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danza vita e opere due minuti di arte copertina

 

di Jaime Ondarza Linares1

Parole chiave

Gruppoanalisi, postmodernismo, self postmoderno, prospettive di ricerca.

Key words

Groupanalysis, postmodernism, postmodern self, research perspectives.

 

Il presente tema, post-modernismo (p.m.) e gruppoanalisi, è nato come un insieme di riflessioni da introdurre in un contesto di dibattito e discussione nella Conferenza annuale del Centro di Analisi Terapeutica di Gruppo (C.A.T.G.) di Roma. Un tema così vasto, complesso e talvolta indefinito ed indefinibile per la prospettiva stessa della sua argomentazione non si presta ad essere facilmente schematizzato. Tuttavia conservando l’originale incompiutezza abbiamo cercato di riassumerlo in questa esposizione inquadrandolo nella prospettiva teorica e metodologica della gruppoanalisi contemporanea. E forse in questo sforzo potrà essere trovata la sua originalità nella letteratura italiana.

Credo che si possa dire che più o meno percettibilmente alcune idee “post-moderniste” sono diventate un passe-partout teorico, metodologico e tecnico, stimolando cambiamenti talvolta positivi per assimilazione in una sorta di metabolizazione di queste nuove idee, talaltra discutibili:

conducendo ad un eclettismo, per sovrapposizioni aggiuntive non sempre consapevoli che bypassano il conflitto ideologico anziché attraversarlo, producendo una “ibridizazzione”  (termine che peraltro viene consapevolmente usato da taluni forse volendone ignorare la provenienza semantica biologica) che disconosce la forza dialettica e la ricchezza delle differenze da cui ebbero origine;

lasciando come sfondo un disincantato nichilismo o falso relativismo (“tutto vero e tutto falso”) o ritenendo come sola verità “la complessità per sé”. La conseguenza e la ricaduta pratica sulla vita quotidiana contemporanea può essere ritrovata in una sorta di pseudo-cultura “post-modernista”, con delle configurazioni di posizioni ecomportamenti che configurano il cosiddetto Self post-moderno (al quale ci riferiremo più avanti). 

Scegliendo nella vastità degli argomenti e articoli che fanno intuire, almeno impressionisticamente, una disarmonia critica più o meno sistematizzata, abbiamo ritenuto di interesse condividere alcune riflessioni sul modo in cui il p. m. ha potuto influenzare ed influenza la teoria e pratica gruppoanalitica. Il punto di riferimento è quello di considerare la gruppoanalisi come contesto della relazione, con tutte le sue vicissitudini di identità, senso e comunicazione che generano un processo, il processo gruppoanalitico appunto, che può essere adoperato in un setting con delle prospettive terapeutiche (il modello gruppoanalitico) ma anche con prospettive metodologiche, teoriche e di ricerca (l’ottica gruppoanaltica).

Il postmodernismo in contrasto col modernismo

Il termine “postmoderno” – usato come ricorda Falone (2004) per la prima volta negli anni trenta nell’ambito della critica letteraria – è stato adottato in psicologia in tempi molto recenti, ma il concetto che esso esprime ha serpeggiato già negli anni ’60-’70 fino a manifestarsi più compiutamente dagli anni ’80 in poi. Inizialmente servì per designare alcune tendenze culturali affermatesi nella società post industriale in arte (la tecnica del collage), architettura e letteratura; in filosofia acquistò importanza soprattutto in Francia durante gli anni ’50, ’60 e ’70. Fu comunque molto influenzata dagli scritti di diversi filosofi precedenti del ventesimo secolo, includendo i fenomenologi Husserl e Heiddegger, lo strutturalista B. Barthes, il logico positivista L. Wittgenstein e lo psicoanalista J. Lacan. I più influenti filosofi degli inizi della filosofia postmoderna furono M. Foucault, J.F. Lyotard J. Derrida (1967). In Italia  l’esponente più significativo è Gianni Vattimo (1985).

Il postmodernismo è una riflessione sui nuovi caratteri economici, sociali, politici e culturali di una epoca della storia della civiltà occidentale che è denominata “postmoderna”…. – “tardo capitalista” direbbe E. Mandel, essendo il postmodernismo l’ideologia di questo tardo capitalismo.

Il perno del movimento post modernista è la critica e sconvolgimento del pensiero Moderno. Ricordiamo con Mecacci2 (1999) che: “La Modernità nata col rinascimento e maturata con l’illuminismo ha i suoi pilastri nell’umanesimo, con l’uomo attore della propria vita che edifica una società civile, e nella scienza galileiana con la concezione della scienza come progetto razionale e sperimentazione rigorosa”. “La modernità entra in crisi agli inizi del novecento con la sfiducia della razionalità dell’uomo e del carattere emancipatorio della scienza”. “La postmodernità è l’epoca segnata dalla trasformazione del capitalismo da una logica della produzione a una logica del consumo, dal passaggio da un’industria delle macchine a un’industria dell’informazione, dalla fine della lotta di classe universale (che riguardava i “proletari di tutto il mondo”) alla rivendicazione dei diritti delle minoranze locali”.

Il pensiero postmoderno non ha dunque più la fiducia illuministica e positivistica per la scienza come costruzione razionale e progressiva di conoscenze oggettive. La crescita della conoscenza non è considerata continua, ma discontinua; è caratterizzata da eterogeneità di linguaggi e da pluralità di concezioni. Il pensiero postmoderno non crede più nella costruzione di un pensiero universale che può essere espresso in un linguaggio universale, come ritenevano i grandi esponenti del pensiero moderno (come Descartes o Leibniz). Inoltre si mette in evidenza come nello sviluppo della scienza entrino in gioco aspetti irrazionali e fideistici, influenze sociali, politiche ed economiche.

La realtà non si rispecchia nella mente dello scienziato – come se questo fosse uno specchio (Rorty 1979) –; la  realtà non si riflette nella scienza, ma è il prodotto di una costruzione storicamente contestualizzata. Nella società postindustriale le “letture” della realtà rimandano ad altre letture e interpretazioni. La dimensione del “testo” (un insieme organizzato di segni e simboli passibile di letture diverse) vince sulla dimensione di una supposta realtà oggettiva della quale sarebbe possibile una sola lettura adeguata. L’abbandono di concezioni totalizzanti del sapere (le onnicomprensive interpretazioni della realtà, come il positivismo o il marxismo) favorisce l’accettazione della pluralità delle visioni del mondo che si presentano come prospettive parziali e frammentate su aspetti specifici della realtà. La cultura e la scienza non sono quindi processi di accumulo di conoscenze e di trasmissione di queste conoscenze da una generazione all’altra, ma sono prospettive o “narrazioni” espresse in un linguaggio condiviso tra chi parla e chi ascolta. Le narrazioni si diffondono a condizione che esista questo “patto” all’interno della comunità, un contratto che segue regole condivise come nel gioco, secondo la tesi di Wittgenstein ripresa da Lyotard (1979). Le “grandi narrazioni” dell’illuminismo o dell’idealismo che aspiravano a un’ utopica pervasività e diffusione hanno perso la loro credibilità di fronte agli innumerevoli “giochi” che la società postmoderna è disposta a giocare. Non sono più giochi separati, o nella scienza o nella morale o nell’arte (secondo la triade differenziata nelle tre “critiche” kantiane): la scienza comporta una riflessione morale, mentre l’arte rappresenta una forma di conoscenza, e viceversa la scienza ha una dimensione estetica, e così via.

