francisco goya 3 maggio 1808 vita oepre riassunto due minuti di arte1

Più volte, nell’ambito del Modulo “Educazione alla Pace” nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, abbiamo tenuto un seminario sulle coesistenti contrastanti tendenze umane. Abbiamo cominciato con la naturale considerazione che sia la storia della umanità che la storia personale dell’individuo mostrano ininterrottamente un doppio movimento, una doppia inclinazione: l’una verso la guerra ed equivalenti (rivoluzioni, violenza metropolitana in tempo “di pace”, conflitti –e si noti l’identità semantica‐ interiori e relazionali manifestati con competitività, litigiosità fisica e verbale –“ne ferisce più la lingua che la spada”‐, e guerre vere e proprie dove ci si chiede se la possibilità collettiva di esprimere la ferocia faccia diminuire i delitti comuni che invece sembrerebbero aumentati per un processo imitativo); l’altra verso la pace, politica, interiore, ampiamente relazionale, in una perenne ambitendenza. Tutti gli studi antropologici e psicologici dimostrano nell’uomo questa doppia realtà ancestrale, problema tuttavia risolto in maniera diversa dai vari modelli culturali. Secondo le teorie correnti, sia l’uomo che la società hanno o espresso in maniera diretta l’aggressività (nella espressione estrema, dare la morte attraverso l’omicidio punibile o attraverso azioni legittimate come la guerra e la pena di morte) o l’hanno trasformata attraverso vari meccanismi di difesa, quali scissione e proiezione, formazione reattiva, altruismo, umorismo e ironia, repressione, sublimazione, creatività, ambizione verso mete di successo inappropriato oppure commisurato alla dotazione reale (1), senza che la si possa nascondere dietro i sintomi (2) le paraprassi (3) i sogni (4)dove può essere rintracciata nel contenuto latente oppure può esplicitamente apparire, ad esempio nel sogno tipico della morte di persona cara. L’uomo che sarebbe felice solo se potesse uccidere il proprio simile, a partire da uno dei poli dell’edipo nell’accezione freudiana (5), non uccide per il freno interno superegoico, per il timore della punizione, e perché si misura con la forza dell’avversario, come ben si vede nelle azioni del branco, i ragazzi violenti che aggrediscono lo shyness, mentre è eccezionale la vittoria astuta del più debole come in Davide e Golia. Del resto la diversa inclinazione individuale all’aggressività, anche nello stesso individuo in momenti diversi, riposa senz’altro sul coacervo delle variabili bio‐psico‐sociali (6).

In campo psicologico gli scritti–chiave sul tema restano quelli di Freud. Prima di tutto ricordiamo l’introduzione, in psicologia, del concetto di “conflitto”, e lo spostamento graduale di attenzione dall’eros al thanatos negli scritti maturi (7). Senza dimenticare quanto questo accento fosse già posto da Nietzsche; e come Abraham sottolineasse la nozione già nello scandire la fase sadico‐orale che è il secondo semestre di vita, nella esperienza del Male dato dal dolore della dentizione, dal dolore provocato alla mammella con il morso, dal dolore del rifiuto della madre che retrae il capezzolo dolorante (8); e tutta la teoria adleriana dell’aspirazione naturale alla superiorità e della sua declinazione patologica (9). Val la pena di non dimenticare come l’incontro con l’America calvinista da parte degli psichiatri ebrei, in primis Alfred Adler, fosse campo di osservazione privilegiata di quelle forze umane volte all’autoaffermazione, sia nell’armonia della cooperazione sia nell’espressione dell’homo homini lupus dove si nascondono simbolicamente le tracce del cannibalismo ancestrale interdetto dalla cultura (10), visibile anche nei simboli (es. l’ostia nella religione) e nelle varie aggressività e patologie. Cosa che contribuì non poco a spostare l’asse dell’epistemologia psicologica dalla sessualità a detti contenuti sociali. Un interessante elemento generazionale è evidenziabile nella struttura delle espressioni aggressive: per esempio, nella guerra i genitori seppelliscono i figli, nella rivoluzione i figli uccidono i padri, Caino, emblema della competitività tra pari tanto importante nel pensiero adleriano (11), si esprime ben modernamente nelle realtà della corsa al successo e nel mobbing.
Tornando a Freud, gli scritti più importanti sull’argomento iniziano nel 1915, prima guerra mondiale, apparizione del problema a livello internazionale. La Biblioteca Bollati Boringhieri, come è noto, li raccoglie nella pubblicazione “Perché la guerra”. Nella Prefazione, come si ricorderà, figura una lettera del 25 novembre 1914, relativa alla prima guerra mondiale, alla discepola Lou Andreas von Salome: “L’umanità, non ne dubito, si rimetterà anche da questa guerra; tuttavia sono certo che né io né i miei coetanei rivedremo mai più un mondo felice. Tutto è troppo orribile; ma quel che è più triste è che le cose vanno esattamente come avremmo dovuto immaginarcele in base a quanto la psicoanalisi ci ha insegnato sulla natura e il comportamento degli uomini. Questo atteggiamento nei confronti del genere umano mi ha sempre impedito di condividere il Suo lieto ottimismo” (12). Il succo del testo, che raccoglie scritti del 1915 e del 1932, è dunque sempre sostanzialmente l’inestirpabilità degli impulsi animali aggressivi, selvaggi e malvagi, in qualche modo assimilabili all’Ombra junghiana. Si dimostra che l’intelligenza non solo non riesce a contrastarli, ma addirittura si discute (ancor oggi) se alcune sue produzioni, quali cultura e ricchezza, non li alimentino, accendendo avidità, invidia, emulazione, distruttività. E la guerra delle cosiddette nazioni civili ne sarebbe la prova. Il libriccino racchiude 3 scritti. Nel primo, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), Freud cerca una prima spiegazione al problema: che la nostra civiltà ha preso su di sé le redini del mondo elevandosi con cultura, scienza, raffinatezze, tecnica e morale in una presunta superiorità sulle culture altre, tema del resto rivisitato nei celebri scritti di Lévi‐Strauss (13), Mircea Eliade(14) e altri grandi antropologi e filosofi.
Questa rigidità avrebbe nello stesso tempo lasciato implosi gli istinti aggressivi che in condizioni slatentizzanti esploderebbero nella guerra o equivalenti, collettivi e individuali. Riaffiorerebbe allora quel Male ineludibile che già permea l’opera di Agostino (15), incluso in quella caratteristica relazionale che è l’ambivalenza, l’odio e l’amore, la bipolarità che nella teoria degli opposti sarà precipuamente sviluppata dall’allievo di Freud, Jung, in proporzioni che dipendono da un organizzatore costituzionale e dagli stimoli ambientali attraverso la madre e tutte le altre figure significative, compreso il mithos familiare degli estinti (16), sia che si considerino, alla maniera freudiana, solo i primi 5 anni di vita, sia che in maniera meno deterministica ci si apra a considerare le influenze subite in tutto l’arco della vita (17). Del resto in quest’ottica è più facile spiegare il singolo individuo. “Io non so proprio che cosa dire” scriveva Freud su un altro punto, e cioè perché i popoli, le nazioni, tra loro si odiano, si disprezzano. Come nella nostra epoca del resto ben si vede, anche al di fuori degli eventi bellici, nella xenopatia della società multietnica (18), dove l’altro, lo straniero, è lo strano, l’alien, l’inquietudine, è colui che può depredarci del nostro territorio, dei nostri beni, della nostra tradizione consolidata. La parte umana andrebbe ad offuscarsi. Prevarrebbe il tratto crudele animale, e la guerra lascerebbe “riapparire l’uomo primitivo”. Non si dimentichi che Freud è il positivista cui non rimane che sperare in un ulteriore passo evolutivo che modifichi questo istinto. Nello stesso scritto parla di un concetto immanente alla guerra, la Morte, incontrata qui come attrazione per il rischio, fascinazione per l’eroismo, idealità, riconoscimento, masochismo, depressione, come lutto per la morte dei cari, come sentimento di colpa dei sopravvissuti nei confronti dei morti. Nel secondo scritto, Caducità (1915), si sottolinea l’impellenza del risveglio dello spirito malvagio nell’uomo che non si riesce a debellare nei secoli nonostante l’educazione intellettuale ed etica, e anzi forse aggravato proprio, come si diceva, da questa evoluzione, coltivando competitività, aspirazione alla superiorità fino alla sopraffazione, con un affinamento esponenziale delle armi manipolative volte al fine dell’autoaffermazione. L’etologia ci dimostra del resto come la sopraffazione è al servizio della sopravvivenza. Si potrebbe dire che all’antica violenza muscolare umana per sopravvivere se ne sia sostituita una culturale per sovrabbondare. E ancora, che nell’espressione della protesta virile, si vada attenuando lo iato tra l’antica prevalenza maschile in cui l’uomo uccideva i suoi piccoli, e la madre che li difendeva, verso commistioni sempre più sottili e intense di possibilità comportamentali ed esistenziali, maschili e femminili.
Ma è noto che il più importante contributo di Freud alla questione è il carteggio con Einstein del 1932, pubblicato l’anno successivo, ultimo saggio del volumetto sopracitato “Perché la guerra”. Si erano incontrati una sola volta a Berlino nel 1927. Quando la Società delle Nazioni promosse un dibattito sul problema “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” dato che nessun tentativo nella storia dell’uomo è approdato alla realizzazione di questo desiderio ubiquitario, interpellò Einstein che, sia per l’assoluta autorevolezza di Freud sia per il comune destino di ebrei perseguitati dal nazismo, propose il nome di Freud quale suo interlocutore. Già una differenza di fondo s’intravede in un vago atteggiamento più ottimista in Einstein che pensa che la costituzione di un organismo politico sovranazionale, i cui decreti tutte le nazioni devono rispettare, possa arginare l’istinto umano alla guerra e garantire la pace, rendendosi però conto che a livello capillare bisognerebbe riuscire ad estirpare sete di potere e vantaggi economici, personali e nazionali. Chiede poi a Freud come mai le masse sono così influenzabili fino a vivere la “psicosi collettiva” della guerra, e perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. “Sarebbe della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte perché tale esposizione potrebbe indicare la strada.” Intanto Freud, che effettivamente si occupa del problema anche in altri suoi scritti (19) trova insufficiente l’organismo politico insistendo sull’unica (e comunque scettica) speranza nell’evoluzione darwiniana.
Freud premette di auspicare che Einstein non si aspetterà da lui soluzioni pratiche che spettano ai politici, ma semmai solo un parere di conoscitore dell’animo umano, prima di tutto complimentandosi perché Einstein lo ha preceduto nel soffrire l’evidenza delle forze umane verso l’aggressività, come se da quella fisica preistorica essa si fosse solo trasformata in quella intellettuale e tecnica nel cammino e nel disagio della civiltà. “E’ un istinto” sostiene Freud. Pulsione di morte che comporta la morte e i suoi equivalenti che si dislocano in altro senza nominarla. Quindi la guerra “biologicamente è assai poco eliminabile”. L’umanità non può pertanto contare su un processo d’incivilimento se non con uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e lo sviluppo del meccanismo di difesa della sublimazione dell’istinto aggressivo (già descritta in Nietzsche). Nacque una calda corrispondenza tra i due grandi che cambiarono la storia della cultura del mondo.
L’immanenza della tendenza ancestrale all’aggressività è ripresa da molti autori contemporanei. Del resto basti pensare come in Omero (20), in Virgilio (21), la guerra, ancorché insensata, è sentita come ineliminabile, finanche a livello celeste. E il moderno non offre certo visioni più rassicuranti. Del resto nel venir meno della capacità raffrenante di alcune istituzioni come la Chiesa per le sue troppe contraddizioni interne e quindi per una decrescente credibilità, il percorso non apparirebbe ottimistico. Si pensi anche all’ambiguità del cristianesimo nell’indicare, sì, Amore e perdono, ma nello stesso tempo nell’offrire l’immagine cruenta della Croce e la crudele punizione del peccato con tutte le aggressività dell’inferno. E’ stato peraltro notato come anche nel cinema la violenza raccapricciante oggi ha sostituito il morboso dell’eros. D’altra parte film di guerra sono sempre piaciuti, osserva il critico Mario Sesti (22). Una sua acuta osservazione è rivolta al film emblematico “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, ambientato nella II guerra mondiale, perché andrebbe a sommuovere le istanze profonde dell’uomo continuamente trasportandolo in immedesimazioni con la vittima e con il carnefice.
Circa la influenzabilità delle masse, che oggi è approcciata anche con la teoria dei neuroni specchio, è bene però non dimenticare anche i sistemi di massa di pace, pensieri influenti come quello di Francesco di Assisi, di papa Francesco, personalità carismatiche come Giovanni Paolo II o Gandhi, affinché la cultura possa orientare verso la cosiddetta scelta del bene o del male, compresi i contributi accademici sulla formazione delle coscienze giovanili, come presumiamo possa rappresentare anche il “Modulo di Educazione alla Pace” organizzato in diversi anni accademici, con seminari tenuti anche da docenti della facoltà di Medicina ed esperti in varie discipline, dalla prof.ssa Maria Luisa Angrisani presso la Facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma. Si sa che anche l’Arte, se da un lato è un potente registratore della realtà, dall’altra è un terreno di portata sociale incommensurabile, con la sua possibilità d’influire su di essa, fomentando una tendenza oppure il suo contrario. Gli esempi sono infiniti, quantunque ci sembri di poter affermare come gli apici moderni vengano raggiunti in questo tema dalla letteratura russa, dove il conte Lev Tolstoj nel suo capolavoro (23) affresca piuttosto la guerra politica (napoleonica) indicando nel sublime (l’Amore e la Morte sacrificale) il senso della vita (24) e il superamento della guerra, mentre Dostoevskij nei Demoni (25) esprime a livello psicologico insuperato gli abissi umani delle due tendenze alla guerra e alla pace.
Si potrebbe annotare che se nel singolo aggressività, conflitti, possono essere gestiti con vari strumenti psicologici (dall’autoriflessione e l’autocontrollo ai farmaci, psicoterapie, misure coercitive, TSO), la guerra in senso stretto è più complessa e problematica, e infine, come si è visto, le teorie restano dubitative, narrative, indimostrabili. Ma se una parte dell’uomo aspira alla realtà della pace e se la cultura potrebbe avere un ruolo nell’educare verso questa meta, sentita anzi come dovere esistenziale da molti intellettuali, potendo additarsi in alcuni casi proprio in questo una sorta di “compito della vita” (26), nel campo della Psicodinamica è opportuno rimandare ad alcuni filoni che attingendo all’aristotelica e voltairiana nozione di Uomo animale sociale considerano le possibilità naturali e culturalmente educabili verso l’espressione della nostra più piena umanità immanente alla condizione appunto “cosiddetta umana”, con attribuzione di valore elevato alla parola stessa.
Difatti questo si dimostra anche esaminando l’antica etimologia indoeuropea relativa all’Uomo e che alterna il suo etimo con il radicale esprimente il concetto di ‘terra’. Dall’osco *humus la lingua latina conia homine, l’umbro *homonus collettivizza la *coviria (lat. curia) federata nell’esito latino di hominibus.
E’ ancora il termine humus, indicante la ‘terra’ ad estendersi nella designazione dell’ “essere umano”, propriamente “nato dalla terra” o “terrestre” (27) Da qui l’espressione biblica filius hominis, calco greco ripreso dalla lingua armena, e le designazioni cristiane di homo dei, homo dei et Christi (28). La lingua della Chiesa ha creato humano‐as per tradurre άνδρόω “cambiare in uomo” e soprattutto humanatus da άνθρωπότης “incarnato, divenuto uomo”, da cui humanatio “incarnazione”. In rapporto con humus “terreno” (luogo basso, poco sollevato) si sviluppa l’accezione semasiologica di “privo di valore, scarso, insignificante”; nella sfera sociale e politica come significante di “bassa origine, scarsa cultura, povertà, mancanza di potere e di lustro”; in quella morale di “basso, indegno, di condizione spregevole, pusillanime, vile”. Nella lingua letteraria humilis diventò una delle definizioni più usate per indicare lo stile inferiore (29).
E’ Agostino ad attuare una μετάνοια concettuale del termine: negli argomenti della letteratura cristiana, essendo tutti grandi ed elevati, l’ “umile” che essa ha occasione di toccare, diventa per se stesso importante (30). All’aggettivo humilis toccò l’onore di definire l’Incarnazione del Figlio di Dio. La molteplice irradiazione semantica arrivò ad illustrare con questo termine (“socialmente inferiore, incolto, esteticamente semplice”, addirittura “ripugnante”) l’ “avvilimento volontario” del Mistero dell’Incarnazione, attuata fra poveri di materia e di spirito fino al suo coronamento, il modo oltraggioso e crudele della Passione del Cristo. Da ciò si sviluppò l’insistenza sulla corporeità del Maestro, alla quale si congiungeva la dottrina della Resurrezione fino alla Resurrezione Universale di tutti i nati da donna.
L’Humanitas designerà quindi la sintesi dell’ethos con l’ ethnos del civis, sottolineando l’aspetto interiore della virtù.
L’Humanitas, educazione intesa ad associare i valori familiari con l’ideale collettivo, presenta, rispetto alla paideia, una sua specificità nell’elemento della pietas, ossia nella considerazione per i segni divini e la fede nella loro provvidenza. La humus costituisce la stessa sostanza umana, una marcatura che delimita la vita con la morte, perché è il Tempo, la percezione del “prima” e del “dopo” che dona ad essa un senso fino all’estensione teorizzata dalla filosofia della Scolastica di “carattere dell’uomo” inteso come un “insieme dei caratteri comuni a tutti gli uomini” .
Per questa ambizione di un mondo dove sia realizzabile la “umanizzazione della umanità” (31), di una civiltà che giustamente Freud vedeva come ancora (per lui, forse mai…) da venire, ci sembra molto attuale la valorizzazione a livello psicodinamico, accademico, scolastico e divulgativo del pensiero della Fenomenologia e dell’Analisi esistenziale (32), e del pensiero più aperto, finalistico, pregno di speranza se non di ottimismo, rispetto ad altre Scuole, di Alfred Adler che d’altra parte, è noto, con detto pensiero esistenziale mostra molti punti di contatto se non di anticipazione. Pensiero certamente molto moderno, quello adleriano, dove la possibilità di educare all’equilibrio tra le capacità creative e autoaffermative e il sentimento comunitario espresso come cooperazione e solidarietà (33, 34) ‐armonia che consente la non degenerazione verso la distruttività e la malattia‐, lo sviluppo e l’affinamento sin dall’età pediatrica del sentimento comunitario e del coraggio, appaiono sicuramente la via culturale preferenziale ed ottimale per una elevata educazione dell’Uomo alla civiltà e alla pace, in una prospettiva d’interiorizzazione che di generazione in generazione cammini verso la spinoziana sub specie aeternitatis (35). Non dimentichiamo come la relazionalità è intesa da Adler una qualità primaria della psiche (36), e come l’incrementare un sentimento comunitario smisurato sia l’idea‐guida per arginare se non abolire l’ebbrezza del potere. Del resto ci sembra importante ricordare prima di tutto con Ellenberger (37) che l’atteggiamento relazionale di Adler, il concetto di “sentimento comunitario”, ha aperto perentoriamente la strada a una Weltaschauung che superando il dominio intrapsichico di Freud e passando per i teorici delle Relazioni oggettuali, del Sé e dell’Interpersonalità di Sullivan, giunge a quella Intersoggettività (e comunque all’importanza della relazione che trascende i modi del transfert classico (38), che è bisogno primario, sistema motivazionale organizzatore di comportamenti ed eventi mentali (39) oggi ineledubile anche presso gli psicologi di matrice freudiana, ma a nostro avviso proposta con un’arroganza culturale che appare quasi una determinazione (difensiva?) a non citare quasi mai, attingendovi invece plenis manibus, la pregnante lezione di Adler, e che è addirittura anacronistica in una fase di epistemologie fecondamente critiche e pluralistiche in tema di Psicoterapia. Ma ci sembra ancora più importante, solo per fare qualche parallelo, la somiglianza tra la sottolineatura di Sullivan sulle frustrazioni che determinano “un senso di cattiveria”, e anche tra il concetto kohutiano che pone l’aggressività come prodotto della disintegrazione del Sé per relazioni “cattive” reali piuttosto che come relazione oggettuale interiorizzata strutturale, con le precisazioni in Adler sulla volontà di autoaffermazione (positiva, creativa) e la degenerazione aggressiva. Va del resto riconosciuto a questo proposito che Kohut è tra i pochi autori che dichiara il proprio tributo alla influenza adleriana, come ad esempio, nella Prefazione de “La guarigione del Sé” (40). Si rifletta inoltre su quanto dette teorizzazioni aprano a sentieri fertili di ricerca sulla concettualizzazione e la gestione dei movimenti aggressivi in ambito micro e macrosociale, confortate, per esempio, anche dagli studi sui neuroni‐specchio. Del resto val la pena di ricordare, infine, che l’opposizione alla teoria freudiana della pulsione di morte è stata espressa in modo penetrante già da Otto Fenichel nel 1935 (pubblicato postumo, 41) e condivisa da molti psicoanalisti impegnati nella rivoluzione sociale, per i quali la guerra era considerata un aspetto del capitalismo che sarebbe scomparsa con il socialismo.
Come è noto, Adler, nella sua vera e propria passione per l’emancipazione umana, era attratto dall’aspetto “pacifico, umanitario, non violento” del programma socialista, mosso dal richiamo ideale di una pacificazione universale possibile attraverso la convinzione del carattere profondamente educativo della Psicologia Individuale(42). Anche lui si sentì spinto a scrivere dopo gli orrori della prima guerra mondiale. E diceva: “Quanto a noi non c’è punto di vista che riveli l’immagine degli smarrimenti del nostro tempo in modo più puro e più chiaro della Psicologia Individuale, una scienza che già prima della guerra proclamava come scopo il conseguimento di un futuro sistema di vita, basato sul rafforzamento del realismo, sulla responsabilità e sulla eliminazione dell’odio latentemente serpeggiante tra gli uomini, attraverso la benevolenza reciproca” (43).
Bibliografia
1) Coccanari de’ Fornari M. A., Lezioni di Psicoterapia psicodinamica, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2004
2) Freud S., Introduzione alla Psicoanalisi, Boringhieri, Torino 1983
3) Freud S., Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri, Torino 1983
4) Freud S., L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma 1977
5)Freud S., Metapsicologia, Boringhieri, Torino 1978
6)Erikson E.H., Infanzia e società, Armando, Roma 2001
7)Freud S., L’Io e l’Es, Boringhieri, Torino 1978
8) Ellenberger H. F., La scoperta dell’inconscio, Boringhieri, Torino 1976
9)Adler A., Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2008
10) Lusetti V., Cannibalismo e evoluzione, Armando, Roma 2008
11) Adler A., La conoscenza dell’uomo, Newton Compton, Roma 1975
12) Freud S., Perché la guerra, Bollati Boringhieri, Torino 1975
13) Levi‐Strauss C., Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano 1964
14) Mircea Eliade, I riti del costruire, Jaca Book,Milano 1990
15) Agostino, Confessioni, Garzanti, Milano 1994
16) Schutzenberger A. A., La sindrome degli antenati, Di Renzo, Roma 2004
17) Erikson E. H., Gioventù e crisi d’identità, Armando, Roma 2201
18)Galzigna M., La sfida dell’altro, Marsilio, Venezia 1999
19) Freud S., Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Bollati Boringhieri, Torino 1975
20) Omero, Iliade, Newton Compton, Roma 2008
21) Virgilio, Eneide, Rizzoli, Milano 2007
22) Sesti M., In quel film c’è un segreto, Feltrinelli, Milano 2006
23) Tolstoj L., Guerra e pace, Newton Compton, Roma 2004
24) Frankl V. E., Un significato per l’esistenza, Città Nuova, Roma 1990
25) Dostoevskij F., I demoni, Rizzoli, Milano 1981
26) Adler A., Il senso della vita, De Agostini, Novara 1990
27) A. Ernout – A. Meillet, Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine – Histoire des Mots, Paris 1987, s.v.
28)W. Meyer‐ Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1972, s.v.
29) A. Blaise, Dictionnaire Latin‐Français des Auteurs Chrétiens, Turnhout 1954. Sintesi teologica a cura di Henri Chirat, Faculté de théologie catholique de Strasbourg, ed. Brepols, Turnhout, Belgique.
30) Augustinus, Epist.ad Volus., class. III 137,18. Cfr. De doctrina IV 6.
31) Coccanari de’ Fornari M. A., La vera casa di Caio, Aletti, Roma 2006
32) Callieri B., Quando vince l’ombra, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2001
33) Adler A., La Psicologia Individuale, Newton Compton, Roma 1995
34) Rovera G.G., Fassino S., Ferrero A., L’esperienza analitica: collettività ed individuo, Saiga, Torino 1988
35) Spinoza, Ethica, UTET, Milano 2005
36) Ferrigno G., Editoriale, Riv. Psicol. Indiv., 47, 2000
37) Ellenberger H. F., Op. cit.
38) Kernberg O., Teorie delle relazioni oggettuali e tecnica psicoanalitica, in Psicoanalisi (a cura di Person E.S., Cooper A.M., Gabbard G.O), Cortina, Milano 2006
39) Stern D., Intersoggettività, in Psicoanalisi (Op. cit.)
40) Kohut H., La guarigione del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1980
41)Fenichel O., A rewiew of Freud’s analysis terminable and interminable, in International Review of Psychoanalysis, 1, 1974
42)Marzolini M., Su “Bolscevismo e Psicologia” di Alfred Adler, Riv. Psicol. Indiv., 50, 2001
43) Adler A., Bolschewismus und Seelenkunde, Internationale Rundschau, 4, 1918

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Premessa

La sera dell’11 ottobre 1911 la Società psicoanalitica di Vienna decretò, a maggioranza, il divieto per quanti aderivano alle idee di Adler di partecipare alle proprie riunioni. La conseguenza fu che sei persone seguirono la scelta compiuta da altre prima di loro e, come già aveva fatto Adler, si dimisero e: “Insieme si diressero al Caffè Centrale per incontrarsi con Adler per un festeggiamento notturno” (Hoffman, 1994, p. 77) dando vita alla nuova Società1. Questa, pertanto, è divenuta la data che ha sancito la conclusione di ogni rapporto scientifico e personale tra Adler e Freud, culminato nella prima scissione del movimento psicoanalitico, epilogo traumatico e irreversibile di una controversia che aveva raggiunto la sua fase più acuta.

