche eredità difficili trovino spazi di ascolto. Che siano visibili, o meglio, condivisibili, affinchè le alte maree della vita non ne cancellino le impronte ed il vento non ne disperda le tracce, ma continuino a vivere nell’incontro di menti cui ha dato forma la vita. All’insegna della libertà. Oltre lo spazio ed il tempo di questa nostra esistenza.

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Notes

  Freud, S. (1985), Opere. Vol. 7, Totem e tabù (1912-1913). Bollati Boringhieri, Torino.

  Il contesto familiare, ad oggi, risulta essere il setting principale di studio e analisi dei fenomeni di natura transgenerazionale e di trasmissione psichica. Una delle ipotesi proposte in questo scritto è proprio la possibilità che la trasmissione transgenerazionale, in quanto espressione difensiva del funzionamento psichico, si possa anche manifestare in sistemi umani che non presuppongano necessariamente legami di natura genetica o familiare tra i loro membri.

  Terminologia tratta dall’opera di Lacan. Kaës, R., Faimberg, H., Enriquez, M., Baranes, J. (2005), Trasmissione della vita psichica tra generazioni (seconda edizione). Edizioni Borla, Roma.

  Schutzenberger, A. A. (2008), La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico. Di Renzo Editore, Roma.

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  Kaës, R., Faimberg, H., Enriquez, M., Baranes, J. (2005), Trasmissione della vita psichica tra generazioni (seconda edizione). Edizioni Borla, Roma.

  Per sindrome da anniversario si intendono quell’insieme di disturbi di natura organica o psichica, di stati di malessere generalizzato o di avvenimenti specifici tendenti a manifestarsi in modo inconsapevole in concomitanza con date di particolare importanza per ogni specifico sistema familiare.

Nella sindrome da doppio anniversario, invece, sofferenze senza nome ed eventi specifici ricorrono attraverso le generazioni nel momento stesso in cui un discendente venga a trovarsi nelle stesse condizioni(età, configurazione familiare, ecc…) in cui versava la generazione precedente al momento di un particolare trauma misconosciuto nel tempo.

  Schutzenberger, A. A. (2008), La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico. Di Renzo Editore, Roma. p. 178.

Ibid, p. 73.

  Hilgard, J. R. (1989), The Anniversary Syndrome as related to late-appearing mental illnesses in hospitalized patients. In Silver, ALS, Ed. Psychoanalysis and Psychosis, Madison, CT, Internat’1. University Press.

Una nota a riguardo del concetto di inconscio collettivo di Jung si rende necessaria ai fini di una migliore definizione della fenomenologia transgenerazionale. Per inconscio collettivo, infatti, si fa riferimento a quel contenitore psichico universale di strutture simboliche e archetipiche predeterminate ai singoli individui sul piano ontogenetico, poiché frutto di un patrimonio condiviso evolutosi per via filogenetica. L’esistenza di un inconscio collettivo si sviluppa di pari passo a tutte quelle ipotesi a sostegno di una mente estesa sul piano spazio-temporale, al di là dell’hic et nunc individuale. Sulla base di tali assunti, il concetto troverebbe il proprio legame con la questione transgenerazionale letta nei termini di un patrimonio mnemonico condiviso di gruppo e vivo al di là di quest’ultimo. L’elemento in contrasto con l’assunto elaborato da Jung, in tal caso, risiede nel fatto che la formazione di contenuti potenzialmente trasmissibili per via transgenerazionale si colloca in un uno specifico istante/situazione rintracciabile nella vita del gruppo che darà inizio alla trasmissione. Gli archetipi dell’inconscio collettivo, invece, in quanto parte di esso, vanno al di là delle dimensioni di spazio e tempo.

  L’enattivismo è quella corrente di pensiero fondata su un’ottica integrata di tipo bio-psico-sociale che considera l’uomo e l’ambiente con il quale interagisce come unità inscindibile, appoggiando l’idea di una mente incarnata e di una cognizione estesa. Pare che la fisica quantistica stia giustificando molte teorie di quest’approccio, anche se i passi da compiere nello studio di una mente estesa sono ancora molti.

  Boszormenyi Nagy, I., Spark, G. (1988), Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Astrolabio Ubaldini, Roma.

  Per genosociogramma si intende un genogramma (albero genealogico) completo di rappresentazione sociometrica in grado di evidenziare la tipologia di legame presente tra gli individui. Tale strumento è molto utilizzato nella pratica clinica psicogenealogica al fine di evidenziare l’eventuale presenza di contenuti e processi di natura transgenerazionale in ambito familiare.

Il concetto di doppio legame fa riferimento a quei messaggi di natura paradossale (contenenti, cioè, informazioni di natura opposta tra loro, ma coesistenti allo stesso tempo, anche inviate per mezzo di registri differenti come quello verbale ed extraverbale) indirizzati a specifici membri selezionati come capri espiatori (catalizzatori della violenza e della colpa familiare) e da accettare acriticamente, ma fortemente disturbanti sul piano dell’integrità psichica di chi è costretto a subirli. La componente traumatica intrinseca a tali messaggi tenderebbe ad essere interiorizzata da tali soggetti come modello operativo interno dissociato di funzionamento e, dunque, sarebbe portata a manifestarsi in situazioni specifiche nelle relazioni (anche non familiari), supportando processi di trasmissione transgenerazionale.

Foulkes, S. H. (1964), Psicoterapia e analisi di gruppo. Bollati Boringhieri, Torino.

  Moreno, J. L. (1954), Who shall survive. Beacon, New York.

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  Kalivas, P. W., Richardson-Carlson, R., Van Orden, G. (1986), Cross sensitization between foot shock stress and enkephalin-induced motor activity. Biological Psychiatry; 21: 939-50.

Abercrombie, E., Keefe, K., Di Frischia, D., Zigmond, M. (1989), Differential effects of stress on in vivo dopamine release in striatum, nucleus accumbens and medial frontal cortex. Journal of Neurochemistry; 52: 1655-8.

Cit. da: Cyrulnik, B. (1999), Un merveilleux malheur. Odile Jacob, Paris.

Seguendo l’accezione estesa attribuita al trauma in questo scritto, infatti, la sofferenza psicopatologica sul piano eziopatogenetico e sintomatico prevedrebbe componenti traumatiche a livelli differenti di intensità e tendenti a trasmettersi nelle forme di modelli operativi interni dissociati all’interno dei sistemi interpersonali degli individui in modo automatico, anche in contesti extrafamiliari.

  Meltzer, D. (1979), Un approccio psicoanalitico alla psicosi. Quaderni di psicoterapia infantile. Borla, Roma.

  Scoperti nel 1996 da un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Parma (tra i quali Gallese e Rizzolatti), i neuroni specchio sono in grado di attivarsi sia nel compiere direttamente un’azione, che nell’osservarne l’esecuzione altrui, rientrando a pieno titolo nei processi di risonanza empatica.

  Gallese, V., Migone, P., Eagle, M. N. (2006), La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e Scienze Umane, 2006, XL, 3: 543-580. p. 558.

Ogden, T. (1991), Projective identification and psychotherapeutic technique. Jason Aronson Inc.

  Borgogno, F. (2001), La partecipazione affettiva dell’analista. Il contributo di Sandor Ferenczi al pensiero psicoanalitico contemporaneo. Franco Angeli, Milano. Stati molteplici dell’inconscio (il non costituito, il rimosso, la Untergang freudiana) e loro conseguenze per il trattamento analitico. Di Hugo Bleichmar. Pp. 40-56.

L’inconscio originario, fondandosi sulla rimozione originaria, fa riferimento a tutti quei contenuti che non sono mai divenuti consapevoli, ma che sono originati dalla creatività primigenia dell’inconscio, o transitati a livello interpersonale secondo le dinamiche tracciate nello scritto. Si distingue da quell’inconscio, su cui si concentra principalmente la teoria freudiana, fondato su di una rimozione secondaria di contenuti che erano coscienti, ma che per il proprio valore inaccettabile all’Io sono stati rimossi alla consapevolezza. Bleichmar parla anche di un’area definita del non inscritto e coincidente con tutto ciò che non ha trovato simbolizzazione nello spazio intersoggettivo condiviso. Quest’ultima istanza, sarebbe anche la conseguenza di quella forma traumatica di disconoscimento selettivo di specifici domini di conoscenza da parte del caregiver di cui si è parlato precedentemente. Inconscio originario e non inscritto (in particolare quest’ultimo) potrebbero essere le istanze psichiche dei contenuti transgenerazionali.

autcome

Attualmente viene sempre più richiesto allo psicoterapeuta di dar prova della efficacia della cura intrapresa. Si reclamano da lui tecniche di intervento economiche e soddisfacenti. La psicoanalisi, le psìcoterapie di ispirazione psicoanalitica e tutti i trattamenti apparentati suscitano una certa diffidenza. Si rimprovera loro di favorire la dipendenza dei pazienti a fronte di una diffusa incertezza che questi processi siano, in fin dei conti, realmente terapeutici. Probabilmente è proprio questa pressione sociale e ancor più proveniente dal mondo scientifico che ha condotto allo sviluppo di sempre nuovi strumenti di ricerca in ambio psichiatrico e psicoterapico. Come alcuni autori hanno fatto notare (1, 2), il campo della ricerca in psicoterapia assomiglia ad una azienda agricola, o a una “piccola industria che ricorre al lavoro a domicilio” (cottage industry), se paragonato alla ricerca medico-farmacologica o ad altri campi di ricerca delle scienze “dure” che sono dotati di ricchi finanziamenti. La ricerca in psicoterapia infatti, pur essendo più costosa, nella maggior parte dei casi è costretta a basarsi sugli incerti finanziamenti pubblici e sull’impegno di gruppi di lavoro particolarmente motivati. Eppure, anche dietro la spinta, soprattutto nordamericana, di verificare il rapporto costi/benefici da parte delle case assicuratrici e delle agenzie governative, negli ultimi anni sono proliferati molti gruppi di ricerca in tutto il mondo. Illuminante in tal senso è l’evoluzione della ricerca sull’outcome in terapia psicoanalitica. Innanzitutto occorre chiarire i termini di outcome research e di process research, due settori nei quali è consuetudine dividere il campo della ricerca in psicoterapia. “Outcome” in inglese significa “risultato”, per cui Voutcome research è la ricerca sul risultato della terapia, misurabile dopo che la terapia è terminata, ad esempio in termini di differenze tra la stato pre- e post-terapia misurate con determinate scale o strumenti di valutazione standardizzati. La process research invece è la ricerca sui vari aspetti del “processo” della terapia, misurabili mentre la terapia è in corso e anche indipendentemente dal risultato; esempi di process research sono lo studio del rapporto tra misurazioni della alleanza terapeutica (tramite precise scale di valutazione) in varie fasi della terapia rapportate ad altre variabili del processo stesso quali sesso o età di entrambi paziente e terapeuta, percentuale del tempo della seduta occupato dalle parole dell’uno o dell’altro, numero delle sedute, frequenza settimanale, e così via. E’ da notare però che alcuni autori rifiutano questa dicotomia tra ricerca sul risultato e ricerca sul processo, sostenendo che si tratta di due facce della stessa medaglia, nel senso che gli studi sul processo possono rappresentare misurazioni ad interim del risultato, e che comunque si tratta pur sempre di studiare gli “effetti” di determinati comportamenti o processi. Si può anche sostenere che la ricerca sul processo ha ben poco valore se non viene mai correlata col risultato del processo stesso, per cui può essere giustificato considerare questi due settori di ricerca come non separati, tenendo anche conto che molte ricerche sul processo correlano singoli aspetti del processo con determinate variabili del risultato. In determinati periodi storici è stato comunque prevalente un tipo di ricerca sull’altro: ad esempio le classiche ricerche sul risultato hanno caratterizzato una prima fase della ricerca sulla psicoterapia, mentre la fase attuale è caratterizzata da un relativo abbandono della ricerca sul risultato in favore della ricerca sul processo, se non addirittura sui microprocessi terapeutici, considerata più utile al fine di comprendere cosa veramente accade in terapia. In altre parole, mentre una volta la domanda era semplicemente “la psicoterapia funziona?”, in seguito è diventata “come e per chi essa funziona?”, cioè si è passati da domande sul risultato a domande sul processo. Sarà bene tenere a mente che, a tutt’oggi, le questioni principali della ricerca tanto in psicoanalisi quanto nelle psicoterapie psicanalitiche supportive e espressive non sono rappresentate esclusivamente dalla questione dell’outcome (ossia quali cambiamenti hanno luogo nel corso e come conseguenza di una terapia) ma anche dalla questione dei processi ( in altre parole in quale modo tali cambiamenti si realizzano, o in quale modo sono stati prodotti, attraverso l’interazione di quali fattori propri del paziente, del terapeuta e della terapia stessa). Per quanto questi due temi appaiano necessariamente legati ed embricati fra loro, sul piano degli studi sono stati trattati di solito in modo distinto e proprio in questo senso si muove il presente lavoro.

Volendo tracciare una storia della ricerca sull’outcome ed evidenziarne lo sviluppo, appare conveniente distinguere diverse “generazioni” di ricerche, ognuna delle quali è caratterizzata da una sempre maggiore raffinatezza tecnica e metodologica. A partire da inizio secolo, più precisamente dal 1917, le generazioni che Wallerstein (3) individua sono quattro. Il criterio classificatorio seguito dall’autore è sì di tipo temporale ma soprattutto distingue le ricerche in base al livello di raffinatezza e complessità concettuale e metodologica.

La prima generazione, inquadrabile in un arco di tempo che va dal 1917 fino agli anni Sessanta, appare caratterizzata da semplici calcoli statistici sull’outcome, così come esso veniva osservato in diverse categorie di pazienti. Tra tutti gli studi di prima generazione quello più ambizioso è stato il rapporto del Centrai Fact-Gathering Committee dell’American Psychoanalytic Association (1): i dati erano stati raccolti in un periodo di cinque anni, a partire dal 1952; nel complesso erano state inviate circa diecimila risposte a questionari preliminari da parte di circa ottocento analisti e candidati, con circa tremila questionari finali ricevuti a trattamento concluso. Rimane emblematico come studi di prima generazione perché contiene in se quelle che sono le caratteristiche di base comuni a tutti questi tipi di studi e anche le tante mancanze (i criteri per la diagnosi e il miglioramento rimanevano non specificati). Rimane quindi, come risultato, un rapporto che oggi può venir considerato altro se non una “rassegna esperienziale”, che consisteva in dati demografici relativi alla pratica degli analisti, alle opinioni degli analisti circa la diagnosi dei loro pazienti e infine sempre le loro opinioni circa i risultati terapeutici raggiunti. Sono quindi fin troppo evidenti le storture e le imperfezioni metodologiche di questi studi: quasi a tutti i livelli mancano criteri stabiliti su base consensuale ed i giudizi espressi dai singoli terapeuti (giudizi che non sono passati al vaglio di nessun tipo di critica) costituiscono l’unica raccolta dei dati. La difficoltà maggiore di ordine metodologica era invece rappresentata dal fatto che fossero tutti studi retrospettivi (quindi plausibilmente affetti da bias di vario ordine).

