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perlas

Cenni sulla Psicologia della Gestalt

Frederick S. Perls si è laureato in medicina a Berlino nel 1921. Si è specializzato in psicologia negli istituti di Berlino, Vienna e Francoforte; qui nel 1926 era assistente nell’Istituto Kurt Goldstein. Sempre a Francoforte è stato amico di Tillich, Buber e Scheler ed altri pensatori esistenzialisti. Il movimento della Bauhaus, al quale Perls si accosta, evidenzia l’importanza del “razionalismo e funzionalismo”.Oltre all’importanza dell’oggetto, che deve allo stesso tempo essere funzionale e razionale il movimento architettonico della Bauhaus progettava delle ampie strutture con ampie finestre in modo da permettere che la natura entrasse all’interno della struttura casa e permettesse all’individuo di farne parte. Come vedremo in seguito questo movimento culturale e filosofico insieme agli studi della fenomenologia della Gestalt e della teoria del campo di K.Lewin influenzerà profondamente la teorizzazione della psicologia di F. Perls.

Pearl ha fatto l’analisi didattica con Karen Horney, Helene Deutsch, Clara Harpel, Hitschmann e Harnick ed in seguito è stato in analisi didattica con Reich, fino all’avvento del nazismo in Germania. Dopo una breve parentesi sudafricana che segna il suo primo articolo che lo portò all’espulsione dalla Società Psicoanalitica, si è stabilito negli Stati Uniti. Qui ha creato alla scuola di terapia della Gestalt ed ha diretto l’Esalen Institute, in cui si elaborano e praticano le terapie ispirate alla corrente gestaltica.

Muore negli Stati Uniti nel 1970.

Pearl ad Esalen sperava di creare un centro dove i terapeuti potessero vivere e studiare, seguendo i propri interessi e nel quale sarebbe emerso un modo di vita che avrebbe incoraggiato una maggiore consapevolezza ed integrazione delle parti rinnegate.

Proprio queste convinzioni lo portano ad elaborare un modello ed una tecnica terapeutica come quella della Gestalt. Questo tipo di terapia è centrata sul tentativo di portare l’uomo a vivere una vita piena e ricca, di fargli scoprire la propria energia, il proprio entusiasmo e la propria potenzialità e tutte parti che non riesce a soddisfare ed a far emergere.

Per raggiungere questi obiettivi Pearls parte da quattro concetti fondamentali che riprende ed elabora dagli studi compiuti in Germania dagli sperimentatori della percezione.
1) concetto figura/sfondo: la teoria della Gestalt considera l’organismo e l’ambiente come un insieme in interazione e in integrazione: un campo, una gestalt o una configurazione. Perls scrive: “La novità qui non va ricercata necessariamente nelle componenti individuali che costituiscono la teoria, ma piuttosto nel modo in cui queste componenti vengono usate e organizzate; ed è proprio questo che conferisce all’approccio gestaltico la sua unicità…” Perls riprende il concetto che l’uomo non percepisce le cose come elementi sconnessi ma tende ad organizzarli ed ad elaborarli come forme compiute e significative.Ognuno sceglie un elemento predominante in base ai propri interessi ed aspettative assumendo una posizione di primo piano nelle sue percezioni e facendo recedere sullo sfondo tutti quegli elementi che in quel dato momento hanno per lui poca importanza. Fino a quando l’interesse permane la scena che l’uomo vive apparirà organizzata e strutturata secondo una forma significativa, quando l’interesse decade la percezione viene atomizzata e la forma perde il suo significato.

2) concetto dell’omeostasi: questo processo governa la vita ed il comportamento dell’uomo perché tende a mantenere ed a conservare un equilibrio interno all’organismo mantenendo così la sua salute in condizioni variabili. L’omeostasi è anche il processo per cui l’organismo soddisfa i propri bisogni. Questi ultimi creano uno squilibrio interno che porta l’organismo ad elaborare un’azione per soddisfare il bisogno e ritrovare uno stato di equilibrio. “La vita” come scrive Pearls “è caratterizzata da questo gioco costante di equilibrio e squilibrio all’interno dell’organismo”.

Quando il processo omeostatico fallisce e l’organismo rimane per un lungo tempo in uno stato di squilibrio, incapace di soddisfare i propri bisogni, si ammala e muore.

Il processo omeostatico è quel processo di autoregolazione mediante il quale l’individuo interagisce con il suo ambiente.

Pearls mette in evidenza il fatto che, oltre ai bisogni fisiologici dell’uomo,esistono dei bisogni psicologici di “contatto” e sono proprio questi ultimi che costituiscono la materia di studio dello psicologo.

3) concetto della visione olistica dell’uomo: Pearls ha un concetto dell’uomo come un organismo unificato in termini di mente e corpo. L’uomo, cioè, è capace di funzionare a due livelli diversi: il livello del pensiero e il livello dell’azione che appaiono indipendenti tra loro. Il pensare, l’attenzione, la volontà, l’immaginare, l’anticipare, tutti questi processi mentali che vengono chiamati da Pearls “fantasia”, danno all’uomo la possibilità di riprodurre simbolicamente, in scala ridotta, la realtà. L’affrontare un problema in anticipo nella fantasia prevedendo ciò che accadrà nella realtà, anche se la corrispondenza non è assoluta, permette all’individuo un gran risparmio di energia e di lavoro. L’attività mentale viene vista da Pearls come l’attività che permette un dispendio “inferiore” di energie rispetto a quelle fisiche. Infatti scrive:”L’organismo agisce con il suo ambiente e reagisce ad esso con maggiore o minore intensità; ma man mano che l’intensità diminuisce il comportamento fisico diventa comportamento psichico. Man mano che l’intensità aumenta, il comportamento psichico diventa comportamento fisico”.
L’energia che l’uomo risparmia con il pensare alle cose invece di agirle può essere investita nell’arricchimento della vita.