La cultura del sospetto o del complotto (cercare la causa, il movente razionale al di là dell’apparenza) o la cultura del profondo (cercare qualcosa che sta sotto, al di là della superficie) sono sostituite da una accettazione della realtà per quello che è. Non si cerca una realtà più vera, una realtà invisibile, ma si valorizza il visibile: si prende la realtà per quello che è ed offre.

Alcuni temi di psicologia moderna in una prospettiva postmoderna

Per incominciare ad inquadrare il nostro argomento mi è sembrato utile seguire alcune segnalazioni che fa Meccaci (opera citata pg.66-70) su alcuni campi di ricerca postmoderna a partire dagli anni 80.

Nel campo della percezione: Gibson (1979) – citato  da Mecacci – col suo approccio “ecologico” ha scosso la tranquilla routine delle ricerche di laboratorio sulla visione, non solo mettendo in evidenza caratteristiche dei processi della visione non considerati, ma obiettando la validità ecologica dei risultati ottenuti “nel chiuso del laboratorio. 

Per l’apprendimento: l’asse è spostato dal singolo individuo a una situazione più complessa in cui l’apprendimento ha luogo in gruppo… – si   attualizza la critica a Piaget da parte di Vigotsky (1926-1982) con il suo assioma “l’interazione sociale media l’apprendimento”.

La Memoria: è considerata come un processo di trasformazione dei ricordi individuali mediato dal contesto socio-culturale, vis a vis della classica metafora della memoria come magazzino dotato di archivi specializzati. La Memoria come processo collettivo veicolato in particolare dalla comunicazione orale ci richiama in mente non solo la dinamica tra memoria e ricordo della situazione psicoanalitica, ma soprattutto la free floating discussion (discussione libera e fluttuante del processo gruppo analitico).

Suggestivi i suggerimenti sulla Memoria collettiva di Halbwachs (1925-1950), sociologo francese – citato da Mecacci – che stimola un altro piano psicodinamico, questa volta sull’Inconscio collettivo junghiano (che Foulkes considera come il “livello primordiale” di comunicazione nel gruppo analitico).

Nel Linguaggio: la “pragmatica” degli anni ’70 (del gruppo di Palo Alto, USA) sposta il linguaggio dalla dimensione strettamente cognitivo linguistica alla dimensione interazionale.

Il concetto di “attenzione condivisa”: è definita come “sistema cognitivo che consente a due persone di avere in comune, in un dato momento lo stesso oggetto o evento rispetto al quale esse attuano o possono attuare piani di comportamenti congruenti (Bruner 1983). Ciò non ci apre prospettive di maggiore comprensione sull’identificazione proiettiva “normale” del bambino e dell’adulto, o del costrutto gruppo analitico di “matrice dinamica”?

Il Pensiero: non è più considerato solo come “macchina cibernetica” con capacità di risolvere problemi ma viene proposto nella dimensione interpersonale, non tanto come processo individuale lungo lo sviluppo ontogenetico quanto come una costruzione contestualizzata – interpersonale e transpersonale, aggiungeremmo noi sottolineando la prospettiva gruppo analitica, come vedremo più avanti – . Il Pensiero come narrazione (concetto post-moderno di narrazione di Lyotard) conforta la metodologia della “narrazione” che viene promossa nel campo gruppoanalitico attraverso i cinque livelli in cui la comunicazione secondo Foulkes viene dinamicamente e gerarchicamente configurata (vedi Ondarza Linares J. 1999).

Più avanti menzioneremo altri spunti postmoderni che meglio permettono di contestualizzare il processo gruppoanalitico. Intanto segnaliamo che gli aspetti accennati: percezione, apprendimento, memoria, linguaggio, pensiero, nella loro “revisione” postmoderna contribuiscono a dare conferma a concetti gruppoanalitici come il “Training del Sé nell’azione”, il “Processo di comunicazione” e il “Processo di traduzione”.

Pericoli del postmodernismo

Nel campo della psicologia, e della psicologia psicodinamica in particolare, accanto a più o meno entusiaste adesioni il post modernismo ha trovato forti detrattori. Come esempio citiamo il riferimento che fa Meccaci al dibattito sul tema avvenuto nella “American Psychologist Association” tra il 1994-1995 Smith (“Self hood at risk post modern perils and the perils of postmodernism”, 1994) considerava “la diffusione del postmodernismo come la conseguenza della caduta dei valori della società americana”; era preoccupato che il postmodernismo promosso da una “elite euro-americana”, snob e ricca, “perdesse di vista i reali problemi della vita contemporanea conducendo al relativismo e riduttivismo di fronte ai gravi problemi contemporanei”, mentre preferiva l’atteggiamento di Giddins (1991) che invece di una constatazione pessimistica e compiacente di una frammentazione dell’identità nell’epoca postmoderna proponeva di “tendere ad un progetto emancipatorio di costruzione della propria identità personale”. 

Seguendo il dibattito, Meccaci conclude: “ si ha l’impressione di un dialogo senza interlocutore proprio perché, nonostante il tema comune, le impostazioni sono radicalmente diverse”.

Jerwis (1997) afferma: “Più che una ideologia, il postmodernismo è una retorica, i discorsi postmodernisti mirano non tanto a dimostrare qualcosa quanto a indurre un certo modo di sentire e ragionare”.

Il mondo postmoderno come contesto e il self postmoderno

Abbiamo precedentemente descritto il postmodernismo come un corpo teorico non sempre uniforme riguardo al “soggetto” e al discorso. Il mondo postmoderno è un contesto in cui si sviluppa il cosiddetto “Self postmoderno” – Mecacci cita alcuni riferimenti sulla “crescente e fortunata letteratura sul Sé perduto in un mondo senza valori e senza speranza”: il “Sé minimo”(Lasch, 1984), il “Sé vuoto” (Cushman, 1990), il “Sé saturo” (Gergen, 1991), il “Sé frantumato” (Glass, 1993).