Gli studi di seconda generazione, che hanno avuto inizio in America a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, nascono proprio dalla necessità di mettere in evidenza i problemi degli studi precedenti e di introdurre indagine prospettiche e l’abitudine a confermare o falsificare le ipotesi sulla base di valutazioni successive. I progetti maggiori sono sei, tutti quanti americani: tre basati sullo studio di gruppi di pazienti e tre invece sullo studio di casi singoli. Prima di descriverli, meritano di essere citati anche tre progetti europei che si sono sviluppati all’interno di questo approccio alla ricerca di seconda generazione: la chart review dell’Anna Freud Center (2, 3), lo studio della German Psychoanalitic Association (4), ed uno studio multicentrico, al quale hanno partecipato analisti di molti centri europei (5).

I tre studi americani condotti su gruppi di pazienti sono invece quelli del Boston Psychoanalytic Institute (6), del Columbia Psychonalytic Center (7) e del New York Psychoanalytic Institute (8, 9, 10); mentre i tre basati sullo studio di casi singoli sono stati condotti a New York (11, 12, 13), San Francisco (14, 15, 16) e Chicago (17). Tutti questi studi di seconda generazione -sia gli ampi studi statistici basati sul confronto fra gruppi, sia gli studi intensivi su casi singoli –hanno molte caratteristiche in comune: hanno tutti utilizzato strumenti di misura e scale, valutazioni precedenti e successive al trattamento e previsioni circa l’outcome atteso, ma - d’altro canto - non sono stati in grado di isolare i dati sull’outcome, rilevati alla fine del trattamento, rispetto al problema della loro stabilità o instabilità, rilevata in un momento prestabilito di follow-up successivo al termine della terapia. Rimangono aperte, di fatto, tutte le possibilità: che i risultati conseguiti attraverso il trattamento possano essere confermati o incrementati nel futuro, che possano semplicemente mantenersi, oppure che si possa verificare una regressione allo stato precedente il trattamento. In termini più tecnici si può affermare che questi studi non hanno reso possibile l’attribuzione di uno specifico status teorico a ciò che Rangell ha chiamato “fase postanalitica”.

Gli studi che Wallerstein definisce di terza generazione, si sono sviluppati, a ben guardare, nello stesso periodo degli studi di seconda generazione appena descritti, ma se ne discostano notevolmente dal punto di vista concettuale e metodologico. Si tratta infatti di programmi di ricerca sulla terapia psicoanalitica sistematici e formalizzati. Hanno provato a misurare l’ outcome dell’analisi prendendo in esame una vasta gamma di casi e anche a esaminare i processi attraverso i quali l’outcome è stato raggiunto, utilizzando il metodo dello studio longitudinale intensivo di ogni singolo caso. Se vogliamo, i progetti di terza generazione hanno combinato gli approcci metodologici degli studi di seconda generazione sui gruppi con quelli, sempre di seconda generazione, basati sui casi singoli. Sono studi estremamente accurati nel definire i termini utilizzati, nel creare le scale di valutazione e nel tentativo di cercare di operazionalizzare i criteri relativi ad ogni elemento che viene valutato. Il punto centrale che differenzia queste ricerche da quelle di seconda generazione è come, in questo caso, la distinzione tra i risultati ottenuti al termine dello studio e quelli rilevati in un successivo momento di follow-up stabilito precedentemente (dai due ai dieci anni dopo) è indicato in modo preciso. Essi hanno cioè distinto con cura Voutcome misurato al termine del trattamento con il funzionamento rilevato in un successivo follow-up. E, se è possibile, si sono spinti anche oltre, tentando di spiegare gli ulteriori cambiamenti che hanno luogo durante la “fase post-analitica” (18, 19, 20). 

Due sono i gruppi di studi di terza generazione più interessanti. Abbiamo gli studi del Boston Psychoanalytic Institute (21, 22, 23, 24, 25, 26) e quelli, forse ancora più ambiziosi dello Psychotherpy Research Project della Menninger Foundation (27, 28, 29). Entrambi questi studi hanno consentito di arrivare a conclusioni molto interessanti e soprattutto sorprendenti, che possono essere sintetizzate attraverso una serie di proposizioni relative all’appropriatezza, all’efficacia, agli obiettivi e ai limiti della psicoanalisi e delle psicoterapie psicoanalitiche siano esse supportive o espressive:

i cambiamenti conseguiti nelle terapie più supportive sono sembrati spesso già sufficienti a rappresentare la medesima quota di cambiamento strutturale dei cambiamenti conseguiti dai soggetti che avevano effettuato analisi più espressive.

Il cambiamento terapeutico era almeno proporzionale al grado di risoluzione dei conflitti conseguito

L’effettiva risoluzione di conflitti è stata una condizione necessaria almeno per alcuni tipi di cambiamento.

Gli approcci terapeutici supportavi spesso hanno raggiunto obiettivi di gran lunga superiori a quelli attesi.

La psicoanalisi, come modalità terapeutica espressiva, ha spesso raggiunto risultati inferiori a quanto previsto, come se, in accordo con la revisione della teoria intrapsichica freudiana classica, la relazione si dimostri ineludibile e centrale rispetto all’insight.

Arriviamo infine agli studi di quarta generazione. Sviluppatisi a partire dagli anni Ottanta, impiegano nuove misure dell’outcome specificatamente studiate per la valutazione della struttura psicologica e del cambiamento strutturale, coordinandole con misure dei processi più sofisticate e impiegando gli strumenti audiovisivi, che consentono l’osservazione diretta del processo e dell’outcome. L’area di sviluppo più importante è costituita dalla crescita della ricerca sui processi. Un secondo orientamento di quarta generazione consiste in una più cospicua focalizzazione, tanto negli studi clinici quanto in quelli di ricerca, sulla fase post-analitica e quindi nel tentativo di incoraggiare la conduzione di studi sistematici di follow-up sia in setting clinici sia nella pratica privata. Terzo polo di ricerca, come accennato poc’anzi, è stato ed è tutt’ora la ricerca di scale valide ed attendibili relative alla struttura di personalità e al cambiamento strutturale; le principali sono: la SPC (Scale of Psychological Capacites), la KAAP (Karolinska Psychodynamic Profil), l’OPD , la STIPO, la MSI, la APS, il PQS, l’ORI e la SWAP.

È questo l’insieme di strumenti che rappresenta la quarta generazione di ricerca sull’outcome della psicoterapia, ovviamente ancora in corso e, dunque, non ancora consolidata: sono finalizzati ad andare al di là di scale e valutazioni di sintomi e comportamenti manifesti, nel tentativo, invece, di trovare scale e misure della struttura di personalità e del cambiamento strutturale che siano in grado realmente di valutare quali tipi di cambiamenti possono essere prodotti, in quale tipo di pazienti e attraverso quali modalità terapeutiche. Nel complesso, si può dire che in questa quarta fase la ricerca dell’outcome in psicoterapia si è consolidata, con molti gruppi di lavoro in vari paesi, e una nuova generazione di ricercatori che sta avvicendandosi ai pionieri; molti pregiudizi sull’utilità della ricerca in psicoterapia sono stati abbattuti.

La panoramica che questo lavoro vuole offrire è quella di un campo ancora in pieno sviluppo e nel quale probabilmente nuove generazioni di ricerche in grado di integrare e migliorare le precedenti raggiungendo gradi di completezza ancora maggiori.

Bibliografia

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2. Parloff M. (1985) Treatment research and the NIMH re-reorganization. In Hosp Community Psychiatry. 1985 Dec; 36(12):1259

3. Wallerstein R.S. (2009) What kind of research in psychoanalytic science? In Int J Psychoanal. Feb; 90(1):109-33.

4. Hamburg D.A., Bibring G.L, Fischer C. et Al. (1967), Report of ad hoc committee on Centrai Fact-Gathering Data of the American Psychoanalytic Association, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 15.

5. Fonagy P., Target M. (1994), The efficacy of psychoanalysis for children with disruptive disorders, in Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry.

6. Fonagy P., Target M. (1996), Predictors of outcome in child psychoanalysis: a retrospettive study of 763 cases at the Anna Freud Centre, in Joumal of the American Psychoanalytic Association, 44.

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8. Szecsody I., Varvin S., Amadei G. et Al. [1997], The European multi-site collaborative study of psychoanalyses (Sweden, Finland, Norway, Holland, Italy), articolo presentato al Symposium on Outcome Research, International Psychoanalytical Association Congress, Barcellona, Spagna.

9. Sashin JI, Eldered S.H. e Van Amerongen S.T. [1975] A search for predictive factors in institute supervised cases: a retrospettive study of 183 cases from 1959 to 1966 at the Boston Psychoanalytic Society and Institute, in International Journal of Psychoanalyisis, 56.

10. Bachrach H.M., Weber J.L. e Solomon M. (1985), Factors associated with the outcome of psychoanalysis (clinical and methodological consideration): report of the Columbia Psychoanalytic Center Research Project (IV), in International review of psychoanalysis, 12.

11. Weber J.J., Bachrach H.M. e Solomon M. (1985), Factors associated with the outcome of psychoanalysis report of the Columbia Psychoanalytic Center Research Project (I), in International Review of Psychonalysis, 12.

12. Weber J.J., Bachrach H.M. e Solomon M. (1985), Factors associated with the outcome of psychoanalysis report of the Columbia Psychoanalytic Center Research Project (II), in International Review of Psychonalysis, 12.

13. Weber J.J., Bachrach H.M. e Solomon M. (1985), Factors associated with the outcome of psychoanalysis report of the Columbia Psychoanalytic Center Research Project (III), in International Review of Psychonalysis, 12.

14. Erle J.B. (1979), An approach to the study of analyzability and analysis: the course of 40 consecutive cases selected for supervised analysis, in Psychoanalytic Quarterly, 48. 

15. Erle J.b., Goldberg D.A. (1979), Problems in the assessment of analyzability, in Psychoanalytic Quarterly, 48.

16. Erle J.b., Goldberg D.A. (1984), Observations on assessment of analyzability by experienced analysts, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 32. 

17. Pfeffer A.Z. (1959), A procedure for evaluating the results of psychoanalysis a preliminary report, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 7.

18. Pfeffer A.Z. (1961), Follow-up study of a satisfactory analysis, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 9.

19. Pfeffer A.Z. (1963), The meaning of the analyst after analysis: a contribution to the theory of therapeutic results, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 11.

20. Norman H.f., Blacker Kr., Orelmand J.d. et Al (1976), The fate of the transference neurosis after termination of a satisfactory psychoanalysis, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 24.

21. Schlessinger N., Robbins F.P. (1974), Assessment and follow-up in psychoanalysis, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 22.

22. Schlessinger N., Robbins F.P. (1975), The psychoanalytic process: recurrent patterns of conflict and changes in ego functions, in Journal of the American Psychoanalytic Association, 23.

23. SCHLESSINGER, N., ROBBINS, F.P. [1983], A developmental vìew of the psychoanalytic process: follow-up studies and their consequences, Intemational Universities Press, New York.

24. Kantrowitz JL. (1986) .Affect availability, tolerance, complexity, and modulation in psychoanalysis: followup of a longitudinal, prospective study in J Am Psychoanal Assoc.; 34(3):529-59.

25. Kantrowitz JL. (1987) .Changes in the level and quality of object relations in psychoanalysis: followup of a longitudinal, prospective study in J Am Psychoanal Assoc.; 35(1):23-46.

26. Kantrowitz JL. (1989). The patient-analyst match and the outcome of psychoanalysis: a pilot study. in J Am Psychoanal Assoc; 37(4):893-919.

27. Kantrowitz JL. (1990). Followup of psychoanalysis five to ten years after termination: I. Stability of change. in J Am Psychoanal Assoc;  38(2):471-96

28. Kantrowitz JL. (1990) .Followup of psychoanalysis five to ten years after termination: H. Development of the se~f-ana1yticfunction in J Am Psychoanal. Assoc.; 38(3):637-54

29. Kantrowitz JL. (1990]. Followup of psychoanalysis five to ten years after termination: III. The relation between the resolution of the transference and the patient-analyst match. in J Am Psychoanal Assoc.; 38(3):655-78

30. Wallerstein R.S. (1986), Forty-two lives in treatment: a study of psychoanalysis and psychotherapy, Gulford, New York.

31. Wallerstein R.S. (1988), Psicoanalisi e psicoterapia: un riesame dei ruoli rispettivi, trad. it. in Wallerstein, R.S., Psicoanalisi e psicoterapia, Franco Angeli, Milano, 1993.

32. Wallerstein R.S. (1988), Valutazione del cambiamento strutturale nel trattamento e nella ricerca in psicoanalisi, trad. it. in Wallerstein, R.S., Psicoanalisi e psicoterapia, Franco Angeli, Milano, 1993.

Note

* Day Hospital Psichiatrico – Dipartimento di Psichiatria e Medicina Psicologica – Sapienza Università di Roma.

danza vita e opere due minuti di arte copertina

 

di Jaime Ondarza Linares1

Parole chiave

Gruppoanalisi, postmodernismo, self postmoderno, prospettive di ricerca.

Key words

Groupanalysis, postmodernism, postmodern self, research perspectives.

 

Il presente tema, post-modernismo (p.m.) e gruppoanalisi, è nato come un insieme di riflessioni da introdurre in un contesto di dibattito e discussione nella Conferenza annuale del Centro di Analisi Terapeutica di Gruppo (C.A.T.G.) di Roma. Un tema così vasto, complesso e talvolta indefinito ed indefinibile per la prospettiva stessa della sua argomentazione non si presta ad essere facilmente schematizzato. Tuttavia conservando l’originale incompiutezza abbiamo cercato di riassumerlo in questa esposizione inquadrandolo nella prospettiva teorica e metodologica della gruppoanalisi contemporanea. E forse in questo sforzo potrà essere trovata la sua originalità nella letteratura italiana.

Credo che si possa dire che più o meno percettibilmente alcune idee “post-moderniste” sono diventate un passe-partout teorico, metodologico e tecnico, stimolando cambiamenti talvolta positivi per assimilazione in una sorta di metabolizazione di queste nuove idee, talaltra discutibili:

conducendo ad un eclettismo, per sovrapposizioni aggiuntive non sempre consapevoli che bypassano il conflitto ideologico anziché attraversarlo, producendo una “ibridizazzione”  (termine che peraltro viene consapevolmente usato da taluni forse volendone ignorare la provenienza semantica biologica) che disconosce la forza dialettica e la ricchezza delle differenze da cui ebbero origine;

lasciando come sfondo un disincantato nichilismo o falso relativismo (“tutto vero e tutto falso”) o ritenendo come sola verità “la complessità per sé”. La conseguenza e la ricaduta pratica sulla vita quotidiana contemporanea può essere ritrovata in una sorta di pseudo-cultura “post-modernista”, con delle configurazioni di posizioni ecomportamenti che configurano il cosiddetto Self post-moderno (al quale ci riferiremo più avanti). 

Scegliendo nella vastità degli argomenti e articoli che fanno intuire, almeno impressionisticamente, una disarmonia critica più o meno sistematizzata, abbiamo ritenuto di interesse condividere alcune riflessioni sul modo in cui il p. m. ha potuto influenzare ed influenza la teoria e pratica gruppoanalitica. Il punto di riferimento è quello di considerare la gruppoanalisi come contesto della relazione, con tutte le sue vicissitudini di identità, senso e comunicazione che generano un processo, il processo gruppoanalitico appunto, che può essere adoperato in un setting con delle prospettive terapeutiche (il modello gruppoanalitico) ma anche con prospettive metodologiche, teoriche e di ricerca (l’ottica gruppoanaltica).