4) concetto del confine di contatto: questo concetto si basa sull’osservazione secondo la quale l’individuo non è autosufficiente ed esiste solo in un campo ambientale di cui inevitabilmente fa parte. I suoi comportamenti sono la risultante del campo totale, cioè del suo rapporto con l’ambiente. Sia l’individuo sia l’ambiente acquistano peculiarità particolari grazie al loro reciproco rapporto e reciprocamente s’influenzano. Studiare come funziona l’individuo nel suo campo, significa per Pearls studiare cosa accade nel “confine di contatto” tra l’uomo e l’ambiente.

E’ proprio in quest’ultimo che accadono gli eventi psicologici. I pensieri, le azioni, i comportamenti, le emozioni personali costituiscono il proprio modo di affrontare questi eventi di confine. Con questa visione l’ambiente e l’organismo sono in un rapporto duale di reciprocità in cui l’individuo, per soddisfare i suoi bisogni, si “orienta” nell’ambiente, focalizza in primo piano ciò che gli è necessario, “manipola” l’oggetto, soddisfa il bisogno, l’equilibrio interno si ristabilisce e la Gestalt si chiude. Il momento in cui questo processo viene bloccato in una delle sue parti e la Gestalt non si chiude nasce il sintomo nevrotico che porta ad una mancanza di intuizione dei bisogni predominanti o ad una mancanza di una azione efficace per soddisfarli.

Pearls partendo da questi quattro concetti fondamentali, in cui si può vedere in maniera chiara ed evidente l’influenza degli studi e sperimentazioni della scuola gestaltica, ha rivisitato e rielaborato la psicopatologia nevrotica.

Per la psicologia della Gestalt l’uomo è una funzione del “campo-organismo-ambiente” concezione che gli conferisce una coerenza sia come individuo sia come creatura sociale. Proprio per questo l’uomo nasce con un senso dell’equilibrio sociale e psicologico forte quanto il suo senso di equilibrio fisico. Il momento in cui nascono delle difficoltà nell’elaborazione dei movimenti e delle azioni giuste per trovarlo e mantenerlo, nasce il disagio psichico. Pearls scrive: “Quando, d’altra parte, la ricerca dell’equilibrio porta l’uomo a indietreggiare sempre più, a permettere alla società di imporsi pesantemente su di lui, di sopraffarlo con le sue esigenze e nello stesso tempo di alienarlo dalla vita sociale, spingerlo e plasmarlo passivamente, allora lo chiamiamo nevrotico.

Il nevrotico non riesce a vedere chiaramente i propri bisogni e quindi non può appagarli. Non può distinguere adeguatamente tra sé e il resto del mondo, e tende a vedere la società come più grande della vita e se stesso come più piccolo”.

Pearls identifica le origini di questo squilibrio nelle divergenze di bisogni tra l’individuo ed il gruppo. Per gruppo intende una qualsiasi o tutte le combinazioni di persone che hanno rapporto funzionale e particolare in un dato tempo. L’individuo che fa parte del gruppo si vive il contatto con esso come un impulso primario di sopravvivenza e se la soddisfazione di un bisogno personale richiede il ritiro da esso possono nascere dei problemi.

Il conflitto vero e proprio emerge quando l’individuo non riesce a prendere una decisione sentendosi soddisfatto della decisione presa e non è in grado né di operare un buon contatto con il gruppo, né un buon ritiro, sia lui sia l’ambiente, così, ne subiscono l’effetto. La nevrosi cioè viene vista da Pearls come una manovra difensiva contro un ambiente che viene vissuto come invadente e onnipotente in cui l’individuo non riesce a trovare l’equilibrio ed il giusto confine tra sé ed il mondo. “Il nevrotico”scrive G. Donadio in Gestalt Analitica “è un interruttore: interrompe cioè il proprio contatto con l’ambiente e con i propri bisogni funzionali”.

E’ proprio in relazione al confine di contatto che Pearls analizza e definisce quattro meccanismi di difesa del nevrotico, per lui principali, come l’introiezione, la proiezione, la confluenza e la retroflessione.

1) L’introiezione è quel meccanismo secondo cui il nevrotico incorpora dentro sé norme e atteggiamenti che non sono i propri, cioè il confine tra l’individuo ed il mondo è spostato troppo all’interno dell’individuo tanto che rimangono solo piccole parti del suo vero essere. L’introiezione, cioè, è un errato funzionamento per cui gli elementi ambientali con cui entriamo in contatto non vengono adattati all’organismo, ma vengono posti in esso senza elaborazione.

2) La proiezione all’opposto è la tendenza a gettare sull’ambiente tutto ciò che ha origine da sé, cioè il confine è spostato a favore dell’individuo che disconosce e rinnega quegli aspetti della sua personalità oscuri e sgradevoli.

3) La confluenza è la sensazione che l’individuo avverte quando sente che lui e l’ambiente sono un’unica entità fusi insieme, cioè in quel momento è inconsapevole del confine tra sé e gli altri.

4) Infine la retroflessione è quel meccanismo per cui l’individuo fa a sé ciò che vorrebbe fare agli altri, cioè traccia la linea di confine al centro di sé stesso smettendo di dirigere le sue energie verso l’esterno per dirigerle verso il suo interno e prendendo il suo sé come bersaglio.