Piuttosto lapidaria è M. Finlay della Mc Gill University (2006) quando si riferisce nel mondo postmoderno al set di pratiche culturali e produzioni discorsive che nella letteratura contemporanea vengono descritte nei termini di una psicosi culturale generalizzata. L’autrice presenta toccanti esempi configurati in una certa atmosfera culturale nord-americana: “Lo svuotamento dei protagonisti di qualsiasi identità personale è analogo alla depersonalizzazione dello psicotico”. Contrapponendo ai ruoli consacrati delle classiche stars holliwodiane, quelli di certi “Rock groups”, asserisce: “non identità alcuna, non sostanza soggettiva, giusto l’esternalizzazione di un qualcosa in cui  flotta un discorso, il nuovo post-moderno “no-subject”. Piuttosto il soggetto è da considerare qualcosa come un’unità totalizzante, la creatura postmoderna è una sorta di “oggetto cattivo” generalizzato nel senso della Klein. Proseguendo la sua severa critica, su alcuni pezzi popolari della “lirica postmoderna” dice: “ i segni non sono interpretabili come simboli, ma piuttosto ci si sente portati ad indulgere alla loro superficie…”. “Il discorso è una semplice catena di significanti, senza alcuna possibile omologazione significante”. E’ solo una traccia di alcuni prodotti sociopolitici e prodotti di economia libidica, di “pura energia”. Si suppone naturalmente che lo psicotico viva nel regno di un puro, incensurato ES, come opposto a quella della sostituzione e posticipazione che prima apparteneva al nevrotico, il “povero”, “passato di moda” nevrotico moderno….

Se severe e preoccupanti appaiono le riflessioni sul mondo e il self postmoderno che fa la Finlay in USA, cosa succede in Europa e particolarmente in Italia? Su questa ultima mi sento di condividere solo alcuni spunti riflessivi nati all’interno della mia pratica clinica, che potrebbero essere approfonditi da tanti punti di vista: culturale, politico, sociale, e soprattutto nei loro riflessi sulla pratica psicoterapeutica e psichiatrica contemporanea.

Non sembra che il panorama della “Società postmodernista” italiana offra un quadro così grave. Cambiamenti contestuali hanno  cominciato a serpeggiare dalla fine degli anni ’60 fino ai nostri giorni, con oscillazioni e riflessi pratici diversi (la pionieristica riforma della legge 180 sui manicomi è uno di questi, come riflesso positivo).

Il self postmoderno italiano, più che psicotico sembra viaggiare sul binario del Disturbo Borderline della personalità (e altri disturbi narcisistici affini descritti dal DSM-IV). Più di una volta abbiamo commentato che l’asse del disturbo nevrotico (di cui principalmente l’Isteria costituisce il paradigma in psicopatologia psicoanalitica) si è spostato dalla scissione orizzontale (rimozione, conversione, spostamento) alla scissione verticale, il self diviso. Lo splitting razionalistico moderno, nevrotico, “genitale”, sotto il dettame della “determinatio est negatio”, permetteva  al nevrotico di organizzare i suoi giochi isterici per esempio, preservando la propria identità, mentre lo splitting del borderline (che è un vero splitting in quanto meccanismo arcaico “pregenitale”) prevede una scissione più severa,  con maggiore compromissione dell’identità del Sé (diviso, diffuso, adesivo ecc.).

Segnalando una prospettiva terapeutica raccogliamo la segnalazione della Finlay, che il postmodernismo sembra occupare costantemente spazi, con segni e significanti, senza lasciare uno spazio intermedio, nel senso di Winnicott. L’esperienza clinica ci 

ricorda che uno dei fulcri del processo gruppoanalitico è la creazione di uno spazio intermedio di comunicazione e significato….come abbiamo segnalato altrove (1995) Il paziente borderline tende ad occupare questi spazi con i suoi giochi camaleontici di scissione e negazione, ma paradossalmente anche a “decostruirlo” aprendo possibilità insospettate per la matrice fondamentale. Se il gruppo analitico ha una matrice “buona abbastanza” potrà crescere questo spazio di transizione – intermediate play area, lo chiama Anthony (1978) –, indispensabile per lo sviluppo del processo di traslazione, del passaggio dal sintomo al contenuto, che diventa un nuovo senso e significato per l’identità del Sé individuale e gruppale.   

Postmodernismo e psicoanalisi

Vorrei introdurre questo argomento citando l’introduzione di un interessante articolo di S. Panizza (2004), che negli Argonauti scrive a proposito: “Riflettendo sui contributi che il postmodernismo sembra offrire alla psicoanalisi, mi trovo a rilevare una bizzarria: quei motivi che per un verso appaiono decadenti offrono, da un altro punto di vista, uno stimolo innovativo. Così innanzitutto si configura l’approccio alla realtà. Il postmodernismo sembra avere elaborato una fondamentale questione kantiana: ha sostituito la cosa in sé, l’ontologia, non solo con la fenomenologia, ma infine con l’ermeneutica e col decostruzionismo. Ha spiazzato la certezza indiscutibile, a favore di una dubbiosità discreta, di uno scetticismo “ingenuo” che compone e interpreta il mondo. Mentre questo aspetto evoca da un lato un senso di insicurezza (Bauman, 2000), di incertezza delle cose e del domani, consegna dall’altro all’umanità stessa una maggiore possibilità e responsabilità di costruire il proprio destino. Anche l’approccio sul conoscere è cambiato: come per l’ontologia, così per l’epistemologia si è modificata la comprensione del mondo, e il conseguente problema della verità. Non più qualcosa di oggettivo, là fuori, qualcosa di esatto, ben definito, che aspetta solo di essere scoperto e conosciuto dallo “scienziato”, ma qualcosa che acquista il proprio significato “vero” all’interno di rapporti interpersonali e sociali. La verità diventa contestuale. Ancora una volta si perde la sicurezza e la grevità di “Voscienza”, ma si guadagna in libertà di sperimentazione e creatività nel plasmare “il mondo della vita” ed esserne plasmati.

La psicoanalisi sta al passo; sia seguendo un percorso interno, sia nell’ibridazione con la cultura in cui è immersa e di cui vive, si scopre “bipersonale”, “un affare tra due persone”. Questo aforisma è declinato con accenti diversi nelle molte scuole. Tuttavia, un comune denominatore sposta il punto di vista originario della psicoanalisi unipersonale. Comunque lo si intenda, il rapporto tra due persone implica sempre l’interazione, e un’attenzione affatto speciale ad essa”.

L’autore non solo riconosce il pensiero modernista, ma lo ammette nella propria pratica della quale offre un esempio clinico, una propria lettura postmodernistica alla luce della postmodernità, come emancipazione dello “spirito del tempo”.