Ancora oggi, a più di cento anni da quegli eventi, si deve osservare come molto di quanto è stato scritto sulle cause che portarono a questa scissione, risenta maggiormente degli echi provenienti dalla tesi sostenuta da una delle due parti, più che non da entrambe e, in vero, una ricostruzione libera da schieramenti di parte, più o meno manifesti, fatica ancora ad affermarsi. A solo titolo esemplificativo – e per il contribuito apportato alla conoscenza della storia della psicoanalisi - ci riconduciamo a Roazen, particolarmente alla sua celebre opera “Freud e i suoi seguaci” (1975). Nel volume, che dedica ad Adler oltre quaranta pagine, il lettore cercherà, con scarso successo, scritti di questo Autore2 nella bibliografia di riferimento. Conseguenza di ciò è che quanto Roazen scrive sul padre della psicologia individuale, e sul suo rapporto con Freud, risente soprattutto della prospettiva a prevalente documentazione freudiana da cui egli guarda, e abbiamo evidenza che questa non rende completa giustizia ad Adler e alla comprensione delle ragioni che, dopo molti anni di lavoro comune, portarono alla sua separazione da Freud. In una lettera scritta a Jones il 7 settembre 1911, cioè a ridosso del definitivo consumarsi della scissione, Adler consegnava a quanti ne avevano interesse il proprio punto di vista, espresso sinteticamente, sulle ragioni della controversia, riconducendo al carattere di Freud gli attacchi che gli erano stati mossi, egli: “Pensava che la persecuzione di Freud nei suoi riguardi sia ‘di natura caratteriale’ ” (Gay, 1988, p. 203). Questa valutazione non fu avanzata solo da Adler benché egli, per le ovvie ragioni, l’abbia posta per primo. La stessa posizione - cioè l’influenza avuta dal carattere di Freud nella rottura dei rapporti scientifici e personali con Adler e, successivamente, con altri – nel corso del tempo è stata sostenuta da più parti. Wittels, ha scritto: “Io ho detto più di una volta che Freud non ha mai, o raramente, piacere quando i suoi collaboratori sviluppano idee indipendenti. Questo sembra gettare una luce piuttosto sfavorevole sul carattere del maestro e la durezza del nostro giudizio non è sufficientemente mitigata dalla trita formula che noi non dobbiamo applicare gli stessi standard ai grandi della terra rispetto ai comuni mortali” (Wittels, 1924, p. 150). Freud, in data 18 dicembre 1923, scrisse a Wittels: “non so che fare delle idee degli altri che mi vengono gridate fuor tempo” (cit. in Roazen, 1975 p. 227). E ancora: “Tali sentimenti in un uomo di genio rendono conto della irritabilità che ha così spesso condotto alla rottura dei legami personali e scientifici tra Freud e i suoi intimi” (Wittels, 1924, p.150). Una posizione analoga è sostenuta da Stekel quando riferisce che Freud: “mi confessò una volta (in un momento di ‘debolezza’) che ogni nuova concezione offerta dagli altri lo trovava resistente e non recettivo. Qualche volta gli occorrevano due settimane per vincere tale resistenza” (Stekel, 1950, p. 134). A queste tesi, Freud sentì la necessità di contrapporsi e lo fece nella sua autobiografia: “La defezione dei miei antichi discepoli è stata sovente attribuita alla mia intolleranza […] Per testimoniare che le cose non stanno così basterà rilevare che, a fronte dei pochi che mi hanno abbandonato – Jung, Adler, Stekel e qualcun altro – si erge il numero considerevole di coloro – basti pensare ad Abraham, Eitingon, Ferenczi, Rank, Jones, Brill, Sachs, il pastore Pfister, Van Emden, Reik ed altri – che hanno con me un rapporto di collaborazione scientifica e per lo più di non turbata amicizia che dura oramai da una quindicina di anni” (Freud, 1924, p. 120). Incidentalmente, oggi sono ben noti la successiva rottura di Rank e il progressivo allontanamento di Ferenczi. Alcuni anni prima, coerentemente con questa sua visione degli eventi, l’8 agosto 1912, Freud scriveva a Ferenczi: “Anche nel caso di Adler, il distacco dalla comunità è stato messo in atto da lui, non da me” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 414). Questa, in definitiva, è stata la tesi accolta dagli psicoanalisti, sostenuta e diffusa con forza dal lavoro di Jones, la cui attendibilità, non si può fare a meno di osservare, è stata seriamente compromessa da quanto emerso dal trascorrere del tempo. Un’indicazione circa il modo di procedere di questo Autore: “Mentre scriveva la biografia di Freud” lo ha trasmesso Veszy-Wagner: “Io avevo espresso dei dubbi sulla morte di un individuo e, in una lettera datata 13 dicembre 1954, Jones non riuscì a celare il suo risentimento, scrivendo: ‘Non mi interessa quando sia morto, purché ora possa essere certo che è morto del tutto, dal momento che lo sto calunniando gravemente’ ” (cit. in Sulloway, 1979, p. 536). Per rimanere all’attendibilità di quanto egli scrisse su Adler e dobbiamo ricordare almeno l’inesattezza della sua affermazione secondo cui nessuna persona della famiglia di Freud ebbe Adler come medico, dal momento che proprio Freud, come ha reso noto Roazen, gli inviò in analisi la moglie di suo fratello Alexander (1993, p. 201). Di ulteriore interesse, in merito al modo che Jones aveva di ricostruire gli accadimenti, è la contestazione che Wiess gli mosse per quanto riferito sulla questione della dedica apposta da Freud a un suo libro per Mussolini, chiestagli dal padre di una paziente che era stata inviata da Freud per un consulto proprio dallo psicoanalista italiano, oltre che in merito alle presunte frequentazioni che Wiess, stando a Jones, avrebbe avuto con Mussolini: “Jones ha riportato il seguito di questo episodio, in versione distorta e ancora una volta contro il mio desidero […] ‘Inoltre Edoardo Weiss, che a quell’epoca aveva frequenti contatti con il Duce, mi dice che anche Mussolini fece una démarche o direttamente con Hitler, o tramite il proprio Ambasciatore a Vienna. Probabilmente si ricordò del complimento rivoltogli da Freud cinque anni prima’ ” (Weiss, 1970, pp. 42-43). La rettifica di Wiess a quanto scritto da Jones non lascia dubbi: “Non sono mai stato in contatto con Mussolini, né direttamente né indirettamente. La mia opposizione al fascismo è stata continua fin dal primo momento” (Ibid., p. 43). Nella stessa occasione Weiss corresse anche la traduzione della dedica di Freud: “Da un vecchio che saluta nel Governatore l’eroe della cultura […] A Benito Mussolini coi rispettosi saluti d’un vecchio che nel Governatore riconosce l’eroe della cultura” (Ibid., p. 42). Per la verità, nemmeno Nunberg e Federn, in riferimento ad Adler, sono incorsi in un eccesso d’imparzialità. Essi, infatti, nell’intento di sostenere la tolleranza e la pazienza che avrebbero contraddistinto Freud, scrivono: “L’esempio migliore della sua tolleranza e pazienza è il caso di Alfred Adler. Come membro del gruppo, Adler incominciò, lentamente e sistematicamente, a spingere in primo piano le proprie idee che – come si dimostrò infine – erano in contraddizione con i concetti fondamentali di Freud. E tuttavia per lungo tempo Freud lo trattò con particolare distinzione; lo nominò persino presidente della Società” (Nunberg, Federn, 1962, p. 15). In realtà, come ha ricordato anche Wiess: “Freud era stato spesso accusato d’intolleranza, e forse con qualche ragione, verso coloro che seguivano concetti psicoanalitici diversi dai suoi” (1970, p. 35). In anni successivi anche Roazen ha sottolineato come Freud: “Era straordinariamente sensibile alle critiche, provenissero dall’ultimo dei suoi detrattori o da coloro in cui egli aveva riposto fiducia” e come “non accoglieva volentieri le idee nuove degli altri perché, voleva elaborare ogni cosa da sé, come parte della sua ricostruzione del mondo” (1975, pp. 244 e 251). Ancora: “[Freud] Per quanto ammirasse l’originalità e il talento, difficilmente tollerava chi aveva idee proprie” (ibid, p. 227). Il nipote di Oppenheim, più recentemente, ha ricordato come Klemperer: “si disse ‘infuriato’ per il ‘comportamento tirannico di Freud’. Questo corrisponde perfettamente a ciò che ho sempre sentito dire da mia madre e da mia zia quando fui grande abbastanza per conoscere il rapporto tra mio nonno e Freud. David decise di schierarsi con Adler, mi dissero, perché Freud non si era comportato in modo corretto con il suo rivale. Il resoconto dei pensieri e delle azioni di Freud che portarono alla rottura con Adler giustifica il giudizio di David” (Singer, 2003, p. 112).

Di seguito proponiamo il punto di vista di Wilhelm Stekel - uno dei più autorevoli testimoni di quanto accadde all’epoca della controversia tra Adler e Freud - come fu sintetizzato nella pubblicazione dell’articolo comparso sul New York Times nel 19263. Lo scritto, fattoci pervenire molti anni fa da Heinz L. Ansbacher, è un contributo alla comprensione dei rapporti intercorsi tra Adler e Freud e aiuta a ridefinire la natura della loro controversia. La sua traduzione italiana è corredata da nostre note apposte a piè di pagina per facilitare la contestualizzazione di quanto viene riferito e, inoltre, da un’appendice (posta alla fine della traduzione) in cui sono sintetizzati riferimenti a persone ed episodi che, dalla nostra prospettiva, hanno avuto, direttamente o indirettamente, attinenza con gli eventi narrati. Nella traduzione, questi richiami sono indicati con la lettera A (appendice) seguita dal numero, esempio A1.

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Ex discepolo accusa Freud d’intolleranza4

L’attacco del Dr. Stekel5 infiamma l’interesse di Vienna per le divergenze tra gli psicoanalisti

La Vienna scientifica, letteraria e intellettuale è stata stimolata al rinnovato interesse per il freudianesimo. Questo è derivato, per lo più, dalle divulgazioni su come Freud e alcuni dei suoi discepoli trattavano i ribelli all’interno del movimento freudiano e, inoltre, pretendevano di spiegare la causa della interruzione di molte delle amicizie del leader.

Uno degli spiriti guida in questa rivolta contro Freud è il Dr. W. Stekel che ha una penna pungente. Egli racconta la storia del suo rapporto con Freud e con altri luminari del movimento psicoanalitico nel periodo anteriore alla sua diffusione.

Il Dr. Stekel scrive in un modo obiettivo e misurato, anche quando ci sono ovvi segnali che per lui è difficile trattenersi. Il suo breve scritto sugli impulsi sessuali nei bambini6 attrasse in un primo tempo l’attenzione di Freud. Essi ben presto divennero amici7 e Stekel fu uno dei suoi sostenitori e discepoli. Si dice che Stekel sia stato l’unico psicoanalista, oltre Freud, a dedicarsi alla pratica attiva in questo periodo8. Un numero di allievi si era raccolto attorno a Freud e settimanalmente le riunioni del mercoledì di questo piccolo circolo spesso avevano qualcosa di profetico, ogni partecipante sentiva il dono delle lingue che scendeva su di lui.

Gli allievi che ruppero

Nel tempo alcuni di questi allievi (A1) andarono per la loro strada. Questo dette origine alle prime tensioni e differenze. Stekel descrive come ciò crebbe costantemente e rese per lui difficile continuare a lavorare con Freud, come Freud sacrificasse un amico dopo l’altro9 – Adler, Jung, Bleuler, Breuer - quest’ultimo suo amico paterno al quale doveva molto della propria introduzione alla psicoanalisi – poi Fliess, Kahane e altri.

L’uscita del Dr. Adler dalla cerchia ristretta viene discussa. Stekel descrive un pomeriggio dedicato alla discussione durante la quale aveva letto il suo ultimo lavoro “Il linguaggio dei sogni” (A2). Lui aveva notato un’ostilità accentuata da parte di Freud e alcuni degli altri, sebbene questa ostilità si fosse espressa principalmente nella critica dei dettagli senza attaccare il valore scientifico del lavoro.

“Io lasciai la stanza e meditavo sulla piccolezza umana e sull’essere vendicativo” continua Stekel. “Ma il Dr. Adler vide più in là di me. Continuava a dire: “Questa ostilità non è diretta verso di te ma contro di me”.

La sua amicizia con Adler

“Io pensavo che si sbagliasse perché Freud semplicemente colmava Adler di attenzioni amichevoli e di gentilezze. Lo lusingava e cercava di portarlo completamente a sé. Adler lo chiamava un “accalappiatore di anime” e rimaneva sospettoso. Alla fine venne richiesto ad Adler di dare una spiegazione completa delle sue nuove teorie. Lui aveva elaborato da poco una tesi per la comprensione delle nevrosi.

“Noi siamo tutti ansiosi di apprendere” disse Freud “Ci faccia un resoconto delle sue teorie”.

“Adler fu incredibilmente felice e molto fiducioso. Parlò per tre sere intere delle sue teorie; ci furono molte discussioni, anche se nessuno di noi aveva idea della tempesta che si stava preparando. “Adler parlò durante le tre sere10 e fece un’esposizione logica dei suoi punti di vista – che espose successivamente nel suo libro “Il temperamento nervoso”11. La quarta sera fu dedicata al dibattito12. Reitler aprì il fuoco. Lui aveva preparato la sua risposta e la lesse dal manoscritto. La conclusione di Reitler fu che tutto quello che Adler aveva presentato come nuovo in realtà era vecchio e che ciò che era veramente nuovo era privo di valore. Fu seguito da Rosenstein che parlò lungo la stessa linea. E così si andò avanti, una condanna e una critica sfavorevole dopo un’altra13.

Anche l’amico contro di lui

“Anche il Professor Freud prese la parola e si rifiutò di conferire qualunque riconoscimento alle nuove idee che Adler aveva esposto14. La sua disapprovazione fu immotivatamente sarcastica ed energica. Il maestro era anche molto agitato e fu chiaro che si era preparato molto scrupolosamente (A3).

“Un ristretto numero di sostenitori di Adler mise una buona parola per lui15; in quanto a me, io distribuii elogi e critiche come ritenevo, nella misura che mi sembrava giusta16. Poi arrivò la sorpresa.

“Il Dr. Maximilian Steiner prese la parola. Dichiarò che le teorie del Dr. Adler non rappresentavano più alcun tipo di analisi. Adler era un oppositore di Freud e non aveva diritto di appartenere a questa società (A4). E fu improvvisamente chiaro che questa era la sostanza dell’intera faccenda. Adler doveva essere espulso dall’Associazione (A5).

“La decisione finale fu posposta all’incontro successivo. Questo ebbe luogo in un caffè (il Caffè Arkaden) nella stanze appartenenti a un’associazione medica. Tutti erano molto tesi. Io me ne venni fuori energicamente a favore di Adler e per la libertà della ricerca scientifica ma mi fu votato contro - insieme ad altri sostenitori di Adler. E di conseguenza Adler e i suoi amici lasciarono la stanza (A6). Molti dei suoi amici erano socialisti, compagni del suo partito (A7). Tra loro c’erano il Professor Oppenheim17, Furtumüller18, i due fratelli Grüner19 ed altri, otto o dieci in tutto.

“Il mio primo impulso fu quello di unirmi a loro. Ma avevo appena fatto una mossa verso una professione che mi rendeva questo passo particolarmente difficile: avevo rinunciato alla medicina generale e mi stavo specializzando nella psicanalisi. Freud aveva promesso di darmi il suo sostegno. Una volta di più ero dipendente da lui e lo sapeva bene (A8).

“Sarebbe stato anche più difficile per me rinunciare all’organo ufficiale per la ricerca scientifica che avevo fondato. E così rimasi e per un po’ Freud mi colmò di gentilezze (A9). Durante una riunione che ebbe luogo dopo le dimissioni di Adler (A10), il professor Freud mi disse che considerava Adler un paranoico (A11).

“Ed ora devo toccare il punto più importante – e descrivere ciò che portò alla mia separazione dal grande Sigmund Freud. Freud, nella sua Storia del movimento psicoanalitico, scrive quanto segue riguardo a questo punto: ‘Il signor Stekel è responsabile unicamente dei contenuti dell’organo ufficiale dal terzo numero del secondo volume in poi. La sua condotta, che sarebbe difficile da descrivere in pubblico, mi ha obbligato a dimettermi dal ruolo di direttore della rivista (A12).”

“Freud combatte la paura della verità in questa vicenda e ciò vale anche riguardo a quello che scrive di Adler nella stessa pubblicazione, cioè che ‘il Dr. Adler aveva deciso, a causa delle differenze scientifiche con il direttore, di dimettersi volontariamente dalla redazione’ ” (A13).

Stekel non tenta soltanto di attribuire responsabilità e mostrare i fatti; lui sembra anche voler comprendere e perdonare.

Appendice

(A1)