Da queste breve panoramica sull’analisi che fa Pearls sul nevrotico si può dedurre come strutturi la sua terapia. Infatti per lui il processo terapeutico è quel processo che corregge le identificazioni “cattive” dell’individuo e le trasforma in “buone”. Intende per identificazioni cattive quelle gestalt non chiuse, che risalgono alle esperienze primarie, e finiscono per deformare o frustrare l’individuo dando luogo ad un comportamento distruttivo nei confronti dell’ambiente. Le identificazioni buone sono legate a quelle gestalt chiuse che lo portano a vivere le soddisfazioni e le sue realizzazioni, promuovono, cioè, l’autorealizzazione, l’autoappoggio e l’autocoscienza di sé. Esponendo questo processo in altri termini si può affermare che la Gestalt torna a far rivivere al paziente quelle esperienze traumatiche, che lo hanno portato a crearsi un sistema di norme e divieti molto rigido e che inoltre lo hanno bloccato nel suo crescere e rafforzarsi. Pearls, cioè, punta il dito sul come oggi il rapporto patologico tra l’Io del paziente ed il suo Super-Io rigido ed isolante, lo porti a congelare le sue esperienze di vita e contatto con il mondo esterno.

Per la Terapia Gestaltica il nevrotico è soprattutto una persona che non riesce a vivere nel presente. I suoi comportamenti sono legati a cause del passato ma le sue difficoltà attuali sono connesse ai modi di agire nell’oggi. La terapia gli fornisce i mezzi per risolvere i suoi problemi attuali ed i problemi che gli si presentano in futuro, attraverso la consapevolezza di se stesso e delle sue azioni, momento per momento, affrontando le difficoltà che emergono nel qui e ora, e risolvendole in quest’ambito. Se la terapia riesce inevitabilmente il paziente risolverà anche i problemi del passato poiché i loro residui causano i problemi nel presente e quindi emergeranno inevitabilmente nel corso della seduta mascherati in diversi modi. La terapia della Gestalt è una terapia che porta e sperimentare nel presente i problemi ed i traumi che l’individuo ha vissuto nel passato, chiedendo al paziente di divenire consapevole dei suoi gesti, delle sue emozioni e dei suoi pensieri. Mano a mano che sperimenta i modi in cui s’impedisce di “essere ora” comincerà anche a sperimentare il sé interrotto, ritrovando un chiaro senso d’ordine dei suoi bisogni a cui in genere attribuisce un valore sempre uguale. Questa tecnica di “concentrazione focale” fornisce uno strumento per la terapia in profondità, perché il paziente concentrandosi sul sintomo impara cosa sperimenta nella realtà ed impara anche come i sentimenti legati ad un’area siano relativi e simili ai sentimenti legati ad altre aree associando così i vissuti attuali con quelli passati.

Nella Terapia Gestaltica non si tratta o s’interpreta ciò che il paziente non vuole vedere o rimuove, ma il “come” lo rimuove: cioè, al contrario della terapia freudiana che parte dall’interno verso l’esterno, questa terapia parte dall’esterno per arrivare all’interno.
Il paziente acquistando consapevolezza sui suoi meccanismi di interruzione acquisisce la consapevolezza che si sta interrompendo e infine di ciò che interrompe. Mediante la concentrazione nel qui ed ora terapeutico si può arrivare ad una integrazione reale ed a elaborare un modo più soddisfacente di vita.
La Terapia Gestaltica come si può comprendere è una terapia che nasce ed è centrata sulle patologie nevrotiche.

L’Io, l’Es e la Personalità come parti del Sé nella Gestalt

Perls in Terapia della Gestalt dedica un intero capitolo al Sé ed alla sua metapsicologia. Da al Sé la funzione di stabilire il contatto col presente e il transitorio e descrive le sue proprietà e le sue attività. Inoltre descrive i tre principali sistemi parziali l’Io, l’Es e la Personalità che lo costituiscono.

Per definire il Sé nella Gestalt bisogna prendere di nuovo quei concetti fondamentali a cui abbiamo accennato prima.

Nel processo omeostatico troviamo una bipolarità dialettica tra l’autoconservazione e la crescita, poiché solo quello che conserva se stesso può crescere per mezzo dell’assimilazione, e solo quel che assimila continuamente le novità può conservare se stesso e non degenerare. Il processo di crescita quindi è la risultante del tentativo conservativo dell’organismo a rimanere come è stato, del nuovo ambiente che è sempre in evoluzione, dalla distruzione dei precedenti equilibri parziali e l’assimilazione di qualcosa di nuovo. Il confine di contatto e tutto ciò che accade in questa linea di demarcazione tra individuo e ambiente è, in generale, la crescita dell’organismo. Perls definisce il Sé “… il complesso sistema di contatti necessario per l’adattamento in un campo difficile. Si può considerare che il Sé si trovi sulla linea di demarcazione dell’organismo, ma la linea di demarcazione stessa non è isolata dall’ambiente ; essa è in contatto con l’ambiente; appartiene ad entrambi, all’organismo e all’ambiente.”(Perls) Il sé integra sempre le funzioni percettive e propriocettive, le funzioni motorio muscolari e i bisogni organici. Questo processo di integrazione è un adattamento creativo e nelle situazioni di contatto il Sé è il potere che forma la gestalt nel campo, o meglio il sé è il processo di figura sfondo nella situazione di contatto. Il rapporto dinamico tra figura e sfondo è l’eccitazione. L’eccitazione è il sentire il formarsi della figura sullo sfondo nelle situazioni di contatto, mano a mano che la situazione incompiuta tende a completarsi. Al contrario, poiché il Sé esiste come adattamento a problemi più intensi e difficili, quando le situazioni si avvicinano all’equilibrio, il Sé diminuisce.

Le situazioni che hanno basso carico energetico come l’inghiottire, la digestione, e l’assimilazione sono poco piene del Sé; al contrario, quelle cariche di energia, come il desiderio,l’avvicinamento, il toccare, i conflitti sono molte piene del Sé.