D. Falone (2004) si concentra sul tema: “la psicoanalisi nord-americana contemporanea”, e distingue tra postmoderni che si autodefiniscono tali (Barrat e la Kristeva) ed altri autori psicoanalitici che accettano una riflessione sull’impatto della postmodernità sulla teoria della psiche,  senza riconoscersi postmoderni.

Sintetizzando la Falone, “il pensiero moderno oppone un sapere disilluso non più innocentemente persuaso dell’esistenza di un punto fondazionale di riferimento universale, non più convinto che le idee riflettano una realtà che si offre all’osservazione”. Anche nell’ambito della filosofia della scienza – ricorda – con il lavoro di Kuhn, Lakatos, Feyerabend, le teorie scientifiche non vengono più concepite come riflesso di una verità oggettiva, totalmente esterna - fino a dimostrazione contraria o fino ad una nuova scoperta - bensì sono viste come ipotesi costruite anche su elementi soggettivi, perfino causali. Kuhn spiega in modo convincente - secondo l’Autrice - come nella valutazione di una teoria scientifica siano importanti la sua coerenza interna, l’utilità, e come essa nasca e si consolidi nel paradigma dominante; Feyerabend, in particolare, sottolinea la relatività di ogni conoscenza e l’influenza del contesto su ogni sapere: “sono valorizzate la molteplicità, la pluralità rispetto all’unità e totalità, non una verità ma molte” (Vattimo, 2000).

“Anche la storia cessa di essere pensata come progressione verso un fine ultimo: il postmodernismo medesimo, precisa Lyotard (1981), non è l’epoca successiva alla modernità, che l’ha “superata” in una linearità temporale progressiva, ma è piuttosto un clima “una fluida sfaccettata atmosfera di pensiero” in cui coesistono posizioni differenti e saperi distinti che avevano dato segni di se anche nel paradigma del moderno, entrato in crisi già nell’ottocento. Secondo alcuni, siamo ormai immersi in un clima postmoderno abbiamo lasciato alle spalle la nostalgia dell’unità perduta che permane nella filosofia del primo novecento e tendiamo a considerare la pluralità come valore positivo, potenzialmente costruttivo, portatore di fertili possibilità di scambio e confronto”.

Analizzando più concretamente il paradigma psicoanalitico contemporaneo: la consapevolezza della relatività culturale, dell’importanza del contesto, della non linearità del progresso, hanno influenzato enormemente le teorie psicoanalitiche. L’Autrice sottolinea il plurale, perché siamo ora di fronte a più teorie, a molte psicoanalisi, come è stato ripetutamente evidenziato da alcuni (Wallerstein, Stern, Goldberg, Gabbard). “Se da un lato – dice la Falone – in sintonia con la posizione postmoderna si può accogliere tale prospettiva molteplice come fonte di creatività, di dialogo, dall’altro è giusto rendersi avveduti dei rischi che essa comporta, rischi anch’essi, purtroppo tipicamente postmoderni: dispersione invece che ricchezza e varietà di punti di vista, incomunicabilità tra diverse ipotesi teoriche, un relativismo eccessivo, la famigerata prospettiva dell’ “any thing goes” – “qualunque  cosa va”.

La Falone sottolinea il particolare contesto culturale e politico in cui il pensiero postmoderno si è inquadrato in Usa e mette in risalto la tradizione filosofica e culturale abbastanza diversa rispetto all’Europa. In particolare per quanto riguarda la psicoanalisi si riconosce senz’altro l’influenza del costruttivismo e del pensiero femminista, sul quale il poststrutturalismo  con Foucault e il lacanismo hanno lasciato impronta. D’altra parte, ne segnala l’atteggiamento avversativo, opposizionale, antipositivista e antiautoritario, reattivo a una eccessiva rigidità e pedissequa osservanza delle regole, che forse hanno caratterizzato la psicoanalisi nord-americana dal dopoguerra in poi.

Come gruppoanalisti ci interessa sottolineare quello che alcuni chiamano il nuovo paradigma della “psicoanalisi della relazione”, nella ricaduta che  ciò può avere ed ha nella gruppoanalisi contemporanea.

1. Riconosciamo autori come Stephen Mitchell, Tomas Ogden, Jessica Benjamin, Lewis Aron, R. Stolorow, Atwood e altri. Mitchell, il “padre della psicoanalisi relazionale”, ha aperto un nuovo binario epistemologico (che paradossalmente non è percorso da alcuni che si definiscono psicoanalisti di gruppo nell’Italia e nel mondo…). Basti pensare al suo concetto di matrice relazionale e i suoi intimi collegamenti con la gruppoanalisi. “La dimensione intrapsichica è pensata come complementare a quella relazionale, sono poste in risalto le rappresentazioni interne delle relazioni e il loro continuo intrecciarsi nell’esperienza “interna” ed “esterna”.

2. Nel campo analitico, “non è attingibile un’oggettività di osservatore esterno”. Già Kohut – come osserva Ricoeur (1986) – offre un originale contributo ad una discussione classica, che riguarda il conflitto tra oggettività e soggettività nelle scienze umane, col suo concetto di empatia (definita “introspezione vicariante”).

3. Gli intersoggettivisti (Stolorow, Atwood ed altri) sottolineano che nella relazione analitica è centrale lo scambio tra i mondi soggettivi, diversamente articolati e fondati su principi organizzatori umani differenti di pazienti e analista. “Questi principi organizzatori sono i principi invarianti che modellano inconsciamente le esperienze personali, costituiti a partire da modelli ricorrenti d’interazione vissuti durante lo sviluppo; essi, cristallizzati nella matrice del sistema madre-bambino, formano la base della futura personalità”. Questa ipotesi di formazione della struttura psichica e delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto è in accordo con le teorie dello sviluppo e “l’infant resarch” (Sander, Stern, Lachmann, Beebe, Emde, Lichtemberg). Per noi come gruppoanalisti sono utili per una maggiore comprensione dei costrutti “Matrice fondamentale - Matrice dinamica”.

4. Rinveniamo spunti sullo scambio affettivo nella situazione analitica (“riparazione empatica che per lo più resta sullo sfondo, silenziosa quasi ineffabile”), che si è spostata dal “disvelamento” e sola rinuncia ai desideri infantili verso il riconoscimento del ruolo degli affetti nella strutturazione del “Sé”, dall’insight con una forte accentuazione della componente cognitiva all’esperienza relazionale. Meriterebbero certamente più considerazione altri argomenti menzionati nell’articolo che riguardano la “nuova” tecnica o metodologia analitica, che possono dare ragione al nostro “atteggiamento gruppoanalitico” di seguire il gruppo anziché guidarlo essendo “centrato sulla Matrice del gruppo”..

