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ragazzi gioco biglie

Introduzione

Da diversi anni mi sono orientata a condurre gruppi terapeutici per soggetti in età evolutiva.
La scelta è stata motivata innanzitutto dalla formazione gruppoanalitica che ho conseguito in un training iniziato nel 1980 presso il Centro Analisi Terapeutica di Gruppo (CATG) a Roma.
In ambito istituzionale mi sono perlopiù sempre occupata di tematiche e problematiche relative all’età evolutiva ed al disagio delle famiglie.
I soggetti che accedono ai Servizi pubblici sono sempre più numerosi, le richieste provengono dai genitori a volte sollecitati da canali multipli, per la maggior parte di tipo sanitario e scolastico.
In qualità di gruppoanalista mi è connaturale l’ottica di occuparmi della rete che, cominciando dalla famiglia, si allarga a sistemi successivi i quali, nel corso del processo di crescita, formano i contesti di vita di un soggetto in età evolutiva: innanzitutto la scuola con i suoi connotati di “reticolato” psicosociale, la rete sanitaria composta da altri punti nodali. Sistemi in cui si muovono figure di riferimento che si intrecciano con la rete familiare creando processi di comunicazione (comune-azione) interdipendenti a volte maturativi, a volte vincolanti ed ipotecati da resistenze al cambiamento.
La cultura della rete è volta a promuovere e sostenere un dialogo e può permettere una lettura più complessa per mettere anche in discussione dei principi difensivi, farne circolare altri innovativi e scalzare pregiudizi.

Obiettivo del lavoro

Ritengo sia una mia funzione attivare l’organizzazione sanitaria e quella scolastica affinché si prospettino creativamente, per utilizzare concetti elaborati da Jaime Ondarza Linares, come “reticolati concentrici orizzontali”, adeguati al compito di raggiungere, al meta-livello, gli stessi obiettivi pur impostati in campi diversi. Se tra le organizzazioni come l’istituzione scolastica, riabilitativa, socio sanitaria e clinica si instaura un coordinamento efficace, si co-costruisce una rete integrata dei sistemi operativi che mobilita risorse collaborative ed è funzionale per quel paziente e per quella famiglia in difficoltà.
Ho formato, in momenti diversi, gruppi omogenei per età e per problematiche, ma anche eterogenei ed aperti. I gruppi omogenei (per esempio di soggetti preadolescenti obesi) hanno avuto un input iniziale indotto da motivi sperimentali e di ricerca in collegamento con i medici pediatri endocrinologi dell’Ospedale Civile. I gruppi eterogenei sono stati maggiormente motivati dall’istanza di dare risposta alla domanda ed al bisogno di intervento psicoterapeutico. La selezione ha sempre seguito criteri che tengono conto dei parametri delle indicazioni e controindicazioni individuati e descritti da Slavson e Schiffer (1979).
I bambini mostrano una buona motivazione alla partecipazione e alla gruppalità e posso affermare di aver ottenuto risultati incoraggianti.
In genere la situazione di gruppo è più vicina alla vita reale per sua stessa natura, ed ho potuto verificare, attraverso il riscontro argomentato dei genitori, che i miglioramenti si trasferiscono dalla situazione terapeutica anche alla vita quotidiana. Il gruppo cui mi riferisco in quest articolo, si riuniva di pomeriggio una volta a settimana nel mio studio collocato in un Poliambulatorio. I soggetti erano sei: tre maschi e tre femmine dai sei ai dodici anni che nella prima fase della seduta si dedicavano al gioco, nella seconda parte al dialogo in circolo gruppale, organizzazione dinamica che induce l’instaurarsi di processi intrapsichici, interpersonali e transpersonali. Ritengo che in età evolutiva l’azione e la rappresentazione attraverso il gioco, le verbalizzazioni e la parola sono due polarità organizzative dialettiche delle potenzialità trasformative nello spazio transizionale del setting che conducono al pensiero ed alla riflessione.
Il terapeuta, oltre a condurre il gruppo, vive costantemente la sfida ad inventare modalità nuove come spesso si verifica lavorando con i soggetti in età evolutiva.