Il Sé esiste negli spostamenti del confine di contatto tra l’individuo e l’ambiente. Queste aree di contatto possono essere ristrette come nella nevrosi, ma ovunque c’è un confine di contatto esiste un Sé creativo. Nelle nevrosi l’inibizione del Sé è costituita dall’incapacità di concepire la situazione come una situazione mutabile, considerandola una fissazione sul passato immutabile. In parte questo è vero, ma la funzione del Sé è qualcosa di più. E’ l’identificazione con le situazioni mutabili e la loro alienazione, il raggiungimento creativo di una figura nuova e l’operare una differenziazione tra le risposte antiche ed il comportamento unico e nuovo che è necessario.
Il Sé è spontaneo, equidistante ed impegnato nella sua situazione. La spontaneità è il sentimento di agire l’organismo/ambiente che si sta sviluppando, di non essere né semplicemente il suo artigiano né il suo prodotto finito, ma di crescere in esso. La spontaneità significa piuttosto lo scoprire ed inventare mano a mano che si va avanti che si è impegnati nel contatto e lo si accetta.

In questo senso la spontaneità è allo stesso tempo attiva e passiva, è sia la volontà sia l’oggetto dell’azione in una posizione equidistante contenendo in sé entrambi gli opposti.

Il Sé non è consapevole di se stesso in senso astratto, ma è consapevole di se stesso in quanto entra in contatto con qualcosa; parafrasando Aristotele “quando il pollice viene pizzicato, il Sé esiste nel pollice che duole”.

Definito il Sé Pearls descrive le tre strutture del Sé: l’Es, l’Io e la Personalità.

“Contrapponendo l’Io, il Sé e l’Es: L’Io deliberato possiede la stretta unità astratta di mirare ad una meta ed escludere le distrazioni; la spontaneità (il Sé) possiede l’unità flessibile concreta della crescita, dell’impegno e dell’accettazione delle distrazioni come possibile attrazioni; e il rilassamento (l’Es) è la disintegrazione, unificato solo dall’incombente senso del corpo.” (Perls)

Mentre l’Io è la funzione mentale di astrazione e volontà, l’Es al suo opposto ha il corpo come ruolo centrale. Il Sé è il punto centrale, equidistante ed integratore di questi due estremi. Infine la personalità in quanto struttura del Sé è il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali.

La personalità è la consapevolezza di ciò che l’individuo è e che serve da sfondo sulla cui base si potrebbe spiegare il proprio comportamento. La Personalità è la struttura che contiene tutti quegli atteggiamenti che l’individuo stesso comprende e che vengono utilizzati per ogni genere di comportamento interpersonale. Essa è autonoma, responsabile, conosce a fondo se stessa, gioca un ruolo preciso nella situazione attuale, è trasparente ed è il sistema di ciò che è stato riconosciuto.

La Personalità è responsabile e può assumersi delle responsabilità nel senso in cui il Sé creativo non è capace, perché accetta il ruolo di adempiere ad un contratto, mentre la creatività pura non può stipulare contratti in questo senso poiché la sua coerenza prende forma mano a mano che essa va avanti, in sintesi non ha progettualità.

La Personalità è la struttura responsabile del Sé.

Conflitti e Sé

Nelle nevrosi il bisogno di vittoria è centrale ed a soddisfare questo bisogno c’è una vittima pronta. La nevrosi può essere considerata come il trionfo sul Sé. Questo bisogno nevrotico di vincere non è un bisogno dell’oggetto per il quale si lotta e si esercita l’aggressività; è piuttosto il bisogno di aver vinto e di essere un vincitore in quanto tale.

L’individuo nevrotico è già stato gravemente sconfitto, è stato umiliato e non ha assimilato la propria sconfitta, ma cerca ripetutamente di salvare la faccia con i trionfi meschini trasformando in una piccola battaglia ogni rapporto interpersonale ed ogni esperienza, mostrando la propria prodezza. Il conflitto importante ed il lottare per un oggetto che opererà un cambiamento rischiando se stessi, viene specificatamente evitato. Il nevrotico si aggrappa alla sicurezza intersa in questo senso come la cristallizzazione dello sfondo del bisogno organico sottostante e dell’abitudine del passato. Lo sfondo deve essere mantenuto come sfondo. Il contrario del bisogno della vittoria è il “disinteresse creativo”. Ciò significa che l’uomo resta imparziale dal punto di vista creativo, è eccitato dal conflitto e si evolve per mezzo di esso, sia che vinca sia che perda. Egli non è attaccato a quello che potrebbe perdere perché sa che sta cambiando e già si sta identificando con quello che diverrà. A quest’atteggiamento si unisce un’emozione opposta al senso di sicurezza, “la fede”: l’uomo non protegge lo sfondo, ma trae energia da esso. Egli ha fede che esso si rivelerà adeguato.

In genere la società, gli individui pensano che i conflitti abbiano delle componenti negative. Per Pearls nessun conflitto dovrebbe essere sciolto dalla psicoterapia. I conflitti interni hanno forti cariche energetiche e costituiscono quindi i mezzi della crescita. Il compito della psicoterapia è di renderli consapevoli fino a giungere ad una crisi con lo scopo di portare all’aperto quei conflitti importanti di cui fenomeni come le consapevoli battaglie meschine e le interminabili lotte corpo a corpo basate sugli errori semantici, ne sono i segni. Quando il conflitto è pieno di profondo interesse l’individuo mette alla prova ciò che appartiene al proprio Sé e ciò che appartiene alla norma stereotipata. Il conflitto dà la possibilità che l’individuo possa scoprire per prima volta le proprie risorse e creare una figura completamente nuova.

La collaborazione interpersonale non viene raggiunta stabilendo un’armonia a priori, piuttosto quanto più acutamente differiscono le proprie opinioni e quanto queste vengono discusse, tanto più probabilmente produrranno collettivamente un’idea migliore di quella che ognuno di loro aveva individualmente.
Non è saggio placare il conflitto, né reprimerlo od allontanarlo con delle interpretazioni, e non è saggio placare ogni forte elemento di contrapposizione, poiché sono proprio questi elementi che permettono all’individuo di distruggere ed assimilare completamente le norme stereotipate ed idee preconcette e sviluppare una collaborazione creativa, sperimentando nuove parti del Sé.