Cito ancora Mitchell, ricordando che molti gruppoanalisti sono meno “analiticamente relazionali” di lui. “Acquisire un senso della propria soggettività più ampio è uno degli obiettivi dell’analisi: ciò significa anche entrare in contatto con i diversi modi di organizzazione del Sé, che nell’esperienza adulta operano in modo simultaneo su un continuum che va dalla coscienza all’inconscio”. Mitchell cerca appassionatamente di mostrare che “fantasia e realtà processo primario e processo secondario sono anche modi di organizzare la esperienza”.

Ciò richiama in mente, a Noi Gruppoanalisti, il setting, la situazione, il cambiamento attraverso il processo Gruppoanalitico… ricordando però che la condizione è quella di “promuovere” uno spazio intermedio con tutte le sue prospettive, “la matrice dinamica del gruppo”.

Postmodernismo e gruppoanalisi

Se è vero che per la psicoanalisi alcuni spunti postmodernisti possono aver provocato lo spostamento dal “paradigma” pulsionale a quello relazionale, il passaggio dalla monade al contesto relazionale con delle conseguenze teoriche, metodologiche e cliniche (per molti Autori tale mutazione è avvenuta principalmente attraverso il costante feed-back tra teoria e clinica…), cosa si dovrebbe dire per la gruppoanalisi che nasce, si sviluppa ed elabora la relazione stessa (la “relatedness” di Foulkes) tra Individuo e Gruppo come fulcro del processo gruppoanalitico? Ritengo che molti empasse e gap tra la psicoanalisi e la sua “applicazione” al gruppo terapeutico (come fu concepita principalmente in USA) o la gruppoanalisi come modello autonomo, ma a cavallo tra psicoanalisi e sociologia (Foulkes in Europa, Pichon Riviere in America Latina) possono essere se non superati almeno revisionati alla luce di alcune prospettive positivamente innovatrici del pensiero postmoderno.

Come in psicoanalisi, in gruppoanalisi gli Autori si possono dividere tra coloro che sono consapevoli dell’influsso postmoderno e lo ammettono più o meno apertamente – potremmo dire che hanno la posizione e l’atteggiamento radicale dei postmodernisti e in linea di massima vengono chiamati “post foulkesiani” (Dalal, Nitsum, Stacey) – e molti altri che hanno raccolto alcuni aspetti “positivi” del pensiero postmoderno ma solo per approfondire, meglio spiegare o modificare gli statuti basici della teoria e soprattutto della metodologia gruppoanalitica (De Maré, Pines, Brown, Aberkromkie, Powell, Skynner, Marrone), in linea generale Autori della “prima” generazione dei discepoli di Foulkes, ed altri (Hopper, Blackwell ecc…), per citare solo alcuni. Sembrerebbe che l’autorevolezza e diffusione del pensiero gruppoanalitico sia andata aumentando di pari passo alla consapevolezza di una maggiore autonomia e potere del pensiero gruppoanalitico in confronto allo estabilishment psicoanalitico prima ed al panorama internazionale dopo, grazie alla crescita e allo sviluppo della Group Analytic Society.

Molti concetti e nozioni come contesto, dialogo, flessibilità, la narrazione nel processo grippale, sono diventati parte del nostro corredo tecnico metodologico. Mentre sul piano fondamentalmente teorico De Maré (1972) ha fatto un excursus accurato per posizionare la gruppoanalisi nel campo del pensiero filosofico, socio-culturale, psicologico (teoria dell’informazione applicata al piccolo gruppo) cercando di colmare “la lacuna esistente fra psicologia e sociologia, fra i solipsismi della prima e gli effetti massificatori della seconda”, M. Pines è stato un diffusore ed esegeta del pensiero foulkesiano in Europa e America contribuendone con rinnovati apporti e accurata erudizione all’approfondimento. Personalmente, ritengo di inestimabile valore l’introduzione nella teorizzazzione e metodologia dei processi speculari (1982), sistematizzando e ridando la specificità “gruppoanalitica” a fattori e fenomeni rilevati precedentemente da filosofi, sociologi, psicologi come Piaget e psicoanalisti come Lacan e Kohut.

In Italia ci sono autori come Napolitani D., che ostentano già dall’87 (Napolitani D., 1987) una chiara posizione post-moderna. Pur mantenendo fede nell’analisi come un processo di “attraversamento” della “gruppalità interna”, onde permettere “l’autos” individuale come nuova autonomia creativa del codice genetico culturale dell’ “idem”, propone un superamento della distinzione teorica e metodologica tra setting analitico di gruppo e setting individuale, sottolineando “la crisi del paradigma fisiologico in psicologia, e quindi del pensiero psicoanalitico classico freudiano, e prospettando il campo analitico come il luogo di incontro tra la filosofia ermeneutica e il paradigma scientifico della complessità (su questo binario si allineano altri autori italiani come Lo Verso, 1994). 

A parte l’originale pensiero di Napoletani, la cui critica farebbe eccedere i limiti di questo lavoro, non si può parlare di una scuola gruppoanalitica italiana, ma di un movimento gruppoanalitico che si muove in un estremo nel pensiero bioniano e nell’altro estremo in un eclettismo integrante a cui la gruppoanalisi foulkesiana offre un contesto non necessariamente approfondito nelle sue proposte radicali.

Personalmente dal 1965, anno in cui inizia il mio percorso gruppoanalitico, sul sentiero foulkesiano, sempre sono stato convinto dell’originalità e specificità del processo gruppoanalitico che inquadra le vicissitudini della “relatedness” tra individuo e gruppo con un fine terapeutico (appartenenza, identità e nuovo significato). E’ stato il continuo feed-back tra clinica e tecnica in questi quaranta anni che mi ha permesso di superare la dicotomia individuo-gruppo, posizionando nella bipolarità della relazione, della rete, della matrice, e dei processi di identità e comunicazione, sia il modello del gruppo terapeutico che la prospettiva gruppoanalitica in psicopatologia, nelle istituzioni e nel campo sociale (Ondarza Linares J, 1999, 2001).

Il libro di Dalal F. “Prendendo il gruppo sul serio” (1998) è indubbiamente uno dei più importanti apporti post foulkesiani che risentono chiaramente l’influsso postmoderno pur mantenendosi linearmente nella prospettiva della gruppoanalisi, contestualizzandone alcuni dei suoi aspetti basici attraverso la sociologia di Elias,  il decostruzionismo, l’apporto della logica bidimensionale. Punto di partenza della sua “decostruzione” è la critica che fa del padre della gruppoanalisi, Foulkes, “denunciando” come incompatibile la dicotomia tra quello che egli chiama il Foulkes “radicale”, innovativo (postmoderno in qualche modo) e il Foulkes “conservatore”, attento a mantenere la sua appartenenza e filiazione psicoanalitica ortodossa.