Il postmodernismo in contrasto col modernismo

Il termine “postmoderno” – usato come ricorda Falone (2004) per la prima volta negli anni trenta nell’ambito della critica letteraria – è stato adottato in psicologia in tempi molto recenti, ma il concetto che esso esprime ha serpeggiato già negli anni ’60-’70 fino a manifestarsi più compiutamente dagli anni ’80 in poi. Inizialmente servì per designare alcune tendenze culturali affermatesi nella società post industriale in arte (la tecnica del collage), architettura e letteratura; in filosofia acquistò importanza soprattutto in Francia durante gli anni ’50, ’60 e ’70. Fu comunque molto influenzata dagli scritti di diversi filosofi precedenti del ventesimo secolo, includendo i fenomenologi Husserl e Heiddegger, lo strutturalista B. Barthes, il logico positivista L. Wittgenstein e lo psicoanalista J. Lacan. I più influenti filosofi degli inizi della filosofia postmoderna furono M. Foucault, J.F. Lyotard J. Derrida (1967). In Italia  l’esponente più significativo è Gianni Vattimo (1985).

Il postmodernismo è una riflessione sui nuovi caratteri economici, sociali, politici e culturali di una epoca della storia della civiltà occidentale che è denominata “postmoderna”…. – “tardo capitalista” direbbe E. Mandel, essendo il postmodernismo l’ideologia di questo tardo capitalismo.

Il perno del movimento post modernista è la critica e sconvolgimento del pensiero Moderno. Ricordiamo con Mecacci2 (1999) che: “La Modernità nata col rinascimento e maturata con l’illuminismo ha i suoi pilastri nell’umanesimo, con l’uomo attore della propria vita che edifica una società civile, e nella scienza galileiana con la concezione della scienza come progetto razionale e sperimentazione rigorosa”. “La modernità entra in crisi agli inizi del novecento con la sfiducia della razionalità dell’uomo e del carattere emancipatorio della scienza”. “La postmodernità è l’epoca segnata dalla trasformazione del capitalismo da una logica della produzione a una logica del consumo, dal passaggio da un’industria delle macchine a un’industria dell’informazione, dalla fine della lotta di classe universale (che riguardava i “proletari di tutto il mondo”) alla rivendicazione dei diritti delle minoranze locali”.

Il pensiero postmoderno non ha dunque più la fiducia illuministica e positivistica per la scienza come costruzione razionale e progressiva di conoscenze oggettive. La crescita della conoscenza non è considerata continua, ma discontinua; è caratterizzata da eterogeneità di linguaggi e da pluralità di concezioni. Il pensiero postmoderno non crede più nella costruzione di un pensiero universale che può essere espresso in un linguaggio universale, come ritenevano i grandi esponenti del pensiero moderno (come Descartes o Leibniz). Inoltre si mette in evidenza come nello sviluppo della scienza entrino in gioco aspetti irrazionali e fideistici, influenze sociali, politiche ed economiche.

La realtà non si rispecchia nella mente dello scienziato – come se questo fosse uno specchio (Rorty 1979) –; la  realtà non si riflette nella scienza, ma è il prodotto di una costruzione storicamente contestualizzata. Nella società postindustriale le “letture” della realtà rimandano ad altre letture e interpretazioni. La dimensione del “testo” (un insieme organizzato di segni e simboli passibile di letture diverse) vince sulla dimensione di una supposta realtà oggettiva della quale sarebbe possibile una sola lettura adeguata. L’abbandono di concezioni totalizzanti del sapere (le onnicomprensive interpretazioni della realtà, come il positivismo o il marxismo) favorisce l’accettazione della pluralità delle visioni del mondo che si presentano come prospettive parziali e frammentate su aspetti specifici della realtà. La cultura e la scienza non sono quindi processi di accumulo di conoscenze e di trasmissione di queste conoscenze da una generazione all’altra, ma sono prospettive o “narrazioni” espresse in un linguaggio condiviso tra chi parla e chi ascolta. Le narrazioni si diffondono a condizione che esista questo “patto” all’interno della comunità, un contratto che segue regole condivise come nel gioco, secondo la tesi di Wittgenstein ripresa da Lyotard (1979). Le “grandi narrazioni” dell’illuminismo o dell’idealismo che aspiravano a un’ utopica pervasività e diffusione hanno perso la loro credibilità di fronte agli innumerevoli “giochi” che la società postmoderna è disposta a giocare. Non sono più giochi separati, o nella scienza o nella morale o nell’arte (secondo la triade differenziata nelle tre “critiche” kantiane): la scienza comporta una riflessione morale, mentre l’arte rappresenta una forma di conoscenza, e viceversa la scienza ha una dimensione estetica, e così via.

La cultura del sospetto o del complotto (cercare la causa, il movente razionale al di là dell’apparenza) o la cultura del profondo (cercare qualcosa che sta sotto, al di là della superficie) sono sostituite da una accettazione della realtà per quello che è. Non si cerca una realtà più vera, una realtà invisibile, ma si valorizza il visibile: si prende la realtà per quello che è ed offre.

Alcuni temi di psicologia moderna in una prospettiva postmoderna

Per incominciare ad inquadrare il nostro argomento mi è sembrato utile seguire alcune segnalazioni che fa Meccaci (opera citata pg.66-70) su alcuni campi di ricerca postmoderna a partire dagli anni 80.

Nel campo della percezione: Gibson (1979) – citato  da Mecacci – col suo approccio “ecologico” ha scosso la tranquilla routine delle ricerche di laboratorio sulla visione, non solo mettendo in evidenza caratteristiche dei processi della visione non considerati, ma obiettando la validità ecologica dei risultati ottenuti “nel chiuso del laboratorio. 

Per l’apprendimento: l’asse è spostato dal singolo individuo a una situazione più complessa in cui l’apprendimento ha luogo in gruppo… – si   attualizza la critica a Piaget da parte di Vigotsky (1926-1982) con il suo assioma “l’interazione sociale media l’apprendimento”.

La Memoria: è considerata come un processo di trasformazione dei ricordi individuali mediato dal contesto socio-culturale, vis a vis della classica metafora della memoria come magazzino dotato di archivi specializzati. La Memoria come processo collettivo veicolato in particolare dalla comunicazione orale ci richiama in mente non solo la dinamica tra memoria e ricordo della situazione psicoanalitica, ma soprattutto la free floating discussion (discussione libera e fluttuante del processo gruppo analitico).

Suggestivi i suggerimenti sulla Memoria collettiva di Halbwachs (1925-1950), sociologo francese – citato da Mecacci – che stimola un altro piano psicodinamico, questa volta sull’Inconscio collettivo junghiano (che Foulkes considera come il “livello primordiale” di comunicazione nel gruppo analitico).

Nel Linguaggio: la “pragmatica” degli anni ’70 (del gruppo di Palo Alto, USA) sposta il linguaggio dalla dimensione strettamente cognitivo linguistica alla dimensione interazionale.

Il concetto di “attenzione condivisa”: è definita come “sistema cognitivo che consente a due persone di avere in comune, in un dato momento lo stesso oggetto o evento rispetto al quale esse attuano o possono attuare piani di comportamenti congruenti (Bruner 1983). Ciò non ci apre prospettive di maggiore comprensione sull’identificazione proiettiva “normale” del bambino e dell’adulto, o del costrutto gruppo analitico di “matrice dinamica”?

Il Pensiero: non è più considerato solo come “macchina cibernetica” con capacità di risolvere problemi ma viene proposto nella dimensione interpersonale, non tanto come processo individuale lungo lo sviluppo ontogenetico quanto come una costruzione contestualizzata – interpersonale e transpersonale, aggiungeremmo noi sottolineando la prospettiva gruppo analitica, come vedremo più avanti – . Il Pensiero come narrazione (concetto post-moderno di narrazione di Lyotard) conforta la metodologia della “narrazione” che viene promossa nel campo gruppoanalitico attraverso i cinque livelli in cui la comunicazione secondo Foulkes viene dinamicamente e gerarchicamente configurata (vedi Ondarza Linares J. 1999).

Più avanti menzioneremo altri spunti postmoderni che meglio permettono di contestualizzare il processo gruppoanalitico. Intanto segnaliamo che gli aspetti accennati: percezione, apprendimento, memoria, linguaggio, pensiero, nella loro “revisione” postmoderna contribuiscono a dare conferma a concetti gruppoanalitici come il “Training del Sé nell’azione”, il “Processo di comunicazione” e il “Processo di traduzione”.

Pericoli del postmodernismo

Nel campo della psicologia, e della psicologia psicodinamica in particolare, accanto a più o meno entusiaste adesioni il post modernismo ha trovato forti detrattori. Come esempio citiamo il riferimento che fa Meccaci al dibattito sul tema avvenuto nella “American Psychologist Association” tra il 1994-1995 Smith (“Self hood at risk post modern perils and the perils of postmodernism”, 1994) considerava “la diffusione del postmodernismo come la conseguenza della caduta dei valori della società americana”; era preoccupato che il postmodernismo promosso da una “elite euro-americana”, snob e ricca, “perdesse di vista i reali problemi della vita contemporanea conducendo al relativismo e riduttivismo di fronte ai gravi problemi contemporanei”, mentre preferiva l’atteggiamento di Giddins (1991) che invece di una constatazione pessimistica e compiacente di una frammentazione dell’identità nell’epoca postmoderna proponeva di “tendere ad un progetto emancipatorio di costruzione della propria identità personale”. 

Seguendo il dibattito, Meccaci conclude: “ si ha l’impressione di un dialogo senza interlocutore proprio perché, nonostante il tema comune, le impostazioni sono radicalmente diverse”.

Jerwis (1997) afferma: “Più che una ideologia, il postmodernismo è una retorica, i discorsi postmodernisti mirano non tanto a dimostrare qualcosa quanto a indurre un certo modo di sentire e ragionare”.

Il mondo postmoderno come contesto e il self postmoderno

Abbiamo precedentemente descritto il postmodernismo come un corpo teorico non sempre uniforme riguardo al “soggetto” e al discorso. Il mondo postmoderno è un contesto in cui si sviluppa il cosiddetto “Self postmoderno” – Mecacci cita alcuni riferimenti sulla “crescente e fortunata letteratura sul Sé perduto in un mondo senza valori e senza speranza”: il “Sé minimo”(Lasch, 1984), il “Sé vuoto” (Cushman, 1990), il “Sé saturo” (Gergen, 1991), il “Sé frantumato” (Glass, 1993).

Piuttosto lapidaria è M. Finlay della Mc Gill University (2006) quando si riferisce nel mondo postmoderno al set di pratiche culturali e produzioni discorsive che nella letteratura contemporanea vengono descritte nei termini di una psicosi culturale generalizzata. L’autrice presenta toccanti esempi configurati in una certa atmosfera culturale nord-americana: “Lo svuotamento dei protagonisti di qualsiasi identità personale è analogo alla depersonalizzazione dello psicotico”. Contrapponendo ai ruoli consacrati delle classiche stars holliwodiane, quelli di certi “Rock groups”, asserisce: “non identità alcuna, non sostanza soggettiva, giusto l’esternalizzazione di un qualcosa in cui  flotta un discorso, il nuovo post-moderno “no-subject”. Piuttosto il soggetto è da considerare qualcosa come un’unità totalizzante, la creatura postmoderna è una sorta di “oggetto cattivo” generalizzato nel senso della Klein. Proseguendo la sua severa critica, su alcuni pezzi popolari della “lirica postmoderna” dice: “ i segni non sono interpretabili come simboli, ma piuttosto ci si sente portati ad indulgere alla loro superficie…”. “Il discorso è una semplice catena di significanti, senza alcuna possibile omologazione significante”. E’ solo una traccia di alcuni prodotti sociopolitici e prodotti di economia libidica, di “pura energia”. Si suppone naturalmente che lo psicotico viva nel regno di un puro, incensurato ES, come opposto a quella della sostituzione e posticipazione che prima apparteneva al nevrotico, il “povero”, “passato di moda” nevrotico moderno….

Se severe e preoccupanti appaiono le riflessioni sul mondo e il self postmoderno che fa la Finlay in USA, cosa succede in Europa e particolarmente in Italia? Su questa ultima mi sento di condividere solo alcuni spunti riflessivi nati all’interno della mia pratica clinica, che potrebbero essere approfonditi da tanti punti di vista: culturale, politico, sociale, e soprattutto nei loro riflessi sulla pratica psicoterapeutica e psichiatrica contemporanea.

Non sembra che il panorama della “Società postmodernista” italiana offra un quadro così grave. Cambiamenti contestuali hanno  cominciato a serpeggiare dalla fine degli anni ’60 fino ai nostri giorni, con oscillazioni e riflessi pratici diversi (la pionieristica riforma della legge 180 sui manicomi è uno di questi, come riflesso positivo).

Il self postmoderno italiano, più che psicotico sembra viaggiare sul binario del Disturbo Borderline della personalità (e altri disturbi narcisistici affini descritti dal DSM-IV). Più di una volta abbiamo commentato che l’asse del disturbo nevrotico (di cui principalmente l’Isteria costituisce il paradigma in psicopatologia psicoanalitica) si è spostato dalla scissione orizzontale (rimozione, conversione, spostamento) alla scissione verticale, il self diviso. Lo splitting razionalistico moderno, nevrotico, “genitale”, sotto il dettame della “determinatio est negatio”, permetteva  al nevrotico di organizzare i suoi giochi isterici per esempio, preservando la propria identità, mentre lo splitting del borderline (che è un vero splitting in quanto meccanismo arcaico “pregenitale”) prevede una scissione più severa,  con maggiore compromissione dell’identità del Sé (diviso, diffuso, adesivo ecc.).

Segnalando una prospettiva terapeutica raccogliamo la segnalazione della Finlay, che il postmodernismo sembra occupare costantemente spazi, con segni e significanti, senza lasciare uno spazio intermedio, nel senso di Winnicott. L’esperienza clinica ci 

ricorda che uno dei fulcri del processo gruppoanalitico è la creazione di uno spazio intermedio di comunicazione e significato….come abbiamo segnalato altrove (1995) Il paziente borderline tende ad occupare questi spazi con i suoi giochi camaleontici di scissione e negazione, ma paradossalmente anche a “decostruirlo” aprendo possibilità insospettate per la matrice fondamentale. Se il gruppo analitico ha una matrice “buona abbastanza” potrà crescere questo spazio di transizione – intermediate play area, lo chiama Anthony (1978) –, indispensabile per lo sviluppo del processo di traslazione, del passaggio dal sintomo al contenuto, che diventa un nuovo senso e significato per l’identità del Sé individuale e gruppale.   

Postmodernismo e psicoanalisi

Vorrei introdurre questo argomento citando l’introduzione di un interessante articolo di S. Panizza (2004), che negli Argonauti scrive a proposito: “Riflettendo sui contributi che il postmodernismo sembra offrire alla psicoanalisi, mi trovo a rilevare una bizzarria: quei motivi che per un verso appaiono decadenti offrono, da un altro punto di vista, uno stimolo innovativo. Così innanzitutto si configura l’approccio alla realtà. Il postmodernismo sembra avere elaborato una fondamentale questione kantiana: ha sostituito la cosa in sé, l’ontologia, non solo con la fenomenologia, ma infine con l’ermeneutica e col decostruzionismo. Ha spiazzato la certezza indiscutibile, a favore di una dubbiosità discreta, di uno scetticismo “ingenuo” che compone e interpreta il mondo. Mentre questo aspetto evoca da un lato un senso di insicurezza (Bauman, 2000), di incertezza delle cose e del domani, consegna dall’altro all’umanità stessa una maggiore possibilità e responsabilità di costruire il proprio destino. Anche l’approccio sul conoscere è cambiato: come per l’ontologia, così per l’epistemologia si è modificata la comprensione del mondo, e il conseguente problema della verità. Non più qualcosa di oggettivo, là fuori, qualcosa di esatto, ben definito, che aspetta solo di essere scoperto e conosciuto dallo “scienziato”, ma qualcosa che acquista il proprio significato “vero” all’interno di rapporti interpersonali e sociali. La verità diventa contestuale. Ancora una volta si perde la sicurezza e la grevità di “Voscienza”, ma si guadagna in libertà di sperimentazione e creatività nel plasmare “il mondo della vita” ed esserne plasmati.