Il conflitto inoltre ha in se una dose di sofferenza che l’individuo non può né evitare né reprimere. L’eliminare il conflitto significa eliminare la tensione ad esso legato e questo porta inevitabilmente alla noia, inquietudine e dubbi. Al contrario lasciare libera la via al conflitto permette all’individuo di liberarsi dell’idea sia che il conflitto è distruttivo e sia dei preconcetti del come dovrebbe risolversi. In questo modo le soluzioni che l’individuo elabora affluiscono in un “vuoto fertile” che si è formato e che spinge l’individuo ad impegnarsi a spingere in avanti i propri interessi e la sua capacità senza temere lo scontro. Il dolore acquista così la valenza di segnale che richiama l’attenzione dell’individuo su un pericolo attuale e immediato. La sofferenza emotiva è il mezzo per impedire l’isolamento del problema poiché richiama l’individuo ad analizzare a fondo il conflitto permettendo al Sé di crescere nel campo della situazione esistente. Quanto prima l’individuo è disposto a lasciare libera la via al dolore e alla confusione tanto prima finisce la sofferenza. Il vero pericolo per il medico è che l’individuo nella furia del conflitto e della sofferenza emotiva possa essere distrutto e strappato a pezzi. Tuttavia questo problema non va affrontato indebolendo il conflitto, ma piuttosto rafforzando il Sé e l’autoconsapevolezza. Quest’ultimo è il nuovo fattore dinamico che aiuta l’individuo ad affrontare il proprio conflitto quando nel momento in cui acquista l’autoconsapevolezza che è egli stesso a farsi a pezzi.

Il conflitto attiva l’integrazione del Sé, anzi è un mezzo dell’integrazione del Sé. La nevrosi, invece, “è una pacificazione prematura del conflitto”o tregua o insensibilità mirati ad evitare un ulteriore conflitto. La nevrosi ha due stadi di soddisfazione:

1) la soddisfazione della cessazione del conflitto: quando il conflitto raggiunge picchi estremi di tensione e disperazione, l’organismo reagisce cancellando il problema, intorpidendo i sentimenti o paralizzandosi o con qualsiasi altro mezzo per ottenere una rimozione temporanea. Una volta passata la crisi temporanea, se le circostanze non offrono una soluzione, un ulteriore conflitto viene evitato, levando cariche aggressive al Sé, e viene resa stabile la situazione più sopportabile della rimozione. L’individuo si è così rassegnato. L’autoaffermazione del Sè che occupava un posto centrale adesso manca e questo spazio vuoto viene riempito con identificazioni con un’altra persona che probabilmente ha reso il conflitto insopportabile e così ora diventa il proprio Sé.
“Il contrario del vuoto fertile quando si è raggiunto un dato livello di disinteresse (e quel vuoto costituisce la creatività del Sé) è lo spazio vuoto della rassegnazione, dove una volta stava il Sé”(Perls)

2) la soddisfazione del trionfo: quando il conflitto si è placato e si è trovata una soluzione creativa mutando ed assimilando i fattori contrastanti, si ha un sollievo dalla sofferenza, raggiungendo una pace positiva. Nella pace positiva c’è l’ebbrezza della vittoria senza il sentimento di trionfo, poiché si è creata una nuova configurazione. In questo processo creativo anche la sconfitta può dare una pace positiva poiché il nuovo Sé è triste ma integro.
Al contrario, la pace del trionfo è una negazione. La sofferenza dovuta al conflitto è cessata, ma la figura della consapevolezza non offre nuove possibilità, poiché nulla è stato risolto.

Vincitore e vinto ed i loro rapporti continuano a stare alla ribalta: il vincitore è all’erta e la vittima è piena di risentimento. Per questo tipo di relazione sado-masochista il Sé ottiene una quantità enorme di soddisfazione positiva dalla sua identificazione con l’autorità forte. L’individuo, senza rendersene conto, ha sconfitto nella sua complessità il proprio Sé, poiché non ha permesso al conflitto di maturare e di venire una cosa nuova e positiva. Il Sé identificato con l’autorità può dire “Io sono il vincitore”. Questa soddisfazione potente è l’arroganza. Quest’ultima ha diversi elementi:

a) Far cessare la sofferenza del conflitto, arrogandosi il diritto di insolenza e sicurezza del Sé, evitando le pressioni della sconfitta, vergogna ed umiliazione;

b) C’è una soddisfazione nell’esultanza maligna, una specie di vanità dove, detto in termini freudiani, il Super-Io ride dell’Io;

c) Il Sé orgoglioso si arroga le proprietà di autorità, della sua forza, dei diritti, della saggezza e soprattutto della mancanza di senso di colpa.

d) Infine, la cosa più importante, il Sé arrogante può esercitare la sua aggressività e mostrare di continuo di essere un conquistatore, poiché la vittima è sempre disponibile alla dominazione.

Il trionfo del Sé viene socialmente definito come “Carattere”. Un uomo di carattere non cede alle debolezze (eros) schiera ai suoi ordini l’aggressività in modo da ottenere il successo dei suoi Ideali che in realtà sono le norme alle quali si è rassegnato. L’Autocontrollo che la nostra società molto spesso c’impone come norma probabilmente trae la sua energia nella filosofia e cultura che si è sviluppata nei secoli del dominio dell’uomo sulla natura.

La terapia ed il terapeuta

Aiutare il Sé ad integrarsi, aumentare le aree di vitalità ed espanderle in campi più ampi è l’obbiettivo della terapia e trattamento Gestaltico. Questo lavoro incontra la resistenza principale nella riluttanza del Sé a crescere in quanto è proprio il Sé che mantiene uno stretto controllo contro il proprio processo di sviluppo. In questo senso Perls riprende il concetto di corazza difensiva di Wilheim Reich in cui il controllo del corpo e del sistema motorio che esercita il Sé su se stesso ha carattere difensivo ed appartiene ad una struttura comportamentale.