Leggendo attentamente gran parte degli scritti di Foulkes e dei suoi seguaci, richiama l’attenzione:

1. che prima di Dalal non sia stato messo così chiaramente in evidenza il pensiero di Elias tra i gruppoanalisti;

2. che alcuni costrutti foulkesiani fondamentali, come quello di Matrice, non rivestano per Elias uguale importanza. Ciò è dovuto al fatto che Foulkes come terapista si muove in un altro sistema meno “asettico” della teoria sociologica di Elias? Fare terapia gruppoanalitica è diverso dal costruire un’ideologia sociale (terapia è differente da ideologia…). Forse è vero che ciò che ha spinto Foulkes a compromessi tra la sua nascente gruppoanalisi e l’ideologia psicoanalitica imperante nel Regno Unito sono anche ragioni politiche e di potere (e qui ritorna il discorso eliasiano sul potere…).

La triade gruppoanalitica fondamentale: relatedness, rete-matrice, comunicazione, difficilmente poteva crescere se trapiantata nel terreno della metapsicologia psicoanalitica, monadica, meccanicista e pulsionale. Era necessaria una coraggiosa revisione “fondativa” della gruppoanalisi, e Foulkes non l’ha fatta… mantenendo apparentemente “il piede in due staffe”. In qesto ha ragione almeno apparentemente Dalal, tuttavia non sono d’accordo che Foulkes abbia accettato “sic et sempliciter” questa dicotomia. Leggendo con attenzione l’opera foulkesiana mi sembra chiaro che Foulkes la trascende, muovendosi consapevolmente (in modo talvolta scomodo, difficile e solo apparentemente contraddittorio) nella bipolarità che sollecita costantemente, per dirla in breve, la costante interazione conflittuale tra individuo e gruppo. Non è un aut aut tra l’individuo e il sociale; la ricerca della “nuova identità” che offre ai pazienti che richiedono l’aiuto del gruppo terapeutico deve “attraversare”, nel gruppo e con l’aiuto del gruppo, la nuova rete che nel gruppo si “configura” a diversi livelli. Il concetto gestaltico di configurazione, pur essendo simile a quello di “figurazione” di Elias, ha più valore e contenuto semiotico perché viene inserito hic et nunc come una formazione “transizionale”che spinge a diversi livelli psicodinamici la costruzione di una nuova identità: essere un nuovo “sé stesso”, essendo “significativo per il gruppo”, ecco la bipolarità in cui si svolge l’Ego (o Self) training in action durante tutto il suo percorso terapeutico. E questa “bipolarità”  è contenuta:

  • nei basici costrutti teorici di “relatedness”, rete e matrice 
  • nella metodologia del processo gruppoanalitico, che viene concepito come la spirale del transaltion process (che nasce, si sviluppa e si concettualizza nei 5 livelli di comunicazione) - nell’atteggiamento del terapeuta, che segue il gruppo anziché guardarlo perché “matrix oriented” (orientato e affidato alla nuova matrice di comunicazione che germoglia e si sviluppa), dando al transfert sul terapeuta e sul gruppo un assetto e significato completamente diverso non solo da quello usato nella psicoanalisi diadica classica, ma anche da quello di Bion, Ezriel e altri psicoanalisti “in” o “del” gruppo, che ancora hanno in mente la classica diade paziente-terapeuta, trasformandola in una nuova dicotomia: gruppo-terapeuta. 

Vorrei prendere proprio come indicativo di ciò che vado dicendo un passo in cui Dalal (pag. 66 tr. it.) critica Foulkes come dicotomico: “mi sembra che senza volerlo egli abbia ristabilito la dicotomia natura-cultura, inserendo “natura” nella matrice fondamentale e “cultura” in quella dinamica”  (purtroppo sembra ricadere nella reificazione in cui incorrono frequentemente alcuni autori che si occupano dell’argomento delle “due” matrici). A Dalal si potrebbe dire proprio il contrario: sembra ci sia in lui una tendenza ad una polarizzazione sul “sociale”, che gli permette apparentemente di risolvere la bipolare conflittualità permanente tra Sé Individuale e Sé sociale che “naturalmente” esiste in qualsiasi momento della vita dell’uomo in relazione, e che Foulkes segnala con la metafora costruttiva di Matrice primordiale e Matrice dinamica.

La bipolarità conflittuale tra Individuo e gruppo, viene da Foulkes usata come basico ingrediente del processo gruppoanalitico in una prospettiva terapeutica, che evolve lungo il binario delle vicissitudini  tra il Sé Individuale e Sé Sociale (tra natura e natura naturans come direbbe Spinosa). In questo senso, si potrebbe dire che Foulkes è un postmodernista, che ha detronizzato per la seconda volta il soggetto o individuo moderno (come Freud fece con l’Ego razionalista cartesiano, sebbene lasciandolo prigioniero nella economia della monade meccanicistica e positivista), situandolo o posizionandolo non solo e semplicemente nel Sociale, ma configurandolo nella sua vera conflittuale bipolarità tra Individuo e Gruppo.

Una revisione post-moderna di alcuni nodi gruppanalitici

Sembra utile proporre alcune riflessioni finali solo brevemente accennate e che possono dare origine ad ulteriori elaborazioni. 

Alcuni argomenti postmoderni sembrano risuonare in quella “area intermedia”, che appariva configurata come varco o lacuna tra psicoanalisi e gruppoanalisi, in quell’area un po’ stigmatizzata e criticata anche dagli stessi gruppoanalisti come Dalal (1988), che come abbiamo precedentemente notato segnala le contraddizioni nel pensiero di Foulkes fra il gruppoanalista rivoluzionario e lo psicoanalista conservatore. Tale area si presenta nella teoria, nella metodologia e nella tecnica gruppoanalitica.