Soggetti e metodi

In questo articolo mi ripropongo di analizzare il processo gruppale con la chiave di lettura dei fattori terapeutici.
Nell’ambito dei gruppi di soggetti in età evolutiva attraverso l’esperienza clinica che ho potuto accumulare, posso individuare la presenza più attiva di alcuni fattori terapeutici aspecifici a livello fenomenologico:
1) Universalità: permette di “vedere” nell’altro da me una difficoltà simile o diversificata, ma che, comunque, attenua il disagio di viversi diverso e “strano”: Monia che si vergognava del suo problema (evitamento totale di situazioni di aggregazione sociale dove ci sono palloncini che scoppiano o fuochi artificiali e paura esagerata dei tuoni), ascolta con particolare compartecipazione non verbale la spontanea ed aperta dichiarazione di Gemma la quale riporta una paura, connotata da ansia diffusa e somatizzata, della sua migliore amica minore d’età rispetto a Monia. Monia diventa rossa, contrae i muscoli del viso e tace, il mio sguardo che è volto, forse troppo, a sollecitarla a verbalizzare i propri vissuti non ottiene feedback. Monia riprende la sua chitarra sulle gambe, ma non la usa, lo strumento in questo frangente sembra assumere maggiormente una funzione di oggetto transizionale rassicurante e di difesa al tempo stesso. Dopo circa un mese nel corso di un incontro con i genitori vengo a sapere che la bambina ha partecipato ad un compleanno dove potevano anche scoppiare i palloncini e, nell’occasione di un temporale che si abbatte in città, durante la seduta assisto personalmente ad un agito di dimensioni ridotte rispetto a quelli riferiti dalla madre.
2) Informazione: Eleonora quasi alla fine del suo percorso chiede: “ma noi che ci veniamo a fare qui?” Eleonora ha un ritardo psicomotorio e da sempre ha frequentato un centro di riabilitazione. Ha l’insegnante di sostegno a scuola, viene al gruppo orientata dalla pedagogista del suddetto centro. Nel gruppo assume una funzione di leader, è la più grande, la più disinibita, parla della rabbia per la fidanzata del papà separato, da diversi anni, dalla madre. Nel corso della frequenza al gruppo compare il menarca che un po’ la destabilizza, diventa irascibile e sfida la terapeuta appena può, sferrando attacchi al legame e ventilando minacce di non venire più. La dimensione del controllo è molto presente in lei e viene a sapere che un’assenza di Monia è motivata da un problema legato alle mestruazioni. Eleonora, che non ha mai avuto la possibilità di coltivare amicizie, nessuno la chiama per uscire o andare al cinema o ad una festa di compleanno, parla di ciò che accade alle donne quando hanno le mestruazioni. La ascoltano tutti immobilizzati compresi i due maschi:il più piccolo non si esprime verbalmente, il preadolescente risponde esibendo atteggiamenti per mostrare di essere grande ed informato, balbetta come sempre quando è in imbarazzo, imita e simula le donne con il mal di pancia e racconta di aver notato l’ “attrezzatura” della madre. Le bambine più piccole mostrano titubanza mista a curiosità, lanciandomi occhiate di richieste a vari livelli di interrogazione e comunicazione. Eleonora acquista via via nel gruppo ed attraverso il gruppo, una maggiore stima di sé che si proietta anche all’esterno, inizia un corso di canto e ora si chiede perché lei dovrebbe stare ancora nei luoghi curativi.
3) Altruismo: è veramente straordinario osservare l’attenzione dei bambini tra di loro.
In alcuni gruppi, più eterogenei per età, i grandi offrono con dedizione cure ai più piccoli specialmente nella fase di ingresso: Marco, che ha comportamenti improntati ad estrema rivalità con il suo fratello minore, assume atteggiamenti di aiuto anche fisico verso il compagno che ha la stessa età del fratello. Nel gruppo si producono transfert laterali che creano una risonanza coinvolgente di emozioni creative e propositive, in un misto tra meccanismi di proiezione ed identificazione.