La terapia ha l’obbiettivo di liberare l’aggressività dal suo bersaglio fissato ed errato che è l’organismo, rendere consapevoli le figure introiettate per permettere la loro distruzione, deve riportare al contatto e al conflitto gli interessi settorializzati ed infine deve contare sul potere integrativo del Sé e sul suo stile particolare.
Il contatto, ovverosia quel processo di assimilazione e crescita, consiste nel lento costituirsi o configurarsi di una figura prevalente su uno sfondo o contesto del campo organismo ambiente. La figura così delineata è una percezione vivida e chiara, un’immagine e un insight che contiene in sé sia il bisogno e l’energia dell’organismo e sia le possibilità probabili dell’ambiente. Il rapporto figura sfondo si forma in un processo dinamico e la figura dominante riceve energia e luminosità dalle risorse del campo. In questo senso si comprende come ogni evento psicologico non può essere trattato al di fuori del suo contesto socio-culturale, biologico e fisico. Ogni volta che la figura appare scialba, confusa, priva di grazia (gestalt debole) ciò è dovuto ad una mancanza di contatto legato ad un blocco nella situazione ambientale o all’impossibilità di espressione di un bisogno vitale. La terapia consiste nell’analisi della struttura interna dell’esperienza reale, qualunque sia l’intensità del contatto che la caratterizza. L’interesse della terapia non è costituito da ciò che viene sperimentato ma dal come viene sperimentato, non da ciò che diciamo ma dal come lo diciamo. L’arrivare ad una Gestalt forte è essa stessa la cura dal momento che la figura del contatto non è un segno dell’esperienza, bensì è essa stessa l’integrazione creativa dell’esperienza.

Questo processo di adattamento creativo ai nuovi contenuti presuppone un lavoro precedente di aggressività e distruzione. Il momento che si configura una nuova forma vengono automaticamente distrutte le abitudini ed i vissuti relativi al contatto precedente. Questa distruzione degli status quo precedenti possono far insorgere degli stati di paura ed angoscia che se vengono tollerati permettono all’energia liberata di incanalarsi nell’immagine nuova permettendo un adattamento creativo. La sicurezza in questo processo non è altro che un aggrapparsi a qualche cosa di conosciuto già sentito e non sentito, rifiutando il rischio di venire in contatto con il nuovo e di “viaggiare” nel senso di fare vacuum. La paura dell’aggressività e della perdita porta il più delle volte a situazioni inconsapevoli di aggressività e distruttività sia interne che esterne all’individuo. La sicurezza invece dovrebbe venire dalla fiducia di un sostegno stabile proveniente dall’aver assimilato l’esperienza precedente e dall’aver vissuto un processo di crescita senza aver lasciato delle situazioni in sospeso. Una persona sicura,cioè, non si rende mai conto di esserlo ma si sente di correre dei rischi ai quali sarà adeguata.

L’assimilazione del nuovo si verifica nel momento attuale superando il semplice riordinamento delle esperienze non risolte ma generando una configurazione che contiene del nuovo materiale tratto dall’ambiente. Nella psicoterapia ricompaiono quei blocchi o gestalt deboli come accadimenti nell’hic et nunc terapeutici e il terapista fornirà delle risposte differenti rispetto le risposte che l’individuo ha ricevuto nel suo passato poiché il terapista non è lo stesso tipo del genitore. Il transfert in questo senso acquista una valenza di nuovo che viene sperimentato dal paziente nel qui ed ora di come scopre e fa se stesso. Il terapeuta con le sue azioni comportamenti e parole acquista nella relazione io-tu gestaltica una controparte catalizzatrice di vissuti sottolineando le similitudini e le differenze delle modalità comunicative appartenenti ai vissuti introiettati dell’individuo. Il terapeuta non sa in anticipo dove i processi di crescita porteranno l’individuo perché non è lui che vive la crescita, egli semplicemente fa parte del campo dell’individuo.

Per la gestalt il terapeuta diviene curativo con il suo Sé e la sua capacità a non cadere in quei transfert che il paziente ripropone nella relazione fornendo delle differenti risposte ogni volta.

Il Sé, per concludere, “è il sistema dei contatti nel campo organismo-ambiente; e questi contatti costituiscono l’esperienza strutturata della situazione reale e attuale.” (Perls) Il Sé non sa in anticipo cosa inventerà poiché la conoscenza è la forma di ciò che è già accaduto. L’individuo nel far crescere il Sé corre dei rischi e soffrirà in questo processo in funzione di quanto ha evitato a lungo questi rischi. Per far questo deve distruggere pregiudizi introiettati, attaccamenti al passato,sicurezze, progetti e ambizioni rischiando accettando con eccitazione di vivere nel presente.

La Gestalt nella mia pratica clinica

Dopo quindici anni di lavoro clinico con gruppi e maratone Gestaltiche affiancando la Dott.ssa F. Candeloro e la formazione con il Prof. J. Ondarza Linares presso il centro gruppoanalitico CATG, ho cercato di integrare i due approcci formativi attraverso la mia esperienza. Osservando i punti di contatto e le differenze dei due approcci ho cercato uno strumento clinico trasformativo per i pazienti con patologia in prevalenza nevrotica.

Nella cultura psicoanalitica l’azione spesso viene considerata una resistenza o una difesa poiché viene privilegiata la parola. L’acting out per esempio viene definito nell’ Enciclopedia della psicoanalisi di Laplance e Pontalis come l’azione che presenta un carattere impulsivo che rompe con i sistemi di motivazioni abituali del soggetto, poco frequente e quasi isolabile, con caratteristiche di auto od eteroaggressività. L’acting out o meglio questa forma di azione, rompe la struttura abituale per il paziente e la struttura terapeutica quando l’impulso diventa intollerabile; in altre parole il paziente comunica al terapeuta che l’unica forma che lui ha per dire di sé e del suo rimosso è attraverso questa azione di rottura. Riflettendo su questo pensiero potremmo affermare che ogni forma sintomatica, l’acting out, i rituali ossessivi, l’alextimia, i ruoli scissi del perverso ecc. sono delle modalità di comunicazione espresse con gesti, parole e azioni che comunicano a differenti livelli e con differenti linguaggi, sia verbale che corporeo, il disagio del paziente.

