Ornella Prete [1]

I territori dell’esperienza

“La dott. Mead ci invita a partire per nuovi territori adottando una nuova abitudine di pensiero; ma se sapessimo in che modo questa abitudine e’ legata alle altre, potremmo essere in grado di valutare i pericoli, i benefici e le possibili insidie della nuova strada. Una tale mappa potrebbe fornirci anche le risposte ad alcuni problemi sollevati dalla dott. Mead: come giudicare la direzione e il valore impliciti nei nostri atti progettati” (Bateson, 1977)

La catastrofe naturale

Il 15 dicembre 1999 si abbatté sul territorio venezuelano un fenomeno atmosferico caratterizzato da una forte pioggia che fece franare il terreno e la conseguenza terribile fu un numero indeterminato di perdite umane che, secondo le stime maggiormente accreditate, potevano essere nell’ordine di 20.000 persone. Ingente era il numero dei dispersi, delle famiglie disintegrate e i danni materiali subiti dalle persone e dalle infrastrutture come: strade, residenze, scuole. La catastrofe interessò il Distretto Federal dello Stato di Miranda, Falcon, Nueva Esparta, Zulia e principalmente dello Stato di Vargas. L’Italia fornì beni di prima necessità e offrì aiuto finanziario; furono quindi diverse le ONG italiane coinvolte negli aiuti umanitari, tra i quali il CINS (Cooperazione Italiana Nord Sud), per la quale prestai servizio professionale come psicologa volontaria.

Sei mesi dopo il suddetto disastro parto per la missione. Prima dell’atterraggio, sorvolando Caracas, guardo dal finestrino l’enorme città posta a valle: tutto intorno in alto come una cornice ci sono i barrios, ovvero i quartieri poveri di Caracas. È un’immagine molto suggestiva che mi carica di emozioni pur non conoscendo ancora la morfologia culturale e sociale di ciò che mi appare.

Il libro di Gregory Bateson: “Verso un’ecologia della mente”[1] che mi accompagnerà dall’inizio alla fine del mio viaggio è fonte di grande ispirazione e riflessione ma anche di monito su come guardare i gruppi sociali. L’autore afferma:

“... Ci viene suggerito che nell’applicazione pratica delle scienze sociali si ponga più attenzione alla ‘direzione’ e al ‘valore’ inerenti agli atti piuttosto che orientarci sulla base di qualche meta preprogrammata”

e continuamente mi chiedo come abbandonare le categorie mentali che porto con me e che potrebbero deformare la lettura e la decodifica della realtà e del lavoro stesso, ancora prima, di un vero e proprio contatto.

L’ottica sociale che inevitabilmente dovrò utilizzare nell’osservare e lavorare con i gruppi e i sistemi, gli studi di Margaret Mead, mi hanno perseguitato fino ad oggi e pur avvertendo il bisogno di far emergere l’esperienza di questo lavoro ne sono al contempo intimorita.

Affidare sentimenti ed emozioni, relazioni implicite ed esplicite alla parola, che non sempre riesce a cogliere la ricchezza dell’esperienza ma alle volte, invece definisce in modo chiuso ciò che non è per sua natura definito, mi spaventa.

Porto con me un bagaglio tecnico, fatto di ricerche e strumenti per raccogliere informazioni, per stimolare, forse, ma sono ignara dell’applicazione pratica che ne farò.

Il primo contatto con la terraferma avviene conoscendo subito l’equipe che strettamente svilupperà il progetto, costituita dalla coordinatrice Dott.ssa Aryele Serra Boccara ( medico italo- argentina) con la quale collaborerò in qualità di psicologa e tecnico dell’intervento psicologico, un giovane e capace colaboratore del Cins ed una coadiuvante del posto.

 Conosco bene il lavoro d’equipe nel quale ognuno deve far emergere le proprie competenze avendo come obiettivo il portare a buon fine il progetto de “Ayudo psicoemozional”.