4) Ricapitolazione correttiva del gruppo familiare: I bambini sono molto dipendenti dalla famiglia e difficilmente criticano i comportamenti dei genitori se non in relazione a rivalità molto spesso di natura edipica. Il contesto gruppale permette però una risonanza amplificata dei contenuti verbali che, quindi, divengono espressione per tutti di ascolto e ricalibrazione interna. Dai suggerimenti e dalle indicazioni che emergono si intuisce il focus che riverbera in ciascuno anche in modo sotteso ed inconsapevole e ciò permette al terapeuta manovre interpretative non solo, ma di lettura e rilettura delle interazioni. Anche le dinamiche interne al gruppo, l’ambivalenza, la possessività, le gelosie coprono e scoprono aspetti relativi alle relazioni famigliari che poi possono essere ricondotti come tematiche oggetto di colloquio con i genitori.
5) Sviluppo di tecniche di socializzazione: questo fattore terapeutico è fortemente riscontrabile in un’analisi di gruppo. I soggetti in età evolutiva, infatti, frequentano assiduamente ambiti di gruppalità (la scuola, lo sport, la parrocchia, i gruppi di riabilitazione, il tempo libero). Quello che sperimentano in un gruppo terapeutico è peculiare e funge da lievito per l’esternazioni di emozioni che in altre forme di gruppalità non hanno dimensione spazio temporale: l’hic et nunc ma anche la possibilità di sperimentare e prolungare, nel tempo del setting, aspetti emozionali che rimangono vivi sia nella memoria gruppale sia nell’attenzione del terapeuta.
Le questioni sul campo si riprendono verbalmente dopo un tempo minimo che lascia lo spazio “giusto” per dosare la forza che viene pesata nel circolo gruppale. Le verbalizzazioni dei contendenti o le osservazioni degli altri, i silenzi carichi di disorientamento sono testi di lettura, danno all’Io narrante un vigore comunicativo.
6) Comportamento imitativo: in alcuni gruppi questo fattore terapeutico assume maggiore spessore, in altri ha meno incisività. Non ho mai trovato un comportamento imitato nell’ambito dello spazio riservato alla comunicazione verbale. Per esempio la sfida al terapeuta non si è mai tramutata in sfida collettiva. Il gruppo cui mi sto riferendo finora ha sempre fatto da sfondo alle forme di oppositorietà e di aggressività di qualcuno. I bambini disapprovano tacendo, l’imitazione è scattata di più nella fase agita del gruppo durante l’attività teatrale, pittorica, nella scelta dei giochi.
7) Apprendimento interpersonale: questo fattore è dinamicamente ed attivamente presente nei gruppi in età evolutiva. I bambini ed anche i preadolescenti hanno una capacità introspettiva che passa attraverso la decodifica esplicita ed implicita. I bambini più introversi osservano abilmente, si nota il loro sguardo che passa da uno all’altro dei compagni, si sofferma sul terapeuta a chiedere un intervento o a ad allacciare rapide alleanze. Osservano e dicono cosa sta succedendo, attaccando soprattutto se coinvolti in prima persona, si crea lo spazio di espressione della rabbia, si ridefinisce il proprio feedback emotivo. Sono aspetti volatili che si estinguono sùbito, ma altre volte si sedimentano e vengono ripescati dopo un po’di sedute. Raccontano situazioni scolastiche analoghe cariche di cose sospese. Avvilimenti ed annichilimenti che hanno lasciato tracce che gli adulti non hanno preso in considerazione. Raccontano situazioni familiari e fanno circolare una buona empatia accanto alle informazioni personali. La rete interattiva attuale e quella internalizzata si attivano nell’hic et nunc della matrice gruppale del contesto terapeutico permettendo l’emergere di comunicazioni cariche di significati esistenziali. Mario riporta come contenuto il messaggio recepito a casa di essere “un figlio tribolato”, Eleonora si incuriosisce e propone per diverse sedute di seguito di parlarne, ogni tanto tornerà, in modo non minaccioso o meno distruttivo, questo concetto. Ciò viene anche ripreso con i genitori dei soggetti che erano sembrati più invischiati ed intrappolati in questa definizione di sè proiettata sui figli, potenzialmente operando una spinta in senso di circolarità dinamica e creativa.