1. Teoria: Lopez (Argonauti, 2004) sottolinea anche in Freud la contrapposizione tra il pensiero positivista meccanicista dello scienziato dell’epoca e quella del creatore di una metapsicologia psicoanalitica da lui stesso chiamata “mitologia”. La gruppoanalisi oppone al pensiero freudiano ancora un’altra fondamentale contrapposizione: alla monade individuale, il gruppo sociale come fulcro della vera psicodinamica. Questa contrapposizione nella sua cristallizzazione dicotomica continua a coinvolgere ancora molti psicoanalisti gruppali (o che pensano il gruppo “psicoanaliticamente”), che continuano ad applicare “pari pari” la metapsicologia psicoanalitica alla metapsicologia del gruppo. Nelle due topiche prima non c’era posto per la “relazione”, adesso come abbiamo visto con la “psicoanalisi della relazione”, questa occupa un posto fondamentale o fondante. Ma a ciò non è seguita una chiara revisione della classica metapsicologia; tutto al più, in modo sottomesso e non ufficiale, si parla della relazione come “terza topica”. Io stesso, come molti gruppoanalisti, per molti anni e per sentirsi metapsicologicamente “a posto”, ho trovato rifugio in questa “terza topica”. I concetti di “Relatedness”, Matrice e Rete sono difficili da essere impiantati nell’originale metapsicologia monodica, mentre possono trovare maggiore conferma dando un’interpretazione e significato euristico ad alcune spinte postmoderne e ai contributi delle scienze sociali e delle neuroscienze. 

2. Metodologia: la Comunicazione al centro del processo gruppoanalitico; i livelli di comunicazione e le loro dinamiche nel processo di traduzione; il training del Se nell’azione (o meglio nella comunicazione). Sono principi talvolta sottovalutati da alcuni gruppoanalisti non foulkesiani (e anche da alcuni postfoulkesiani), che acquistano significato di rilievo ed importanza nel costruzionismo sociale, nel concetto di narrazione di Lyotard e nei contributi di Derrida, Maturana e Vattimo, solo per citarne alcuni.

3. Tecnica: “l’atteggiamento gruppoanalitico” di seguire il gruppo, anziché guidarlo è tuttaltro che passivo nella prospettiva postmoderna. L’essere “matrix oriented” orientati verso la ricerca della matrice dinamica del gruppo, ci porta a riconoscere i punti dolenti svelati dal postmodernismo senza tuttavia essere immersi nei rischi di frantumazione, dispersione d’identità, rinnovate scissioni in cui può cadere il gioco postmoderno. Forse, come abbiamo visto parlando dello spazio intermedio, il gruppo analista dovrà rinnovatamene cercare di ricreare questo nuovo spazio – è pratica analitica in quanto creazione di un nuovo senso ermeneutico (Napoletani D., 1987) – e assumere un atteggiamento decostruttivo verso i circoli chiusi, di dispersione e scissione distruttiva che può mettere in atto il “self postmoderno” nel circolo gruppoanalitico.  

Certamente andrebbe fatta, e la riteniamo auspicabile, una revisione delle nostre costruzioni teoriche, metodologiche e tecniche accettando gli stimoli talvolta sconcertanti del postmodernismo.

La prospettiva postmoderna per la ricerca in gruppoanalisi

“Group Analysis” (la rivista ufficiale della Group Analytic Society che rappresenta il fulcro del pensiero gruppoanalitico foulkesiano e post-foulkesiano) ha dedicato un numero monografico (2005-vol.38) al postmodernismo, inquadrando entro una prospettiva gruppoanalitica alcuni importanti e contemporanei concetti postmoderni col titolo “Nuove correnti nella teoria sociale contemporanea e le loro implicazioni per la teoria e la pratica gruppoanalitica”. Così Barman Erica e Frosh Stephen (pg.7-15) motivano la monografia: “Presenta correnti dinamiche e creative che hanno recentemente rinvigorito gli approcci al metodo e all’interpretazione nelle scienze sociali ed umane, impostando nuove preoccupazioni e prospettive alternative a vecchi problemi. Il tentativo è quello di illuminare possibili applicazioni, e implicazioni chiave sul come riformulare il concetto di disturbo, conducendolo ad approcci interpretativi alternativi per la terapia e altri campi del lavoro gruppoanalitico, focalizzando in particolare le risorse che questi offrono per la riconfigurazione delle relazioni di potere sia nella ricerca che nella pratica”.

I presentatori richiamano l’attenzione su come la gruppoanalisi (di Foulkes ed Elias) ebbe connessioni storiche con la teoria critica della Scuola di Francoforte del 1920, segnalando che mentre Adorno e Horkheimer (1979) formularono le loro iniziali critiche del progetto illuministico (nella forma di “ragione”, “scienza”, “storia”) la teoria sociale dopo la Seconda Guerra (per es. Lyotard) spinse oltre queste critiche come risposta ai cambiamenti nella tecnologia della comunicazione e il capitalismo (“indicando per esempio le vie attraverso le quali le corporazioni multinazionali sono oggi finanziariamente e talvolta politicamente più importanti delle singole nazioni -come il ruolo delle compagnie del petrolio nel conflitto dell’Iraq del 2004”). Come Harvey (1989) nota, la condizione postmodernista riflette le cambianti relazioni in tempo e spazio (prossimità, distanza e velocità) e come le nostre relazioni sociali (includendo quelle di lavoro, amicizia e famiglia), sono da queste trasformate.

Secondo Barman e Frosh, la spinta di svolta del paradigma “postfondazionalista” (che in senso ampio include secondo gli autori il poststrutturalismo, il postmodernismo, il postcolonialismo e il performativismo (“ performative ideas”) presenta tre temi chiave in connessione tra loro:

Il primo tema è la sfida all’autorità costituita (inclusa quella della scienza e della ragione) e la storia danno origine al concepire la conoscenza come una “prospettiva”, che è strutturata d’accordo con particolari contesti storici e culturali che rendono più difficile privilegiare una prospettiva nei riguardi di un’altra.

Il secondo tema (chiamato dagli Autori “la teoria sociale post fondazionalista”) è lo spostamento dall’identità alla “performance”. “Piuttosto che focalizzare un problema d’identità, si privilegia il processo e il contesto nel quale queste identificazioni accadono, i campi di attività che le affermazioni o alleanze facilitano o costringono... Mentre il concetto di identità è stato centrale per il pensiero umanistico, le loro vestimenta concettuali hanno privilegiato rappresentazioni di soggettività che sono eccessivamente statiche ed integrate (le quali, possiamo aggiungere, sono considerevolmente in disaccordo con le concezioni psicoanalitiche del funzionamento psichico, includendo le nozioni dell’inconscio)” (Barman, Frosh pg. 10). Anche se, detto en passant, ritengo opportuno sottolineare che per la gruppoanalisi i processi di identità sono un fulcro, tuttavia invece di considerarla come una cosa statica o un prodotto economico della monade, come può essere vista nella psicoanalisi classica, l’identità è un processo bipolare “Tra Se Individuale e Se Sociale” (Ondarza Linares J. 1995).