Prima di programmare l’intervento conosciamo i luoghi e le persone con le quali lavoreremo insieme per aiutarli a superare il trauma della perdita. I nostri partners territoriali sono:

1   Ambasciata Italiana in Venezuela

2   PNUD, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ( l’ufficio di Coordinamento in Caracas si interessò immediatamente degli aspetti operativi della cooperazione internazionale).

3   FUNDACOMUN, un’istituzione pubblica che sviluppa programmi sociali, associati agli interventi strutturali del Ministero dell’Infrastruttura del Venezuela.

La presenza istituzionale sarà continua per tutto il percorso del progetto e condividerà le varie fasi: all’inizio come partecipanti dei gruppi ed in seguito come valutatori dell’intervento.

Le aree logistiche precedentemente individuate vicino a Caracas sono due: dislocazioni di aiuti e sostegno già aperti da FUNDACOMUN, una a Via Eterna e l’altra a Marapa - Catia La Mar nello Stato di Vargas.

Il presidio a Marapa dà ospitalità, oltre ad un’infermeria da campo gestita da un medico cubano, anche ad una scuola elementare, il cui edificio è stato distrutto ma in questo modo la didattica ha ripreso a funzionare. La responsabile si è riservata l’ufficio all’interno della scuola e per le riunioni ha messo a disposizione una stanza più distante che non erano riusciti ancora a svuotare completamente dai detriti. Il gruppo con il quale collaboriamo e aiutiamo è costituito da uomini e donne della popolazione locale sopravvissuti all’evento, da alcuni insegnanti dell’ attigua scuola elementare e da un piccolo gruppo di persone che FUNDACOMUN vuole formare per poi mandare nelle zone più impervie del paese per aiutare la gente e conoscere quali siano i loro bisogni dopo il disastro. Del gruppo di FUNDACOMUN partecipano due sociologi e una psicologa.

Il secondo presidio Via Eterna accoglie una infermeria d’emergenza con il personale e un medico volontario. Questo gruppo è composto da un medico, infermieri, volontari di difesa civile, rappresentanti di piccoli raggruppamenti rurali, un esponente politico della zona e alcuni militari che garantiscono la sicurezza in quei posti e che insieme alle infermiere distribuiscono il latte in polvere alla popolazione. La responsabile di questo secondo presidio ha messo a disposizione per gli incontri una stanza molto grande.

La prima volta che incontro i due gruppi separatamente raggiungendoli sul posto, spiego che ci saremmo incontrati diverse volte.

Louis, un giovane commerciante del posto risponde: “Abbiamo bisogno di essere aiutati”.

Esco dai due incontri con la stessa sensazione e con l’immagine di Louis e Felicia che pur in due gruppi separati presentano la stessa espressione: parlano e ascoltano senza apparenti emozioni, il loro viso sembra inespressivo, rigido nella mimica facciale con uno sguardo quasi perso, come degli automi. La scissione tra la parte emotiva e quella cognitiva è molto forte.

Penso a lungo alla situazione cercando di capire da quei primi segnali il silenzio e il non detto. Inizio a chiedermi a quali tipi di traumi siano stati esposti e il loro atteggiamento fisico a chi e a cosa risponde.

In questo primissimo incontro viene consegnato ai responsabili dei due presidi un questionario che ci consentirà inoltre, di fare una rilevazione interessante della popolazione presente nei due territori.

Alcuni risultati indicativi sono:

l totale degli abitanti presenti si aggira a circa 46000;

Il 34% della popolazione è formata da uomini, il 28% da donne e il 38% di bambini;

La disoccupazione risulta ricoprire il 77% dell’intera popolazione e solo il 23% risulta occupato;

Il problema sociale più frequente è l’alcolismo con il 57%, il 12% riguarda il problema droga e il 2,40% morte per cause violente.