Nel corso degli anni si ebbero ulteriori defezioni dalla Società che, intanto, nella riunione del 15 aprile 1908, con deliberazione a maggioranza, cambiò il proprio nome in Società di psicoanalisi e con il Congresso di Salisburgo del 1908 e, soprattutto, con quello di Norimberga del 1910 si era data anche una struttura internazionale. Dei primissimi appartenenti alla Società del mercoledì furono Adler (1911) e Stekel (1912) a seguire, ciascuno per proprio conto, la loro strada. Successivamente, come è noto, anche altri se ne andarono, tra i quali si devono ricordare Jung, Rank e, più tardi, Ferenczi. Pur potendo solo accennare alle ragioni dei dissensi con Freud, si deve ricordare che Otto Rank, nato Rosenfeld, fu introdotto a Freud proprio da Adler: “Nel 1906 Otto Rank si recò da Freud con una presentazione di Adler e la copia manoscritta del suo libretto Art and Artist” (Lieberman, 1985, p. 41). Per il possibile ulteriore ruolo di Adler nella vita del giovanissimo Rank ci riconduciamo a Lieberman che riferisce una esclamazione di Rank del 1904: “‘Arrivai vicino a uccidermi. Vidi che non c’era altra via d’uscita. Perché non lo feci?’ Con questo umore Rank stese una lunga lettera a un amico e potenziale benefattore non nominato, evidentemente un uomo a cui egli aveva spedito alcuni suoi scritti. Forse si trattava del suo medico di famiglia, Alfred Adler […] Lo studio di Adler era nella Czerningasse, dove Otto era nato, e solo a pochi passi dalla Rothe Kreuzgasse, l’indirizzo dei Rosenfeld durante questo periodo” (Ibid, p. 20). Lieberman, forse, tenuto conto dei trascorsi tra Rank e Adler, afferma che: “Vedendo Adler epurato non deve essere stato facile per Otto Rank, che una volta fu paziente e ‘scoperta’di Adler” (Ibid, p. 129). Tale valutazione, tuttavia, non si accorda con quanto attribuito al riguardo allo stesso Adler, il quale, durante un viaggio negli Usa, avendo saputo del litigio tra Freud e Rank, avrebbe commentato: “Quella è la volontà di Dio! Il ragazzino (Rank) ha sempre cercato di mettere l’anziano gentleman (Freud) contro di me!” (Fieber, 1997, p. 261). L’uscita di Rank dalla Società non era ancora formalizzata all’epoca in cui fu pubblicato l’articolo di Stekel, ma i rapporti tra Rank e Freud erano cambiati da tempo e, particolarmente, dopo che questi aveva pubblicato il suo noto volume ‘Il trauma della nascita’. Jones riferisce di una lettera di Rank a Freud, datata 27 settembre 1924, scritta in un: “tono più freddo ma anche più definitivo. Dopo di che Freud lo considerò definitivamente perduto” (Jones, 1957, p. 91). Già in precedenza Rank aveva avuto modo di dire: “Che da quanto aveva visto con gli analisti tirati su da Freud riteneva una fortuna non essere mai stato analizzato” (Jones, 1957, p. 90). Weiss, sul rapporto Freud-Rank scrisse: “Dopo che Freud, nel 1923, venne operato di cancro, i sentimenti di Rank verso di lui lentamente si modificarono […] La mia impressione fu che Rank sperasse di diventare il legittimo successore di Freud e che probabilmente avesse preso il lutto per lui al quanto prematuramente. Subito dopo emigrò negli Stati Uniti e fondò un nuovo gruppo psicoanalitico. Le sue divergenze dai principi psicoanalitici basilari di Freud divennero molto più pronunciate che non quelle di Adler ed Jung” (Weiss, 1970, p. 39). Anche Ferenczi, nell’ultima parte della sua vita, finì per allontanarsi da Freud. Dovendo forzatamente prescindere in questa sede dalle ragioni dell’allontanamento, osserviamo come questo abbia inciso nella vita dei due uomini e abbia, altresì, riproposto la rigidità di Freud che, anche nelle parole di Fromm: “Era intollerante nei confronti di coloro che lo criticavano o sollevavano il minimo dubbio nei suoi confronti” (1959, p. 149). Al riguardo è illuminante il resoconto (al quale si rinvia) che Ferenczi fa alla sua allieva Izette de Forest, dell’incontro che ebbe con Freud in cui esponeva al Maestro le sue ultime idee relative alla tecnica analitica: “Il professore ascoltò la mia esposizione con crescente impazienza e alla fine mi avvertì che stavo camminando su un terreno pericoloso e stavo allontanandomi fondamentalmente dalle consuetudini e dalle tecniche tradizionali della psicoanalisi […] Questo ammonimento pose termine alla mia intervista. Io tesi la mia mano in un affezionato addio. Il professore mi volse le spalle e uscì dalla stanza” (Izette de Forest, cit. in Fromm, 1959, p. 148). Quanto per Ferenczi debba essere stato difficile e sofferto il suo allontanamento da Freud, emerge in un brano, assai critico del suo diario: “Non bisogna dimenticare che Freud non è l’inventore dell’analisi, ma che ha preso da Breuer qualcosa di già pronto […] devo ricordarmi di certe osservazioni a cui Freud si è lasciato andare in mia presenza, contando chiaramente sulla mia discrezione ‘I pazienti sono gentaglia’. I pazienti servono soltanto per darci da vivere e sono materiale di studio. In ogni caso, non possiamo aiutarli” (Ferenczi, 1985, pp. 163-164). Echi di quanto scrive Ferenczi si hanno nella corrispondenza tra Freud e Weiss, dove Freud - in risposta alla richiesta di prendere in cura un paziente, il dottor A., formulatagli da Weiss per conto della madre dello stesso paziente - scrive: “Nella peggiore delle ipotesi, gente come il dottor A. la si spedisce con un po’ di denaro oltreoceano, per esempio in Sud America, lasciando che vi cerchi e trovi il proprio destino” (Weiss, 1970, p. 50); e ancora: “Purtroppo, solo pochi pazienti meritano le fatiche che dedichiamo loro” (Ibid, p. 58). Alla reazione di Freud all’allontanamento di Ferenczi si può far cenno con queste sue parole, che egli estende anche a Rank: “Ognuno di quelli che mi furono prima vicini e poi si staccarono da me avrebbe potuto rimproverarmi qualcosa, ma lei meno di chiunque altri. (No. Rank solo un poco)” (Jones, 1957, p. 205). Per quanto attiene ai rapporti di Adler con Freud, gli psicoanalisti hanno teso sempre a presentare il futuro fondatore della psicologia individuale come un allievo ingrato di Freud; punto di vista questo che può essere fatto risalire allo stesso Freud. Viceversa, gli psicologi individuali, hanno ripetutamente cercato di correggere questa visione anteponendovi quella di Adler come pensatore indipendente anteriormente all’incontro con Freud. Anche questo punto di vista, può essere fatto risalire allo stesso Adler. Egli, infatti, ancora nel 1929 mostrava una cartolina sbiadita a un report dell’ Herald, scritta a mano da Freud, datata novembre 1902, con la quale fu invitato a frequentare quella che sarebbe divenuta la Società psicologica del mercoledì. E’ indicativo della determinazione con cui Adler sostenne questa sua posizione nel corso della vita, la circostanza che ventisette anni dopo l’invito ricevuto da Freud, egli conservasse ancora quella cartolina postale: “Come evidenza vitale che egli non era mai stato un allievo o un discepolo di Freud” (Hoffman, 1994, p. 221). Il contenuto della cartolina, che fa esplicito riferimento anche a colleghi e non solo a seguaci, è il seguente: “Un piccolo gruppo di colleghi e seguaci mi darà il piacere d’incontrarsi a casa mia una volta alla settimana, di sera, alle otto e mezzo, allo scopo di discutere i temi che ci interessano, psicologia e neuropatologia. Io so di Reitler, Max Kahane e di Stekel. Le piacerebbe unirsi? Noi siamo d’accordo per il prossimo giovedì e io aspetterò la sua gentile risposta per sapere se le piacerebbe venire e se questa sera è adatta per lei” (Fiebert, 1997, p. 242). Ancora nel 1936, durante una cena con Maslow che ebbe luogo a New York, Adler ribadì: “che egli non era mai stato uno studente di Freud, o un discepolo o un seguace. Egli lo aveva chiarito dall’inizio che non era d’accordo con Freud e che aveva le sue proprie opinioni […] Quando il disaccordo rimase e Adler lasciò il gruppo, Freud, secondo Adler, diffuse la versione della rottura che da allora è stata accettata da tutti, vale a dire che Adler era tato un discepolo di Freud e poi aveva rotto allontanandosi da lui” (Maslow, 1962, cit. in Handlbauer, 1998, p. 166). La stessa posizione è riferita dalla Bottome: “Adler espresse a Freud il suo dubbio se essi fossero in accordo sostanziale nonostante la sua profonda empatia con il modo nuovo di Freud di trattare la scienza della psicologia; ma Freud lo persuase almeno a unirsi al circolo di discussione in cui la nuova teoria di Adler – la base della psicologia individuale - poteva essere ascoltata” (Bottome, 1957, pp. 69-70). Ella, inoltre, sottolinea come Adler non fece mai un’analisi didattica con Freud, che fu invitato a entrare nel circolo come un eguale e sicuramente come una risorsa. Analoghe sono le considerazioni della Orgler al riguardo: “La seguente versione dei rapporti tra i due grandi uomini è quella che mi sembra più plausibile, e mi è stata riferita da Adler stesso: Adler non fu mai un discepolo di Freud, come per lo più si è creduto. Non seguì mai i suoi corsi e non fu mai psicoanalizzato (una premessa generalmente necessaria per potersi definire psicoanalisti) […] Sin dall’inizio di questa relazione fu in disaccordo con Freud su molti punti ed espresse sempre molto chiaramente le proprie opinioni” (Orgler, 1956, pp. 17-18). L’opinione di Adler circa l’indipendenza e originalità del proprio pensiero è espressa anche in una sua lettera di risposta a Lou Andreas Salomè del 16 agosto 1913, in cui segnala con forza il proprio convincimento che Freud e il suo gruppo si appropriano delle sue idee: “Mi tocca sempre di assistere, a me e ai miei amici, a tutto un affaccendarsi per acchiappare e sgraffignare opinioni, a tutta quella serie di birbonate di dotti cui accenna anche Mach nella sua Analisi […] Come mai quella scuola [di Freud] cerca di appropriarsi delle nostre vedute come si trattasse di un patrimonio comune, mentre noi non facciamo altro che rilevare continuamente le inesattezze delle loro opinioni? […] Per me, questa è una prova che la scuola di Freud non crede affatto alle proprie tesi. Ma cerca piuttosto di salvare i propri progetti […] Le mie idee possono essere sbagliate! Ma è forse un motivo, questo, per rubarle?” (Andreas Salomè, 1958, pp. 175-176). Dirimere la questione in uno spazio ridotto, non è cosa praticabile e pertanto, sull’argomento, si rinvia alla condivisa posizione di Ansbacher sintetizzata efficacemente in questa sua espressione: ‘Adler fu un freudiano quando Freud era un adleriano’. Intendendo, in particolare, che la collaborazione tra i due si instaurò quando in Freud la concezione umanistica dell’uomo era più accentuata di quella meccanicistica; collaborazione che si interruppe quando in Freud prevalse la seconda concezione sulla prima (Ansbacher, 1992, p. 527). Ansbacher ha anche sottolineato come Adler riconobbe il suo debito a Freud precisando, tuttavia, che egli: “Fu un acuto e critico studioso e collaboratore di Freud, egli non fu mai un suo discepolo nel modo in cui questo termine e comunemente considerato. L’idea che Adler sia stato un discepolo fu affermata originariamente da Freud ed è persistita ampiamente attraverso la letteratura nonostante gli sforzi per dissiparla” (Ansbacher, 1961, p. 504). Tuttavia, che Adler fosse un pensatore originale, anche prescindendo dal sistema teorico a cui successivamente ha dato vita, appare assai evidente - per rimanere all’interno dei dibattiti della Società - almeno da quanto, nella riunione del 30 ottobre 1907, affermava: “Vi sono molte vie nella psicoanalisi” (Nunberg, Federn, 1962, p. 239), e già allora, è lecito ritenere, intendesse seguire la propria, come parrebbe dimostrare anche una lettera di Freud ad Adler del 1908, scritta apparentemente in risposta a una comunicazione orale di quest’ultimo: “Dopo così tanti anni di lavoro insieme e del nostro reciproco rispetto e in più poiché lei è il più valido pensatore del piccolo gruppo e uno che ha avuto così tanta influenza nell’organizzazione del gruppo, quando lei mi disse in poche parole che se ne voleva andare, allora io credo di avere il diritto di chiederle quali sono i motivi. Mi piacerebbe convincerla a riconsiderare la sua decisione e io sono desideroso di fare i cambiamenti per venire incontro ai suoi desideri” (Fiebert, 1997, p. 244). Infine, come fa osservare Roazen, nel corso del tempo si è potuto constatare come: “I freudiani hanno incamerato idee adleriane a volte senza neppure averne coscienza” (Roazen, 1975, p. 256). Pertanto, coerentemente con ciò, egli scrive: “Se si chiedesse agli analisti contemporanei di confermare i giudizi espressi da Freud contro Adler, essi si troverebbero in una posizione imbarazzante” (Ibid, p. 255). In merito all’utilità che ebbe il rifiuto rigido che incontrarono le idee di Adler, anche Weiss ha avanzato i propri dubbi: “Possiamo chiederci se qualcuna delle sue idee non avrebbe potuto essere integrata, perlomeno parzialmente, nell’intelaiatura della psicoanalisi di Freud” (Weiss, 1970, p. 27). A quanto osservato da Weiss, però, possiamo replicare sottolineando, come già ha fatto anche Roazen, che alcune idee di Adler sono state fatte proprie dalla psicoanalisi ma, per quel che conta oggi, senza farne esplicita ammissione. A Roazen dobbiamo anche la correzione di quanto scritto da Jones, apparentemente volto a sminuire il ruolo di Adler nei primi periodi di collaborazione con Freud. Jones, incautamente, scrive: “Nessun membro della famiglia Freud conferma che Adler fosse il loro medico di famiglia” (Jones, 1955, p. 24). Roazen, più realisticamente, ha dimostrato come Freud, quando era in buoni rapporti con Adler: “inviò in analisi da lui la moglie del fratello Alexander”. L’informazione è pervenuta dalla stessa moglie di Alexander, in data 12 maggio 1966 (Roazen, 1975, pp. 223-224). “La cognata di Freud, Sophie, che era stata sposata al suo fratello minore Alexander […] ebbi da lei delle informazioni che non avrei potuto trovare in nessun altro modo. (Per esempio, scoprii che quando Freud era in buoni rapporti con Adler, aveva mandato Sophie da lui per un’analisi)” (Roazen, 1993, p. 201) . Inoltre, Roazen, ha anche reso noto che negli archivi Jones rinvenne, sulla questione, una lettera di Harry Freud allo stesso Jones del 25 gennaio 1956. Evidentemente, all’epoca dell’invio in analisi della cognata, quale che fosse l’opinione che Freud aveva di Adler, non doveva contemplare quella di paranoico, reiteratamente espressa più tardi.

(A2)

Il riferimento è alla riunione del 2 novembre 1910, dove Stekel relazionò su: ‘La scelta di una professione e la nevrosi’. In quella riunione egli annunciava che in un prossimo futuro avrebbe pubblicato un libro dal titolo ‘The Language of Dreams’ in cui saranno elencati un gran numero di simboli profondi (Nunberg, Federn, 1974, p. 38). Il volume fu dato alle stampe l’anno successivo. Alla fine dell’incontro venne deciso di continuare il dibattito nella riunione successiva, quella del 9 novembre 1910. Adler espresse il proprio punto di vista in entrambe le riunioni, fece riferimento ai concetti d’inferiorità d’organo e di protesta virile e, nella sostanza, fu meno critico di quanto non furono gli altri partecipanti, benché sottolineasse come la definizione di nevrotico di Stekel dovesse prendersi cum grano salis. (Ibid, pp. 45-46 e 56). Anche Furtmüller sottolineò la validità di quanto era stato esposto, ma solo con riguardo alla professione legale. Gli altri partecipanti mossero varie critiche: di eccessiva generalizzazione, di mancanza di cose veramente nuove, di essere andati fuori tema, che era stata fatta confusione o che il simbolismo proposto era secondario. Stekel concluse dicendosi molto deluso non tanto per le critiche ricevute, che trovava almeno in parte non costruttive, ma a causa delle considerazioni teoriche che gli erano state mosse in luogo di osservazioni reali che avrebbe voluto ascoltare. Stekel, tuttavia, rende noto che Adler aveva intuito come le critiche che gli furono mosse, in realtà erano rivolte a lui e non a Stekel. La correttezza di questa intuizione trovò conferma in ciò che accadde nelle riunioni del 4 gennaio e primo febbraio 1911 oltreché, naturalmente, negli sviluppi successivi.

(A3)

Stekel descrive così quanto accadde: “Un freudiano dopo l’altro si alzò e denunciò, in discorsi ben preparati, i nuovi concetti di Adler. Lo stesso Freud lesse uno scritto contro il suo allievo. L’atmosfera era molto tesa ma la concitazione raggiunse il suo culmine quando uno dei membri, Max Steiner, uno scudiero di fiducia di Freud, sottolineò che le teorie di Adler erano così diverse dal punto di vista del nostro maestro che uno potrebbe chiedere giustificazione ad Adler per essere un membro del nostro circolo”(Stekel, 1950, p. 141). Anche le parole di Wittels, che si collocano sulla stessa linea, aiutano a ricostruire il clima in cui avvenne quel dibattito: “Gli adepti freudiani fecero un attacco di massa ad Adler, un attacco quasi senza precedenti per la sua ferocia anche nel campo fortemente contestato della controversia psicoanalitica. Io non ero più un membro del circolo. Stekel mi disse che l’offensiva produsse in lui l’impressione che fosse concertata. Freud aveva un mucchio di fogli davanti a sé e con portamento cupo sembrava prepararsi ad annientare il suo avversario” (Wittels, 1924, pp. 150-1). Anche Sachs ha descritto l’accaduto: “Queste e altre riunioni furono presiedute dal dottor Adler, ma ben presto cominciò a profilarsi il conflitto, che era il risultato delle sue nuove teorie e divergenti vedute. Le sue opinioni erano pienamente spiegate e difese da una parte e interamente discusse e criticate dall’altra. Freud ebbe una parte eminente nella discussione, non risparmiò il suo oppositore e non ebbe ritegno di usare parole caustiche e osservazioni mordaci, ma non si abbandonò mai a critiche malevole […] Il risultato netto fu che le teorie di Adler […] avevano pochissimo in comune con la psicoanalisi. La conseguenza logica fu che abbandonò la Società Psicoanalitica. Alcuni membri se ne andarono con lui […] Può darsi benissimo che l’incisiva e aspra critica di Freud abbia urtato anime suscettibili e le abbia rese inclini a pensare che Adler avesse ragione di lamentarsi dell’intolleranza” (Sachs, 1944, pp. 35-36).

 (A4)

Quanto riferito avvenne nel corso della riunione del 22 febbraio 1911, come documentano i Dibattiti, dove si legge dell’intervento di Steiner che valutò come le idee di Adler portavano così tanto vicino alla psicologia di superficie da dover far cambiare il nome alla Società (Nunberg, Federn, 1974, pp. 175-176). Stekel, evidentemente, valutò una tale affermazione alla stregua di una mozione di sfiducia all’ulteriore permanenza di Adler nella Società. Nella riunione successiva, quella del primo marzo, Hitschmann riferì che Adler aveva rassegnato le proprie dimissioni da Presidente della Società: “A causa della incompatibilità tra la sua posizione scientifica e la sua posizione nella società si è dimesso dalla presidenza della società e che Stekel si è unito a lui dimettendosi da vice Presidente della Società”. (Ibid., p. 178). Della vicenda Freud scrisse a Jones in una lettera del 26 febbraio 1911: “Sono accadute cose piuttosto interessanti nel gruppo di Vienna. Abbiamo avuto una serie di dibattiti relativi ad Adler e, poiché è emersa chiaramente l’incompatibilità delle sue opinioni con la nostra Ψ A, Adler si è dimesso dalla direzione, sebbene non fosse stato obbligato né gli fosse stato suggerito di farlo. Ma ha una sensibilità morbosa. Stekel ha seguito il suo esempio” (Freud, Jones, 1993, pp. 168-169). Nella stessa data Freud comunicò la notizia anche a Pfister, e quanto scrisse al riguardo aiuta a comprendere perché Adler, inizialmente, avesse voluto chiamare, con grande disappunto di Freud, il proprio gruppo ‘Società per la libera ricerca psicoanalitica’: “C’è stata a Vienna una piccola crisi della quale non ho ancora detto niente a Jung. Adler e Stekel hanno dato le dimissioni, e mercoledì prossimo mi farò eleggere presidente […] le teorie di Adler si allontanavano troppo dalla retta via, era giunto il momento di far fronte contro di esse […] si è creato un sistema universale senza amore e io sono sul punto di compiere su di lui la vendetta della dea libido offesa” (Freud, Pfister, 1990, p. 47). Anche da una sua lettera a Ferenczi del 20 luglio 1911, si evince la pianificazione coerente di Freud a dare corso all’annunciata vendetta: “L’anno prossimo bisognerà reprimere Adler con fredda inesorabilità. Sarà bene per tutte le parti in gioco” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 306). La ferma convinzione di Freud nelle proprie idee e, quindi, la necessità di doverle difendere a ogni costo, è resa da Sachs quando scrive che la psicoanalisi per Freud era: “Una delle scoperte più decisive e di più vasta portata che l’uomo avesse mai fatto nella sua vita dell’autoconoscenza; riteneva suo inviolabile impegno e sacrosanto dovere tenerla monda e libera da ogni contaminazione. Nel compiere questo dovere era instancabile e inflessibile, duro e affilato come una lama, un ‘buon odiatore’ quasi al limite dello spirito vendicativo […] Freud mise tutto il fuoco e il vigore della sua natura nel rispondere a costoro, specialmente Adler e Jung. Non si stancava mai di trovare nuovi argomenti contro di essi, era sempre pronto a rientrare nella mischia e faceva scendere in campo i suoi discepoli” (Sachs, 1944, pp. 70-71 e 70). Quanto Freud scrive in una sua lettera a Ferenczi dell’8 maggio 1913, riferendosi all’uscita di Jung, esplicita ulteriormente il suo convincimento di possedere la verità: “E’ del tutto plausibile che questa volta ci sotterrino veramente, dopo aver intonato per noi il canto funebre tanto spesso e inutilmente. Tutto ciò avrà molte ripercussioni sul nostro destino personale, ma nessuna su quello della scienza. Noi siamo in possesso della verità: ne sono sicuro ora come quindici anni fa” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 502).

(A5)

Molti anni dopo, nella Autobiografia Stekel conferma la propria valutazione: “La sottolineatura di Steiner suonò come una mozione” (Stekel, 1950, p. 141) e, vista alla luce dei successivi accadimenti, espresse la sostanza del progetto perseguito da Freud di indurre Adler a lasciare la Società. La sua determinazione che oggi vediamo essere ben anteriore all’invito rivolto ad Adler a esporre le proprie idee nelle riunioni della Società di psicoanalisi, iniziò a manifestarsi con evidenza in una sua lettera a Ferenczi, dell’8 febbraio, 1911 e in modo più esplicito il 15 giugno 1911: “Mercoledì ho parlato contro l’eresia adleriana, dapprima con toni moderati, poi con decisione. Oggi prosegue il dibattito durante il quale gli altri certamente reagiranno al mio discorso. Quanto ad Adler, ha dato una risposta molto debole, quasi cavillosa” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 264). Freud espresse il proprio orientamento in modo anche più evidente il 27 aprile dello stesso anno, scrivendo a Jung: “Diversamente stanno le cose con Adler, che si comporta in modo estremamente puerile. Lo vorrei sbarcare al prossimo urto; Stekel invece lo vuole trattenere e promette di farlo tornare in sé stesso […] Finalmente mi sono liberato di Adler. Dopo che io avevo chiesto a Bergmann le sue dimissioni dal ‘Zentralblatt’, lui è andato girando qua e là per un pezzo e finalmente, usando strane circonlocuzioni, ha dichiarato qualcosa che dev’essere interpretato come una rinuncia” (Freud, Jung, 1990, pp. 449-450, 460). La determinazione di Freud a perseguire il proprio obiettivo si evince anche da un’altra sua lettera a Ferenczi del 20 giugno 1911 e ulteriormente confermata in una del 5 ottobre successivo: “La vicenda con Adler ora è in una fase acuta. Per ritirarsi dallo Zentralblatt, egli ha posto, tramite avvocati, delle condizioni che attestano una ridicola presunzione e sono totalmente inaccettabili […] Il numero dei suoi seguaci è tutt’altro che esiguo. Io sarei propenso a mostrare la massima intransigenza e ad approfittare dell’occasione per sbarazzarmi di tutto quel che mi disturba […] Per quel che mi riguarda, conta soprattutto la decisione di tenere nelle mie mani la Società e la rivista […] Mercoledì prossimo avrà luogo la prima riunione della Società e ci sarà il tentativo di cacciar fuori la banda di Adler” (Freud, Ferenczi, pp. 302-312). All’epoca, Stekel si adoperò, benché senza successo, per trovare un comune denominatore per le differenze teoriche che erano emerse poiché, come spiega: “Sarebbe ridicolo credere che qualsiasi deviazione da Freud costituisse un atto di ribellione. Un tale atteggiamento non sarebbe in accordo con l’idea di libertà della scienza. Comunque, la maggioranza fu contro Adler; quindi egli e otto dei suoi aderenti lasciarono la stanza” (Stekel, 1950, p. 141).