“L’azione efficace” (Pearls) per la Gestalt è definita come l’azione diretta verso il soddisfacimento di un bisogno dominante fornendoci indizi sulle modalità e forme specifiche del comportamento dell’individuo sia riuscite che disturbate.

Analogamente le dinamiche di gruppo mostrano attraverso le parole, come sono dette e che forma hanno (rete comunicativa) simili ad azioni, l’emergere e il configurarsi dei bisogni dell’individuo. Il modo di comunicare e di interrelazionarsi mostra dove l’individuo fallisce nel soddisfacimento dei suoi bisogni, mostrando appunto la “coazione a ripetere”.

Lo scopo dell’inserimento nel processo di gruppo della maratona gestaltica è finalizzato a toccare con il corpo, con l’azione, e con l’emozione, i diversi livelli della problematica che si sta configurando nel gruppo. Così si dà all’azione un significato di Acting in. In tal modo l’esperienza ed il vissuto emersi nella maratona vengono poi reinseriti nel processo di gruppo affinché le emozioni liberate nell’esperienza acuta, non siano solamente legate al momento liberatorio e catartico ma diventino materiale da elaborare nella matrice del gruppo.

L’azione così per il mio modo di vedere è una differente modalità comunicativa che se strutturata ed inserita ad hoc aiuta a dare voce al vissuto corporeo aiutando il paziente a dire con le sue emozioni.

La consapevolezza di Sé e dell’Altro, in termini di relazione e comunicazione, si articola a differenti livelli. In questo senso la parola si costituisce come l’atomo del sociale umano, mentre l’azione è la minima unità dell’incontro. “Azione e parola possono rappresentare una coppia dialettica che interagisce costantemente fin dall’inizio dell’esistenza dell’individuo (ontogenesi) nel contesto della gruppalità (filogenesi).” (Ondarza Linares)

Tutte le interazioni conflittuali si articolano a diversi livelli e configurazioni nella relazione Individuo-Gruppo, sia come parte della spirale evolutiva della comunicazione e differenziazione sia come stereotipi di Azione-Parola che bloccano comunicazione e differenziazione.

Considerando il pensiero-parola come una resistenza, attraverso l’inserimento di una maratona Gestaltica che privilegia l’azione, essa può essere modificata, elaborata ed inserita nel processo psicoterapeutico. L’azione, se inserita nella rete e matrice gruppale, offre al paziente la possibilità di rivelare nello specchio del gruppo una nuova immagine del “narciso liberato”. Inoltre gli permette di scoprirla nell’inedito potenziale propriocettivo stimolato attraverso l’azione. Viceversa l’azione, fine a se stessa, e quindi come resistenza, se non entra a far parte della rete d’appartenenza e significato, rimane incatenata all’agire come performance, al compiacimento nel gioco in se stesso, al “vedere” (Kaes) come solo godimento o scarica catartica, bloccando il suo percorso trasformativo.