La psicoanalisi sta al passo; sia seguendo un percorso interno, sia nell’ibridazione con la cultura in cui è immersa e di cui vive, si scopre “bipersonale”, “un affare tra due persone”. Questo aforisma è declinato con accenti diversi nelle molte scuole. Tuttavia, un comune denominatore sposta il punto di vista originario della psicoanalisi unipersonale. Comunque lo si intenda, il rapporto tra due persone implica sempre l’interazione, e un’attenzione affatto speciale ad essa”.

L’autore non solo riconosce il pensiero modernista, ma lo ammette nella propria pratica della quale offre un esempio clinico, una propria lettura postmodernistica alla luce della postmodernità, come emancipazione dello “spirito del tempo”.

D. Falone (2004) si concentra sul tema: “la psicoanalisi nord-americana contemporanea”, e distingue tra postmoderni che si autodefiniscono tali (Barrat e la Kristeva) ed altri autori psicoanalitici che accettano una riflessione sull’impatto della postmodernità sulla teoria della psiche,  senza riconoscersi postmoderni.

Sintetizzando la Falone, “il pensiero moderno oppone un sapere disilluso non più innocentemente persuaso dell’esistenza di un punto fondazionale di riferimento universale, non più convinto che le idee riflettano una realtà che si offre all’osservazione”. Anche nell’ambito della filosofia della scienza – ricorda – con il lavoro di Kuhn, Lakatos, Feyerabend, le teorie scientifiche non vengono più concepite come riflesso di una verità oggettiva, totalmente esterna - fino a dimostrazione contraria o fino ad una nuova scoperta - bensì sono viste come ipotesi costruite anche su elementi soggettivi, perfino causali. Kuhn spiega in modo convincente - secondo l’Autrice - come nella valutazione di una teoria scientifica siano importanti la sua coerenza interna, l’utilità, e come essa nasca e si consolidi nel paradigma dominante; Feyerabend, in particolare, sottolinea la relatività di ogni conoscenza e l’influenza del contesto su ogni sapere: “sono valorizzate la molteplicità, la pluralità rispetto all’unità e totalità, non una verità ma molte” (Vattimo, 2000).

“Anche la storia cessa di essere pensata come progressione verso un fine ultimo: il postmodernismo medesimo, precisa Lyotard (1981), non è l’epoca successiva alla modernità, che l’ha “superata” in una linearità temporale progressiva, ma è piuttosto un clima “una fluida sfaccettata atmosfera di pensiero” in cui coesistono posizioni differenti e saperi distinti che avevano dato segni di se anche nel paradigma del moderno, entrato in crisi già nell’ottocento. Secondo alcuni, siamo ormai immersi in un clima postmoderno abbiamo lasciato alle spalle la nostalgia dell’unità perduta che permane nella filosofia del primo novecento e tendiamo a considerare la pluralità come valore positivo, potenzialmente costruttivo, portatore di fertili possibilità di scambio e confronto”.

Analizzando più concretamente il paradigma psicoanalitico contemporaneo: la consapevolezza della relatività culturale, dell’importanza del contesto, della non linearità del progresso, hanno influenzato enormemente le teorie psicoanalitiche. L’Autrice sottolinea il plurale, perché siamo ora di fronte a più teorie, a molte psicoanalisi, come è stato ripetutamente evidenziato da alcuni (Wallerstein, Stern, Goldberg, Gabbard). “Se da un lato – dice la Falone – in sintonia con la posizione postmoderna si può accogliere tale prospettiva molteplice come fonte di creatività, di dialogo, dall’altro è giusto rendersi avveduti dei rischi che essa comporta, rischi anch’essi, purtroppo tipicamente postmoderni: dispersione invece che ricchezza e varietà di punti di vista, incomunicabilità tra diverse ipotesi teoriche, un relativismo eccessivo, la famigerata prospettiva dell’ “any thing goes” – “qualunque  cosa va”.

La Falone sottolinea il particolare contesto culturale e politico in cui il pensiero postmoderno si è inquadrato in Usa e mette in risalto la tradizione filosofica e culturale abbastanza diversa rispetto all’Europa. In particolare per quanto riguarda la psicoanalisi si riconosce senz’altro l’influenza del costruttivismo e del pensiero femminista, sul quale il poststrutturalismo  con Foucault e il lacanismo hanno lasciato impronta. D’altra parte, ne segnala l’atteggiamento avversativo, opposizionale, antipositivista e antiautoritario, reattivo a una eccessiva rigidità e pedissequa osservanza delle regole, che forse hanno caratterizzato la psicoanalisi nord-americana dal dopoguerra in poi.

Come gruppoanalisti ci interessa sottolineare quello che alcuni chiamano il nuovo paradigma della “psicoanalisi della relazione”, nella ricaduta che  ciò può avere ed ha nella gruppoanalisi contemporanea.

1. Riconosciamo autori come Stephen Mitchell, Tomas Ogden, Jessica Benjamin, Lewis Aron, R. Stolorow, Atwood e altri. Mitchell, il “padre della psicoanalisi relazionale”, ha aperto un nuovo binario epistemologico (che paradossalmente non è percorso da alcuni che si definiscono psicoanalisti di gruppo nell’Italia e nel mondo…). Basti pensare al suo concetto di matrice relazionale e i suoi intimi collegamenti con la gruppoanalisi. “La dimensione intrapsichica è pensata come complementare a quella relazionale, sono poste in risalto le rappresentazioni interne delle relazioni e il loro continuo intrecciarsi nell’esperienza “interna” ed “esterna”.

2. Nel campo analitico, “non è attingibile un’oggettività di osservatore esterno”. Già Kohut – come osserva Ricoeur (1986) – offre un originale contributo ad una discussione classica, che riguarda il conflitto tra oggettività e soggettività nelle scienze umane, col suo concetto di empatia (definita “introspezione vicariante”).

3. Gli intersoggettivisti (Stolorow, Atwood ed altri) sottolineano che nella relazione analitica è centrale lo scambio tra i mondi soggettivi, diversamente articolati e fondati su principi organizzatori umani differenti di pazienti e analista. “Questi principi organizzatori sono i principi invarianti che modellano inconsciamente le esperienze personali, costituiti a partire da modelli ricorrenti d’interazione vissuti durante lo sviluppo; essi, cristallizzati nella matrice del sistema madre-bambino, formano la base della futura personalità”. Questa ipotesi di formazione della struttura psichica e delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto è in accordo con le teorie dello sviluppo e “l’infant resarch” (Sander, Stern, Lachmann, Beebe, Emde, Lichtemberg). Per noi come gruppoanalisti sono utili per una maggiore comprensione dei costrutti “Matrice fondamentale - Matrice dinamica”.

4. Rinveniamo spunti sullo scambio affettivo nella situazione analitica (“riparazione empatica che per lo più resta sullo sfondo, silenziosa quasi ineffabile”), che si è spostata dal “disvelamento” e sola rinuncia ai desideri infantili verso il riconoscimento del ruolo degli affetti nella strutturazione del “Sé”, dall’insight con una forte accentuazione della componente cognitiva all’esperienza relazionale. Meriterebbero certamente più considerazione altri argomenti menzionati nell’articolo che riguardano la “nuova” tecnica o metodologia analitica, che possono dare ragione al nostro “atteggiamento gruppoanalitico” di seguire il gruppo anziché guidarlo essendo “centrato sulla Matrice del gruppo”..

Cito ancora Mitchell, ricordando che molti gruppoanalisti sono meno “analiticamente relazionali” di lui. “Acquisire un senso della propria soggettività più ampio è uno degli obiettivi dell’analisi: ciò significa anche entrare in contatto con i diversi modi di organizzazione del Sé, che nell’esperienza adulta operano in modo simultaneo su un continuum che va dalla coscienza all’inconscio”. Mitchell cerca appassionatamente di mostrare che “fantasia e realtà processo primario e processo secondario sono anche modi di organizzare la esperienza”.

Ciò richiama in mente, a Noi Gruppoanalisti, il setting, la situazione, il cambiamento attraverso il processo Gruppoanalitico… ricordando però che la condizione è quella di “promuovere” uno spazio intermedio con tutte le sue prospettive, “la matrice dinamica del gruppo”.

Postmodernismo e gruppoanalisi

Se è vero che per la psicoanalisi alcuni spunti postmodernisti possono aver provocato lo spostamento dal “paradigma” pulsionale a quello relazionale, il passaggio dalla monade al contesto relazionale con delle conseguenze teoriche, metodologiche e cliniche (per molti Autori tale mutazione è avvenuta principalmente attraverso il costante feed-back tra teoria e clinica…), cosa si dovrebbe dire per la gruppoanalisi che nasce, si sviluppa ed elabora la relazione stessa (la “relatedness” di Foulkes) tra Individuo e Gruppo come fulcro del processo gruppoanalitico? Ritengo che molti empasse e gap tra la psicoanalisi e la sua “applicazione” al gruppo terapeutico (come fu concepita principalmente in USA) o la gruppoanalisi come modello autonomo, ma a cavallo tra psicoanalisi e sociologia (Foulkes in Europa, Pichon Riviere in America Latina) possono essere se non superati almeno revisionati alla luce di alcune prospettive positivamente innovatrici del pensiero postmoderno.

Come in psicoanalisi, in gruppoanalisi gli Autori si possono dividere tra coloro che sono consapevoli dell’influsso postmoderno e lo ammettono più o meno apertamente – potremmo dire che hanno la posizione e l’atteggiamento radicale dei postmodernisti e in linea di massima vengono chiamati “post foulkesiani” (Dalal, Nitsum, Stacey) – e molti altri che hanno raccolto alcuni aspetti “positivi” del pensiero postmoderno ma solo per approfondire, meglio spiegare o modificare gli statuti basici della teoria e soprattutto della metodologia gruppoanalitica (De Maré, Pines, Brown, Aberkromkie, Powell, Skynner, Marrone), in linea generale Autori della “prima” generazione dei discepoli di Foulkes, ed altri (Hopper, Blackwell ecc…), per citare solo alcuni. Sembrerebbe che l’autorevolezza e diffusione del pensiero gruppoanalitico sia andata aumentando di pari passo alla consapevolezza di una maggiore autonomia e potere del pensiero gruppoanalitico in confronto allo estabilishment psicoanalitico prima ed al panorama internazionale dopo, grazie alla crescita e allo sviluppo della Group Analytic Society.

Molti concetti e nozioni come contesto, dialogo, flessibilità, la narrazione nel processo grippale, sono diventati parte del nostro corredo tecnico metodologico. Mentre sul piano fondamentalmente teorico De Maré (1972) ha fatto un excursus accurato per posizionare la gruppoanalisi nel campo del pensiero filosofico, socio-culturale, psicologico (teoria dell’informazione applicata al piccolo gruppo) cercando di colmare “la lacuna esistente fra psicologia e sociologia, fra i solipsismi della prima e gli effetti massificatori della seconda”, M. Pines è stato un diffusore ed esegeta del pensiero foulkesiano in Europa e America contribuendone con rinnovati apporti e accurata erudizione all’approfondimento. Personalmente, ritengo di inestimabile valore l’introduzione nella teorizzazzione e metodologia dei processi speculari (1982), sistematizzando e ridando la specificità “gruppoanalitica” a fattori e fenomeni rilevati precedentemente da filosofi, sociologi, psicologi come Piaget e psicoanalisti come Lacan e Kohut.

In Italia ci sono autori come Napolitani D., che ostentano già dall’87 (Napolitani D., 1987) una chiara posizione post-moderna. Pur mantenendo fede nell’analisi come un processo di “attraversamento” della “gruppalità interna”, onde permettere “l’autos” individuale come nuova autonomia creativa del codice genetico culturale dell’ “idem”, propone un superamento della distinzione teorica e metodologica tra setting analitico di gruppo e setting individuale, sottolineando “la crisi del paradigma fisiologico in psicologia, e quindi del pensiero psicoanalitico classico freudiano, e prospettando il campo analitico come il luogo di incontro tra la filosofia ermeneutica e il paradigma scientifico della complessità (su questo binario si allineano altri autori italiani come Lo Verso, 1994). 

A parte l’originale pensiero di Napoletani, la cui critica farebbe eccedere i limiti di questo lavoro, non si può parlare di una scuola gruppoanalitica italiana, ma di un movimento gruppoanalitico che si muove in un estremo nel pensiero bioniano e nell’altro estremo in un eclettismo integrante a cui la gruppoanalisi foulkesiana offre un contesto non necessariamente approfondito nelle sue proposte radicali.

Personalmente dal 1965, anno in cui inizia il mio percorso gruppoanalitico, sul sentiero foulkesiano, sempre sono stato convinto dell’originalità e specificità del processo gruppoanalitico che inquadra le vicissitudini della “relatedness” tra individuo e gruppo con un fine terapeutico (appartenenza, identità e nuovo significato). E’ stato il continuo feed-back tra clinica e tecnica in questi quaranta anni che mi ha permesso di superare la dicotomia individuo-gruppo, posizionando nella bipolarità della relazione, della rete, della matrice, e dei processi di identità e comunicazione, sia il modello del gruppo terapeutico che la prospettiva gruppoanalitica in psicopatologia, nelle istituzioni e nel campo sociale (Ondarza Linares J, 1999, 2001).

Il libro di Dalal F. “Prendendo il gruppo sul serio” (1998) è indubbiamente uno dei più importanti apporti post foulkesiani che risentono chiaramente l’influsso postmoderno pur mantenendosi linearmente nella prospettiva della gruppoanalisi, contestualizzandone alcuni dei suoi aspetti basici attraverso la sociologia di Elias,  il decostruzionismo, l’apporto della logica bidimensionale. Punto di partenza della sua “decostruzione” è la critica che fa del padre della gruppoanalisi, Foulkes, “denunciando” come incompatibile la dicotomia tra quello che egli chiama il Foulkes “radicale”, innovativo (postmoderno in qualche modo) e il Foulkes “conservatore”, attento a mantenere la sua appartenenza e filiazione psicoanalitica ortodossa.

Leggendo attentamente gran parte degli scritti di Foulkes e dei suoi seguaci, richiama l’attenzione:

1. che prima di Dalal non sia stato messo così chiaramente in evidenza il pensiero di Elias tra i gruppoanalisti;

2. che alcuni costrutti foulkesiani fondamentali, come quello di Matrice, non rivestano per Elias uguale importanza. Ciò è dovuto al fatto che Foulkes come terapista si muove in un altro sistema meno “asettico” della teoria sociologica di Elias? Fare terapia gruppoanalitica è diverso dal costruire un’ideologia sociale (terapia è differente da ideologia…). Forse è vero che ciò che ha spinto Foulkes a compromessi tra la sua nascente gruppoanalisi e l’ideologia psicoanalitica imperante nel Regno Unito sono anche ragioni politiche e di potere (e qui ritorna il discorso eliasiano sul potere…).