(A6)

Qui sembra che sia stata fatta una sovrapposizione tra eventi accaduti in date diverse. Come già esposto, Stekel si espresse a favore delle idee di Adler nella riunione del 22 febbraio 2011, ma in tale data i Dibattiti non riportano alcunché in merito all’uscita di Adler e delle otto persone dalla stanza dopo che fu votato a maggioranza contro quanto egli aveva esposto. L’episodio descritto da Stekel, quindi, benché indicativo del clima che si era venuto a creare, almeno nell’immediato, dovette avere un mero carattere dimostrativo. Tuttavia, nella riunione successiva (1 marzo) Adler rassegnò le dimissioni da presidente della Società, ma non dalla Società. Incidentalmente, nella sua scelta fu seguito da Stekel che rassegnò a sua volta le dimissioni da vice presidente della Società. Per ciò che attiene alle dimissioni di Adler dalla Società, queste vennero rassegnate il 24 maggio 1911 e rese note, nella riunione successiva dell’11 ottobre dello stesso anno, assieme a quelle del Dr. Bach, del Dr. Màday e del Barone Dr. Hye. Nella stessa riunione fu messa ai voti l’incompatibilità per gli appartenenti al neonato gruppo di Adler di partecipare ulteriormente alle riunioni della Società psicoanalitica, il cui esito la decretò con undici voti favorevoli e cinque contrari; altri cinque, presumibilmente, furono le astensioni. Furtmüller: “Subito dopo, a nome suo e a nome di altri cinque membri (Dr. Oppenheim, Dr. Hilferding, Franz e Gustav Grüner, Paul Klemperer), annuncia le loro dimissioni dalla Società” (Nunberg, Federn, 1974, p. 283). Fu questo un risultato al cui conseguimento Freud, evidentemente, guardava da tempo. In una lettera del 9 agosto 1911, infatti, scriveva a Jones: “Quanto al dissenso interno con Adler, era prevedibile che arrivasse e io ho fomentato la crisi. E’ la rivolta di un individuo anormale reso pazzo dall’ambizione, la cui influenza sugli altri dipende dal suo terrorismo e dal suo forte sadismo. Spero che perderemo molte altre persone di scarsa, se non di nessuna, utilità che sono pronte a seguirlo. Non sono affatto triste al pensiero di tale eventualità […] Adler si è rilevato un direttore molto incapace […] Stekel farà molto meglio, e concentrare tutte le responsabilità nelle mani di una sola persona darà ottimi risultati” (Freud, Jones, 1993, p. 190). Sul valore di coloro che lasciarono la Società e seguirono Adler, oltreché sul diverso contegno che egli tenne nel corso dell’intera vicenda paragonandosi a Freud, è interessante richiamare quanto lo stesso Adler scrisse a Jones del 7 luglio 1911, cioè rivendica dalla sua parte che: “Le teste migliori e la gente onestamente indipendente […] Deplora quelle che chiama le posizioni di schermitore di Freud e ribadisce che, pur lottando per un riconoscimento, ‘come qualsiasi autore’, ‘Mi sono sempre mantenuto nei limiti della moderazione per quanto potevo aspettarmi, e non ho mai invidiato chi ha opinioni diverse dalle mie […] Adler dice a Jones di avere indefessamente sostenuto la psicoanalisi a Vienna ‘per quindici anni’ ” (Gay, 1988, p. 202). Inoltre, Adler afferma che: “Mai mi sarei potuto aspettare che si potesse portare rancore a qualcuno che ha un’opinione diversa’.” (Gay, 1988, cit. in Fiebert, 1997, p. 255). Su quest’ultima affermazione di Adler, pur non avendo evidenze che possano confermarla, si deve osservare che l’incontro tra i due uomini oggi non può più farsi risalire al 2 novembre 1902, data della cartolina spedita da Freud ad Adler, come è stato ritenuto a lungo, ma lo si debba postdatare di almeno tre anni e nove mesi, poiché il 27 febbraio 1899 Freud - apparentemente in risposta a una richiesta di consulenza diagnostica di Adler per una paziente che aveva in trattamento - gli scrisse una cartolina di quindici righe, per complessive cinque frasi, dal tono abbastanza formale. Mentre Fiebert riferisce il contenuto di questa cartolina non riporta l’indirizzo a cui fu spedita ma, all’epoca, probabilmente Adler si era già trasferito dal 22 della Eisengasse al 7 della Czernigasse. Quindi, l’inizio del loro rapporto risale almeno a questa data, alla quale fa riferimento anche Ansbacher citando Manes Sperber (1961, p. 497), benché potrebbe essere anteriore, dal momento che Adler, come si è visto, nella lettera a Jones, affermava: “di avere indefessamente sostenuto la psicoanalisi a Vienna ‘per quindici annii” (Gay, 1988, p. 202). Sapendo che l’ultimo contatto diretto conosciuto tra Adler e Freud risale al 10 giugno 1911, data in cui Freud scrisse ad Adler una lettera volta a chiarire la faccenda riguardante la direzione dello Zentralblatt: “Ho bisogno che lei mi faccia sapere la sua decisione” (Fiebert, 1997, p. 255). Questa data, praticamente, coincide con le dimissioni di Adler dalla Società psicoanalitica di Vienna. Pertanto, risulta accertato che l’interesse di Adler per la psicoanalisi abbia coperto un periodo di almeno dodici anni, ma non si può escludere che sia stato di quindici, come egli scrisse. Se così fosse, dovremmo pensare che sia iniziato nel 1896, e la cosa non può essere esclusa. Infatti, si deve considerare come a quella data Freud fosse già un neurologo molto famoso, particolarmente nell’ambito delle paralisi infantili: “Divenne ben presto la maggiore autorità in tutta Europa” (Jones, 1955, p. 21). Inoltre, come è noto, in collaborazione con Breuer, nel 1895, aveva dato alle stampe “Studi sull’isteria”, (Breuer, Freud 1895), in pratica lo stesso anno in cui, il 22 novembre, Adler conseguiva la sua laurea in medicina. Pertanto, egli avrebbe potuto conoscere il lavoro di Freud e interessarsene sin dal 1896. Le persone che se ne andarono con Adler dopo che egli si dimise dalla Società psicoanalitica di Vienna furono nove: Margarete Hilferding (1877-1942), medico, fu la prima donna a far parte della Società Psicoanalitica di Vienna, dove venne ammessa il 27 aprile 1910. Dopo la prima guerra mondiale ebbe parte attiva nella Società di psicologia individuale. Fu confinata nel campo di concentramento di Theresienstadt e il 21 settembre venne deportata a Maly Trostinec. Non sopravvisse al viaggio; Paul Klemperer (1887-1964), medico, fu il primo segretario-tesoriere della nuova Società. Venne ammesso alla Società di psicoanalisi di Vienna il 12 ottobre 1910. Si dimise in seguito alla controversia tra Adler e Freud. Nel 1921 emigrò negli Stati Uniti e divenne un noto patologo e professore alla Columbia University. Anch’egli ci ha trasmesso un esempio di come andavano trasformandosi i rapporti personali con Freud se si avevano dissensi scientifici con lui: “Paul Kemplerer dichiarò che Freud non lo aveva degnato di uno sguardo incontrandolo per strada, comportamento che ricalca quello di Freud con Breuer” (Archivi Jones, cit. in Roazen, 1975, p. 258). “Klemperer raccontò che un giorno, mentre era a passeggio con un amico, incontrò Freud, il quale salutò l’amico senza degnare Kemplerer di uno sguardo, proprio come se non esistesse. Persino dopo la Prima guerra mondiale, quando il cugino di Klemperer, il freudiano leale e fedele Paul Federn, chiese a Freud di poter far visita a Klemperer, non più coinvolto con gli adleriani, Freud rifiutò” (Singer, 2003, pp. 112-113). L’episodio richiama molto da vicino quello occorso allo stesso Adler incontrando Ferenczi a New York City nel 1927: “A lui parve di vedere la faccia familiare di Sandor Ferenczi nelle vicinanze. Adler si mosse a un saluto amichevole nei confronti dell’associato ungherese di Freud da lungo tempo, ma Ferenczi deliberatamente lo snobbò e tirò dritto” (Hoffman, 1994, p. 180). Il Dr. Stefan Von Màday (1879-1959), nato a Budapest. Fu raccomandato da Adler per l’ammissione alla Società; in seguito, divenne presidente della Società Ungherese di Psicologia Individuale. Si interessò di psicologia dei cavalli e di psicologia infantile. Altri membri della Società che, insieme a Màday, si erano dimessi in precedenza erano: il Dr. David Josef Bach (1874-1947). Insegnante di musica; organizzò i primi concerti sinfonici per lavoratori a Vienna dal 1905 in avanti. Fu un importante esponente del partito social democratico. Venne introdotto da Adler nella Società del mercoledì anteriormente all’ottobre del 1906. Il barone Dr. Franz von Hye (probabile 1881- non nota). Conosciuto in letteratura come barone Franz Freiherr von Hye-Glunek. Studiò legge a Vienna, fu raccomandato da Stekel e venne ammesso alla Società di psicoanalisi il 27 aprile 1910. Partecipò a una sola riunione. (Nunberg, Federn, 1967, p. 498). A questi si devono aggiungere Carl Furtmüller, David Oppenheim e i fratelli Grüner.

(A7)

Al riguardo si veda la posizione degli Ansbacher (condivisa da chi scrive) circa il ruolo avuto dalle idee socialiste nella prima scissione verificatasi nella Società Psicoanalitica di Vienna. Tale posizione viene ripresa da una nota apposta dagli Autori alla biografia di Adler, redatta da Carl Furtmüller: “Dagli scritti psicoanalitici è stato creato il mito che questo nuovo gruppo separatosi da Freud per seguire Adler si fosse formato seguendo una linea politica. Wittels (1924, p. 151) scrisse: ‘Adler e i suoi nove amici erano tutti socialisti’, e Jones (1955, p. 134): ‘molti dei seguaci di Adler erano, come lui, ardenti socialisti’. Il fatto è che tre seguaci, Bach, Furtmüller e la signora Hilferding, in realtà erano socialisti ma, con tutta probabilità, non lo erano gli altri sei. Secondo Klemperer, il primo segretario-tesoriere del nuovo gruppo, egli stesso non aveva alcuna appartenenza politica; né l’avevano Franz e Gustav Grüner e von Màday non era certamente un socialista (comunicazione personale, 23 gennaio 1963). Oppenheim, in realtà era considerato un conservatore (dr. Alexandra Adler, comunicazione personale, primo giugno 1961” (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 349n). Handlbauer riferisce che Oppenheim si unì ai socialdemocratici nel 1918 e ne fu un membro attivo fino al 1938 (1998, p. 195). Più recentemente, suo nipote Peter Singer, ha confermato che non fosse un socialista: “Tra i partiti politici più importanti, solo i socialdemocratici accoglievano tra le loro fila gli ebrei e David non era socialista” (Singer, 2003, p. 92). “Del Barone Hye, in quanto nobiluomo, ci arrischiamo a ritenere che neppure egli fosse un socialista. D’altra parte, di quelli che rimasero con Freud ci fu almeno un membro che successivamente divenne socialista, Paul Federn, come sottolineato nella introduzione a questa biografia. Noi non raccogliemmo informazioni sugli altri. Ma l’evidenza è sufficiente per arrivare alla conclusione che la rottura con Freud, piuttosto che seguire linee politiche, fu dovuta a differenze nella teoria e nell’approccio che si incrociarono con linee politiche” (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 349n). Le idee socialiste di Adler non ebbero alcun ruolo specifico nella controversia con Freud e persero progressivamente importanza nel corso della sua vita (K. A. Adler, 1994, Sodini, 2004).

(A8)

Nella sua Autobiografia, Stekel tornò su questo argomento: “Perché io non me ne andai con Adler? Ero in parte dipendente da Freud per la mia pratica e, in aggiunta, volevo aspettare a vedere come si sarebbe sviluppata la faccenda. Rimasi con Freud a redigere la nostra rivista con lui. Un altro motivo importante fu che io ero così attaccato alla rivista, così orgoglioso del suo successo, che non volli abbandonarla se potevo aiutarla” (Stekel, 1950, pp. 141-142). In merito a questo aspetto, Roazen accenna alla circostanza che forse Stekel, prima di dimettersi dalla Società, abbia cercato un’intesa con Adler (Roazen, 1975, p. 270). Di fatto, i contatti e le frequentazioni tra Adler e Stekel proseguirono successivamente alle dimissioni di Adler. Abbiamo evidenza di ciò, sia dal diario di Lou Andreas Salomé sia dai verbali della Società per la libera ricerca psicoanalitica. Giovedì 7 novembre 1912, al gruppo di Adler: “Quando oggi sono arrivata da Adler, stava giusto telefonando a Stekel, sicché ho potuto ascoltare tutta la conversazione (riguardante la imminente defezione di Stekel da Freud)” (Andreas Salomé. 1958, p. 51). In merito alle dimissioni di Stekel, Jones, afferma che queste risalgono al giorno prima: “Alla riunione del 6 novembre [1912] furono annunciate le dimissioni di Stekel dalla Società di Vienna” (Jones, 1955, p. 177). Il 21 novembre 1912: “Stekel si è fatto vedere durante le riunioni [del gruppo di Adler], ed è stato citato parecchie volte nelle relazioni” (Andreas Salomé, 1958, p. 65). Inoltre, dai verbali dei Dibattiti, si evince che Stekel era presente, e intervenne, all’incontro del 28 novembre 1912 (Adler, R., 1914, p. 145). Tuttavia, i rapporti tra Adler e Stekel, come ha dimostrato il corso degli eventi, già all’epoca lasciavano intravedere certe difficoltà. Il 9 dicembre 1912 annotava ancora Lou Andreas Salomé: “Adler mi scrive lamentandosi della ‘infedeltà’ di Stekel; trovo la cosa umoristica […] Ma si lagna anche della mia, e qui ha ragione” (Andreas Salomè, 1958, p. 80). In altra parte riporta il parere, contrastato, di Adler su Stekel: “Ho trovato molto antipatico quello che Adler ha raccontato di Stekel e che egli si aspetti dal giornale di lui qualche personale vantaggio, quantunque sappia benissimo come abbia fatto Stekel a procacciarselo. Sostiene che Stekel sia, malgrado ciò, un brav’uomo” (Ibid., p. 41). Tuttavia, in merito alla questione relativa al contrasto tra Freud e Stekel per la conduzione dello Zentralblatt, la posizione di Adler, come si evince da una sua lettera a Lou Andreas Salomè, del 28 ottobre 1912, fu orientata all’imparzialità: “Voglia credere che io non intendo schierami da nessuna delle due parti” (Ibid., p. 42).

(A9)

Wittels riferisce di aver saputo da Stekel che, dopo l’uscita di Adler dalla Società, Freud gli disse: “Ho fatto grande un pigmeo ma ho trascurato il gigante che avevo a portata di mano” (Wittels, 1924, p. 225). In merito a questa riferita affermazione di Freud, che pare abbia trovato un certo seguito, come si legge erroneamente anche in Selesnick (Selesnick, 1966, p. 86) che attribuisce ad Adler una risposta che deve ricondursi non a lui ma a Stekel. Quest’ultimo, infatti, come sottolinea Roazen: “Si compiaceva di esprimere questa stima di se stesso col dire, con un’aria di mezza modestia, che il nano sulle spalle del gigante riesce a vedere più lontano del gigante stesso. Freud lo venne a sapere e replicò: ‘Forse è vero, ma un pidocchio in testa a un astronomo non ci riesce” (Jones, 1955, p. 176). Adler, come ha precisato Ansbacher quando avemmo occasione di parlarne, non avrebbe mai accolto l’idea di essere considerato un pigmeo: “La storia ‘del pigmeo’ (p. 86) è relativa a Stekel. Adler non si sarebbe mai paragonato a un pigmeo” (Ansbacher, 1997). In questa sede, pertanto, si coglie l’occasione per correggere quanto scritto da Selesnick al riguardo e, quindi, ricondurlo a Stekel e non a Adler: “Anche a un ‘pigmeo’ appollaiato sulle spalle di un ‘gran gigante’ poteva essere in grado di guardare più in là del proprio naso” (Selesnick, 1966, p. 86).

(A10)

L’ultima riunione della Società psicoanalitica di Vienna a cui Alfred Adler prese parte, fu quella del 24 maggio 1911. Successivamente a tale data la rottura dei rapporti tra Adler e Freud fu completa e definitiva. Quanto questi rimasero alterati per il resto della loro vita, pur non frequentandosi più, è testimoniato anche da una lettera di Freud a Arnold Zweig che commenta la notizia della morte di Adler: “Non capisco la sua simpatia per Adler. Per un giovane Ebreo uscito dai sobborghi di Vienna morire ad Aberdeen è di per se stesso una carriera inaudita oltre che una prova del cammino percorso. Il mondo lo ha retribuito senz’altro lautamente per i servigi da lui resi come oppositore della psicoanalisi” (Jones, 1957, p. 250). La stessa reazione si legge anche in Gay, Freud: “Ha odiato Adler per più di un quarto di secolo e Adler ha fatto altrettanto e non meno esplicitamente di lui. ‘Per un ragazzo ebreo della periferia di Vienna’ gli risponde Freud , ‘morire ad Aberdeen, in Scozia, è una carriera senza precedenti e una dimostrazione di dove è riuscito ad arrivare. Per la verità i suoi contemporanei lo hanno ampiamente remunerato per il servizio che ha reso loro nel contraddire la psicoanalisi’ ” (1988, p.p. 558-559). Alfred Adler, mentre era in Europa per uno dei suoi abituali giri di conferenze, fu colto da malore ad Aberdeen la mattina del 28 maggio 1937, lungo la Union Street all’angolo con la Diamond Street e morì sull’ambulanza che lo stava trasportando in Ospedale.

(A11)

Che all’epoca Freud desse questo giudizio di Adler è ampiamente dimostrato da quanto si legge in alcune sue lettere. Il 25 novembre 1910, scrisse a Jung: “Adler che è una persona molto per bene e di alto livello intellettuale, in cambio è paranoico, mette avanti le sue teorie incomprensibili nel ‘Zentralblatt’ in modo tale che esse non possano non creare confusione in tutti i lettori” (Freud, Jung, 1990, p. 402). Il 16 dicembre 1910 e il 28 maggio 1911scrisse a Ferenczi: “Adler è un piccolo Fliess redivivus, altrettanto paranoico. Come sua appendice, Stekel non scherza” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 250), e riferendosi a Stekel: “Mi consentirà di sopportarlo quella sua fondamentale amabilità che, naturalmente, manca del tutto nel paranoico Adler” (Ibid., p. 295). Il 12 maggio e il 15 giugno 1911, ancora a Jung: “Stekel ha cercato un riavvicinamento e mi ha convinto a cambiare nei suoi riguardi e a sopportarlo, mentre sto diventando ogni giorno più intollerante verso la paranoia di Adler e desidero ardentemente un’occasione per sbarcarlo [….] Le intelligenze paranoiche non sono rare e sono più pericolose che preziose. In molte cose, in quanto paranoico, egli [Adler] ha naturalmente ragione, sebbene abbia torto nell’insieme. Alcuni soci veramente inservibili seguiranno probabilmente il suo esempio” (Freud, Jung, 1990, pp. 453-4, 460). Infine, in una lettera a Lou Andreas Salomè, lo definì disgustoso: “Parliamoci con franchezza (sarà più facile continuare): è un uomo disgustoso” (Andreas Salomè, 1912-1936, p. 16). Un ulteriore parere di Freud su Stekel, espresso in riferimento all’ammirazione per questi espressa da uno psichiatra, è riferito da Weiss: “La sua ammirazione per Stekel dimostra giudizio debole e gusto pervertito” (Weiss, 1970, p. 27). Valutazioni di Freud lungo questa linea sono riferite anche da Jones: “un caso di ‘insanìa morale’ ” (Jones, 1955, p. 177).

(A12)

Ciò a cui fa riferimento Stekel trova conferma nelle stesse parole di Freud: “Dal terzo numero del secondo volume (dicembre 1912) in poi, Stekel divenne unico responsabile del contenuto della rivista. Il suo impresentabile comportamento in pubblico mi aveva indotto ad abbandonarne la direzione e a creare in tutta fretta un nuovo organo per la psicoanalisi nella ‘Internationale Zeitschrift für ärztliche Psychoanalyse’ [Rivista internazionale di psicoanalisi medica]” (Freud, 1914, p. 420). Quindi, dopo le dimissioni di Adler dalla rivista, Freud intese ripetere (questa volta senza successo) la stessa strada per ottenere anche le dimissioni di Stekel e, come riferisce Jones, ancora una volta: “scrisse a Bergmann, editore dello ‘Zentralblatt’, chiedendogli di cambiare redattore, però scrisse anche Stekel […] Domandai a Freud perché, in qualità di direttore, non esercitasse il suo diritto di affidare l’incarico a un altro redattore […] Egli mi portò come scusa l’eccessiva influenza che Stekel aveva sull’editore […] Spedì invece una circolare con la quale chiedeva a tutti noi di ritirarci dallo ‘Zentralblatt’ (cosa che facemmo quasi al completo) […] Nel frattempo, alla riunione del 6 novembre furono annunciate le dimissione di Stekel dalla Società di Vienna […] Così lo ‘Zentralblatt’ fu abbandonato nelle mani di Stekel” (Jones, 1955, pp. 176-177). Freud, il 17 ottobre di quell’anno, aveva scritto di Stekel anche a Ferenczi: “Stekel è un porco e continua a seminar zizzania, a fomentare piccole gelosie e meschini risentimenti” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 424).

(A13)

Freud era da tempo orientato a far dimettere Adler dalla redazione della rivista, dopo che aveva lasciato la carica di presidente della Società, come si evince da una sua lettera a Ferenczi del 28 maggio 1911: “Adler si è accontentato, mercoledì scorso, di una spiegazione misurata ed è rimasto provvisoriamente nella Società con i suoi fedeli […] Nel frattempo io ho portato avanti la mia azione e ho chiesto direttamente a Bergmann di allontanare Adler dalla redazione” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 295). Poco tempo dopo, Freud tornò sull’argomento con un’altra lettera a Ferenczi del 20 giugno 1911: “La vicenda con Adler ora è in una fase acuta. Per ritirarsi dallo Zentralblatt , egli ha posto, tramite avvocati, delle condizioni che attestano una ridicola presunzione e sono totalmente inaccettabili” (Ibid., p. 302). Adler stesso, due mesi più tardi, comunicò ai lettori della rivista le proprie dimissioni dalla redazione: “Vorrei attirare l’attenzione dei lettori di questa rivista sul fatto che mi ritiro dal comitato di redazione. Il suo editore, professor Freud, è dell’avviso che tra lui e me vi siano tali divergenze di opinione che non è più possibile una pubblicazione in comune della rivista stessa; perciò mi decido a ritirarmi spontaneamente. (Zentralblatt für Psychoanalyse, edito dal professor S. Freud, Verlag J. F. Bergmann, Wiesbaden. I annata, fascicolo, 10-11, agosto 1911)” cit. in Orgler, p.18. Anche Freud rende noto quanto accaduto: “Già il decimo numero del primo volume [luglio 1911] reca sul frontespizio la notizia che il dottor Alfred Adler, a causa di contrasti scientifici con il direttore, di sua propria volontà ha deciso di dimettersi dalla redazione. Da quel tempo Stekel è rimasto redattore unico (estate 1911)” (Freud, 1914, pp. 419-420).