I genitori riescono a trattenere un riconoscimento delle parti buone dei figli, una possibilità di esprimere più spontaneamente gli affetti. Il padre di Mario espone il vissuto doloroso di pensare il figlio gay, la madre di Eleonora riesce a pensare ai limiti intellettivi di sua figlia apprezzando la costruttività relazionale che ha cominciato a notare in lei. Oltre che apprendere dalla propria esperienza che è un processo continuo, l’apprendimento interpersonale è un fattore trasformativo, una potenzialità che permette di confrontarsi con eventi spiacevoli che causano sofferenza e turbano l’equilibrio. Il gruppo offre risorse contro il senso di inadeguatezza, è una matrice dove si può essere accolti ed ascoltati è “la stanza dei segreti” così come dai soggetti stessi è stata denominata la struttura dove si incontrano ed interagiscono. Il gruppo induce o attiva la capacità di fare esperienze osservative e di ascolto particolari, affina l’empatia.
8) Coesione: questo è un fattore molto presente e visibile nel gruppo dei soggetti della fascia di età di cui tratto, è visibile la sua forza ed è visibile la sua dispersione quando si creano anche sottogruppi o magari coppie in antitesi.
La coesione viene meno se ci sono competitività e interesse inconscio a creare resistenza. I bambini, però, possono ristrutturare, attraverso le attività, la coesione delle dinamiche le quali possono ridisegnarsi e rafforzarsi attraverso la solidarietà del fare. Il gruppo può riuscire a comprendere, contenere e consolare, far acquisire funzionali modalità di relazione ed apprendimenti vicarianti.
Le conflittualità, i tentativi di coalizione e triangolazione si dissolvono con una certa facilità poiché il veicolo dell’interesse a fare insieme o a confrontarsi sull’azione crea i presupposti di un working training in action più facilmente e spontaneamente. Quando uno di loro non è presente, i bambini si sono abituati ad informarsi, vogliono ascoltare la segreteria telefonica in cui viene preannunciata l’assenza e vogliono telefonare per sentire il compagno e salutarlo.
9) Catarsi: Ho trovato l’ incisività di questo fattore nel gruppo dei soggetti che avevano genitori separati in cui era forte il senso dell’esperienza della lacerazione di certi legami ed i meccanismi di identificazione si attivano su un fronte drammi e di “guerra”. La rabbia, la frustrazione, la solitudine, l’odio, la strumentalizzazione cui sono soggetti i figli contesi trova, a mio avviso, nel gruppo un terreno di svuotamento e di catarsi. I bambini hanno bisogno di sentirsi capiti, senza essere trascinati in corse al massacro. personale funzione quanto mai trofica in senso esistenziale. Il gruppo permette una narrazione anche frazionata, un collage, un mosaico con tessere che sono immediatamente alla portata di comprensione di tutti gli altri. A volte diventa una narrazione a più mani dove i confini spesso si compenetrano sui vissuti e non sugli episodi. Le tematiche sono molto simili e i bambini esprimono compartecipazione e pensano insieme in un campo emotivo.
Ho potuto constatare la forza dei fattori coesione, catarsi, altruismo in presenza di soggetti con drammi familiari come lutti. Anche in questi casi, a dire il vero piuttosto sporadici rispetto ad altri traumi esistenziali, il piccolo gruppo è un contenitore, ha una funzione di aiuto, ma è anche vero che la perdita reale di un genitore rievoca angosce di vuoto che si spalancano inquietanti e poco tollerabili e che nel piccolo gruppo possono provocare resistenze e barriere emozionali.
10) Rispecchiamento: si avvia e si consolida nel tempo una capacità di funzione riflessiva, di mettersi nei panni dell’altro, stare in contatto e restarci, lo si vede anche dal fatto che, nelle volte successive, i bambini chiedono sullo stato di benessere o malessere.
Un sistema di fratelli, un soggetto collettivo che nel gioco e nello scambio conversazionale del circolo gruppale, lavorano per pensare.