Esperienze Cliniche

Voglio riportare attraverso dei sogni, le loro elaborazioni in gruppo e durante la maratona gestaltica, il processo clinico di approfondimento che due pazienti hanno fatto nel e con il gruppo che conduco settimanalmente. Il primo Renato 34 anni sposato con Federica ha una relazione da due anni con Susanna, vive degli stati confusionali con una ruminazione ossessiva di fondo che non gli permette di stare in contatto con le sue emozioni, deve decidere tra una donna e l’altra e questo conflitto lo lacera; occupa grande spazio nelle sedute di gruppo alla ricerca di una soluzione al suo conflitto. In una seduta di gruppo di un mese prima della maratona Gestaltica, ha attaccato violentemente il terapeuta dicendogli che il gruppo e il terapeuta non gli davano istruzioni sul come affrontare il suo conflitto e che voleva delle modalità comportamentali sul come affrontare le situazioni con le due differenti donne. Il terapeuta gli risponde che la soluzione la deve trovare dentro se stesso seguendo le sue immagini ed emozioni altrimenti saranno sempre delle soluzioni di altre persone. Questo perpetuerebbe il suo conflitto dove altre persone decidevano cosa era buono o cattivo per lui mentre lui non ha mai deciso cosa è buono o cattivo per se stesso. Alessandro, il secondo paziente di cui parlerò, di 48 anni separato da due anni, conferma la posizione del terapeuta. Alessandro viene definito il “provocatore” del gruppo ed è stato “da sempre” l’alter ego di Renato. Due sedute dopo Renato dice che non riesce ad avere ricordi fino a sei anni e che dopo la separazione dei suoi non ha più disegnato. Nella seduta prima della maratona gestaltica Renato racconta un sogno che impegna il gruppo per gran parte del suo tempo: “Mi trovavo al mare insieme a Federica a prendere il sole al tramonto decidiamo di andare a fare il bagno di notte e mentre ci avviamo per una stradina sulla sabbia verso il mare, diventa buio. Io mi ricordo di aver lasciato i vestiti, gli asciugamani, telefonino e soldi sulla sabbia e chiunque le poteva rubare, allora ritorno indietro per la stradina e riprenderle ma il buio era talmente fitto che non vedevo niente. Mentre cercavo inutilmente nel buio incontro una donna anziana che con una torcia illuminava e mi aiutava a cercare, questa donna cercava per un suo bisogno e mi dice che le mie cose sono in ordine in una rastrelliera e mi porta in uno spogliatoio dove le ritrovo in ordine e appese. Devo passare in un ambiente vicino dove c’è un uomo, un burocrate dietro la scrivania, che mi chiede dei soldi e compare anche mia madre che ha paura ad uscire ed a percorrere quella strada al buio e rimane in quest’ambiente mentre io cerco di convincerla ad uscire.”
La maratona Gestaltica inizia con due giochi: il primo di presentazione, dove il terapeuta chiede di prendere contatto con il proprio corpo e di pronunciare il proprio nome a voce alta, ed il secondo dove il terapeuta chiede di immaginare di percorrere un tunnel che arriva ad un giardino e fuori del giardino c’è una strada da percorrere, mirato a rafforzare il Sé. La maratona continua elaborando ulteriormente le immagini di impotenza o di rabbia associate al tunnel. Renato immagina questa situazione: “mi trovo in macchina che parlo con Susanna al telefono e non riesco a ribatterle ed a non dirle nulla perché lei mi racconta di aver incontrato un altro uomo e di essere attratta da lui”. Giochiamo la scena e Renato sceglie come suo alter ego che gli sta vicino e lo consiglia Alessandro e Nicoletta a rappresentare Susanna che gli telefona. Si giocano i ruoli e Renato sperimenta sia lo stare seduto in macchina a telefonare, sia osserva Alessandro che gioca il suo ruolo a telefonare e infine gioca il ruolo di Susanna. In quest’ultimo ruolo si sente “ovviamente sollevato” come dice lui ed il terapeuta ribatte che Susanna gli ha fatto sperimentare il suo vissuto mettendogli di fronte un altro uomo. Il terapeuta chiede a Renato di descrivere quest’uomo come è fisicamente, se ha un nome e Renato dice di non conoscerlo… il terapeuta prende dei fogli per disegnare e gli chiede di fare un disegno che rappresenti quest’uomo “una specie di identikit”. Dopo iniziali resistenze Renato fa un disegno “astratto” il disegno viene fatto circolare nel gruppo e viene chiesto cosa vedono. Le associazioni sono: “un simbolo fallico, un cuneo, una strada chiusa, un negozio…” Il gruppo non associa molto al primo giro… il terapeuta ruota il disegno e lo fa circolare nel gruppo una seconda volta. La reazione emotiva è forte in molti e le associazioni sono: “il ritorno al centro della terra, esplosione di un vulcano, il pube e una vagina” Angela ha una reazione violenta di rifiuto del disegno. Il disegno viene riproposto più volte durante la maratona gestaltica.

Nella maratona gestaltica Alessandro rimane in disparte, viene scelto molto spesso quando ci sono dei ruoli paterni da giocare da altri pazienti ma non emerge una sua immagine da rappresentare e all’apparenza sembra scappare dalla rete terapeutica. Molto spesso nella discussione del gruppo assume il ruolo di “vice terapeuta” perpetuando un gioco di un “secondo padre”. Tutto questo rimane latente nel gruppo di maratona.

Nel gruppo dopo la Maratona gestaltica Renato dice che è riuscito a parlare con la moglie ad affrontarla dicendogli cosa lui prova per lei e a mantenere a distanza Susanna con le sue pressanti richieste affettive che si sentiva bene ed era soddisfatto. Alessandro ha fatto un sogno che racconterà solo due sedute dopo: “mi trovavo in una sala addobbata e mi dovevo sposare. Scopro che mi dovevo sposare con mio padre, questo mi stupiva e vedevo mia madre e mia sorella che stavano da una parte ed avevo la sensazione che fossero loro le artefici di questo matrimonio. Alla mia preoccupazione mio padre mi diceva di non preoccuparmi e sentivo che mi tranquillizzava”. Il gruppo associa che la madre e la sorella siano i testimoni e che lui al gruppo prende sempre delle posizioni rigide paterne proprio come il padre faceva con lui. Alle osservazioni del terapeuta che lui durante la Gestalt ha fatto il vice terapeuta, come dire il vice padre, lui associa che ha fatto sempre il padre a tutte le sue donne coprendo le parti bambine e tappando i loro buchi depressivi.

Commento

Si può osservare attraverso il percorso che ho riportato come Renato stia lavorando ed elaborando il suo conflitto che nella maratona riesce a trovare la sua espressione. La via percorsa nel sogno con la moglie verso il mare notturno, come un simbolo regressivo, è rappresentato dalla parte chiusa della via del disegno. Il gruppo associa al ritorno alla “madre terra” ad una posizione di “claustrofobia”, di chiusura regressiva che tranquillizza una parte del gruppo spaventato dalle proprie emozioni. Dall’altra parte troviamo la posizione aperta, esplosiva, ampia, “agorafobica” che crea angoscia, paura e insicurezza e rappresenta la relazione di Renato con Susanna Il cammino difficile tra queste due opposte situazioni è la rappresentazione conflittuale di Renato che viene accolta dalla rete gruppale e risuona nel suo interno, attivando i differenti livelli dei conflitti intrapersonali. Le associazioni che il gruppo fa sul disegno danno differenti ottiche e forza all’immagine restituendola modificata ed arricchita di nuovo significato che permette una traduzione singola e di gruppo trasformativa. La maratona Gestaltica favorendo la possibilità di focalizzare il vissuto emotivo di Renato, di giocarlo e di produrre il disegno ha aiutato e favorito il processo elaborativo già in atto nella rete e matrice gruppale rafforzandole.

Possiamo osservare anche come nella rete e matrice gruppale si riattiva la “coazione a ripetere” di Alessandro Nella maratona Gestaltica il ruolo di “padre” e “vice-terapeuta si mostra a livello latente per emergere nel gruppo attraverso il suo sogno e permettere la sua elaborazione. Anche in questo caso la Maratona Gestaltica ha favorito il processo di elaborazione e approfondimento della coazione a ripetere di Alessandro.

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