Note

  1. La Società per la libera ricerca psicoanalitica ebbe tra i cofondatori, oltre ovviamente ad Adler: “Furtmüller, Otto Kaus, Oppenheim, Erwin Wexberg. Tra gli aderenti alla nuova Società ci furono anche i fratelli Franz e Gustav Grüner, il medico Margarete Hilferding, il barone Franz Hye, Stefan von Màday, David Ernest, Oppenheim, i medici Otto Kaus ed Erwin Wexberg oltre a Paul Klemperer. Successivamente si aggiunsero studiosi del pensiero di Spinoza, di Kant, di Nietzsche, di Bergson” (Sodini, Sodini, 2011, p. 137). La nuova Società ebbe riconoscimenti e sostegno da diversi Paesi europei: “Tra i quali, la Francia, la Germania, la Serbia e la Russia” (Sodini, 2011, p. 74).
  2. La parte dedicata ad Adler è corredata ampiamente di citazioni da diversi Autori. Solo a titolo esemplificativo si osserva che tra questi, a fronte di oltre 70 citazioni da scritti di Freud, vi è una sola citazione da uno scritto di Adler p. 262; tre dalla Bottome, biografa di Adler, pp. 221, 225 e 253; una da Furtmüller, p. 224, due da H. L. Ansbacher, pp. 221, 225.
  3. EX-DOSCIPLE ACCUSES FREUD OF INTOLLERANCE. Dr. Stekel’s Attack Stirs Interest of Vienna in Quarrels of Psycho-Analysts
  4. La traduzione italiana dell’articolo e delle citazioni da testi in lingua inglese presenti sia nelle note all’articolo che nell’appendice è di Salomè Sodini.
  5. Wilhelm Stekel (1868-1940), medico, morì suicida a Londra il 25 giugno. Fu uno dei primi partecipanti alle riunioni della ‘Società di psicologia del mercoledì’ di cui, egli stesso, affermò di aver avuto l’idea di costituire. Anche Jones gli riconobbe questo merito: “Si può accordare a Stekel, insieme a Freud, l’onore di aver fondato la prima società di psicoanalisi” (1955, p. 24). Gli altri componenti del piccolo gruppo furono: Alfred Adler, Max Kahane e Rudolf Reitler.
  6. “Stekel [...] aveva scritto nel 1895 un lavoro sul coito nell’infanzia ma non aveva mai sentito parlare di Freud” Jones, 1955, pp. 23-24. Si tratta presumibilmente di: “Coitus im Kindesalter, Weiner Medizinische Blätter, 18 aprile 1895” Ibid., pp. 242-244.
  7. Il dato riceve conferma anche da Jones quando afferma che Stekel: “restò l’unico membro della Società che chiamasse Freud per nome anziché con il tradizionale ‘Herr Professor’ ”(1955, p. 24).
  8. Nella sua Autobiografia Stekel corregge parzialmente questa affermazione: “Io non so esattamente quando iniziai ad analizzare. Potrebbe essere stato nel 1903. Sapevo che un certo Dr. Rudolf Reitler aveva provato questo metodo a quell’epoca. Penso che fu il primo ad applicare le teorie di Freud nella pratica” (1950, p. 113). “Stekel cominciò a professare la psicoanalisi nel 1903 […] Reitler fu il primo a praticare la psicoanalisi dopo Freud” (Jones, 1955, pp. 24 e 23).
  9. Anche Sachs accenna a questo aspetto del carattere di Freud: “Nella vita di Freud ogni rottura con un antico amico era definitiva […] non ho mai notato che si sentisse incline a fare un passo verso una riconciliazione” (Sachs, 1944, p. 74).
  10. Le riunioni dedicate al dibattito che seguì l’esposizione fatta da Adler furono due: quella dell’8 febbraio 1911 che trattò “La protesta virile, suo ruolo e significato nella nevrosi” (Ibid., pp. 152-158), e venne aggiornata al 22 successivo (Ibid., pp. 168-177). La discussione su “Alcuni problemi di psicoanalisi” ebbe luogo la sera stessa della presentazione (Ibid., pp. 105-111).
  11. Adler, 1912.
  12. Le sere dedicate al dibattito, essenzialmente, furono due: l’8 e il 22 febbraio 1911.
  13. Nella riunione dell’8 febbraio fu Rosenstein la prima persona a intervenire. Reitler, come è riferito, aveva organizzato la propria opinione in un articolo, intervenne successivamente: “Kritische Bermerkungen zu Dr. Adlers Lehre vom ‘mänmlichen Protest’, Zb. (1911) 1, 580-586” (Nunberg, Federn, 1974, p. 156). Il dibattito proseguì nella riunione del 22 febbraio.
  14. L’intervento di Freud a cui si fa riferimento, verosimilmente, è quello annotato nei Dibattiti del 22 febbraio 1911 (Ibid., p. 173).
  15. Nella riunione del 22 febbraio 1911, Furtmüller e Klemperer presero la parola a favore di Adler.
  16. Stekel espresse la propria posizione nell’incontro del 22 febbraio 1911, suscitando l’opposizione di Freud. Egli, nella sostanza, affermò che le idee di Adler rappresentavano un grande miglioramento della teoria della nevrosi, un avanzamento che ancora non si era in grado di afferrare pienamente. Continuò affermando come il punto di vista di Adler non era incompatibile con le conoscenze acquisite fino ad allora poiché si trattava semplicemente di una struttura costruita partendo da quanto Freud aveva precedentemente affermato e, quindi, non erano incompatibili con quelle affermazioni. Freud, tuttavia, esprimendo il proprio pensiero al riguardo, tra le altre cose, fece notare che, diversamente da quanto sostenuto da Stekel, due delle persone coinvolte, cioè Adler e Freud, ritenevano che la contraddizione ci fosse (Nunberg, Federn, 1974, pp. 172-173, Kenneth, cit. 1964, p. 67).
  17. David Ernest Oppenheim (1881-1943), professore di lingue classiche al Liceo. Su proposta di Freud, venne ammesso alla Società psicoanalitica di Vienna il 12 gennaio 1910. Si schierò con Adler nella controversia e divenne un esponente di primo piano della Società di psicologia individuale. Morì nel campo di concentramento di Theresienstadt dove fu deportato assieme alla moglie Amalie Pollak (1878-1955), la quale riuscì a sopravvivere fino alla liberazione. Quanto nella Società psicoanalitica i dissensi scientifici influenzassero le relazioni personali, fino alla cancellazione o negazione dell’oppositore, oggi è ampiamente noto. Il seguente ne è un ulteriore esempio: “Nell’edizione del 1911 dell’ Interpretazione dei sogni egli [Oppenheim] veniva nominato, nelle edizioni successive il riferimento fu omesso […] Inoltre, il breve saggio pubblicato da Oppenheim con Freud , Sogni e folklore, scomparve dalla circolazione per essere ripubblicato solo nel 1958” (Roazen, 1975, p. 259, Freud, Oppenheim, 1911). Di un certo interesse è la sorte del manoscritto originale dell’opera che, in seguito alla separazione da Freud, rimase a Oppenheim. Dopo la morte della moglie Amalie, sua sorella decise di vendere il manoscritto (l’unico di Freud di quel periodo a essersi salvato) ed entrò in corrispondenza con i Sigmund Freud Archieves di New York. Di fatto, come riferisce Singer, il manoscritto è divenuto proprietà del dottor Bernard Pacella, ex Presidente della società psicoanalitica americana e autore della prefazione al testo pubblicato: “Pacella mi disse che il manoscritto era di sua proprietà […] Quando lo vendette, mia zia aveva creduto che sarebbe stato di proprietà pubblica, nei Sigmund Freud Archives. A quanto pare è stata forviata” (Singer, 2003, pp. 118-119).
  18. Carl Furtmüller (1880-1951), educatore e socialista. Fu presentato da Adler alla Società psicoanalitica di Vienna e prese parte alle sue riunioni dal 3 novembre 1909. Fu, probabilmente, l’amico più intimo e il più stretto e importante collaboratore di Alfred Adler. Come ebbe a dire Phyllis Bottome: “Il professor Furtmüller con tutta probabilità fu l’unico amico di Adler che ne conosceva davvero la sua mente” (Bottome, 1957, p. 51). “Fondò con Adler la ‘Zeitschrift für Individualpsychologie” (Ellenberger, 1970, p. 670). Dopo la fine della prima guerra mondiale, egli fece parte della commissione per la riforma scolastica istituita dal ministro dell’educazione della nuova Repubblica Austriaca e, successivamente, venne nominato sovrintendente per l’educazione secondaria. In seguito alla presa del potere da parte dei fascisti austriaci, insieme alla moglie Aline, lasciò Vienna e, dopo varie peripezie incluso un periodo di detenzione in Spagna, finalmente, nel 1941, grazie a un visto concesso personalmente dal presidente Roosevelt, raggiunse gli Stati Uniti. Nel 1947 poté ritornare a Vienna e l’anno successivo divenne direttore dell’Istituto pedagogico. E’ Autore di una biografia su Alfred Adler. Ulteriori sue notizie biografiche si trovano in Adler, 1979, pp. 328-332, volume in cui è pubblicata anche la biografia di Adler, pp. 335-389. Inoltre, il figlio Luc ha curato l’edizione postuma degli scritti del padre (Furtmüller, 1983).
  19. Franz Grüner (1887-1917), avvocato. Frequentò le conferenze di Freud all’Università dal 1906 al 1910. Fu ammesso formalmente alla Società psicoanalitica di Vienna il 26 ottobre 1910. Morì sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale. Gustav Grüner (1885-1938), fratello di Franz. Frequentò le conferenze di Freud dal 1907 al 1910. Venne ammesso alla Società il 27 aprile del 1910. Partecipò attivamente alla costituzione della Società di psicologia individuale. Ottenne una dichiarazione per trasferirsi negli USA. Morì per un attacco missilistico alla nave su cui viaggiava (Handlbauer, p. 1998, p. 193).

perlas

Cenni sulla Psicologia della Gestalt

Frederick S. Perls si è laureato in medicina a Berlino nel 1921. Si è specializzato in psicologia negli istituti di Berlino, Vienna e Francoforte; qui nel 1926 era assistente nell’Istituto Kurt Goldstein. Sempre a Francoforte è stato amico di Tillich, Buber e Scheler ed altri pensatori esistenzialisti. Il movimento della Bauhaus, al quale Perls si accosta, evidenzia l’importanza del “razionalismo e funzionalismo”.Oltre all’importanza dell’oggetto, che deve allo stesso tempo essere funzionale e razionale il movimento architettonico della Bauhaus progettava delle ampie strutture con ampie finestre in modo da permettere che la natura entrasse all’interno della struttura casa e permettesse all’individuo di farne parte. Come vedremo in seguito questo movimento culturale e filosofico insieme agli studi della fenomenologia della Gestalt e della teoria del campo di K.Lewin influenzerà profondamente la teorizzazione della psicologia di F. Perls.

Pearl ha fatto l’analisi didattica con Karen Horney, Helene Deutsch, Clara Harpel, Hitschmann e Harnick ed in seguito è stato in analisi didattica con Reich, fino all’avvento del nazismo in Germania. Dopo una breve parentesi sudafricana che segna il suo primo articolo che lo portò all’espulsione dalla Società Psicoanalitica, si è stabilito negli Stati Uniti. Qui ha creato alla scuola di terapia della Gestalt ed ha diretto l’Esalen Institute, in cui si elaborano e praticano le terapie ispirate alla corrente gestaltica.

Muore negli Stati Uniti nel 1970.

Pearl ad Esalen sperava di creare un centro dove i terapeuti potessero vivere e studiare, seguendo i propri interessi e nel quale sarebbe emerso un modo di vita che avrebbe incoraggiato una maggiore consapevolezza ed integrazione delle parti rinnegate.

Proprio queste convinzioni lo portano ad elaborare un modello ed una tecnica terapeutica come quella della Gestalt. Questo tipo di terapia è centrata sul tentativo di portare l’uomo a vivere una vita piena e ricca, di fargli scoprire la propria energia, il proprio entusiasmo e la propria potenzialità e tutte parti che non riesce a soddisfare ed a far emergere.

Per raggiungere questi obiettivi Pearls parte da quattro concetti fondamentali che riprende ed elabora dagli studi compiuti in Germania dagli sperimentatori della percezione.
1) concetto figura/sfondo: la teoria della Gestalt considera l’organismo e l’ambiente come un insieme in interazione e in integrazione: un campo, una gestalt o una configurazione. Perls scrive: “La novità qui non va ricercata necessariamente nelle componenti individuali che costituiscono la teoria, ma piuttosto nel modo in cui queste componenti vengono usate e organizzate; ed è proprio questo che conferisce all’approccio gestaltico la sua unicità…” Perls riprende il concetto che l’uomo non percepisce le cose come elementi sconnessi ma tende ad organizzarli ed ad elaborarli come forme compiute e significative.Ognuno sceglie un elemento predominante in base ai propri interessi ed aspettative assumendo una posizione di primo piano nelle sue percezioni e facendo recedere sullo sfondo tutti quegli elementi che in quel dato momento hanno per lui poca importanza. Fino a quando l’interesse permane la scena che l’uomo vive apparirà organizzata e strutturata secondo una forma significativa, quando l’interesse decade la percezione viene atomizzata e la forma perde il suo significato.

2) concetto dell’omeostasi: questo processo governa la vita ed il comportamento dell’uomo perché tende a mantenere ed a conservare un equilibrio interno all’organismo mantenendo così la sua salute in condizioni variabili. L’omeostasi è anche il processo per cui l’organismo soddisfa i propri bisogni. Questi ultimi creano uno squilibrio interno che porta l’organismo ad elaborare un’azione per soddisfare il bisogno e ritrovare uno stato di equilibrio. “La vita” come scrive Pearls “è caratterizzata da questo gioco costante di equilibrio e squilibrio all’interno dell’organismo”.

Quando il processo omeostatico fallisce e l’organismo rimane per un lungo tempo in uno stato di squilibrio, incapace di soddisfare i propri bisogni, si ammala e muore.

Il processo omeostatico è quel processo di autoregolazione mediante il quale l’individuo interagisce con il suo ambiente.

Pearls mette in evidenza il fatto che, oltre ai bisogni fisiologici dell’uomo,esistono dei bisogni psicologici di “contatto” e sono proprio questi ultimi che costituiscono la materia di studio dello psicologo.

3) concetto della visione olistica dell’uomo: Pearls ha un concetto dell’uomo come un organismo unificato in termini di mente e corpo. L’uomo, cioè, è capace di funzionare a due livelli diversi: il livello del pensiero e il livello dell’azione che appaiono indipendenti tra loro. Il pensare, l’attenzione, la volontà, l’immaginare, l’anticipare, tutti questi processi mentali che vengono chiamati da Pearls “fantasia”, danno all’uomo la possibilità di riprodurre simbolicamente, in scala ridotta, la realtà. L’affrontare un problema in anticipo nella fantasia prevedendo ciò che accadrà nella realtà, anche se la corrispondenza non è assoluta, permette all’individuo un gran risparmio di energia e di lavoro. L’attività mentale viene vista da Pearls come l’attività che permette un dispendio “inferiore” di energie rispetto a quelle fisiche. Infatti scrive:”L’organismo agisce con il suo ambiente e reagisce ad esso con maggiore o minore intensità; ma man mano che l’intensità diminuisce il comportamento fisico diventa comportamento psichico. Man mano che l’intensità aumenta, il comportamento psichico diventa comportamento fisico”.
L’energia che l’uomo risparmia con il pensare alle cose invece di agirle può essere investita nell’arricchimento della vita.

4) concetto del confine di contatto: questo concetto si basa sull’osservazione secondo la quale l’individuo non è autosufficiente ed esiste solo in un campo ambientale di cui inevitabilmente fa parte. I suoi comportamenti sono la risultante del campo totale, cioè del suo rapporto con l’ambiente. Sia l’individuo sia l’ambiente acquistano peculiarità particolari grazie al loro reciproco rapporto e reciprocamente s’influenzano. Studiare come funziona l’individuo nel suo campo, significa per Pearls studiare cosa accade nel “confine di contatto” tra l’uomo e l’ambiente.

E’ proprio in quest’ultimo che accadono gli eventi psicologici. I pensieri, le azioni, i comportamenti, le emozioni personali costituiscono il proprio modo di affrontare questi eventi di confine. Con questa visione l’ambiente e l’organismo sono in un rapporto duale di reciprocità in cui l’individuo, per soddisfare i suoi bisogni, si “orienta” nell’ambiente, focalizza in primo piano ciò che gli è necessario, “manipola” l’oggetto, soddisfa il bisogno, l’equilibrio interno si ristabilisce e la Gestalt si chiude. Il momento in cui questo processo viene bloccato in una delle sue parti e la Gestalt non si chiude nasce il sintomo nevrotico che porta ad una mancanza di intuizione dei bisogni predominanti o ad una mancanza di una azione efficace per soddisfarli.

Pearls partendo da questi quattro concetti fondamentali, in cui si può vedere in maniera chiara ed evidente l’influenza degli studi e sperimentazioni della scuola gestaltica, ha rivisitato e rielaborato la psicopatologia nevrotica.

Per la psicologia della Gestalt l’uomo è una funzione del “campo-organismo-ambiente” concezione che gli conferisce una coerenza sia come individuo sia come creatura sociale. Proprio per questo l’uomo nasce con un senso dell’equilibrio sociale e psicologico forte quanto il suo senso di equilibrio fisico. Il momento in cui nascono delle difficoltà nell’elaborazione dei movimenti e delle azioni giuste per trovarlo e mantenerlo, nasce il disagio psichico. Pearls scrive: “Quando, d’altra parte, la ricerca dell’equilibrio porta l’uomo a indietreggiare sempre più, a permettere alla società di imporsi pesantemente su di lui, di sopraffarlo con le sue esigenze e nello stesso tempo di alienarlo dalla vita sociale, spingerlo e plasmarlo passivamente, allora lo chiamiamo nevrotico.

Il nevrotico non riesce a vedere chiaramente i propri bisogni e quindi non può appagarli. Non può distinguere adeguatamente tra sé e il resto del mondo, e tende a vedere la società come più grande della vita e se stesso come più piccolo”.

Pearls identifica le origini di questo squilibrio nelle divergenze di bisogni tra l’individuo ed il gruppo. Per gruppo intende una qualsiasi o tutte le combinazioni di persone che hanno rapporto funzionale e particolare in un dato tempo. L’individuo che fa parte del gruppo si vive il contatto con esso come un impulso primario di sopravvivenza e se la soddisfazione di un bisogno personale richiede il ritiro da esso possono nascere dei problemi.

Il conflitto vero e proprio emerge quando l’individuo non riesce a prendere una decisione sentendosi soddisfatto della decisione presa e non è in grado né di operare un buon contatto con il gruppo, né un buon ritiro, sia lui sia l’ambiente, così, ne subiscono l’effetto. La nevrosi cioè viene vista da Pearls come una manovra difensiva contro un ambiente che viene vissuto come invadente e onnipotente in cui l’individuo non riesce a trovare l’equilibrio ed il giusto confine tra sé ed il mondo. “Il nevrotico”scrive G. Donadio in Gestalt Analitica “è un interruttore: interrompe cioè il proprio contatto con l’ambiente e con i propri bisogni funzionali”.

E’ proprio in relazione al confine di contatto che Pearls analizza e definisce quattro meccanismi di difesa del nevrotico, per lui principali, come l’introiezione, la proiezione, la confluenza e la retroflessione.

1) L’introiezione è quel meccanismo secondo cui il nevrotico incorpora dentro sé norme e atteggiamenti che non sono i propri, cioè il confine tra l’individuo ed il mondo è spostato troppo all’interno dell’individuo tanto che rimangono solo piccole parti del suo vero essere. L’introiezione, cioè, è un errato funzionamento per cui gli elementi ambientali con cui entriamo in contatto non vengono adattati all’organismo, ma vengono posti in esso senza elaborazione.

2) La proiezione all’opposto è la tendenza a gettare sull’ambiente tutto ciò che ha origine da sé, cioè il confine è spostato a favore dell’individuo che disconosce e rinnega quegli aspetti della sua personalità oscuri e sgradevoli.

3) La confluenza è la sensazione che l’individuo avverte quando sente che lui e l’ambiente sono un’unica entità fusi insieme, cioè in quel momento è inconsapevole del confine tra sé e gli altri.

4) Infine la retroflessione è quel meccanismo per cui l’individuo fa a sé ciò che vorrebbe fare agli altri, cioè traccia la linea di confine al centro di sé stesso smettendo di dirigere le sue energie verso l’esterno per dirigerle verso il suo interno e prendendo il suo sé come bersaglio.

Da queste breve panoramica sull’analisi che fa Pearls sul nevrotico si può dedurre come strutturi la sua terapia. Infatti per lui il processo terapeutico è quel processo che corregge le identificazioni “cattive” dell’individuo e le trasforma in “buone”. Intende per identificazioni cattive quelle gestalt non chiuse, che risalgono alle esperienze primarie, e finiscono per deformare o frustrare l’individuo dando luogo ad un comportamento distruttivo nei confronti dell’ambiente. Le identificazioni buone sono legate a quelle gestalt chiuse che lo portano a vivere le soddisfazioni e le sue realizzazioni, promuovono, cioè, l’autorealizzazione, l’autoappoggio e l’autocoscienza di sé. Esponendo questo processo in altri termini si può affermare che la Gestalt torna a far rivivere al paziente quelle esperienze traumatiche, che lo hanno portato a crearsi un sistema di norme e divieti molto rigido e che inoltre lo hanno bloccato nel suo crescere e rafforzarsi. Pearls, cioè, punta il dito sul come oggi il rapporto patologico tra l’Io del paziente ed il suo Super-Io rigido ed isolante, lo porti a congelare le sue esperienze di vita e contatto con il mondo esterno.

Per la Terapia Gestaltica il nevrotico è soprattutto una persona che non riesce a vivere nel presente. I suoi comportamenti sono legati a cause del passato ma le sue difficoltà attuali sono connesse ai modi di agire nell’oggi. La terapia gli fornisce i mezzi per risolvere i suoi problemi attuali ed i problemi che gli si presentano in futuro, attraverso la consapevolezza di se stesso e delle sue azioni, momento per momento, affrontando le difficoltà che emergono nel qui e ora, e risolvendole in quest’ambito. Se la terapia riesce inevitabilmente il paziente risolverà anche i problemi del passato poiché i loro residui causano i problemi nel presente e quindi emergeranno inevitabilmente nel corso della seduta mascherati in diversi modi. La terapia della Gestalt è una terapia che porta e sperimentare nel presente i problemi ed i traumi che l’individuo ha vissuto nel passato, chiedendo al paziente di divenire consapevole dei suoi gesti, delle sue emozioni e dei suoi pensieri. Mano a mano che sperimenta i modi in cui s’impedisce di “essere ora” comincerà anche a sperimentare il sé interrotto, ritrovando un chiaro senso d’ordine dei suoi bisogni a cui in genere attribuisce un valore sempre uguale. Questa tecnica di “concentrazione focale” fornisce uno strumento per la terapia in profondità, perché il paziente concentrandosi sul sintomo impara cosa sperimenta nella realtà ed impara anche come i sentimenti legati ad un’area siano relativi e simili ai sentimenti legati ad altre aree associando così i vissuti attuali con quelli passati.

Nella Terapia Gestaltica non si tratta o s’interpreta ciò che il paziente non vuole vedere o rimuove, ma il “come” lo rimuove: cioè, al contrario della terapia freudiana che parte dall’interno verso l’esterno, questa terapia parte dall’esterno per arrivare all’interno.
Il paziente acquistando consapevolezza sui suoi meccanismi di interruzione acquisisce la consapevolezza che si sta interrompendo e infine di ciò che interrompe. Mediante la concentrazione nel qui ed ora terapeutico si può arrivare ad una integrazione reale ed a elaborare un modo più soddisfacente di vita.
La Terapia Gestaltica come si può comprendere è una terapia che nasce ed è centrata sulle patologie nevrotiche.

L’Io, l’Es e la Personalità come parti del Sé nella Gestalt

Perls in Terapia della Gestalt dedica un intero capitolo al Sé ed alla sua metapsicologia. Da al Sé la funzione di stabilire il contatto col presente e il transitorio e descrive le sue proprietà e le sue attività. Inoltre descrive i tre principali sistemi parziali l’Io, l’Es e la Personalità che lo costituiscono.

Per definire il Sé nella Gestalt bisogna prendere di nuovo quei concetti fondamentali a cui abbiamo accennato prima.