Discussione dei dati

Ho il più delle volte appurato che i membri del gruppo vengono volentieri, come se il gruppo diventasse una base di riferimento e di rifornimento di esperienze di sicurezza, alternative ad altri ambiti dove ci sono riconoscimenti più stereotipati ed appiattiti su parametri di capacità/incapacità. Alcuni drop-out sono stati chiaramente causati da ambivalenza dei genitori e dalle loro paure di cambiamento.
In alcune esperienze ho potuto dedicare spazi terapeutici gruppali collaterali anche ai genitori dei soggetti in età evolutiva. Nel gruppo dei bambini, figli di genitori separati, il lavoro tentato sulla genitorialità è stato caratterizzato da un’impronta di tipologia di mediazione familiare escludendo la collegialità del gruppo essendo già difficile e conflittuale conciliare gli orari della singola coppia.
Ho verificato, ovviamente, come l’alleanza con i genitori ponga le fondamenta per qualsiasi costruzione successiva, così come è importante il rapporto con la rete e i nodi della rete(i pediatri e/o altri operatori sanitari invianti o le insegnanti quando e se voluto dalla famiglia).

Conclusioni

Si è verificato come i genitori, al momento della restituzione dopo la consulenza da loro richiesta sui figli, mostrino una legittima curiosità a capire che cos’ è una terapia di gruppo e mostrino di interessarsi al concetto, che estendo e argomento sull’aiuto per il figlio, secondo cui è valido e propulsivo comprendere sentimenti e condividerli poiché attraverso la comunicazione certe sensazioni ed emozioni difficili da tollerare diminuiscono la forza disorganizzatrice e angosciosa. La complessità sta nel far capire l’importanza del significato del sintomo o dei segnali di disagio e a cosa portano;la complessità sta nel disperdere frantumare la rigidità raziocinante, schematica di “sapere” da dove nascono, per esempio, un’inibizione alla conoscenza e un’ inibizione affettiva, una soggettività bloccata spesso sottese nelle problematiche comportamentali. Lo scopo è quello di indurre una lettura con una diversa coloritura emotiva e con un adeguato senso delle proporzioni.
Il terapeuta gruppoanalista che si occupa sia dei genitori che dei loro figli, oscilla costantemente tra l’identificazione con i genitori che manifestano le proprie difficoltà nelle funzioni genitoriali e l’identificazione con i bambini e o con gli adolescenti. Da parte mia ho trovato difficoltà a tenere quella che Corbella(1998) considera una “visualizzazione mentale” del gruppo dei genitori, problema riconducibile, probabilmente, anche al limite di una mancanza di sistematicità del lavoro con loro. Nel processo di costruzione dell’identità personale si rafforzano il senso di fiducia in se stesso, l’autostima nella percezione del sé che trovano eco e specchio tra i pari, nel coro del gruppo identificatorio, laboratorio della relazione e nello “sguardo” della terapeuta rappresentativo di un amore materno equo ma non unico, valutazione e comprensione, accettazione, sentimenti di buona esperienza garanti di una crescita globale più equilibrata.

Adriana Frusto
Psicologa, Psicoterapeuta, Gruppoanalista, Dirigente psicologo ASUR Marche, Area Vasta 3, Consultorio familiare Civitanova Marche.

Bibliografia

Corbella S., (1988) La psicoterapia di gruppo in Semi A.A.(CUR.) Trattato di Psicoanalisi. Vol. I, Milano, Raffaello Cortina Editore.
Ondarza Linares J. (a cura di), (2009) L’inconscio sociale – la prospettiva gruppoanalitica. Roma, Edizioni Universitarie Romane.
Slavson S. R., Schiffer M., (1979) Psicoterapie di gruppo per bambini.Torino, Bollati Boringhieri.
Yalom I. D. (1997), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo. Torino, Bollati Boringhieri.

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