Il terzo tema o preoccupazione chiave del postfondazionalismo è l’attenzione alla “testualità”, specialmente al linguaggio. “Una volta che abbiamo accettato con Wettgenstein  i giochi del linguaggio come forme o pratiche culturali, noi potremmo cominciare a scrutinare queste pratiche e valutarli per la loro adeguatezza culturale e politica – perciò permettere critiche femministe postcoloniali, o teorie della “diversità” (queer theory) delle pratiche dominanti che circondano la cultura, il genere e la sessualità…. Piuttosto che invocare una spuria neutralità o trascendenza (nel modo in cui senza successo domanda la “scienza”), la teoria sociale ha focalizzato le forme di espressione o comunicazione, le loro testualità e le forme di relazioni sociali che esse preferiscono o disconoscono”.  

La monografia si occupa in dettaglio di sei argomenti principali:

1. Il femminismo. Barman E. (pg.17-30) propone nuove prospettive per esplorare come e in quale modo il genere e la differenza sessuale sono state trattate come un asse fondamentale di differenza nella psicoanalisi e la gruppoanalisi, sia in termini di relazioni interpersonali che come modelli di sviluppo psichico. E’ tempo di rivalutare una priorità maschile? Cosa ciò ci può offrire come conseguenza riguardo presupposti o modelli culturali e mentali dominanti?

2. La soggettività postcoloniale. Treacher A. (pg. 43-57) propone un’esplorazione dello stretto rapporto tra il soggetto colonizzante e il colonizzato. Questi rapporti politici, sociali ed emotivi, storicamente radicati persistono nel presente e trascinano con sé fantasie profondamente mantenute, intense emozioni e forti credenze. Questi intersecati stati non sono solo esterni alla soggettività, o qualcosa di politico che può essere proiettato all’esterno, ma piuttosto sono profondamente internalizzati e costituiscono parte della soggettività contemporanea.

3). Teoria del diverso o la “diversità”. Watson K. (pg. 67-81) esamina la “queer theory” (queer viene tradotto come strano, bizzarro, disagevole, e in gergo checca). La teoria problematizza le nozioni di identità legate al genere e al sesso, proponendo invece di considerare cosa c’è dietro a questi bisogni di rigido riferimento. Malgrado la  loro corrente generalizzazione, le categorie di identità e orientamento sessuale sarebbero non “naturali” “o evidenti” per sé, ma piuttosto avrebbero una storia e un contesto di emergenza nella cultura occidentale: “… ancora di più con le emergenti (sociali) scienze della medicina sociologica, sociologia e psicologia, e lungo i processi societari di  secolarizzazione, che nella famosa analisi di Foucault (1980) hanno fatto della psicoanalisi un “confessionale secolare” (Barman, Frosh, ibidem pg.11). La sfida impostata dalla “queer theory” è come proporre domande diverse che sono meno protese al conseguimento di una identità (individuale e gruppale) come stato finale e di possesso, ma più interessate al processo e all’attività che ne sono all’origine e la determinano.
La prospettiva euristica per la gruppoanalisi, è che il processo gruppoanalitico, essendo legato intimamente ai problemi di identità e appartenenza, può essere considerato un approccio performativo (“Ego training in action” Foulkes). “Il processo gruppoanalitico, come mezzo di cambiamento guidato (as a medium of guided change) – dicono Barman e Frosh – è un approccio performativo, per i suoi obiettivi di promuovere contesti che contrastano la compulsione a ripetere e facilitano il fare le cose in modo diverso, e la riflessione su come queste cose possono accadere in modo diverso”. Io mi permetterei di sottolineare che anziché un modo di “cambiamento guidato”, è un modo di cambiare “condiviso” all’interno della matrice dinamica dello stesso gruppo (a shared change in the matrix). Questo non è un semplice dettaglio, ma un fatto qualitativo e specifico del processo gruppoanalitico che lo preserva da un “cambiamento come opposizione avversativa”, o da un rifugio nel fondamentalismo come prodotto esasperato della “queer theory”.

4. La narrazione nella ricerca sociale. Squire C. (pg.91-107) ammette che le “storie” promettono universalità e umana accessibilità, ma l’analisi di esse richiede una ragguardevole e comprensiva attenzione delle dimensioni individuali, sociali e culturali del linguaggio e del suo significato. Si considerano suggestivi  modi di comprendere “il mondo sociale come narrazione” e la importanza di questo approccio per la ricerca e la pratica e le sue possibilità in gruppoanalisi.

5. Il significato della traduzione da un linguaggio ad un altro nella costruzione di un significato. Riassumendo, con l’autrice A. Zavos (pg. 115-128), “il tema è uno sforzo per vedere la terapia attraverso la metafora della traduzione, sviluppando alcuni dei problemi della traduzione e particolarmente come questa si rapporta con le strutture gerarchiche di potere o i sistemi di produzione di significato (mette in relazione entrambi con diverse lingue e il loro relativo status, come possiamo osservare per esempio nel dominio della lingua inglese come “unità monetaria” di comunicazione globale in diversi domini discorsivi come la scienza sociale, la terapia, la letteratura ecc.) per chiarire alcune delle sfide in cui i terapeuti, così come i ricercatori, confrontano le loro rispettive posizioni come mediatori o arbitri del significato e azioni di altri”.

6. Una revisione o riteorizzazione del concetto dello spazio come relazionale e performativo. L. Bondi (pg.137-199) propone: “La terminologia spaziale è usata in molti campi, includendo quello delle psicoterapie, in modi che frequentemente passano inosservati. La “geografia umana” ha espresso la sua ambivalenza riguardo all’apparente proliferazione del “pensiero spaziale”, sfidando alcuni significati dati come scontati e attribuiti a “spazio”. Disegnato specialmente dal punto della geografia femminista, questo articolo sottolinea due delle più influenti re-teorizzazioni dello spazio: come relazione e performativo”.

Mi è sembrato pertinente accennare almeno superficialmente a questi densi e ricchi temi; alcuni forse appariranno come spinte intellettualizzate in certi contesti accademici inglesi dove emergono, ma appare fuori dubbio che possono coinvolgere sia la pratica clinica quotidiana che la ricerca gruppoanalitica contemporanea e futura.

Il circolo, il campo, il processo gruppoanalitico può essere un adeguato contesto non solo come modello terapeutico ma come prospettiva gruppoanalitica di ricerca di senso e significato di alcuni degli inquietanti interrogativi che il postmodernismo propone.

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Note

1  Psichiatra, gruppoanalista, Presidente del Centro di Analisi Terapeutica di Gruppo (C.A.T.G.) Chairman della Group Analytic Section. International Association of Group Psychotherapy (I.A.G.P.).

2 Abbiamo trovato nel bel saggio di Mecacci “Psicologia Moderna e post-moderna” una esposizione breve, completa e ricca di riferimenti nel campo della psicologia. Ne abbiamo approfittato per introdurre alcuni argomenti in prospettiva gruppoanalitica.

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