Nel processo omeostatico troviamo una bipolarità dialettica tra l’autoconservazione e la crescita, poiché solo quello che conserva se stesso può crescere per mezzo dell’assimilazione, e solo quel che assimila continuamente le novità può conservare se stesso e non degenerare. Il processo di crescita quindi è la risultante del tentativo conservativo dell’organismo a rimanere come è stato, del nuovo ambiente che è sempre in evoluzione, dalla distruzione dei precedenti equilibri parziali e l’assimilazione di qualcosa di nuovo. Il confine di contatto e tutto ciò che accade in questa linea di demarcazione tra individuo e ambiente è, in generale, la crescita dell’organismo. Perls definisce il Sé “… il complesso sistema di contatti necessario per l’adattamento in un campo difficile. Si può considerare che il Sé si trovi sulla linea di demarcazione dell’organismo, ma la linea di demarcazione stessa non è isolata dall’ambiente ; essa è in contatto con l’ambiente; appartiene ad entrambi, all’organismo e all’ambiente.”(Perls) Il sé integra sempre le funzioni percettive e propriocettive, le funzioni motorio muscolari e i bisogni organici. Questo processo di integrazione è un adattamento creativo e nelle situazioni di contatto il Sé è il potere che forma la gestalt nel campo, o meglio il sé è il processo di figura sfondo nella situazione di contatto. Il rapporto dinamico tra figura e sfondo è l’eccitazione. L’eccitazione è il sentire il formarsi della figura sullo sfondo nelle situazioni di contatto, mano a mano che la situazione incompiuta tende a completarsi. Al contrario, poiché il Sé esiste come adattamento a problemi più intensi e difficili, quando le situazioni si avvicinano all’equilibrio, il Sé diminuisce.

Le situazioni che hanno basso carico energetico come l’inghiottire, la digestione, e l’assimilazione sono poco piene del Sé; al contrario, quelle cariche di energia, come il desiderio,l’avvicinamento, il toccare, i conflitti sono molte piene del Sé.

Il Sé esiste negli spostamenti del confine di contatto tra l’individuo e l’ambiente. Queste aree di contatto possono essere ristrette come nella nevrosi, ma ovunque c’è un confine di contatto esiste un Sé creativo. Nelle nevrosi l’inibizione del Sé è costituita dall’incapacità di concepire la situazione come una situazione mutabile, considerandola una fissazione sul passato immutabile. In parte questo è vero, ma la funzione del Sé è qualcosa di più. E’ l’identificazione con le situazioni mutabili e la loro alienazione, il raggiungimento creativo di una figura nuova e l’operare una differenziazione tra le risposte antiche ed il comportamento unico e nuovo che è necessario.
Il Sé è spontaneo, equidistante ed impegnato nella sua situazione. La spontaneità è il sentimento di agire l’organismo/ambiente che si sta sviluppando, di non essere né semplicemente il suo artigiano né il suo prodotto finito, ma di crescere in esso. La spontaneità significa piuttosto lo scoprire ed inventare mano a mano che si va avanti che si è impegnati nel contatto e lo si accetta.

In questo senso la spontaneità è allo stesso tempo attiva e passiva, è sia la volontà sia l’oggetto dell’azione in una posizione equidistante contenendo in sé entrambi gli opposti.

Il Sé non è consapevole di se stesso in senso astratto, ma è consapevole di se stesso in quanto entra in contatto con qualcosa; parafrasando Aristotele “quando il pollice viene pizzicato, il Sé esiste nel pollice che duole”.

Definito il Sé Pearls descrive le tre strutture del Sé: l’Es, l’Io e la Personalità.

“Contrapponendo l’Io, il Sé e l’Es: L’Io deliberato possiede la stretta unità astratta di mirare ad una meta ed escludere le distrazioni; la spontaneità (il Sé) possiede l’unità flessibile concreta della crescita, dell’impegno e dell’accettazione delle distrazioni come possibile attrazioni; e il rilassamento (l’Es) è la disintegrazione, unificato solo dall’incombente senso del corpo.” (Perls)

Mentre l’Io è la funzione mentale di astrazione e volontà, l’Es al suo opposto ha il corpo come ruolo centrale. Il Sé è il punto centrale, equidistante ed integratore di questi due estremi. Infine la personalità in quanto struttura del Sé è il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali.

La personalità è la consapevolezza di ciò che l’individuo è e che serve da sfondo sulla cui base si potrebbe spiegare il proprio comportamento. La Personalità è la struttura che contiene tutti quegli atteggiamenti che l’individuo stesso comprende e che vengono utilizzati per ogni genere di comportamento interpersonale. Essa è autonoma, responsabile, conosce a fondo se stessa, gioca un ruolo preciso nella situazione attuale, è trasparente ed è il sistema di ciò che è stato riconosciuto.

La Personalità è responsabile e può assumersi delle responsabilità nel senso in cui il Sé creativo non è capace, perché accetta il ruolo di adempiere ad un contratto, mentre la creatività pura non può stipulare contratti in questo senso poiché la sua coerenza prende forma mano a mano che essa va avanti, in sintesi non ha progettualità.

La Personalità è la struttura responsabile del Sé.

Conflitti e Sé

Nelle nevrosi il bisogno di vittoria è centrale ed a soddisfare questo bisogno c’è una vittima pronta. La nevrosi può essere considerata come il trionfo sul Sé. Questo bisogno nevrotico di vincere non è un bisogno dell’oggetto per il quale si lotta e si esercita l’aggressività; è piuttosto il bisogno di aver vinto e di essere un vincitore in quanto tale.

L’individuo nevrotico è già stato gravemente sconfitto, è stato umiliato e non ha assimilato la propria sconfitta, ma cerca ripetutamente di salvare la faccia con i trionfi meschini trasformando in una piccola battaglia ogni rapporto interpersonale ed ogni esperienza, mostrando la propria prodezza. Il conflitto importante ed il lottare per un oggetto che opererà un cambiamento rischiando se stessi, viene specificatamente evitato. Il nevrotico si aggrappa alla sicurezza intersa in questo senso come la cristallizzazione dello sfondo del bisogno organico sottostante e dell’abitudine del passato. Lo sfondo deve essere mantenuto come sfondo. Il contrario del bisogno della vittoria è il “disinteresse creativo”. Ciò significa che l’uomo resta imparziale dal punto di vista creativo, è eccitato dal conflitto e si evolve per mezzo di esso, sia che vinca sia che perda. Egli non è attaccato a quello che potrebbe perdere perché sa che sta cambiando e già si sta identificando con quello che diverrà. A quest’atteggiamento si unisce un’emozione opposta al senso di sicurezza, “la fede”: l’uomo non protegge lo sfondo, ma trae energia da esso. Egli ha fede che esso si rivelerà adeguato.

In genere la società, gli individui pensano che i conflitti abbiano delle componenti negative. Per Pearls nessun conflitto dovrebbe essere sciolto dalla psicoterapia. I conflitti interni hanno forti cariche energetiche e costituiscono quindi i mezzi della crescita. Il compito della psicoterapia è di renderli consapevoli fino a giungere ad una crisi con lo scopo di portare all’aperto quei conflitti importanti di cui fenomeni come le consapevoli battaglie meschine e le interminabili lotte corpo a corpo basate sugli errori semantici, ne sono i segni. Quando il conflitto è pieno di profondo interesse l’individuo mette alla prova ciò che appartiene al proprio Sé e ciò che appartiene alla norma stereotipata. Il conflitto dà la possibilità che l’individuo possa scoprire per prima volta le proprie risorse e creare una figura completamente nuova.

La collaborazione interpersonale non viene raggiunta stabilendo un’armonia a priori, piuttosto quanto più acutamente differiscono le proprie opinioni e quanto queste vengono discusse, tanto più probabilmente produrranno collettivamente un’idea migliore di quella che ognuno di loro aveva individualmente.
Non è saggio placare il conflitto, né reprimerlo od allontanarlo con delle interpretazioni, e non è saggio placare ogni forte elemento di contrapposizione, poiché sono proprio questi elementi che permettono all’individuo di distruggere ed assimilare completamente le norme stereotipate ed idee preconcette e sviluppare una collaborazione creativa, sperimentando nuove parti del Sé.

Il conflitto inoltre ha in se una dose di sofferenza che l’individuo non può né evitare né reprimere. L’eliminare il conflitto significa eliminare la tensione ad esso legato e questo porta inevitabilmente alla noia, inquietudine e dubbi. Al contrario lasciare libera la via al conflitto permette all’individuo di liberarsi dell’idea sia che il conflitto è distruttivo e sia dei preconcetti del come dovrebbe risolversi. In questo modo le soluzioni che l’individuo elabora affluiscono in un “vuoto fertile” che si è formato e che spinge l’individuo ad impegnarsi a spingere in avanti i propri interessi e la sua capacità senza temere lo scontro. Il dolore acquista così la valenza di segnale che richiama l’attenzione dell’individuo su un pericolo attuale e immediato. La sofferenza emotiva è il mezzo per impedire l’isolamento del problema poiché richiama l’individuo ad analizzare a fondo il conflitto permettendo al Sé di crescere nel campo della situazione esistente. Quanto prima l’individuo è disposto a lasciare libera la via al dolore e alla confusione tanto prima finisce la sofferenza. Il vero pericolo per il medico è che l’individuo nella furia del conflitto e della sofferenza emotiva possa essere distrutto e strappato a pezzi. Tuttavia questo problema non va affrontato indebolendo il conflitto, ma piuttosto rafforzando il Sé e l’autoconsapevolezza. Quest’ultimo è il nuovo fattore dinamico che aiuta l’individuo ad affrontare il proprio conflitto quando nel momento in cui acquista l’autoconsapevolezza che è egli stesso a farsi a pezzi.

Il conflitto attiva l’integrazione del Sé, anzi è un mezzo dell’integrazione del Sé. La nevrosi, invece, “è una pacificazione prematura del conflitto”o tregua o insensibilità mirati ad evitare un ulteriore conflitto. La nevrosi ha due stadi di soddisfazione:

1) la soddisfazione della cessazione del conflitto: quando il conflitto raggiunge picchi estremi di tensione e disperazione, l’organismo reagisce cancellando il problema, intorpidendo i sentimenti o paralizzandosi o con qualsiasi altro mezzo per ottenere una rimozione temporanea. Una volta passata la crisi temporanea, se le circostanze non offrono una soluzione, un ulteriore conflitto viene evitato, levando cariche aggressive al Sé, e viene resa stabile la situazione più sopportabile della rimozione. L’individuo si è così rassegnato. L’autoaffermazione del Sè che occupava un posto centrale adesso manca e questo spazio vuoto viene riempito con identificazioni con un’altra persona che probabilmente ha reso il conflitto insopportabile e così ora diventa il proprio Sé.
“Il contrario del vuoto fertile quando si è raggiunto un dato livello di disinteresse (e quel vuoto costituisce la creatività del Sé) è lo spazio vuoto della rassegnazione, dove una volta stava il Sé”(Perls)

2) la soddisfazione del trionfo: quando il conflitto si è placato e si è trovata una soluzione creativa mutando ed assimilando i fattori contrastanti, si ha un sollievo dalla sofferenza, raggiungendo una pace positiva. Nella pace positiva c’è l’ebbrezza della vittoria senza il sentimento di trionfo, poiché si è creata una nuova configurazione. In questo processo creativo anche la sconfitta può dare una pace positiva poiché il nuovo Sé è triste ma integro.
Al contrario, la pace del trionfo è una negazione. La sofferenza dovuta al conflitto è cessata, ma la figura della consapevolezza non offre nuove possibilità, poiché nulla è stato risolto.

Vincitore e vinto ed i loro rapporti continuano a stare alla ribalta: il vincitore è all’erta e la vittima è piena di risentimento. Per questo tipo di relazione sado-masochista il Sé ottiene una quantità enorme di soddisfazione positiva dalla sua identificazione con l’autorità forte. L’individuo, senza rendersene conto, ha sconfitto nella sua complessità il proprio Sé, poiché non ha permesso al conflitto di maturare e di venire una cosa nuova e positiva. Il Sé identificato con l’autorità può dire “Io sono il vincitore”. Questa soddisfazione potente è l’arroganza. Quest’ultima ha diversi elementi:

a) Far cessare la sofferenza del conflitto, arrogandosi il diritto di insolenza e sicurezza del Sé, evitando le pressioni della sconfitta, vergogna ed umiliazione;

b) C’è una soddisfazione nell’esultanza maligna, una specie di vanità dove, detto in termini freudiani, il Super-Io ride dell’Io;

c) Il Sé orgoglioso si arroga le proprietà di autorità, della sua forza, dei diritti, della saggezza e soprattutto della mancanza di senso di colpa.

d) Infine, la cosa più importante, il Sé arrogante può esercitare la sua aggressività e mostrare di continuo di essere un conquistatore, poiché la vittima è sempre disponibile alla dominazione.

Il trionfo del Sé viene socialmente definito come “Carattere”. Un uomo di carattere non cede alle debolezze (eros) schiera ai suoi ordini l’aggressività in modo da ottenere il successo dei suoi Ideali che in realtà sono le norme alle quali si è rassegnato. L’Autocontrollo che la nostra società molto spesso c’impone come norma probabilmente trae la sua energia nella filosofia e cultura che si è sviluppata nei secoli del dominio dell’uomo sulla natura.

La terapia ed il terapeuta

Aiutare il Sé ad integrarsi, aumentare le aree di vitalità ed espanderle in campi più ampi è l’obbiettivo della terapia e trattamento Gestaltico. Questo lavoro incontra la resistenza principale nella riluttanza del Sé a crescere in quanto è proprio il Sé che mantiene uno stretto controllo contro il proprio processo di sviluppo. In questo senso Perls riprende il concetto di corazza difensiva di Wilheim Reich in cui il controllo del corpo e del sistema motorio che esercita il Sé su se stesso ha carattere difensivo ed appartiene ad una struttura comportamentale.

La terapia ha l’obbiettivo di liberare l’aggressività dal suo bersaglio fissato ed errato che è l’organismo, rendere consapevoli le figure introiettate per permettere la loro distruzione, deve riportare al contatto e al conflitto gli interessi settorializzati ed infine deve contare sul potere integrativo del Sé e sul suo stile particolare.
Il contatto, ovverosia quel processo di assimilazione e crescita, consiste nel lento costituirsi o configurarsi di una figura prevalente su uno sfondo o contesto del campo organismo ambiente. La figura così delineata è una percezione vivida e chiara, un’immagine e un insight che contiene in sé sia il bisogno e l’energia dell’organismo e sia le possibilità probabili dell’ambiente. Il rapporto figura sfondo si forma in un processo dinamico e la figura dominante riceve energia e luminosità dalle risorse del campo. In questo senso si comprende come ogni evento psicologico non può essere trattato al di fuori del suo contesto socio-culturale, biologico e fisico. Ogni volta che la figura appare scialba, confusa, priva di grazia (gestalt debole) ciò è dovuto ad una mancanza di contatto legato ad un blocco nella situazione ambientale o all’impossibilità di espressione di un bisogno vitale. La terapia consiste nell’analisi della struttura interna dell’esperienza reale, qualunque sia l’intensità del contatto che la caratterizza. L’interesse della terapia non è costituito da ciò che viene sperimentato ma dal come viene sperimentato, non da ciò che diciamo ma dal come lo diciamo. L’arrivare ad una Gestalt forte è essa stessa la cura dal momento che la figura del contatto non è un segno dell’esperienza, bensì è essa stessa l’integrazione creativa dell’esperienza.

Questo processo di adattamento creativo ai nuovi contenuti presuppone un lavoro precedente di aggressività e distruzione. Il momento che si configura una nuova forma vengono automaticamente distrutte le abitudini ed i vissuti relativi al contatto precedente. Questa distruzione degli status quo precedenti possono far insorgere degli stati di paura ed angoscia che se vengono tollerati permettono all’energia liberata di incanalarsi nell’immagine nuova permettendo un adattamento creativo. La sicurezza in questo processo non è altro che un aggrapparsi a qualche cosa di conosciuto già sentito e non sentito, rifiutando il rischio di venire in contatto con il nuovo e di “viaggiare” nel senso di fare vacuum. La paura dell’aggressività e della perdita porta il più delle volte a situazioni inconsapevoli di aggressività e distruttività sia interne che esterne all’individuo. La sicurezza invece dovrebbe venire dalla fiducia di un sostegno stabile proveniente dall’aver assimilato l’esperienza precedente e dall’aver vissuto un processo di crescita senza aver lasciato delle situazioni in sospeso. Una persona sicura,cioè, non si rende mai conto di esserlo ma si sente di correre dei rischi ai quali sarà adeguata.

L’assimilazione del nuovo si verifica nel momento attuale superando il semplice riordinamento delle esperienze non risolte ma generando una configurazione che contiene del nuovo materiale tratto dall’ambiente. Nella psicoterapia ricompaiono quei blocchi o gestalt deboli come accadimenti nell’hic et nunc terapeutici e il terapista fornirà delle risposte differenti rispetto le risposte che l’individuo ha ricevuto nel suo passato poiché il terapista non è lo stesso tipo del genitore. Il transfert in questo senso acquista una valenza di nuovo che viene sperimentato dal paziente nel qui ed ora di come scopre e fa se stesso. Il terapeuta con le sue azioni comportamenti e parole acquista nella relazione io-tu gestaltica una controparte catalizzatrice di vissuti sottolineando le similitudini e le differenze delle modalità comunicative appartenenti ai vissuti introiettati dell’individuo. Il terapeuta non sa in anticipo dove i processi di crescita porteranno l’individuo perché non è lui che vive la crescita, egli semplicemente fa parte del campo dell’individuo.

Per la gestalt il terapeuta diviene curativo con il suo Sé e la sua capacità a non cadere in quei transfert che il paziente ripropone nella relazione fornendo delle differenti risposte ogni volta.

Il Sé, per concludere, “è il sistema dei contatti nel campo organismo-ambiente; e questi contatti costituiscono l’esperienza strutturata della situazione reale e attuale.” (Perls) Il Sé non sa in anticipo cosa inventerà poiché la conoscenza è la forma di ciò che è già accaduto. L’individuo nel far crescere il Sé corre dei rischi e soffrirà in questo processo in funzione di quanto ha evitato a lungo questi rischi. Per far questo deve distruggere pregiudizi introiettati, attaccamenti al passato,sicurezze, progetti e ambizioni rischiando accettando con eccitazione di vivere nel presente.

La Gestalt nella mia pratica clinica

Dopo quindici anni di lavoro clinico con gruppi e maratone Gestaltiche affiancando la Dott.ssa F. Candeloro e la formazione con il Prof. J. Ondarza Linares presso il centro gruppoanalitico CATG, ho cercato di integrare i due approcci formativi attraverso la mia esperienza. Osservando i punti di contatto e le differenze dei due approcci ho cercato uno strumento clinico trasformativo per i pazienti con patologia in prevalenza nevrotica.

Nella cultura psicoanalitica l’azione spesso viene considerata una resistenza o una difesa poiché viene privilegiata la parola. L’acting out per esempio viene definito nell’ Enciclopedia della psicoanalisi di Laplance e Pontalis come l’azione che presenta un carattere impulsivo che rompe con i sistemi di motivazioni abituali del soggetto, poco frequente e quasi isolabile, con caratteristiche di auto od eteroaggressività. L’acting out o meglio questa forma di azione, rompe la struttura abituale per il paziente e la struttura terapeutica quando l’impulso diventa intollerabile; in altre parole il paziente comunica al terapeuta che l’unica forma che lui ha per dire di sé e del suo rimosso è attraverso questa azione di rottura. Riflettendo su questo pensiero potremmo affermare che ogni forma sintomatica, l’acting out, i rituali ossessivi, l’alextimia, i ruoli scissi del perverso ecc. sono delle modalità di comunicazione espresse con gesti, parole e azioni che comunicano a differenti livelli e con differenti linguaggi, sia verbale che corporeo, il disagio del paziente.

“L’azione efficace” (Pearls) per la Gestalt è definita come l’azione diretta verso il soddisfacimento di un bisogno dominante fornendoci indizi sulle modalità e forme specifiche del comportamento dell’individuo sia riuscite che disturbate.

Analogamente le dinamiche di gruppo mostrano attraverso le parole, come sono dette e che forma hanno (rete comunicativa) simili ad azioni, l’emergere e il configurarsi dei bisogni dell’individuo. Il modo di comunicare e di interrelazionarsi mostra dove l’individuo fallisce nel soddisfacimento dei suoi bisogni, mostrando appunto la “coazione a ripetere”.

Lo scopo dell’inserimento nel processo di gruppo della maratona gestaltica è finalizzato a toccare con il corpo, con l’azione, e con l’emozione, i diversi livelli della problematica che si sta configurando nel gruppo. Così si dà all’azione un significato di Acting in. In tal modo l’esperienza ed il vissuto emersi nella maratona vengono poi reinseriti nel processo di gruppo affinché le emozioni liberate nell’esperienza acuta, non siano solamente legate al momento liberatorio e catartico ma diventino materiale da elaborare nella matrice del gruppo.

L’azione così per il mio modo di vedere è una differente modalità comunicativa che se strutturata ed inserita ad hoc aiuta a dare voce al vissuto corporeo aiutando il paziente a dire con le sue emozioni.

La consapevolezza di Sé e dell’Altro, in termini di relazione e comunicazione, si articola a differenti livelli. In questo senso la parola si costituisce come l’atomo del sociale umano, mentre l’azione è la minima unità dell’incontro. “Azione e parola possono rappresentare una coppia dialettica che interagisce costantemente fin dall’inizio dell’esistenza dell’individuo (ontogenesi) nel contesto della gruppalità (filogenesi).” (Ondarza Linares)

Tutte le interazioni conflittuali si articolano a diversi livelli e configurazioni nella relazione Individuo-Gruppo, sia come parte della spirale evolutiva della comunicazione e differenziazione sia come stereotipi di Azione-Parola che bloccano comunicazione e differenziazione.

Considerando il pensiero-parola come una resistenza, attraverso l’inserimento di una maratona Gestaltica che privilegia l’azione, essa può essere modificata, elaborata ed inserita nel processo psicoterapeutico. L’azione, se inserita nella rete e matrice gruppale, offre al paziente la possibilità di rivelare nello specchio del gruppo una nuova immagine del “narciso liberato”. Inoltre gli permette di scoprirla nell’inedito potenziale propriocettivo stimolato attraverso l’azione. Viceversa l’azione, fine a se stessa, e quindi come resistenza, se non entra a far parte della rete d’appartenenza e significato, rimane incatenata all’agire come performance, al compiacimento nel gioco in se stesso, al “vedere” (Kaes) come solo godimento o scarica catartica, bloccando il suo percorso trasformativo.