La triade gruppoanalitica fondamentale: relatedness, rete-matrice, comunicazione, difficilmente poteva crescere se trapiantata nel terreno della metapsicologia psicoanalitica, monadica, meccanicista e pulsionale. Era necessaria una coraggiosa revisione “fondativa” della gruppoanalisi, e Foulkes non l’ha fatta… mantenendo apparentemente “il piede in due staffe”. In qesto ha ragione almeno apparentemente Dalal, tuttavia non sono d’accordo che Foulkes abbia accettato “sic et sempliciter” questa dicotomia. Leggendo con attenzione l’opera foulkesiana mi sembra chiaro che Foulkes la trascende, muovendosi consapevolmente (in modo talvolta scomodo, difficile e solo apparentemente contraddittorio) nella bipolarità che sollecita costantemente, per dirla in breve, la costante interazione conflittuale tra individuo e gruppo. Non è un aut aut tra l’individuo e il sociale; la ricerca della “nuova identità” che offre ai pazienti che richiedono l’aiuto del gruppo terapeutico deve “attraversare”, nel gruppo e con l’aiuto del gruppo, la nuova rete che nel gruppo si “configura” a diversi livelli. Il concetto gestaltico di configurazione, pur essendo simile a quello di “figurazione” di Elias, ha più valore e contenuto semiotico perché viene inserito hic et nunc come una formazione “transizionale”che spinge a diversi livelli psicodinamici la costruzione di una nuova identità: essere un nuovo “sé stesso”, essendo “significativo per il gruppo”, ecco la bipolarità in cui si svolge l’Ego (o Self) training in action durante tutto il suo percorso terapeutico. E questa “bipolarità”  è contenuta:

  • nei basici costrutti teorici di “relatedness”, rete e matrice 
  • nella metodologia del processo gruppoanalitico, che viene concepito come la spirale del transaltion process (che nasce, si sviluppa e si concettualizza nei 5 livelli di comunicazione) - nell’atteggiamento del terapeuta, che segue il gruppo anziché guardarlo perché “matrix oriented” (orientato e affidato alla nuova matrice di comunicazione che germoglia e si sviluppa), dando al transfert sul terapeuta e sul gruppo un assetto e significato completamente diverso non solo da quello usato nella psicoanalisi diadica classica, ma anche da quello di Bion, Ezriel e altri psicoanalisti “in” o “del” gruppo, che ancora hanno in mente la classica diade paziente-terapeuta, trasformandola in una nuova dicotomia: gruppo-terapeuta. 

Vorrei prendere proprio come indicativo di ciò che vado dicendo un passo in cui Dalal (pag. 66 tr. it.) critica Foulkes come dicotomico: “mi sembra che senza volerlo egli abbia ristabilito la dicotomia natura-cultura, inserendo “natura” nella matrice fondamentale e “cultura” in quella dinamica”  (purtroppo sembra ricadere nella reificazione in cui incorrono frequentemente alcuni autori che si occupano dell’argomento delle “due” matrici). A Dalal si potrebbe dire proprio il contrario: sembra ci sia in lui una tendenza ad una polarizzazione sul “sociale”, che gli permette apparentemente di risolvere la bipolare conflittualità permanente tra Sé Individuale e Sé sociale che “naturalmente” esiste in qualsiasi momento della vita dell’uomo in relazione, e che Foulkes segnala con la metafora costruttiva di Matrice primordiale e Matrice dinamica.

La bipolarità conflittuale tra Individuo e gruppo, viene da Foulkes usata come basico ingrediente del processo gruppoanalitico in una prospettiva terapeutica, che evolve lungo il binario delle vicissitudini  tra il Sé Individuale e Sé Sociale (tra natura e natura naturans come direbbe Spinosa). In questo senso, si potrebbe dire che Foulkes è un postmodernista, che ha detronizzato per la seconda volta il soggetto o individuo moderno (come Freud fece con l’Ego razionalista cartesiano, sebbene lasciandolo prigioniero nella economia della monade meccanicistica e positivista), situandolo o posizionandolo non solo e semplicemente nel Sociale, ma configurandolo nella sua vera conflittuale bipolarità tra Individuo e Gruppo.

Una revisione post-moderna di alcuni nodi gruppanalitici

Sembra utile proporre alcune riflessioni finali solo brevemente accennate e che possono dare origine ad ulteriori elaborazioni. 

Alcuni argomenti postmoderni sembrano risuonare in quella “area intermedia”, che appariva configurata come varco o lacuna tra psicoanalisi e gruppoanalisi, in quell’area un po’ stigmatizzata e criticata anche dagli stessi gruppoanalisti come Dalal (1988), che come abbiamo precedentemente notato segnala le contraddizioni nel pensiero di Foulkes fra il gruppoanalista rivoluzionario e lo psicoanalista conservatore. Tale area si presenta nella teoria, nella metodologia e nella tecnica gruppoanalitica.

1. Teoria: Lopez (Argonauti, 2004) sottolinea anche in Freud la contrapposizione tra il pensiero positivista meccanicista dello scienziato dell’epoca e quella del creatore di una metapsicologia psicoanalitica da lui stesso chiamata “mitologia”. La gruppoanalisi oppone al pensiero freudiano ancora un’altra fondamentale contrapposizione: alla monade individuale, il gruppo sociale come fulcro della vera psicodinamica. Questa contrapposizione nella sua cristallizzazione dicotomica continua a coinvolgere ancora molti psicoanalisti gruppali (o che pensano il gruppo “psicoanaliticamente”), che continuano ad applicare “pari pari” la metapsicologia psicoanalitica alla metapsicologia del gruppo. Nelle due topiche prima non c’era posto per la “relazione”, adesso come abbiamo visto con la “psicoanalisi della relazione”, questa occupa un posto fondamentale o fondante. Ma a ciò non è seguita una chiara revisione della classica metapsicologia; tutto al più, in modo sottomesso e non ufficiale, si parla della relazione come “terza topica”. Io stesso, come molti gruppoanalisti, per molti anni e per sentirsi metapsicologicamente “a posto”, ho trovato rifugio in questa “terza topica”. I concetti di “Relatedness”, Matrice e Rete sono difficili da essere impiantati nell’originale metapsicologia monodica, mentre possono trovare maggiore conferma dando un’interpretazione e significato euristico ad alcune spinte postmoderne e ai contributi delle scienze sociali e delle neuroscienze. 

2. Metodologia: la Comunicazione al centro del processo gruppoanalitico; i livelli di comunicazione e le loro dinamiche nel processo di traduzione; il training del Se nell’azione (o meglio nella comunicazione). Sono principi talvolta sottovalutati da alcuni gruppoanalisti non foulkesiani (e anche da alcuni postfoulkesiani), che acquistano significato di rilievo ed importanza nel costruzionismo sociale, nel concetto di narrazione di Lyotard e nei contributi di Derrida, Maturana e Vattimo, solo per citarne alcuni.

3. Tecnica: “l’atteggiamento gruppoanalitico” di seguire il gruppo, anziché guidarlo è tuttaltro che passivo nella prospettiva postmoderna. L’essere “matrix oriented” orientati verso la ricerca della matrice dinamica del gruppo, ci porta a riconoscere i punti dolenti svelati dal postmodernismo senza tuttavia essere immersi nei rischi di frantumazione, dispersione d’identità, rinnovate scissioni in cui può cadere il gioco postmoderno. Forse, come abbiamo visto parlando dello spazio intermedio, il gruppo analista dovrà rinnovatamene cercare di ricreare questo nuovo spazio – è pratica analitica in quanto creazione di un nuovo senso ermeneutico (Napoletani D., 1987) – e assumere un atteggiamento decostruttivo verso i circoli chiusi, di dispersione e scissione distruttiva che può mettere in atto il “self postmoderno” nel circolo gruppoanalitico.  

Certamente andrebbe fatta, e la riteniamo auspicabile, una revisione delle nostre costruzioni teoriche, metodologiche e tecniche accettando gli stimoli talvolta sconcertanti del postmodernismo.

La prospettiva postmoderna per la ricerca in gruppoanalisi

“Group Analysis” (la rivista ufficiale della Group Analytic Society che rappresenta il fulcro del pensiero gruppoanalitico foulkesiano e post-foulkesiano) ha dedicato un numero monografico (2005-vol.38) al postmodernismo, inquadrando entro una prospettiva gruppoanalitica alcuni importanti e contemporanei concetti postmoderni col titolo “Nuove correnti nella teoria sociale contemporanea e le loro implicazioni per la teoria e la pratica gruppoanalitica”. Così Barman Erica e Frosh Stephen (pg.7-15) motivano la monografia: “Presenta correnti dinamiche e creative che hanno recentemente rinvigorito gli approcci al metodo e all’interpretazione nelle scienze sociali ed umane, impostando nuove preoccupazioni e prospettive alternative a vecchi problemi. Il tentativo è quello di illuminare possibili applicazioni, e implicazioni chiave sul come riformulare il concetto di disturbo, conducendolo ad approcci interpretativi alternativi per la terapia e altri campi del lavoro gruppoanalitico, focalizzando in particolare le risorse che questi offrono per la riconfigurazione delle relazioni di potere sia nella ricerca che nella pratica”.

I presentatori richiamano l’attenzione su come la gruppoanalisi (di Foulkes ed Elias) ebbe connessioni storiche con la teoria critica della Scuola di Francoforte del 1920, segnalando che mentre Adorno e Horkheimer (1979) formularono le loro iniziali critiche del progetto illuministico (nella forma di “ragione”, “scienza”, “storia”) la teoria sociale dopo la Seconda Guerra (per es. Lyotard) spinse oltre queste critiche come risposta ai cambiamenti nella tecnologia della comunicazione e il capitalismo (“indicando per esempio le vie attraverso le quali le corporazioni multinazionali sono oggi finanziariamente e talvolta politicamente più importanti delle singole nazioni -come il ruolo delle compagnie del petrolio nel conflitto dell’Iraq del 2004”). Come Harvey (1989) nota, la condizione postmodernista riflette le cambianti relazioni in tempo e spazio (prossimità, distanza e velocità) e come le nostre relazioni sociali (includendo quelle di lavoro, amicizia e famiglia), sono da queste trasformate.

Secondo Barman e Frosh, la spinta di svolta del paradigma “postfondazionalista” (che in senso ampio include secondo gli autori il poststrutturalismo, il postmodernismo, il postcolonialismo e il performativismo (“ performative ideas”) presenta tre temi chiave in connessione tra loro:

Il primo tema è la sfida all’autorità costituita (inclusa quella della scienza e della ragione) e la storia danno origine al concepire la conoscenza come una “prospettiva”, che è strutturata d’accordo con particolari contesti storici e culturali che rendono più difficile privilegiare una prospettiva nei riguardi di un’altra.

Il secondo tema (chiamato dagli Autori “la teoria sociale post fondazionalista”) è lo spostamento dall’identità alla “performance”. “Piuttosto che focalizzare un problema d’identità, si privilegia il processo e il contesto nel quale queste identificazioni accadono, i campi di attività che le affermazioni o alleanze facilitano o costringono... Mentre il concetto di identità è stato centrale per il pensiero umanistico, le loro vestimenta concettuali hanno privilegiato rappresentazioni di soggettività che sono eccessivamente statiche ed integrate (le quali, possiamo aggiungere, sono considerevolmente in disaccordo con le concezioni psicoanalitiche del funzionamento psichico, includendo le nozioni dell’inconscio)” (Barman, Frosh pg. 10). Anche se, detto en passant, ritengo opportuno sottolineare che per la gruppoanalisi i processi di identità sono un fulcro, tuttavia invece di considerarla come una cosa statica o un prodotto economico della monade, come può essere vista nella psicoanalisi classica, l’identità è un processo bipolare “Tra Se Individuale e Se Sociale” (Ondarza Linares J. 1995).

Il terzo tema o preoccupazione chiave del postfondazionalismo è l’attenzione alla “testualità”, specialmente al linguaggio. “Una volta che abbiamo accettato con Wettgenstein  i giochi del linguaggio come forme o pratiche culturali, noi potremmo cominciare a scrutinare queste pratiche e valutarli per la loro adeguatezza culturale e politica – perciò permettere critiche femministe postcoloniali, o teorie della “diversità” (queer theory) delle pratiche dominanti che circondano la cultura, il genere e la sessualità…. Piuttosto che invocare una spuria neutralità o trascendenza (nel modo in cui senza successo domanda la “scienza”), la teoria sociale ha focalizzato le forme di espressione o comunicazione, le loro testualità e le forme di relazioni sociali che esse preferiscono o disconoscono”.  

La monografia si occupa in dettaglio di sei argomenti principali:

1. Il femminismo. Barman E. (pg.17-30) propone nuove prospettive per esplorare come e in quale modo il genere e la differenza sessuale sono state trattate come un asse fondamentale di differenza nella psicoanalisi e la gruppoanalisi, sia in termini di relazioni interpersonali che come modelli di sviluppo psichico. E’ tempo di rivalutare una priorità maschile? Cosa ciò ci può offrire come conseguenza riguardo presupposti o modelli culturali e mentali dominanti?

2. La soggettività postcoloniale. Treacher A. (pg. 43-57) propone un’esplorazione dello stretto rapporto tra il soggetto colonizzante e il colonizzato. Questi rapporti politici, sociali ed emotivi, storicamente radicati persistono nel presente e trascinano con sé fantasie profondamente mantenute, intense emozioni e forti credenze. Questi intersecati stati non sono solo esterni alla soggettività, o qualcosa di politico che può essere proiettato all’esterno, ma piuttosto sono profondamente internalizzati e costituiscono parte della soggettività contemporanea.

3). Teoria del diverso o la “diversità”. Watson K. (pg. 67-81) esamina la “queer theory” (queer viene tradotto come strano, bizzarro, disagevole, e in gergo checca). La teoria problematizza le nozioni di identità legate al genere e al sesso, proponendo invece di considerare cosa c’è dietro a questi bisogni di rigido riferimento. Malgrado la  loro corrente generalizzazione, le categorie di identità e orientamento sessuale sarebbero non “naturali” “o evidenti” per sé, ma piuttosto avrebbero una storia e un contesto di emergenza nella cultura occidentale: “… ancora di più con le emergenti (sociali) scienze della medicina sociologica, sociologia e psicologia, e lungo i processi societari di  secolarizzazione, che nella famosa analisi di Foucault (1980) hanno fatto della psicoanalisi un “confessionale secolare” (Barman, Frosh, ibidem pg.11). La sfida impostata dalla “queer theory” è come proporre domande diverse che sono meno protese al conseguimento di una identità (individuale e gruppale) come stato finale e di possesso, ma più interessate al processo e all’attività che ne sono all’origine e la determinano.
La prospettiva euristica per la gruppoanalisi, è che il processo gruppoanalitico, essendo legato intimamente ai problemi di identità e appartenenza, può essere considerato un approccio performativo (“Ego training in action” Foulkes). “Il processo gruppoanalitico, come mezzo di cambiamento guidato (as a medium of guided change) – dicono Barman e Frosh – è un approccio performativo, per i suoi obiettivi di promuovere contesti che contrastano la compulsione a ripetere e facilitano il fare le cose in modo diverso, e la riflessione su come queste cose possono accadere in modo diverso”. Io mi permetterei di sottolineare che anziché un modo di “cambiamento guidato”, è un modo di cambiare “condiviso” all’interno della matrice dinamica dello stesso gruppo (a shared change in the matrix). Questo non è un semplice dettaglio, ma un fatto qualitativo e specifico del processo gruppoanalitico che lo preserva da un “cambiamento come opposizione avversativa”, o da un rifugio nel fondamentalismo come prodotto esasperato della “queer theory”.