Esperienze Cliniche

Voglio riportare attraverso dei sogni, le loro elaborazioni in gruppo e durante la maratona gestaltica, il processo clinico di approfondimento che due pazienti hanno fatto nel e con il gruppo che conduco settimanalmente. Il primo Renato 34 anni sposato con Federica ha una relazione da due anni con Susanna, vive degli stati confusionali con una ruminazione ossessiva di fondo che non gli permette di stare in contatto con le sue emozioni, deve decidere tra una donna e l’altra e questo conflitto lo lacera; occupa grande spazio nelle sedute di gruppo alla ricerca di una soluzione al suo conflitto. In una seduta di gruppo di un mese prima della maratona Gestaltica, ha attaccato violentemente il terapeuta dicendogli che il gruppo e il terapeuta non gli davano istruzioni sul come affrontare il suo conflitto e che voleva delle modalità comportamentali sul come affrontare le situazioni con le due differenti donne. Il terapeuta gli risponde che la soluzione la deve trovare dentro se stesso seguendo le sue immagini ed emozioni altrimenti saranno sempre delle soluzioni di altre persone. Questo perpetuerebbe il suo conflitto dove altre persone decidevano cosa era buono o cattivo per lui mentre lui non ha mai deciso cosa è buono o cattivo per se stesso. Alessandro, il secondo paziente di cui parlerò, di 48 anni separato da due anni, conferma la posizione del terapeuta. Alessandro viene definito il “provocatore” del gruppo ed è stato “da sempre” l’alter ego di Renato. Due sedute dopo Renato dice che non riesce ad avere ricordi fino a sei anni e che dopo la separazione dei suoi non ha più disegnato. Nella seduta prima della maratona gestaltica Renato racconta un sogno che impegna il gruppo per gran parte del suo tempo: “Mi trovavo al mare insieme a Federica a prendere il sole al tramonto decidiamo di andare a fare il bagno di notte e mentre ci avviamo per una stradina sulla sabbia verso il mare, diventa buio. Io mi ricordo di aver lasciato i vestiti, gli asciugamani, telefonino e soldi sulla sabbia e chiunque le poteva rubare, allora ritorno indietro per la stradina e riprenderle ma il buio era talmente fitto che non vedevo niente. Mentre cercavo inutilmente nel buio incontro una donna anziana che con una torcia illuminava e mi aiutava a cercare, questa donna cercava per un suo bisogno e mi dice che le mie cose sono in ordine in una rastrelliera e mi porta in uno spogliatoio dove le ritrovo in ordine e appese. Devo passare in un ambiente vicino dove c’è un uomo, un burocrate dietro la scrivania, che mi chiede dei soldi e compare anche mia madre che ha paura ad uscire ed a percorrere quella strada al buio e rimane in quest’ambiente mentre io cerco di convincerla ad uscire.”
La maratona Gestaltica inizia con due giochi: il primo di presentazione, dove il terapeuta chiede di prendere contatto con il proprio corpo e di pronunciare il proprio nome a voce alta, ed il secondo dove il terapeuta chiede di immaginare di percorrere un tunnel che arriva ad un giardino e fuori del giardino c’è una strada da percorrere, mirato a rafforzare il Sé. La maratona continua elaborando ulteriormente le immagini di impotenza o di rabbia associate al tunnel. Renato immagina questa situazione: “mi trovo in macchina che parlo con Susanna al telefono e non riesco a ribatterle ed a non dirle nulla perché lei mi racconta di aver incontrato un altro uomo e di essere attratta da lui”. Giochiamo la scena e Renato sceglie come suo alter ego che gli sta vicino e lo consiglia Alessandro e Nicoletta a rappresentare Susanna che gli telefona. Si giocano i ruoli e Renato sperimenta sia lo stare seduto in macchina a telefonare, sia osserva Alessandro che gioca il suo ruolo a telefonare e infine gioca il ruolo di Susanna. In quest’ultimo ruolo si sente “ovviamente sollevato” come dice lui ed il terapeuta ribatte che Susanna gli ha fatto sperimentare il suo vissuto mettendogli di fronte un altro uomo. Il terapeuta chiede a Renato di descrivere quest’uomo come è fisicamente, se ha un nome e Renato dice di non conoscerlo… il terapeuta prende dei fogli per disegnare e gli chiede di fare un disegno che rappresenti quest’uomo “una specie di identikit”. Dopo iniziali resistenze Renato fa un disegno “astratto” il disegno viene fatto circolare nel gruppo e viene chiesto cosa vedono. Le associazioni sono: “un simbolo fallico, un cuneo, una strada chiusa, un negozio…” Il gruppo non associa molto al primo giro… il terapeuta ruota il disegno e lo fa circolare nel gruppo una seconda volta. La reazione emotiva è forte in molti e le associazioni sono: “il ritorno al centro della terra, esplosione di un vulcano, il pube e una vagina” Angela ha una reazione violenta di rifiuto del disegno. Il disegno viene riproposto più volte durante la maratona gestaltica.

Nella maratona gestaltica Alessandro rimane in disparte, viene scelto molto spesso quando ci sono dei ruoli paterni da giocare da altri pazienti ma non emerge una sua immagine da rappresentare e all’apparenza sembra scappare dalla rete terapeutica. Molto spesso nella discussione del gruppo assume il ruolo di “vice terapeuta” perpetuando un gioco di un “secondo padre”. Tutto questo rimane latente nel gruppo di maratona.

Nel gruppo dopo la Maratona gestaltica Renato dice che è riuscito a parlare con la moglie ad affrontarla dicendogli cosa lui prova per lei e a mantenere a distanza Susanna con le sue pressanti richieste affettive che si sentiva bene ed era soddisfatto. Alessandro ha fatto un sogno che racconterà solo due sedute dopo: “mi trovavo in una sala addobbata e mi dovevo sposare. Scopro che mi dovevo sposare con mio padre, questo mi stupiva e vedevo mia madre e mia sorella che stavano da una parte ed avevo la sensazione che fossero loro le artefici di questo matrimonio. Alla mia preoccupazione mio padre mi diceva di non preoccuparmi e sentivo che mi tranquillizzava”. Il gruppo associa che la madre e la sorella siano i testimoni e che lui al gruppo prende sempre delle posizioni rigide paterne proprio come il padre faceva con lui. Alle osservazioni del terapeuta che lui durante la Gestalt ha fatto il vice terapeuta, come dire il vice padre, lui associa che ha fatto sempre il padre a tutte le sue donne coprendo le parti bambine e tappando i loro buchi depressivi.

Commento

Si può osservare attraverso il percorso che ho riportato come Renato stia lavorando ed elaborando il suo conflitto che nella maratona riesce a trovare la sua espressione. La via percorsa nel sogno con la moglie verso il mare notturno, come un simbolo regressivo, è rappresentato dalla parte chiusa della via del disegno. Il gruppo associa al ritorno alla “madre terra” ad una posizione di “claustrofobia”, di chiusura regressiva che tranquillizza una parte del gruppo spaventato dalle proprie emozioni. Dall’altra parte troviamo la posizione aperta, esplosiva, ampia, “agorafobica” che crea angoscia, paura e insicurezza e rappresenta la relazione di Renato con Susanna Il cammino difficile tra queste due opposte situazioni è la rappresentazione conflittuale di Renato che viene accolta dalla rete gruppale e risuona nel suo interno, attivando i differenti livelli dei conflitti intrapersonali. Le associazioni che il gruppo fa sul disegno danno differenti ottiche e forza all’immagine restituendola modificata ed arricchita di nuovo significato che permette una traduzione singola e di gruppo trasformativa. La maratona Gestaltica favorendo la possibilità di focalizzare il vissuto emotivo di Renato, di giocarlo e di produrre il disegno ha aiutato e favorito il processo elaborativo già in atto nella rete e matrice gruppale rafforzandole.

Possiamo osservare anche come nella rete e matrice gruppale si riattiva la “coazione a ripetere” di Alessandro Nella maratona Gestaltica il ruolo di “padre” e “vice-terapeuta si mostra a livello latente per emergere nel gruppo attraverso il suo sogno e permettere la sua elaborazione. Anche in questo caso la Maratona Gestaltica ha favorito il processo di elaborazione e approfondimento della coazione a ripetere di Alessandro.

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di Anita Lanotte:

medeaPsicologa, Psicoterapeuta. Presidente Centro Studi Psicologia Applicata CEIPA Consiglio Direttivo AIPG

Prima di introdurre il presente lavoro ritengo utile offrire una cornice giuridica in materia di rapporti tra genitori e figli in caso di separazione di coppia in quanto il paradigma del Diritto e quello della Psicologia, anche se differenti tra oggetti di studio, obiettivi e metodologie utilizzate, interagiscono sullo stesso piano ovvero la dimensione umana.

Il decreto legislativo 154/2013 attraverso l’art. 55 ovvero “Introduzione degli articoli dal 337-bis al 337-octies del codice civile” ha introdotto un insieme di norme che dettano delle regole di riferimento in materia di separazione e di rapporti tra genitori e figli.

L’art. 337-bis definisce l’ambito di applicazione:

“In caso di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio si applicano le disposizioni del presente capo”.

L’art. 337-ter definisce i provvedimenti riguardo ai figli:

“Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

“I provvedimenti adottati dal giudice, relativi ai figli, hanno come esclusivo riferimento l’interesse morale e materiale di questi ultimi. Il giudice valuta primariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (Legge 54 del 2006 che stabilisce il così detto principio di bigenitorialità), oppure stabilisce a quale di essi sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al loro mantenimento, cura, istruzione ed educazione. Inoltre, il giudice prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore a uno dei genitori, l’affidamento familiare.

La responsabilità genitoriale è esercitata, quindi, primariamente, da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento. I genitori provvedono al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito”.

L’art. 337-quater definisce l’affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso:

“Il giudice può disporre l’affidamento dei figli a uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”.

“Ciascuno dei genitori può, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone l’affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma dell’articolo 337-ter. Se la domanda risulta manifestamente infondata, il giudice può considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, rimanendo ferma l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile.

Il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse”.

L’art. 337-quinquies definisce la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli:

“I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della responsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo”.

L’art. 337-sexies definisce l’assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza:

“Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643”.

L’art. 337-septies definisce le disposizioni in favore dei figli maggiorenni:

“Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.

“Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori”.

L’art. 337-octies definisce i poteri del giudice e ascolto del minore:

“Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 337- ter, il giudice può assumere, a istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337-ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.

“Il primo comma dell’articolo 155 del Codice civile: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Dovrebbe essere sempre stabilito il progetto comune di cura e di educazione in cui i genitori devono suddividersi i compiti di amministrazione ordinaria gestendoli anche in modo disgiunto. Questi progetti sono in uso da molti anni in diversi Paesi (Paesi Bassi, USA, Canada e Belgio) e prendono il nome di parental plans. In realtà, la riforma legislativa della 54/2006, però, non si è dimostrata idonea a creare da sola le premesse per il cambiamento radicale che si poneva come obiettivo; e questo malgrado il legislatore avesse pensato di introdurre la figura del mediatore che dovrebbe aiutare i genitori a costruire un canale di comunicazione per realizzare insieme tale progetto, ma in concreto ben poche sono le esperienze positive in tal senso.

Non mancano elementi di criticità specialmente nel caso di genitori di nazionalità diversa, quando non solo l’ordinamento giuridico, ma soprattutto la cultura sociale è profondamente diversa”.

Nell’art. 56 Modifiche all’articolo 343 del codice civile ovvero

Al primo comma dell’articolo 343 del codice civile le parole: “potestà dei genitori” sono sostituite dalle seguenti: “responsabilità genitoriale”.

Introduzione al lavoro

Quando due persone si separano significa che la relazione non corrisponde più alle esigenze di uno dei due. Significa che l’habitat familiare non è più un luogo di affetti e condivisione di un progetto di vita, bensì un luogo di malessere, di coercizione, di noia, di sofferenza.

La legge 54/2006 ha tra i suoi principi fondamentali quello della bigenitorialità ovvero l’uguale ripartizione dei diritti e dei doveri da parte dei genitori sia nell’unione della coppia ma ancora di più in caso di frattura dell’unione familiare in quanto è diritto di ogni figlio mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori anche se separati.

Il decreto legislativo 154/2013 attraverso l’art. 55 ovvero “Introduzione degli articoli dal 337-bis al 337-octies del codice civile” ha introdotto un insieme di norme che dettano delle regole di riferimento in materia di separazione e di rapporti tra genitori e figli.

Appare interessante sottolineare che quando si parla di adozione le regole sono rigidissime in quanto la coppia che desidera adottare un bambino viene valutata per verificare se è una coppia adeguata a rispondere ai bisogni e necessità del minore.

Gli operatori che si occupano di valutazioni che spingono la coppia che vuole adottare focalizzano l’attenzione su alcuni criteri che sono fondamentali quali:

    • le motivazioni che spingono la coppia ad adottare un bambino;
    • le aspettative e i vissuti legati al singolo individuo della coppia rispetto al bambino;
    • l’età del bambino;
    • capacità della coppia di sostenere le responsabilità che l’adozione stessa richiede dal punto di vista concreto di accudimento nei bisogni fondamentali, di cura, di educazione, di socializzazione, ecc.

disponibilità emotiva a elaborare la storia pregressa del bambino, integrarla con la storia attuale di famiglia e progettarla per un futuro processo di individuazione del bambino stesso.

L’operatore, da un punto di vista psicologico, valuta tutti questi aspetti in quanto la coppia deve essere consapevole del cambiamento che avverrà allorquando da un posizionamento diadico si organizzerà la triade.

È evidente, da ciò detto che il progetto di vita di coppia e la correlazione di questo alla responsabilità genitoriale è orientata e finalizzata all’interesse del bambino ovvero in senso altruistico e non egoistico.

Di tutte le variabili considerate quella legata al vissuto emotivo attraverso il quale la coppia arriva all’adozione è un elemento fondamentale nel predire il fallimento o la riuscita dell’adozione. Il progetto adottivo, quindi, non è legato alla procreazione del figlio ma si inserisce in una dimensione molto più grande legata alla responsabilità genitoriale.

Anche entrando nel merito della coppia separata sarebbe fondamentale considerare gli stessi punti, ovvero:

    • le motivazioni che spingono la coppia a separarsi;
    • le aspettative e i vissuti, rispetto il figlio, da parte del singolo individuo padre e del singolo individuo madre ormai non più coppia genitoriale;
    • l’età del bambino;
    • capacità dei singoli genitori di sostenere le responsabilità che l’affidamento stesso richiede dal punto di vista concreto di accudimento nei bisogni fondamentali, di cura, di educazione, di socializzazione, ecc.
    • disponibilità emotiva a elaborare la storia pregressa del bambino come coppia genitoriale integra e progettarla per un futuro processo di individuazione del bambino stesso come individui genitori scissi come coppia.

Il fine di tutto ciò è garantire i fattori di protezione per il bambino e, quindi, quegli organizzatori psichici rappresentati dalla coppia genitoriale come archetipo sentimentale primario.

Diversi, quindi, sono gli aspetti che si devono esplorare per indagare i processi psicologici e la dimensione clinica del bambino all’interno dell’evento separazione genitoriale.

Processi psicologici e dimensioni temporali

Le esigenze della vita quotidiana necessitano di tempi cronologici che per ognuno di noi iniziano con la nascita e terminano con la morte. I tempi sociali sono circoscritti e finiti, scandiscono i ritmi della nostra esistenza organizzandola in spazi fisici definiti all’interno dei quali si svolge la vita di ognuno. Poi ci sono altre dimensioni temporali entro cui l’esperienza può essere sognata, immaginata, pensata, mentalizzata, e questi sono i tempi squisitamente psichici che non sono mai congrui con quelli cronologici in quanto sono estesi su piani diversi di realtà.

Nella coppia il tempo del dolore, del lutto legato alla separazione può essere più o meno dilatato a seconda delle motivazioni che sottendono alla separazione stessa. Nel conflitto diadico la coppia assume posizioni che possono essere alternativamente oscillanti tra vittima/persecutore.

Nel figlio il tempo del dolore è intimamente legato all’età in quanto sicuramente molte sono le variabili che interferiscono sulla reazione del figlio alla separazione della coppia genitoriale (temperamento, capacità di tollerare le frustrazioni, la qualità della relazione, di attaccamento che la coppia è riuscita a organizzare prima dell’inizio del processo di separazione), ma l’età rimane il fattore dominante. Inoltre, nel figlio cambia il posizionamento rispetto ai genitori in quanto lui è sempre vittima: è colui che subisce, come protagonista passivo, le scelte della coppia genitoriale o di uno dei membri della coppia, scelte che portano a una scissione interna della rappresentazione dell’immagine genitoriale che da coppia padre/madre, diventa individuo padre/individuo madre svuotati dell’energia integrativa di coppia genitoriale.

Nel mio lavoro focalizzerò l’attenzione sui figli e sul fatto che la separazione dei genitori rappresenta per il figlio sempre un trauma, un evento lesivo per il suo sviluppo.

In questi ultimi anni, gli studi scientifici nazionali e internazionali si sono focalizzati sulla trattazione degli aspetti traumatici dei vissuti psicologici dei figli esposti alla separazione genitoriale.

Nella mente del figlio la coppia genitoriale non è assente ma è presente come coppia lesa in quanto non ha più una collocazione definita, perde di forza, di identità, di dignità, di guida ed entrano in gioco fattori a potente carica negativa. Uno di questi è molto spesso la presenza di una nuova/nuovo partner accanto al padre o alla madre, la presenza di altri figli e ciò sancisce il fatto di essere stato derubato, defraudato del suo posto di figlio di quella coppia genitoriale.

Alla scissione esterna della coppia Padre/Madre, sia essa differenziata e non conflittuale oppure invischiata e conflittuale comunque nel Figlio si attuerà una scissione interna.

Il trauma è sempre presente nel figlio e il livello di gravità varia a seconda di alcune variabili quali:

    • l’età del figlio
    • le caratteristiche personologiche del figlio
    • le caratteristiche personologiche dei genitori
    • le motivazioni alla separazione
    • la storia separativa in relazione alla storia pregressa alla separazione.

Età del figlio e dimensioni del trauma

PRIMA INFANZIA

Lanotte prima infanzia

È ovvio che l’età del figlio è fondamentale in quanto più il bambino è piccolo e più dietro il processo di separazione di coppia si organizza una difficoltà importante legata ai processi di attaccamento, ai riferimenti affettivi primari, definiti gli organizzatori psichici dell’Io.

Il bambino entra nel mondo attraverso relazioni intrapsichiche e interpersonali. La prima attività relazionale, in senso primario e primitivo è caratterizzata dalla identificazione proiettiva che permette al bambino di appoggiarsi a un Io ausiliario per sopravvivere sia da un punto di vista fisico che psichico. Questo tipo di relazione, proiettivo-narcisistica con l’oggetto di riferimento primario, sarà il punto stabile da cui partire per una attività esplorativa dell’Io in cui si amplieranno le relazioni oggettuali con l’altro diverso da sé, si organizzerà la costruzione del tu e dei processi identificativi secondari in un continuo processo di differenziazione e individuazione. Il fine è una costruzione dinamica della percezione e del vissuto dell’immagine di sé in relazione empatica con l’altro.

Tale costruzione dinamica dell’Io poggia su una relazione diadica Padre/Madre che rappresenta il primo organizzatore psichico dell’Io che viene realizzato attraverso una immagine internalizzata, introiettata e interiorizzata fino ad arrivare ad avere una propria completezza e autonomia interna da essere sottoposta in misura limitata alle disposizioni della coscienza.

Compito della cultura comunque è quello di organizzare dei meccanismi di tutela (giuridica, sociale, psicologica) che servono a contenere situazioni perturbanti.

Nelle relazioni di coppia il fattore affettività ricopre un ruolo fondamentale e un depotenziamento di tale fattore rende i legami poco significativi da un punto di vista sentimentale.

L’unione di coppia sentimentale come avvenimento non più privato ma pubblico e socialmente riconosciuto stabilizza un’identità reale e non più ideale.

È proprio nella fase della prima infanzia, infatti, che la memoria implicita correlata a tutte le modalità di comunicazione emotiva pre-verbale, pre-logica, diventa la base portante dell’Io che assorbe l’atmosfera emotiva negativa, all’interno della quale ci possono essere diversi vissuti da parte degli elementi della coppia.

In questa fase il trauma per il bambino assume dimensioni pervasive.

Uno dei vissuti più pericolosi è responsabilizzare inconsciamente il nuovo nato come motivo di scissione della coppia e proiettare, quindi, sul figlio la rabbia, la depressione, i vissuti abbandonici, attivando immediatamente vissuti di colpa nel figlio non ancora in grado di elaborarli, mancando le competenze fisiologiche e psicologiche.

Un altro vissuto pericoloso è compensare la perdita da parte del genitore con la sostituzione del figlio piccolo, organizzando una relazione simbiotica orientata a colmare il vuoto depressivo. Sul qui e ora possiamo non avere evidenze cliniche nel bambino ma non dobbiamo far finta di nulla pensando che la strutturazione dell’Io infantile non risenta dei meccanismi difensivi dell’ Io adulto.

SECONDA INFANZIA

Lanotte seconda infanzia

Nella seconda infanzia abbiamo nel figlio maggiore capacità di percepire ed elaborare la realtà dell’abbandono anche rispetto a ciò che i genitori diranno lui. La scissione nel figlio nel caso specifico, comunque, provoca una ferita che i genitori dovranno essere in grado di risanare o, comunque, di riparare. La sofferenza legata alla percezione e al vissuto di sgretolamento del legame affettivo di coppia può attivare nel figlio componenti di somatizzazione dell’ansia e/o istanze aggressive e/o passivo-aggressive che possono compromettere il funzionamento psichico.

Nella fase preadolescenziale uno degli aspetti fondamentali per il figlio è legato alle motivazioni che hanno spinto la coppia a separarsi e quindi alle ragioni di tale evento. Quando le motivazioni sono focalizzate su un bisogno specifico di un elemento della coppia, spesso legato al tradimento di uno dei genitori, il figlio diventerà alleato del genitore che vivrà come vittima.

La relazione che si stabilirà sarà quindi: genitore vittima/figlio vittima versus genitore persecutore.

FASE PREADOLESCENZIALE

Lanotte adolescenza

La dimensione vittime/persecutore apre la strada alle patologie relazionali che si organizzeranno nel rapporto genitore/figlio.

Se da un punto di vista clinico prendiamo in considerazione il posizionamento vittima/persecutore possiamo ipotizzare a esempio la PAS o, comunque, il funzionamento patologico all’interno di relazioni familiari.

Proprio dalla lettura di quanto affermato nella sentenza della Corte di Cassazione n. 7041/213 che comprendiamo quanto sia inutile sotto il profilo giuridico fare riferimento a una sindrome che non solo non ha un fondamento scientifico in ambito medico ma che viene considerata in ambito giudiziario dalla Corte di Cassazione come “priva del necessario supporto scientifico” e, quindi, irrilevante, in quanto tale, ai fini della decisione. D’altro canto gli elementi costitutivi della “sindrome” ovvero il comportamento condizionante del genitore e l’allineamento del minore dovranno essere singolarmente valutati dai Consulenti Tecnici d’Ufficio e dal Tribunale come elementi indicativi di una probabile difficoltà o incapacità genitoriale.

Le modalità giuridiche, soprattutto la lungaggine dei tempi attualmente presenti in questo tipo di cause, aggravano ulteriormente il trauma che comunque è presente.

Al figlio non è riconosciuta una dignità di figlio, non è riconosciuto il ruolo di vittima al quale dovrebbe essere obbligatorio il risarcimento del danno da parte dei genitori in relazione alle motivazioni della separazione e in relazione alla loro incapacità di mediare il conflitto laddove tale mediazione possa essere proponibile.

La società non è attenta ai figli in quanto il figlio è considerato “il frutto”, spesso un “sottoprodotto” della coppia poiché l’unica tutela che ha, durante il processo di separazione di coppia, è la “responsabilità” che gli stessi genitori dovrebbero avere solo per il fatto di averlo generato.

Chi svolge il ruolo di CTU e/o CTP in questo tipo di cause sa perfettamente che l’Avvocato che è chiamato a intervenire si trasforma in un paladino della propria parte rendendo marginale l’unica e sola vittima, il figlio, presente tra lo scontro tra padre/madre che possono essere in modo alternato sia vittima che persecutore l’uno dell’altro ma sicuramente sempre persecutori nei confronti del figlio.

Il figlio è l’unico componente della coppia che gli avvocati, i CTP, i CTU dovrebbero tutelare ponendolo al centro del problema creato dalla coppia.

La crisi di coppia spesso viene declinata come crisi di famiglia, attribuendo al figlio un posizionamento attivo all’interno di un processo che lui non avrebbe mai voluto e del quale può solo subirne gli effetti.

C’è l’idea, da un punto di vista giudiziario, che se la coppia è in accordo per la separazione vada tutto bene per i figli, quindi, una separazione non conflittuale garantirebbe i figli da effetti collaterali dovuti alla separazione.

Così come il sistema familiare è qualcosa di diverso dalla semplice somma dei suoi componenti come individui autonomi in relazione tra loro, anche per la coppia genitoriale è valido lo stesso paradigma. Per il figlio la coppia genitoriale non è uguale alla somma padre + madre, è qualcosa di diverso da due entità unite tra loro. La coppia genitoriale è considerata dal figlio un’unica entità che trascende la figura di padre e di madre.

Una società attenta a tutelare i propri figli sia all’interno del sistema familiare e poi all’interno del sistema sociale, dovrebbe comprendere che il percorso separativo costituisce un’esperienza psicologicamente inconcepibile per il figlio ma socialmente necessaria per l’adulto - genitore e quindi dovrebbe sperimentare proposte creative orientate a far sì che i figli, per lo meno in età prescolare abbiano l’opportunità di sperimentare la coppia unita con degli accordi condivisi di “responsabilità genitoriale” prima di diventare genitori. È palese durante le CTU di affidamento in caso di separazione, la strumentalizzazione dei figli nel gioco di alleanze di coppia conflittuale, figli chiamati ad assumere ruoli differenti e costretti a schierarsi ora con l’uno ora con l’altro genitore, a mediare il conflitto genitoriale o a rappresentare il braccio armato dell’inconscio di una parte contro l’altra.

Sperimentare la separazione per un figlio è sempre traumatico e, in quanto trauma di conseguenza entra a far parte di un processo clinico che può diventare psicopatologico, ma tutto questo è da valutare caso per caso e soprattutto nel momento in cui il figlio è impossibilitato ad affrontare la sofferenza di un cambiamento.

Conclusioni

L’individuo adulto adattato e adattabile, equilibrato nelle sue componenti essenziali di tipo personologico, dovrebbe avere integrato nel suo percorso evolutivo la dimensione sociale con quella psichica. La mancata integrazione tra queste due dimensioni dell’Io conduce a patologie importanti di tipo scissionale. Considerando il percorso evolutivo di questo individuo di cui stiamo parlando non possiamo non considerare le fasi evolutive da lui attraversate all’interno di tempi, spazi, oggetti, relazioni dove a volte la rimozione, la negazione e il diniego appaiono l’ultima spiaggia per evitare di conoscere ciò che gli appartiene essendo figlio di una coppia che non è stata in grado di offrire organizzatori psichici di base per potergli offrire un punto d’appoggio stabile e sicuro nel suo percorso esistenziale.

Intervento presentato al Convegno “Minori e relazioni familiari fra trasformazioni sociali e mutati scenari giuridici: nuove domande cliniche e nuove sfide per i servizi”, organizzato da AIPG Associazione Italiana di Psicologia Giuridica e l’Istituto Centrale di Formazione Dipartimento per la Giustizia Minorile in collaborazione con ASL RM/B e ASL RM/E, Roma 23 gennaio 2015.

Bibliografia

Bowlby J., “L’attaccamento alla madre”, Bollati Boringhieri, Torino, 1972 Damasio A.R., “Emozione e coscienza”, Adelphi, Milano, 2000

Edelman G.M., Tononi G., “Un universo di coscienza. Come la materia diventa immaginazione”, Einaudi, Torino, 2000

Gaddini E., Notes on the mind-body question. International Journal of Psychoanalysis n. 68, 1987 Gallese V., “Intentional attunement: Embodied Simulation and its Role in Social Cognition”. In Mancia M. (a cura di), Psicoanalisi e Neuroscienze. Springer, Milano, 2006

Mancia M., “Imitazione, rappresentazione, identificazione: loro ruolo nello sviluppo e nel transfert”, Rivista Psicoanalitica n. 42, 1996

Spitz R., “Il primo anno di vita del bambino. Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali”, Armando, Roma, 1989

Stern D.N., “Il mondo interpersonale del bambino”, Bollati Boringhieri, Torino, 1987 http://www.brocardi.it/codice-civile

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Introduzione

Da diversi anni mi sono orientata a condurre gruppi terapeutici per soggetti in età evolutiva.
La scelta è stata motivata innanzitutto dalla formazione gruppoanalitica che ho conseguito in un training iniziato nel 1980 presso il Centro Analisi Terapeutica di Gruppo (CATG) a Roma.
In ambito istituzionale mi sono perlopiù sempre occupata di tematiche e problematiche relative all’età evolutiva ed al disagio delle famiglie.
I soggetti che accedono ai Servizi pubblici sono sempre più numerosi, le richieste provengono dai genitori a volte sollecitati da canali multipli, per la maggior parte di tipo sanitario e scolastico.
In qualità di gruppoanalista mi è connaturale l’ottica di occuparmi della rete che, cominciando dalla famiglia, si allarga a sistemi successivi i quali, nel corso del processo di crescita, formano i contesti di vita di un soggetto in età evolutiva: innanzitutto la scuola con i suoi connotati di “reticolato” psicosociale, la rete sanitaria composta da altri punti nodali. Sistemi in cui si muovono figure di riferimento che si intrecciano con la rete familiare creando processi di comunicazione (comune-azione) interdipendenti a volte maturativi, a volte vincolanti ed ipotecati da resistenze al cambiamento.
La cultura della rete è volta a promuovere e sostenere un dialogo e può permettere una lettura più complessa per mettere anche in discussione dei principi difensivi, farne circolare altri innovativi e scalzare pregiudizi.

Obiettivo del lavoro

Ritengo sia una mia funzione attivare l’organizzazione sanitaria e quella scolastica affinché si prospettino creativamente, per utilizzare concetti elaborati da Jaime Ondarza Linares, come “reticolati concentrici orizzontali”, adeguati al compito di raggiungere, al meta-livello, gli stessi obiettivi pur impostati in campi diversi. Se tra le organizzazioni come l’istituzione scolastica, riabilitativa, socio sanitaria e clinica si instaura un coordinamento efficace, si co-costruisce una rete integrata dei sistemi operativi che mobilita risorse collaborative ed è funzionale per quel paziente e per quella famiglia in difficoltà.
Ho formato, in momenti diversi, gruppi omogenei per età e per problematiche, ma anche eterogenei ed aperti. I gruppi omogenei (per esempio di soggetti preadolescenti obesi) hanno avuto un input iniziale indotto da motivi sperimentali e di ricerca in collegamento con i medici pediatri endocrinologi dell’Ospedale Civile. I gruppi eterogenei sono stati maggiormente motivati dall’istanza di dare risposta alla domanda ed al bisogno di intervento psicoterapeutico. La selezione ha sempre seguito criteri che tengono conto dei parametri delle indicazioni e controindicazioni individuati e descritti da Slavson e Schiffer (1979).
I bambini mostrano una buona motivazione alla partecipazione e alla gruppalità e posso affermare di aver ottenuto risultati incoraggianti.
In genere la situazione di gruppo è più vicina alla vita reale per sua stessa natura, ed ho potuto verificare, attraverso il riscontro argomentato dei genitori, che i miglioramenti si trasferiscono dalla situazione terapeutica anche alla vita quotidiana. Il gruppo cui mi riferisco in quest articolo, si riuniva di pomeriggio una volta a settimana nel mio studio collocato in un Poliambulatorio. I soggetti erano sei: tre maschi e tre femmine dai sei ai dodici anni che nella prima fase della seduta si dedicavano al gioco, nella seconda parte al dialogo in circolo gruppale, organizzazione dinamica che induce l’instaurarsi di processi intrapsichici, interpersonali e transpersonali. Ritengo che in età evolutiva l’azione e la rappresentazione attraverso il gioco, le verbalizzazioni e la parola sono due polarità organizzative dialettiche delle potenzialità trasformative nello spazio transizionale del setting che conducono al pensiero ed alla riflessione.
Il terapeuta, oltre a condurre il gruppo, vive costantemente la sfida ad inventare modalità nuove come spesso si verifica lavorando con i soggetti in età evolutiva.

Soggetti e metodi

In questo articolo mi ripropongo di analizzare il processo gruppale con la chiave di lettura dei fattori terapeutici.
Nell’ambito dei gruppi di soggetti in età evolutiva attraverso l’esperienza clinica che ho potuto accumulare, posso individuare la presenza più attiva di alcuni fattori terapeutici aspecifici a livello fenomenologico:
1) Universalità: permette di “vedere” nell’altro da me una difficoltà simile o diversificata, ma che, comunque, attenua il disagio di viversi diverso e “strano”: Monia che si vergognava del suo problema (evitamento totale di situazioni di aggregazione sociale dove ci sono palloncini che scoppiano o fuochi artificiali e paura esagerata dei tuoni), ascolta con particolare compartecipazione non verbale la spontanea ed aperta dichiarazione di Gemma la quale riporta una paura, connotata da ansia diffusa e somatizzata, della sua migliore amica minore d’età rispetto a Monia. Monia diventa rossa, contrae i muscoli del viso e tace, il mio sguardo che è volto, forse troppo, a sollecitarla a verbalizzare i propri vissuti non ottiene feedback. Monia riprende la sua chitarra sulle gambe, ma non la usa, lo strumento in questo frangente sembra assumere maggiormente una funzione di oggetto transizionale rassicurante e di difesa al tempo stesso. Dopo circa un mese nel corso di un incontro con i genitori vengo a sapere che la bambina ha partecipato ad un compleanno dove potevano anche scoppiare i palloncini e, nell’occasione di un temporale che si abbatte in città, durante la seduta assisto personalmente ad un agito di dimensioni ridotte rispetto a quelli riferiti dalla madre.
2) Informazione: Eleonora quasi alla fine del suo percorso chiede: “ma noi che ci veniamo a fare qui?” Eleonora ha un ritardo psicomotorio e da sempre ha frequentato un centro di riabilitazione. Ha l’insegnante di sostegno a scuola, viene al gruppo orientata dalla pedagogista del suddetto centro. Nel gruppo assume una funzione di leader, è la più grande, la più disinibita, parla della rabbia per la fidanzata del papà separato, da diversi anni, dalla madre. Nel corso della frequenza al gruppo compare il menarca che un po’ la destabilizza, diventa irascibile e sfida la terapeuta appena può, sferrando attacchi al legame e ventilando minacce di non venire più. La dimensione del controllo è molto presente in lei e viene a sapere che un’assenza di Monia è motivata da un problema legato alle mestruazioni. Eleonora, che non ha mai avuto la possibilità di coltivare amicizie, nessuno la chiama per uscire o andare al cinema o ad una festa di compleanno, parla di ciò che accade alle donne quando hanno le mestruazioni. La ascoltano tutti immobilizzati compresi i due maschi:il più piccolo non si esprime verbalmente, il preadolescente risponde esibendo atteggiamenti per mostrare di essere grande ed informato, balbetta come sempre quando è in imbarazzo, imita e simula le donne con il mal di pancia e racconta di aver notato l’ “attrezzatura” della madre. Le bambine più piccole mostrano titubanza mista a curiosità, lanciandomi occhiate di richieste a vari livelli di interrogazione e comunicazione. Eleonora acquista via via nel gruppo ed attraverso il gruppo, una maggiore stima di sé che si proietta anche all’esterno, inizia un corso di canto e ora si chiede perché lei dovrebbe stare ancora nei luoghi curativi.
3) Altruismo: è veramente straordinario osservare l’attenzione dei bambini tra di loro.
In alcuni gruppi, più eterogenei per età, i grandi offrono con dedizione cure ai più piccoli specialmente nella fase di ingresso: Marco, che ha comportamenti improntati ad estrema rivalità con il suo fratello minore, assume atteggiamenti di aiuto anche fisico verso il compagno che ha la stessa età del fratello. Nel gruppo si producono transfert laterali che creano una risonanza coinvolgente di emozioni creative e propositive, in un misto tra meccanismi di proiezione ed identificazione.
4) Ricapitolazione correttiva del gruppo familiare: I bambini sono molto dipendenti dalla famiglia e difficilmente criticano i comportamenti dei genitori se non in relazione a rivalità molto spesso di natura edipica. Il contesto gruppale permette però una risonanza amplificata dei contenuti verbali che, quindi, divengono espressione per tutti di ascolto e ricalibrazione interna. Dai suggerimenti e dalle indicazioni che emergono si intuisce il focus che riverbera in ciascuno anche in modo sotteso ed inconsapevole e ciò permette al terapeuta manovre interpretative non solo, ma di lettura e rilettura delle interazioni. Anche le dinamiche interne al gruppo, l’ambivalenza, la possessività, le gelosie coprono e scoprono aspetti relativi alle relazioni famigliari che poi possono essere ricondotti come tematiche oggetto di colloquio con i genitori.
5) Sviluppo di tecniche di socializzazione: questo fattore terapeutico è fortemente riscontrabile in un’analisi di gruppo. I soggetti in età evolutiva, infatti, frequentano assiduamente ambiti di gruppalità (la scuola, lo sport, la parrocchia, i gruppi di riabilitazione, il tempo libero). Quello che sperimentano in un gruppo terapeutico è peculiare e funge da lievito per l’esternazioni di emozioni che in altre forme di gruppalità non hanno dimensione spazio temporale: l’hic et nunc ma anche la possibilità di sperimentare e prolungare, nel tempo del setting, aspetti emozionali che rimangono vivi sia nella memoria gruppale sia nell’attenzione del terapeuta.
Le questioni sul campo si riprendono verbalmente dopo un tempo minimo che lascia lo spazio “giusto” per dosare la forza che viene pesata nel circolo gruppale. Le verbalizzazioni dei contendenti o le osservazioni degli altri, i silenzi carichi di disorientamento sono testi di lettura, danno all’Io narrante un vigore comunicativo.
6) Comportamento imitativo: in alcuni gruppi questo fattore terapeutico assume maggiore spessore, in altri ha meno incisività. Non ho mai trovato un comportamento imitato nell’ambito dello spazio riservato alla comunicazione verbale. Per esempio la sfida al terapeuta non si è mai tramutata in sfida collettiva. Il gruppo cui mi sto riferendo finora ha sempre fatto da sfondo alle forme di oppositorietà e di aggressività di qualcuno. I bambini disapprovano tacendo, l’imitazione è scattata di più nella fase agita del gruppo durante l’attività teatrale, pittorica, nella scelta dei giochi.
7) Apprendimento interpersonale: questo fattore è dinamicamente ed attivamente presente nei gruppi in età evolutiva. I bambini ed anche i preadolescenti hanno una capacità introspettiva che passa attraverso la decodifica esplicita ed implicita. I bambini più introversi osservano abilmente, si nota il loro sguardo che passa da uno all’altro dei compagni, si sofferma sul terapeuta a chiedere un intervento o a ad allacciare rapide alleanze. Osservano e dicono cosa sta succedendo, attaccando soprattutto se coinvolti in prima persona, si crea lo spazio di espressione della rabbia, si ridefinisce il proprio feedback emotivo. Sono aspetti volatili che si estinguono sùbito, ma altre volte si sedimentano e vengono ripescati dopo un po’di sedute. Raccontano situazioni scolastiche analoghe cariche di cose sospese. Avvilimenti ed annichilimenti che hanno lasciato tracce che gli adulti non hanno preso in considerazione. Raccontano situazioni familiari e fanno circolare una buona empatia accanto alle informazioni personali. La rete interattiva attuale e quella internalizzata si attivano nell’hic et nunc della matrice gruppale del contesto terapeutico permettendo l’emergere di comunicazioni cariche di significati esistenziali. Mario riporta come contenuto il messaggio recepito a casa di essere “un figlio tribolato”, Eleonora si incuriosisce e propone per diverse sedute di seguito di parlarne, ogni tanto tornerà, in modo non minaccioso o meno distruttivo, questo concetto. Ciò viene anche ripreso con i genitori dei soggetti che erano sembrati più invischiati ed intrappolati in questa definizione di sè proiettata sui figli, potenzialmente operando una spinta in senso di circolarità dinamica e creativa.
I genitori riescono a trattenere un riconoscimento delle parti buone dei figli, una possibilità di esprimere più spontaneamente gli affetti. Il padre di Mario espone il vissuto doloroso di pensare il figlio gay, la madre di Eleonora riesce a pensare ai limiti intellettivi di sua figlia apprezzando la costruttività relazionale che ha cominciato a notare in lei. Oltre che apprendere dalla propria esperienza che è un processo continuo, l’apprendimento interpersonale è un fattore trasformativo, una potenzialità che permette di confrontarsi con eventi spiacevoli che causano sofferenza e turbano l’equilibrio. Il gruppo offre risorse contro il senso di inadeguatezza, è una matrice dove si può essere accolti ed ascoltati è “la stanza dei segreti” così come dai soggetti stessi è stata denominata la struttura dove si incontrano ed interagiscono. Il gruppo induce o attiva la capacità di fare esperienze osservative e di ascolto particolari, affina l’empatia.
8) Coesione: questo è un fattore molto presente e visibile nel gruppo dei soggetti della fascia di età di cui tratto, è visibile la sua forza ed è visibile la sua dispersione quando si creano anche sottogruppi o magari coppie in antitesi.
La coesione viene meno se ci sono competitività e interesse inconscio a creare resistenza. I bambini, però, possono ristrutturare, attraverso le attività, la coesione delle dinamiche le quali possono ridisegnarsi e rafforzarsi attraverso la solidarietà del fare. Il gruppo può riuscire a comprendere, contenere e consolare, far acquisire funzionali modalità di relazione ed apprendimenti vicarianti.
Le conflittualità, i tentativi di coalizione e triangolazione si dissolvono con una certa facilità poiché il veicolo dell’interesse a fare insieme o a confrontarsi sull’azione crea i presupposti di un working training in action più facilmente e spontaneamente. Quando uno di loro non è presente, i bambini si sono abituati ad informarsi, vogliono ascoltare la segreteria telefonica in cui viene preannunciata l’assenza e vogliono telefonare per sentire il compagno e salutarlo.
9) Catarsi: Ho trovato l’ incisività di questo fattore nel gruppo dei soggetti che avevano genitori separati in cui era forte il senso dell’esperienza della lacerazione di certi legami ed i meccanismi di identificazione si attivano su un fronte drammi e di “guerra”. La rabbia, la frustrazione, la solitudine, l’odio, la strumentalizzazione cui sono soggetti i figli contesi trova, a mio avviso, nel gruppo un terreno di svuotamento e di catarsi. I bambini hanno bisogno di sentirsi capiti, senza essere trascinati in corse al massacro. personale funzione quanto mai trofica in senso esistenziale. Il gruppo permette una narrazione anche frazionata, un collage, un mosaico con tessere che sono immediatamente alla portata di comprensione di tutti gli altri. A volte diventa una narrazione a più mani dove i confini spesso si compenetrano sui vissuti e non sugli episodi. Le tematiche sono molto simili e i bambini esprimono compartecipazione e pensano insieme in un campo emotivo.
Ho potuto constatare la forza dei fattori coesione, catarsi, altruismo in presenza di soggetti con drammi familiari come lutti. Anche in questi casi, a dire il vero piuttosto sporadici rispetto ad altri traumi esistenziali, il piccolo gruppo è un contenitore, ha una funzione di aiuto, ma è anche vero che la perdita reale di un genitore rievoca angosce di vuoto che si spalancano inquietanti e poco tollerabili e che nel piccolo gruppo possono provocare resistenze e barriere emozionali.
10) Rispecchiamento: si avvia e si consolida nel tempo una capacità di funzione riflessiva, di mettersi nei panni dell’altro, stare in contatto e restarci, lo si vede anche dal fatto che, nelle volte successive, i bambini chiedono sullo stato di benessere o malessere.
Un sistema di fratelli, un soggetto collettivo che nel gioco e nello scambio conversazionale del circolo gruppale, lavorano per pensare.

Discussione dei dati

Ho il più delle volte appurato che i membri del gruppo vengono volentieri, come se il gruppo diventasse una base di riferimento e di rifornimento di esperienze di sicurezza, alternative ad altri ambiti dove ci sono riconoscimenti più stereotipati ed appiattiti su parametri di capacità/incapacità. Alcuni drop-out sono stati chiaramente causati da ambivalenza dei genitori e dalle loro paure di cambiamento.
In alcune esperienze ho potuto dedicare spazi terapeutici gruppali collaterali anche ai genitori dei soggetti in età evolutiva. Nel gruppo dei bambini, figli di genitori separati, il lavoro tentato sulla genitorialità è stato caratterizzato da un’impronta di tipologia di mediazione familiare escludendo la collegialità del gruppo essendo già difficile e conflittuale conciliare gli orari della singola coppia.
Ho verificato, ovviamente, come l’alleanza con i genitori ponga le fondamenta per qualsiasi costruzione successiva, così come è importante il rapporto con la rete e i nodi della rete(i pediatri e/o altri operatori sanitari invianti o le insegnanti quando e se voluto dalla famiglia).

Conclusioni

Si è verificato come i genitori, al momento della restituzione dopo la consulenza da loro richiesta sui figli, mostrino una legittima curiosità a capire che cos’ è una terapia di gruppo e mostrino di interessarsi al concetto, che estendo e argomento sull’aiuto per il figlio, secondo cui è valido e propulsivo comprendere sentimenti e condividerli poiché attraverso la comunicazione certe sensazioni ed emozioni difficili da tollerare diminuiscono la forza disorganizzatrice e angosciosa. La complessità sta nel far capire l’importanza del significato del sintomo o dei segnali di disagio e a cosa portano;la complessità sta nel disperdere frantumare la rigidità raziocinante, schematica di “sapere” da dove nascono, per esempio, un’inibizione alla conoscenza e un’ inibizione affettiva, una soggettività bloccata spesso sottese nelle problematiche comportamentali. Lo scopo è quello di indurre una lettura con una diversa coloritura emotiva e con un adeguato senso delle proporzioni.
Il terapeuta gruppoanalista che si occupa sia dei genitori che dei loro figli, oscilla costantemente tra l’identificazione con i genitori che manifestano le proprie difficoltà nelle funzioni genitoriali e l’identificazione con i bambini e o con gli adolescenti. Da parte mia ho trovato difficoltà a tenere quella che Corbella(1998) considera una “visualizzazione mentale” del gruppo dei genitori, problema riconducibile, probabilmente, anche al limite di una mancanza di sistematicità del lavoro con loro. Nel processo di costruzione dell’identità personale si rafforzano il senso di fiducia in se stesso, l’autostima nella percezione del sé che trovano eco e specchio tra i pari, nel coro del gruppo identificatorio, laboratorio della relazione e nello “sguardo” della terapeuta rappresentativo di un amore materno equo ma non unico, valutazione e comprensione, accettazione, sentimenti di buona esperienza garanti di una crescita globale più equilibrata.

Adriana Frusto
Psicologa, Psicoterapeuta, Gruppoanalista, Dirigente psicologo ASUR Marche, Area Vasta 3, Consultorio familiare Civitanova Marche.

Bibliografia

Corbella S., (1988) La psicoterapia di gruppo in Semi A.A.(CUR.) Trattato di Psicoanalisi. Vol. I, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Ondarza Linares J. (a cura di), (2009) L’inconscio sociale – la prospettiva gruppoanalitica. Roma, Edizioni Universitarie Romane.
Slavson S. R., Schiffer M., (1979) Psicoterapie di gruppo per bambini.Torino, Bollati Boringhieri.
Yalom I. D. (1997), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo. Torino, Bollati Boringhieri.