4. La narrazione nella ricerca sociale. Squire C. (pg.91-107) ammette che le “storie” promettono universalità e umana accessibilità, ma l’analisi di esse richiede una ragguardevole e comprensiva attenzione delle dimensioni individuali, sociali e culturali del linguaggio e del suo significato. Si considerano suggestivi  modi di comprendere “il mondo sociale come narrazione” e la importanza di questo approccio per la ricerca e la pratica e le sue possibilità in gruppoanalisi.

5. Il significato della traduzione da un linguaggio ad un altro nella costruzione di un significato. Riassumendo, con l’autrice A. Zavos (pg. 115-128), “il tema è uno sforzo per vedere la terapia attraverso la metafora della traduzione, sviluppando alcuni dei problemi della traduzione e particolarmente come questa si rapporta con le strutture gerarchiche di potere o i sistemi di produzione di significato (mette in relazione entrambi con diverse lingue e il loro relativo status, come possiamo osservare per esempio nel dominio della lingua inglese come “unità monetaria” di comunicazione globale in diversi domini discorsivi come la scienza sociale, la terapia, la letteratura ecc.) per chiarire alcune delle sfide in cui i terapeuti, così come i ricercatori, confrontano le loro rispettive posizioni come mediatori o arbitri del significato e azioni di altri”.

6. Una revisione o riteorizzazione del concetto dello spazio come relazionale e performativo. L. Bondi (pg.137-199) propone: “La terminologia spaziale è usata in molti campi, includendo quello delle psicoterapie, in modi che frequentemente passano inosservati. La “geografia umana” ha espresso la sua ambivalenza riguardo all’apparente proliferazione del “pensiero spaziale”, sfidando alcuni significati dati come scontati e attribuiti a “spazio”. Disegnato specialmente dal punto della geografia femminista, questo articolo sottolinea due delle più influenti re-teorizzazioni dello spazio: come relazione e performativo”.

Mi è sembrato pertinente accennare almeno superficialmente a questi densi e ricchi temi; alcuni forse appariranno come spinte intellettualizzate in certi contesti accademici inglesi dove emergono, ma appare fuori dubbio che possono coinvolgere sia la pratica clinica quotidiana che la ricerca gruppoanalitica contemporanea e futura.

Il circolo, il campo, il processo gruppoanalitico può essere un adeguato contesto non solo come modello terapeutico ma come prospettiva gruppoanalitica di ricerca di senso e significato di alcuni degli inquietanti interrogativi che il postmodernismo propone.

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Note

1  Psichiatra, gruppoanalista, Presidente del Centro di Analisi Terapeutica di Gruppo (C.A.T.G.) Chairman della Group Analytic Section. International Association of Group Psychotherapy (I.A.G.P.).

2 Abbiamo trovato nel bel saggio di Mecacci “Psicologia Moderna e post-moderna” una esposizione breve, completa e ricca di riferimenti nel campo della psicologia. Ne abbiamo approfittato per introdurre alcuni argomenti in prospettiva gruppoanalitica.

kandiski

In occasione di una conferenza che Luigi Zoja ha tenuto ieri a Fano abbiamo approfittato della presenza sul nostro territorio di questo importante psicoanalista junghiano, scrittore e attento osservatore della cultura e della società contemporanea, per incontrarlo personalmente e fargli qualche domanda in particolare sul suo ultimo saggio uscito l’anno scorso per Bollati Boringhieri intitolato Paranoia. La follia che fa la storia.

Luigi Zoja ha studiato e insegnato al Carl Gustav Jung Institut di Zurigo, é presidente dell’IAAP (International Association for Analytical Psychology), associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, e ha presieduto l’AIPA (Associazione Internazionale di Psicologia Analitica). I suoi testi sono stati tradotti in quattordici lingue.  Ha vinto per due volte (nel 2002 e nel 2008) il Gradiva Award, assegnato ogni anno negli Stati Uniti alla saggistica psicologica.

Zoja ha accettato volentieri il nostro invito e ci ha concesso così un po’ del suo tempo per rispondere alle nostre domande.

Narciso: Nel tuo ultimo saggio, Paranoia. La follia che fa la storia, fai una densa e appassionata riflessione su quella che ritieni essere l’origine paranoica dei più grandi disastri, guerre mondiali, colonialismi, genocidi eccetera, accaduti in Occidente durante il secolo scorso, che tu definisci ‘secolo del male’. Che cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?                                                                                        

Zoja: Mah, forse prima smusserei precauzionalmente un angolo della domanda, direi che non è proprio l’origine paranoica perché non voglio poi essere accusato dagli storici di riduttivismo. Non è che questa componente chiaramente di deformazione mentale possa essere classificata come la origine, però certamente una componente estremamente importante e, data l’importanza degli eventi, sicuramente sottovalutata. Che cosa mi ha spinto? In generale, come forse avrai visto da altri miei scritti a me interessa coltivare, della eredità di Jung e di Hillman, questa amplificazione attraverso appunto un esame e uno sguardo culturale il più ampio possibile e in particolare in un ambito di indagine esteso proprio alla storia, non solo esteso al mito o alle rappresentazioni artistiche, letterarie ecc., che pure hanno certe manifestazioni culturali e che ovviamente possono essere importantissime perché emblematiche di una certa epoca, ma la storia in generale che è quello che non si contraddice. Sono molto contrario alla manipolazione e alla cattiva qualità che francamente fanno tanti junghiani. C’è uno junghismo più new age e commerciale. Quindi certamente ho questo desiderio. A me hanno sempre colpito personaggi come il grande regista Bergman che ha detto in certe interviste e in certi articoli che in fondo la sua opera era generata da un confronto col male, un voler capire di più il male. E francamente io personalmente nel mio piccolo sono affascinato, inorridito ma comunque certamente attratto dal bisogno di capire di più come il male abbia potuto moltiplicarsi nel ventesimo secolo. Credo che noi siamo frutto comunque di una cultura sostanzialmente laica, illuminista, aperta, quindi non è che la condizione dell’uomo continua a peggiorare e l’uomo va verso i secoli bui. No, no, esiste più conoscenza e più consapevolezza in linea di massima. Ma quindi questa contraddizione tra un progresso che è incontrovertibile da un lato, e dall’altra parte l’ingenuità delle aspettative di un progresso troppo semplificato come quelle appunto degli anni ‘60 e ‘70 dei movimenti marxisti, col contributo anche della psicoanalisi sarebbe migliorata la condizione dell’uomo. No, le cose sono più complicate e la psicoanalisi deve continuare a collaborare con le altre analisi storiche e culturali. Questo in generale, poi più nello specifico io comunque stavo già raccogliendo impressioni e informazioni su eventi tragici. Ho sempre visitato, non so, andando in Giappone il Museo di Hiroshima, in Sudafrica la Robben Island dove avevano rinchiuso Mandela e tutti gli oppositori. La settimana scorsa ero a Monaco di Baviera e ho visto Dachau, in Argentina dove vado spesso la ESMA, la scuola meccanica della marina dove tenevano i prigionieri e dove torturavano ed eliminavano gli oppositori. E così via. Quindi un interesse più generale, e un’occasione un po’ scatenante l’essere negli Stati Uniti e a New York in occasione dell’11 settembre perché vivevo lì. In realtà dovrei dire il 12 settembre perché all’11 settembre c’era la paranoia dei terroristi che sapevamo già che c’erano, poi la risposta della cultura popolare e della cattiva politica di Bush il 12 settembre, la politica della paura e la risposta ai terroristi. Quindi una motivazione più personale.

Narciso: Sei uno junghiano attratto dalla storia…

Zoja: Sì certo, con un’attenzione e un rispetto per l’inconscio e al tempo stesso ancoramento ai dati della realtà, per evitare di cadere nella superstizione, nella magia, e appunto nello junghismo, non junghiano ma junghismo new age e commerciale. Certo, ci sono già grandi analisi come quelle di George Steiner sul perché la Germania che era il paese più colto d’Europa abbia anche proprio in quegli anni generato il nazismo. Certamente, ma quello che mi interessa è capire l’inconscio collettivo perché l’essere umano è comunque quell’animale con una coscienza individuale ma anche con una dimensione collettiva inconscia fortissima, per cui tu metti assieme un gruppo, gli dai una certa eccitazione, un certo motivo, una certa dis-soddisfazione, e parte il linciaggio, parte il pogrom. Sono situazioni un po’ estreme, però é un gruppo che praticamente è concorde nell’eliminare un povero diavolo che non c’entra niente ma che fa da capro espiatorio. Questa è la radice un po’ della paranoia, ma lì lo si vede direttamente. Certo, c’è anche nel gruppo di persone che partecipano al pogrom e al linciaggio chi si tira fuori, però è minoritario come ho detto anche nel libretto Centauri3. Quello che ho voluto studiare non è tanto la violenza sessuale maschile, poiché purtroppo ci sarà sempre una certa quantità di patologie, ma il caso singolo e patologico, il violentatore singolo, sa di essere fuori legge, sa di essere un po’ in qualche modo malato e cerca di nasconderlo. Il problema è quando c’è tutto il gruppo, e tutti addirittura si fanno belli e c’è quello che non partecipa e si vergogna e gli altri lo fanno vergognare, e il livello di coscienza nel doppio senso di consapevolezza e di livello morale si abbassa a questo punto.

Narciso: La trasgressione diventa legge.

Zoja: Esattamente, c’è il gruppo. L’aspetto proprio di branco. Infatti l’espressione popolare che si usa ci sta bene perché è branco. E la cosa si collega molto all’argomento della paranoia.

Narciso: Sì, infatti siamo entrati nel tema e ti chiedo di darci una descrizione essenziale di cosa intendi per paranoia collettiva anche se siamo già entrati nella questione.

Zoja: Per paranoia collettiva intendo proprio questi meccanismi ipersemplificati di espulsione del male che quasi più che da descrizioni psicologiche o psicopatologiche sono descritti dall’antropologia o, non so se sia classificato come filosofo, dalle descrizioni di René Girard sul capro espiatorio come antico meccanismo mentale per eliminare il male. Questa è una delle prime cose che mi ricordo si imparavano allo Jung Institut e che ho proprio assimilato molto della formazione junghiana: se qualcosa appartiene alla nostra psiche naturale per nascita, quello che appunto Jung chiamerebbe archetipico, che ci appartiene a tutti, tu non lo elimini mai, semplicemente lo nascondi alla coscienza e quello che non viene sperimentato direttamente come nostro incosciente è destinato non a sparire ma a manifestarsi per proiezione, e quindi se tu non accetti che tutti siamo portatori di una certa dose di male si determinano questi meccanismi. Dobbiamo conoscerci, dobbiamo essere capaci di autocritica, di automoderazione, di non volere troppo e poi anche di riconoscere che siamo imperfetti, mai completamente puliti, mai completamente puri. La paranoia collettiva in sostanza è il punto di congiunzione tra un meccanismo individuale di espulsione del male e un messaggio collettivo, un mito, un rito antropologico che, come dice Girard, nella civiltà tribale espelle il male ritualmente, possibilmente con un animale che viene cacciato via. Una cosa accettabile, e questo diventa il simbolo. Tutta la tribù che si sentiva turbata da certi avvenimenti, magari da certi comportamenti poco sociali, si tranquillizza. Proprio una specie di psicoterapia collettiva. Qualcosa di molto simile avviene anche in civiltà sempre più grosse in cui poi il meccanismo è dato di volta in volta modificato da messaggi collettivi apparentemente razionalizzati. Non dimentichiamo che noi diciamo ‘che vergogna i nazisti, Hitler’ eccetera, ma il razzismo alla prima metà del ventesimo secolo, o comunque quantomeno fino agli anni ’10-’20-’30, è molto accettato come discorso. C’è questo testo che io cito di Freud e quel diplomatico americano che scrivono su Wilson, quindi il testo è in inglese, in cui si usa quasi sempre il termine human race. Ma anche in italiano. Insomma, quasi in tutte le lingue il termine razza tendeva a sostituire quello che oggi con più precisione chiameremmo etnia, cultura. A quei tempi quando usi la parola razza non si distingueva cosa intendevi con biologico, e quindi non modificabile, e cosa no. Quindi il discorso razzista di Hitler visto a distanza ci sembra troppo rozzo e troppo semplice ma in realtà a quei tempi ci cascavano. In realtà Hitler prende i modelli da istituti dell’eugenetica americana. Ci sono dei bei saggi su questo. Per fortuna questo non appartiene alla tradizione cattolica perché noi col male ci andiamo a nozze, noi ci stiamo insieme, ci sporchiamo e poi ci puliamo con la confessione. E’ così, è vero, è una tradizione culturale. Sì, si continua così, non so, non si istituisce il divorzio, gli uomini hanno delle avventure poi si confessano e tornano dalla moglie. In una civiltà protestante più puritana c’è questa espulsione e questo costituisce una matrice culturale per cui è più facile che si manifesti con uno sfondo protestante e puritano. Infatti mi sono riferito in un capitolo proprio alla tradizione – non è un termine anche questo che ho inventato io, è di un grande saggista di questa saggistica americana, giornalismo molto colto liberal degli anni ’50, di eccezionale qualità che non esiste quasi più, lo stile paranoico nella politica americana – c’è una tradizione di questo tipo a cui risale McCarthy e come dicevo a cui fa ricorso Bush con la politica della paura che ti fa vedere sempre terroristi dappertutto e non vedere che sono il paese più ricco del mondo e hanno decine di milioni di persone senza assistenza sanitaria, o i bambini e la mortalità infantile dei ceti più bassi che è vergognosa.

Narciso: Quindi si potrebbe dire che il meccanismo è sempre quello della paranoia solo che ora tende a catturare di più le masse rispetto magari al passato.

Zoja: Diciamo che l’archetipo viene sfruttato. Quello che così mi sono preso la briga di sottolineare è come esista non una sincronia ma una collaborazione inconsapevole e una sinergia, forse è l’espressione giusta, fra paranoia e mezzo di comunicazione man mano che i mezzi di comunicazione diventano di massa. Cioè, per diventare di massa si rivolgono a un pubblico purtroppo sempre più semplice, sempre più rozzo, e adottano dei messaggi sempre più semplificati. Quando noi andiamo al mezzo di comunicazione di massa di cattiva qualità istintivamente andiamo subito alla televisione che ha sostituito la carta stampata e ovviamente tende a essere, proprio perché il meccanismo visivo è più veloce, più superficiale. Lasciamo perdere che in Italia è molto peggiorato perché c’è stata la televisione commerciale, berlusconiana, poi anche la televisione di stato che ha copiato quella commerciale, e poi i quotidiani che hanno copiato gli schermi. Quindi un peggioramento a catena. In realtà – questa di nuovo non è una cosa che dico io ma insomma la storia dei mass media dice – ci sono tre grandi fasi: la carta stampata, che diventa di massa nella lingua inglese già nell’800; la radio, nella prima parte del ‘900, in particolare la radio non più solo come mezzo di trasmissione ma come mezzo di propaganda inventato dal fascismo, copiato dal nazismo e dall’Unione Sovietica; e poi gli schermi, con la degenerazione attuale. Naturalmente, da noi Berlusconi e queste cose sicuramente sono un fattore di peggioramento più rapido e di decadimento più grave della qualità, però la cosa è più complessa e inizia in Inghilterra e negli Stati Uniti con la cosiddetta Yellow Press, cioè il quotidiano dozzinale che semplifica il messaggio.

Narciso: Bene, torniamo all’11 settembre, dopo il quale l’occidente si è schierato unanime contro il fondamentalismo, considerato come la vera piaga del mondo attuale. È possibile riconoscere in questa nuova opposizione alcuni aspetti della paranoia collettiva così come almeno ne parli nel libro?

Zoja: Sì, senz’altro. Ma non è poi vero che si sia schierato così. L’occidente si è schierato con gli Stati Uniti perché era giusto, era inevitabile per solidarietà. Io me lo ricordo l’11 settembre. E’ stata anche l’unica volta in quegli anni passati negli Stati Uniti che siamo andati in chiesa. Con mia figlia piccolina abbiamo acceso – perché poi ci sono questi aspetti anche più rituali nella tradizione americana – le candeline per quelli che non erano tornati e per quelli che erano morti. Poi però già il 12 settembre mi sembrava di vedere gli eccessi, e in Europa ha cominciato subito chi poteva prendere una certa distanza. Ci sono stati in particolare i francesi, i quali sono abbastanza orgogliosi di essere francesi, che hanno preso più le distanze. Mi ricordo questa cosa famosa del ristorante di Washington che ha abolito le patatine, quelle che si chiamano french fries, e le hanno chiamate freedom fries perché [i francesi] non si associavano con solidarietà. Adesso a ripensarci è una cosa incredibile. Cioè anche più paranoico è stato l’atteggiamento americano e anche mancante del senso dell’umorismo. Io l’ho tenuto il numero del New York Times – quello che mi è rimasto degli Stati Uniti è appunto l’abitudine a leggere non il Corriere o Repubblica ma questo che considero pur sempre il miglior quotidiano del mondo – che ha dedicato tutta una sezione e diverse pagine al decennale dell’11 settembre, e dava un po’ di dati. Cioè, come erano aumentate le spese americane per la difesa! Poi questa Homeland Security e tutto il dipartimento della sicurezza. Da un certo punto in avanti entrando negli Stati Uniti o, per me che ero residente, anche solo rientrando, oltre alla frontiera dovevi fare questo Homeland Security che ti controllava in maniera assolutamente paranoica. Ma la spesa per questo Homeland Security! La spesa aumentata per la difesa legata in gran parte alle campagne dell’Iraq e dell’Afghanistan che non hanno affatto risolto il problema è assolutamente sproporzionata rispetto a quell’episodio, che sarà stato tragico, però erano 2900 i morti delle Twin Towers. E poi non ci sono stati più degli episodi di questa dimensione quindi effettivamente c’è stata tutta un’esagerazione assoluta della cosa e una politica molto basata sulla paura che proprio infettava tutti perché mi ricordo, lì nell’ottobre-novembre del 2001 abitando negli Stati Uniti, tutti i canali continuavano a parlare di queste lettere infettate dall’antrace che poi era invece un movimento di questi razzisti di estrema destra americani che le avevano messe in giro. Quindi non c’entrava niente. Però la televisione parlava quasi solo di questo. Ti dava queste istruzioni paranoiche: ‘scendi in cantina, chiudi la porta sigillandola col nastro adesivo, lascia i bambini su, mettiti la mascherina e i guanti e apri le lettere’… figurati se dovevi fare così per tutte le lettere.

Narciso: Questo un po’ esemplifica il meccanismo della paranoia che nasce sempre da un nocciolo di realtà per poi svilupparsi nell’eccesso.

Zoja: Certo. C’è la famosa frase che poi credo venga da Woody Allen: “anche i paranoici hanno poi dei veri nemici”. Sarebbe troppo semplice. Siccome la paranoia nasce anche da queste semplificazioni nero o bianco – ‘quello è il cattivo, il nemico’ è una semplificazione – ovviamente sarebbe anche una semplificazione dire che la paranoia è sempre una falsificazione. La paranoia nasce da un’intuizione, da qualcosa che ha anche un aggancio alla realtà, però è un meccanismo delirante che sfugge di mano e spiega tutti gli eventi rilevanti della realtà con quello. 

Narciso: Un aspetto che mi ha molto colpito nel libro è quando parli di democrazia. La democrazia è considerata come la più alta e pacifica forma di convivenza civile politicamente garantita, e come una delle più recenti e importanti conquiste da parte della cultura occidentale contro la seduzione della violenza e del male…

Zoja: nonostante tutto

Narciso: …nel libro tu invece affermi al contrario che la nascita delle istituzioni democratiche è paradossalmente anche la nascita di istituzioni paranoiche. Puoi dirci qualcosa di più su questo punto?

Zoja: Sì. Se posso correggere, non è che affermo al contrario, non è che nego tutto, dico che però è una bella zona grigia molto grossa anche la democrazia. Non è bianca. Direi questo, se posso usare l’immagine che ho usato altre volte che poi non è mia ma è presa da Primo Levi.

Narciso: Ecco, in che senso?

Zoja: Eh be’, perché la democrazia è, mi pare sia una delle famose provocazioni di Churchill, la migliore di tutte le forme di governo possibili escluse tutte le altre. E quindi è un pasticcio. Però le alternative sono ancora peggio per cui la democrazia è un meccanismo formalmente democratico che in pratica sarà sempre molto manipolato da chi ha già potere economico, politico, eccetera. Però se molliamo, e diciamo che allora sono meglio i tiranni, penso che francamente caliamo le braghe in modo definitivo. Probabilmente l’essere umano è fatto così, che non ha solo una vita eroica con la spada fiammeggiante dell’arcangelo Gabriele che ha compiti sacri. L’essere umano avrà qualche volta il compito di brandire la spada per cacciare il male e altre volte avrà il compito di tenersi su le braghe quando altri cercano di fargliele calare. Stiamo attenti che il nostro compito è anche non calare le braghe, continuare a difendere la democrazia anche quando è molto degenerata. Non prendersela per esempio paranoicamente con tutti i politici. È vero che la politica adesso in Italia è molto corrotta ma che facciamo, torniamo a Mussolini? All’uomo della provvidenza? Cioè, stiamo attenti, la democrazia è una grande conquista, i mezzi di comunicazione sono una grande conquista. Siamo molto più informati quindi siamo più vicini alla verità. Poi, diciamo la verità, purtroppo c’è anche la manipolazione della comunicazione. Soprattutto quando cercano di vendercela in quantità crescenti diventa di massa, diventa di gusto sempre più popolare, e quindi stiamo attenti, cerchiamo di scegliere, cerchiamo di vedere, che so io, il programma buono quando la famiglia si riunisce e ha il telecomando.’Ma no, quello è così, sono stanco fammi vedere qualcosa di più leggero’… ecco questo è un primo passo praticamente pericoloso. Sì, stiamo attenti, non facciamo i moralisti ma non facciamo neanche quelli che si vergognano. Secondo me è come dar da bere all’alcolista, siamo spesso in situazioni a rischio quindi difendiamo anche la scelta del programma più buono in una famiglia che litiga per il telecomando.

Narciso: E Internet può essere un po’ un capitolo a parte oppure secondo te no? Internet é strutturalmente diverso.

Zoja: Strutturalmente diverso. Da un lato ti permette una scelta individuale, di solito lo fai individualmente, poi è più democratico perché bidirezionale, dall’altro è più legato all’uso individuale dello schermo quindi contribuisce a frantumare ulteriormente i legami societari. Anche lo schermo televisivo nonostante tutto si tende a guardarlo ancora abbastanza insieme. Quindi anche lì bisogna distinguere, non lo so. Io la televisione non la so accendere perché la uso sempre per il dvd. L’unica volta che l’accendevo era ogni quattro anni quando c’era il dibattito per la presidenza americana, che trovo un evento che può essere così storico. È bello oggi perché uno clicca e trova su youtube il dibattito tra Nixon e Kennedy che è stato un momento abbastanza qualificante della storia del mondo in generale. Poi fai anche un po’ di esercizio di inglese. È stato anche, credo, il primo dibattito pubblico televisivo. Sono molto interessanti. Ma comunque siccome non sono più abituato ad accendere la televisione mi sono perso quello di Obama. Lo rivedrò sul computer.

Narciso: In un altro libro, Contro Ismene4, tu parli di anticorpi culturali contro la violenza. Che cosa intendi esattamente con questo termine?

Zoja: Secondo me il principale anticorpo è la consapevolezza. Ce n’è poca e purtroppo ce n’è talmente poca, anche questo è consolante, che non è difficile lavorare per aumentarla. Appunto, anche l’ascolto televisivo, radiofonico, la lettura stessa vedono un prevalere tale dell’aspetto consumistico o come si dice in inglese di enterteinement, di passatempo rispetto all’approfondimento, che per capire meglio ci vuol poco a fare un minimo di salto, un minimo di sforzo e leggere delle cose che non siano solo intrattenimento. Il quotidiano italiano è diventato bestiale perché ormai sono quasi dei volumi di cento pagine ma in cui la gran parte degli articoli non sono informazione approfondita, sono proprio pettegolezzo, intrattenimento, eccessiva prevalenza di quello dove puoi puntare il dito. Si dice che la televisione italiana è quella che ha la più alta percentuale di cronaca nera. Ma anche i quotidiani, anche Repubblica che è nata un po’ come critica e alternativa adesso, a poco più di trent’anni dopo, cosa è diventata? Io li ho seguiti tutti e due, quando è nato il Pays e quando è nata Repubblica, sono nati come un po’ più della borghesia intellettuale critica, un po’ di sinistra. In Spagna addirittura era appena finita l’era di Franco, quindi della dittatura. Sono nati molto equivalenti, li ho seguiti negli anni. Adesso il Pays continua a essere un giornale critico, infatti è a rischio di chiusura. Repubblica ha ancora ovviamente qualche articolo buono però nascosto dentro cento pagine di pettegolezzo: i divi cosa fanno? Cosa fanno i personaggi famosi?... o la cronaca nera. La proiezione sia di un cosiddetto ideale divistico: a me soggetto frustrato interessa vedere cosa fa George Cloney; oppure il male: ‘ah! il criminale, il teppista, l’immigrato che ha commesso questo’, senza un’analisi approfondita di come il male si genera. Quindi, certo, l’anticorpo al male è anche soltanto non limitarsi a raccontare come quello ha sgozzato il bambino ma capire perché c’è chi sgozza il bambino. Qualche sforzo si può fare. Una cosa di cui mi pare ho parlato in Contro Ismene è la simmetria del male. Certamente il male può avvenire in tempi molto rapidi. Come dicevamo, l’eccitazione del pogrom o del linciaggio è come una fiammata che prende tutto, una inebriatura, e invece la consapevolezza va per vie individuali più lente. Certo, l’esempio estremo è nella nostra professione, nell’analisi. Però in generale non c’è bisogno che tutti vadano in analisi ma, questo va detto, in un’Italia di oggi impoverita e anche con livelli di educazione mediocri tutti possono leggere qualcosa di buono e capire un po’ meglio il mondo che li circonda e non vivere soltanto di consumismo.

Narciso: In che senso per esempio la religione e il mito possono essere considerati come possibili rimedi alla paranoia collettiva?

Zoja: Rimedi non lo so. Diciamo che comunque la religione nonostante tutto, e malgrado tutte le religioni siano state deformate dalla manipolazione storica di certi gruppi, quindi un clero che se l’è presa in mano o classi dominanti che ne hanno approfittato, è per definizione, anche nel senso della parola “religione”, che ti collega ma ti collega a valori superiori, a qualcosa di trascendente e quindi proprio il contrario del consumismo. Qualcosa che trascende l’immediato.

Narciso: Quindi anche della paranoia.

Zoja: Ma assolutamente. E’ proprio un meccanismo quasi fisico, emozionale, scaricare la tensione: ‘eccolo lì il cattivo, prendiamo i bastoni e scacciamolo subito, bastoniamolo’.

Narciso: Senza accedere a un simbolo.

Zoja: Assolutamente. E a un programma di lunga durata.

Gili: C’è all’interno della paranoia un elemento fondante che è nell’aspetto proiettivo del sentimento individuale che riesce a favorire il costrutto paranoide? Oppure, in altri termini, quanto all’interno della paranoia è fondante la proiezione, la dinamica proiettiva?

Zoja: Certo, a questo si può rispondere in modo netto. Praticamente la paranoia è la totale proiezione. Detto anche per chi non è abbastanza addentro e semplificando un po’ a nostra volta un discorso complesso, sostanzialmente la paranoia è la mancanza di psicologia, la mancanza di introspezione. L’attribuzione di una tensione di un interrogativo psicologico tutto all’esterno, quindi in questo senso praticamente è la soluzione attraverso la proiezione. La psiche tutta proiettata, e quindi per definizione la mancanza di consapevolezza. Quello di cui sei inconsapevole sei condannato a viverlo proiettandolo. E qui ovviamente vi è la responsabilità dei mass media, del clima dell’epoca, e ovviamente dei momenti di tensione particolari, dei momenti di forte crisi economica o addirittura le fasi di guerra in cui è più facile che l’aspetto collettivo della paranoia sia infettivo. Tutti sono in ansia e quindi tutti sono inconsciamente alla ricerca di un capro espiatorio, di un meccanismo proiettivo il più ampio possibile che spieghi disagi ad ampio spettro, sia di un ovvio aumento della criminalità che c’è nei momenti di crisi economica, sia della tensione e della paura.

Narciso: E quindi è più facile individuare il nemico altrove, all’esterno.

Zoja: Sì. Come dicevamo adesso, siamo in una situazione di crisi politico-economica, stiamo attenti però a non prendercela con la classe politica con la c maiuscola.

Narciso: Foucault ci ha insegnato a concepire la follia come il prodotto di un sistema sociale condizionato dal potere. Tu già dal sottotitolo rovesci la questione, per cui non sarebbe tanto la storia che fa la follia ma, come già nel sottotitolo del libro, è la follia che fa la storia. Un commento su questo aspetto.

Zoja: Giusto. Ti rinvio, così faremo un’altra intervista, al mio prossimo libro in cui analizzo una cosa che per me ha fatto la storia, un dibattito favoloso, un dibattito alla televisione olandese – piccoli paesi con tradizione democratica – un lungo dibattito sulla condizione umana in generale tra Foucault e Chomsky. Due giganti. Però, secondo me ne esce uno a zero. Foucault si fa prendere un po’ dalla paranoia. Foucault è una persona, una mente brillantissima ma che semplifica troppo. Ha delle tesi e delle intuizioni geniali. Ricostruisce la medicina, la psichiatria, ricostruisce tante cose, anche il sistema carcerario. Il Panopticon l’ho citato anch’io, per carità. È geniale, però a un certo punto si fa prendere talmente nel suo meccanismo mentale, in questo forse è proprio un tipico intellettuale francese, che va via dalla realtà e quindi attribuisce proprio al sistema… Cos’è il sistema? Non c’è il sistema, ci sono poi gli esseri umani e diverse circostanze storiche. Questi sono i rischi che hanno corso gli anni ’60 e ’70. Questo dibattito è degli inizi degli anni ’70 e lui se la prende col sistema, col sistema capitalistico che fa degenerare e che manipola l’università, che è un prodotto delle classi dominanti. Le cose sono un po’ più complesse di così e non puoi per esempio eliminare tutta l’università perché è un prodotto delle classi dominanti. 

Narciso: Sembra un po’ una tendenza tipica francese.

Zoja: Non vorrei essere razzista, o meglio culturalista. Mi sono lasciato andare anch’io a qualche commento sugli aspetti più forti nella cultura americana legati poi alla paranoia o alla commercializzazione, nella cultura francese sugli aspetti forti legati alla intellettualizzazione. Proprio perché sono un po’ troppo permanenti, questa apparente forza si rivela alla lunga una debolezza. Sono gli aspetti deboli perché uno spinge troppo l’acceleratore in quella direzione. Sono d’accordo con te.

Narciso: Il tema della paranoia così come viene trattato nel tuo libro risveglia domande antiche sull’origine del male, sul contagio e sulla sua trasmissione. Che cosa è per te il male? 

Zoja: Con degli amici abbiamo messo in scena una lettura teatrale della corrispondenza tra Jung e Padre White, che era questo teologo cattolico molto interessante, morto precocemente. Per andare alla sostanza, una parte qualificante di questo dibattito epistolare, di cui poi noi abbiamo isolato alcune lettere perché è lunghissimo e anche molto specialistico, è che molto chiaramente Jung rifiuta qualcosa che appartiene alla tradizione cattolica e quindi poi attrae su una strada pericolosa questo teologo cattolico. Alla fine, è tragico, [Padre White] perde sia il rapporto con Jung sia l’appoggio della chiesa. Diciamo che è un processo di individuazione di Padre White. Comunque, lì c’è come un’insistenza sulla originarietà del male. Troppo comodo dire che il male è un prodotto solo di certe circostante storiche molto particolari.

Narciso: Come se ancora una volta giungesse da fuori.

Zoja: Esatto. E’ un potenziale proprio archetipico di tutti noi e in mancanza di argini storici, culturali, legali, di proibizioni, tutti siamo a rischio. La famosa domanda ‘se tu adesso schiacciando un bottone uccidi un cinese su un miliardo e trecento milioni ma in questo modo ti liberi e non verrai mai scoperto…’

Narciso: Ci sono proprio degli esperimenti su questo.

Zoja: Sì, che tra l’altro ho richiamato anch’io nel libro. Tutti abbiamo la tendenza, se non proprio a essere cattivi e malvagi e a fare del male gratuito per interesse personale, certamente ad andare col gruppo, con l’autorità che ti ordina qualcosa di moralmente discutibile, e a non affrontare il costo dell’elaborare solitariamente nella tua coscienza personale quel problema, faticosamente e lentamente. Sarebbe sempre secondo me da sospettare chi reagisce immediatamente: ‘ah no! Facciamo così perché così è giusto e cosà è sbagliato’. Penso quindi che sia sempre un problema molto complesso e potenzialmente archetipico, non attribuibile a certe epoche ma attribuibile all’animo umano nel suo complesso. In questo senso vado con Jung, vado con Hillman, e con le teorie degli archetipi, sicuramente.

Narciso: Quindi non si tratta tanto di chiedersi che cosa sia il male quanto dare per scontato che si tratti di qualcosa che è sempre fuori da sé stessi.

Zoja: Diciamo quando viene canalizzato ed espresso fuori, quando ti permetti di farlo e poi dopo un po’ si creano dei problemi e allora hai bisogno di attribuirlo ad altri, di giustificarlo proprio con il meccanismo che ho spiegato da qualche parte anche nella Paranoia del lupo e dell’agnello. A un certo punto hai fame, hai bisogno di mangiarti l’agnello e devi decidere che l’agnello ti ha fatto un torto. Quella che si chiama razionalizzazione, oltre che proiezione.

Narciso: Il libro si apre con un’analisi della tragedia di Sofocle, Aiace. Tu sembri insistere sull’importanza di recuperare una visione tragica dell’essere umano, tragica nel senso di tragedia greca.

Zoja: Certo.

Narciso: Ecco, puoi chiarire questo aspetto?

Zoja: Sì. Questo ha a che fare anche con qualche altro piccolo studio che ho sviluppato. La prima volta che ne ho parlato era in un breve saggio, che poi è pubblicato nella collezione miscellanea mia che si chiama Coltivare l’anima5. Detto in due parole, mi sono chiesto se l’uomo non abbia un bisogno assolutamente originario, imprescindibile, di raccontare e di raccontarsi. L’essere umano è essere umano e non più animale perché ha bisogno di vivere oltre la vita biologica questa vita psichica, e questa vita psichica poi si esprime in un racconto di vita. La forma principale del racconto, del racconto proprio di com’è l’essere umano, é anche tutto sommato la più antica, almeno nella nostra tradizione nell’Occidente, cioè nasce dai greci quindi ha il punto di nascita ma anche il punto più alto. Probabilmente esisteva già da prima, ma prima non c’era cultura scritta. Nasce con Omero perché poi come sappiamo anche l’epica, anche Omero, corrisponde a una concezione tragica dell’uomo. Non è che vincono i nostri e vengono sconfitti i cattivi, al contrario. Come ho cercato di mettere in luce, in fondo per lo stesso Omero sono quasi più simpatici i troiani, i nemici, i non-greci. C’è di più questa pietà, c’è questa immensa pietà e immensa apertura, quindi una comprensione psicologica. Ho fatto la solita battuta anche ieri dicendo che poi in realtà il più grande psicologo era già Omero. Questa apertura totale alla complessità umana. Poi l’uomo ha avuto la possibilità di raccontarsi. Poi, come ci dice un grande del nostro tempo, George Steiner, la tragedia pian piano muore. La tragedia è una forma di racconto molto complessa che nasce solo in epoche grandi, e praticamente col ventesimo secolo quasi muore. Io mi domando – retoricamente, perché poi sono convinto in questo senso di avere la risposta – se nel ventesimo secolo scompare più o meno definitivamente la tragedia perché si afferma con prepotenza un’altra forma di racconto che è il racconto di massa e che è, naturalmente semplificando per intenderci ma è una cosa più complessa, Hollywood. Perché l’antenato della televisione è il cinema, e però il cinema di massa viene inventato come prodotto industriale americano che è non solo una certa industrializzazione ma anche una certa semplificazione, una strutturazione molto archetipica, del racconto, cioè viene scelto il racconto in cui arrivano i nostri e vincono i buoni. Lo happy hand. Hollywood in realtà è un’immensa fucina e ha fatto anche prodotti nobilissimi molto più complessi e assolutamente tragici, però in linea di massima la tendenza è che il prodotto di massa si vende bene quando ti solletica, quando lusinga il pubblico, quando ti fa identificare con i buoni, quando è consolatorio. Non ti insegna a distinguere che siamo tutti complessi, ma ti insegna abbastanza a separare. Quindi semplifica il racconto, e qui torneremmo anche un pochino alla mentalità di massa col potenziale di scissione e proiezione un po’ paranoico. Non voglio dire che Hollywood sia paranoico però è semplificatorio. Ora, se il racconto della vicenda umana è invece prima di tutto racconto della complessità umana e della complessità tragica, la tragedia è tragedia non perché finisce male mentre la commedia finisce bene, queste son banalità, ma perché è racconto della complessità. Tant’è vero che poi tragedia e commedia andavano insieme, erano tre tragedie e una commedia. E’ un tutt’uno. È l’autore che ti dice cos’è l’essere umano ed è una complessità inscindibile. È l’ambivalenza dell’uomo. È la sindrome come dicevo anche della paranoia di Creonte che da un lato vuole semplificare dall’altro ha il dubbio, ‘sbaglierò?’.  È proprio quella la profondità. E la semplificazione del racconto elimina questo dal racconto pubblico, ma siccome l’uomo ha un’esigenza originaria di raccontarsi in modo vero – faccio un salto un po’ eccessivo però è quello che voglio dire – viene inventata anche l’analisi, perché poi le persone più sensibili, anche in conformità con un’altra cosa che succede nel ventesimo secolo, si rifugiano nel privato. La dimensione più vera è quella del privato, viene privilegiata. E quindi nel privato con l’analista racconti la tua ambivalenza. Perché poi che cos’è l’analisi? Non è come dicono certe semplificazioni: ‘ah, la psicoterapia è quella che alla fine ti spiega quindi tu hai capito e stai meglio’. L’analisi è quella che ti fa raccontare come sei complesso. Tu sei una cosa e l’altra, sei bianco ma anche nero, quindi sei grigio e poco alla volta assimili l’idea che tu sei questo e ne esci dicendo io sono questo, e non “io ho risolto tutti i problemi”. Il mio nome e cognome è questo e sono una persona grigia, non tutta bianca o tutta nera. È questo. Quindi l’ambivalenza viene portata sempre di più nel privato ma, appunto, l’analisi non ha la funzione di dare al racconto che l’analizzato fa all’analista un ordine, come dice la commercializzazione, interpretativo: tu racconti all’analista e l’analista dice “ho ascoltato e adesso ti spiego tutto”. Ti dà un ordine, non interpretativo, ma narrativo. Tu racconti e la tua vita, che era assurda, continua a contenere episodi assurdi, però è la tua. Alla fine ne esci dicendo “non lo rinnego più”, non lo espello più paranoicamente dicendo “non è la mia vita, ne voglio un’altra”. Io sono questo, non so, ho cannato con quella professione oppure ho divorziato e ho abbandonato i miei figli e poi li ho recuperati, e cose di questo genere. Io sono questo e anche quest’altro. Quindi l’ordine narrativo tragico con tutta la complessità umana viene recuperato nel privato. Non so se ho risposto, ma insomma in questo mio articolo affrontavo un po’ questo aspetto culturale del ventesimo secolo e della rappresentazione dell’uomo che secondo me è molto importante. 

Gili: Infatti sempre più ci sono fenomeni diffusi come le telenovelas dove poi lì effettivamente la storia dell’altro diventa la proiezione della propria ma le proprie non sono narrate.

Zoja: Assolutamente.

Gili: E sempre più la psicoterapia è narrazione, e sempre più tutte le scuole parlano di narrazione.

Zoja: Assolutamente. Ma non è un’invenzione di adesso e la narrazione neanche si può dire che l’abbia inventata Omero. Omero semplicemente è l’orizzonte più lontano a cui possiamo arrivare di questa narrazione.

Narciso: La tragedia si apre e si chiude con le stesse contraddizioni dell’uomo, che alla fine non si risolvono.

Zoja: Certo. Noi siamo quello, noi siamo quello e dobbiamo viverci. In fondo noi siamo disperati quando manchiamo di consapevolezza e quindi sopporteremmo molto meglio la vita e le sue malattie, e la morte che arriva alla fine della vita, quando ci saremo abituati che è tutto questo, che al tempo stesso è anche frutto francamente di un livello culturale migliore della nostra vita e non banalizzazione. Hollywood, magari! La telenovela, il peggio dei peggio.

Narciso: Coltivi una visione negativa del futuro o credi nell’essere umano? Secondo te si può produrre un nuovo rinascimento dello spirito?

Zoja: Penso che non solo si possa produrre ma si stiano producendo cose molto interessanti. Il problema è che in conformità con il modo con cui viviamo si producono in modo eccessivamente privatizzato, in forme molto individuali. Come tutta questa che ho chiamato la nuova generazione critica. C’è una nuova generazione critica, il sottinteso nuova è proprio in contrapposizione a quelle degli anni ’70. C’è una grandissima quantità di giovani molto intelligenti, tutt’altro che conformisti, molto introversi e riflessivi, a differenza della frettolosità e dell’eccessiva estroversione di quella generazione. Il problema è che è tutto molto atomizzato e separato, e quindi è difficile poi amalgamarli in un insieme culturale. Queste cose sulla nuova generazione se ti interessa le ho dette in una pubblicazione che si scarica da internet perché in parte era un laboratorio che abbiamo fatto per la principale banca italiana. La Intesa San Paolo ha messo insieme un gruppo di pensatori per cui a me hanno fatto fare la parte dello psicanalista, poi la parte politica l’ha fatta questo Ilvo Diamanti che scrive su Repubblica e l’antropologo Aime. Tutte persone interessanti. Una specie di tavola rotonda che abbiamo tenuto per un anno una volta al mese, poi un po’ di meno. Poi gli articoli principali ce li hanno fatti metter giù e hanno fatto un libro che hanno distribuito su carta gratis, perché la banca non è un editore, e si scarica da internet. Sì, sulla condizione d’Italia, e io ho parlato di questa nuova generazione critica. In questo senso la parola rinascimento è un po’ grossa, però c’è una generazione critica potenziale molto forte e l’ho chiamata generazione critica prendendo a prestito la parola da Petrini. Quello dello Slow Food, Carlo Petrini.

Gili: Sì, diffuso.

Zoja: Poi Petrini adesso ha anche un archivio proprio delle tradizioni locali dove è scomparsa l’agricoltura degli antichi, sia agricoli sia delle massaie. Un personaggio che ha ovviamente avuto un successo con qualche risvolto economico, però il movimento Slow Food è veramente interessante. Io mi sono permesso di piratarglielo un po’ chiamandolo slow culture in generale perché sono poi questi ragazzi che stanno in casa, usano moltissimo internet, per cui un minimo sono atomizzati però comunicano tra di loro attraverso internet, sui blog. Però è anche la stessa generazione che ha decretato il successo della Moleskine. Cioè sono proprio i giovani, i ventenni, che sanno usare perfettamente l’hi-phone e che però vogliono anche scrivere a mano. Per carità molti non potranno permettersela, ma quelli che hanno in famiglia la macchina vogliono andare in bicicletta. Quindi sono slow culture, come ho detto io in generale, cioè hanno un rispetto anche per qualcosa che ovviamente è assolutamente arcaico e archetipico, naturale nella natura umana. Scusa la ripetizione. Un rispetto istintivo per queste cose. Non vogliono violentare l’essere umano eccessivamente, sanno usare bene la tecnologia ma se gli dai in mano qualcosa di più semplice come la bicicletta invece dell’automobile, o lo scrivere a mano, sanno subito riconoscerne il valore che ti consente di essere più naturale.

Gili: Mi ha molto colpito la frase che ho letto nel libro di Edgar Morin, I sette saperi necessari per l’educazione del futuro6, un’educazione a riconoscere la fallacia della mente, a riconoscere la possibilità di sbagliare. Ecco, pensi che questo possa essere un elemento centrale?

Zoja: Io ne ho parlato continuamente, la paranoia è proprio un meccanismo di autoinganno. C’è qualcosa, c’è questa illuminazione primaria che dice “Ah!, adesso ho capito, sono gli ebrei che rovinano il mondo!”. E poi, con un meccanismo con cui si estende tutto continuamente, c’è quella che ho chiamato l’inversione delle cause. Tu rovesci poi tutto dicendo “no gli ebrei!”. Quando fanno gli esami dei ghetti, iniziata la guerra, si accorgono che si stanno diffondendo le malattie, quindi gli ebrei vengono rinchiusi nei ghetti e perseguitati, ovviamente c’è un’esplosione di malattie e dicono che gli ebrei sono naturalmente sporchi, non curano l’igiene, quindi diffondono le epidemie. 

Gili: Appare così tutto spiegabile.

Zoja: Tutto diventa spiegabile quando vuoi ingannarti. Siamo sempre lì. Perché poi i processi della mente sono molto spesso circolari. Dove comincia il ragionamento? C’è sempre un certo concatenamento logico, ma dove comincia?

Note

1 Presidente in carica dell’Ordine degli Psicologi delle Marche

2 Psicoterapeuta

3  Luigi Zoja, Centauri. Mito e violenza maschile. Laterza, Bari 2010.

4  Luigi Zoja, Contro Ismene. Bollati Boringhieri, Torino 2009.

5  Luigi Zoja, Coltivare l’anima. Moretti&Vitali, Bergamo 1999.

6 Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Raffaello Cortina editore 2001