Dopo l’iniziale incontro analizzo e seleziono i miei strumenti di lavoro: alcune ricerche americane, inglesi e italiane che avevo trovato interessanti e stimolanti per me. Provo a capire come servirmene affinché possano essere utili a loro.

Negli incontri che condurrò ho il duplice compito: da una parte aiutare la gente a superare il trauma, dall’altro formare un gruppo ristretto di operatori (individuate da FUNDACOMUN) che possano a loro volta, aiutare e raggiungere la gente in difficoltà nelle zone più impervie del paese.

 Avverto il bisogno di sbloccarli dallo stato di annichilimento in cui si trovano per poter realizzare il secondo compito.

L’ implementazione dell’intero progetto richiede all’equipe orari di lavoro intensi in quanto è stato previsto che l’intervento psicologico duri meno di due mesi. Visti i risultati positivi e l’efficacia riscontrata, il periodo di lavoro sarà poi di volta in volta prolungato e autorizzato dal PNUD.

Tra i diversi compiti che ho vi è la selezione di due psicologi locali che mi affiancheranno e in seguito proseguiranno il lavoro psicoemozionale.

Avvio nel frattempo, contatti con l’ Università Cattolica e Centrale (Statale) comprendendo che la prima lavorava sugli aspetti più organizzativi degli interventi e la seconda aveva inviato psicologi sui luoghi colpiti dalla catastrofe. La scelta ricade sul Prof.re Hugo Rodriguez docente all’Università Centrale, titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva e la Dott.ssa Gloria Riveros psicologa e psicoterapeuta di origine colombiana.

La struttura organizzativa dell’intervento è stata prevista per ogni Presidio in:

1.  Fase iniziale di tre incontri in cui si lavora in gruppo costituito da coloro che hanno chiesto di parteciparvi ed essere aiutati

2.  Colloqui individuali condotti dai colleghi locali all’interno dei presidi

3.  Fase formativa per gli operatori di FUNDACOMUN

Fase iniziale

 Apro il primo incontro nel presidio infermieristico; ai tre incontri partecipano la Direttrice di FUNDACOMUN, altre persone del suo staff, la valutatrice del PNUD: dott.ssa Ivonne Falcòn e la responsabile del circulo femminino di Caracas, un’organizzazione che lavora con donne della comunità con l’obiettivo di sostenerle e valorizzarle, far prendere loro coscienza dell’auto discriminazione che vi è tra donne stesse e della discriminazione che vivono nelle organizzazioni e nella società.( Curra Arciniegas, 2002). Utilizzo come stimolo la “curva del dolore” (Powell, 1977) in quanto vi è la necessità di conoscere le loro emozioni collegate alle immagini e ricordi dell’inondazione, momenti carichi di paura e dolore che sicuramente molti conservano ancora dentro di se.

La curva del duelo ripercorre con i colori le varie fasi che provoca un evento catastrofico naturale o causato e le reazioni emotive che i traumatizzati vivono dal momento dello shock fino alla fase della normalizzazione:

1.  Shock: intorpidimento, rifiuto, incredulità, isterismo, difficoltà a pensare in modo ordinato

2.  Protesta: forte e potenti sentimenti d’angoscia, colpa, terrore, tristezza, controllo, struggimento

3.  Disorganizzazione: depressione, desolazione, disperazione, apatia, ansia, confusione

4.  Riorganizzazione: ritorno graduale al normale funzionamento ma con differente sensibilità

 

curva_del_dolore.JPG 

Esperienze di gruppo: Modulo Via Eterna (31 partecipanti)

Proietto sulla lavagna luminosa il disegno e spiego la ricerca americana. Chiedo loro cosa ne pensano del disegno e se possono indicarmi la fase in cui si trovano. Tutti rispondono di vivere la fase della ricostruzione in quanto liberano dalle macerie, riparano e costruiscono le case.

Lentamente quindi inizio a chiedere al gruppo seduti in circolo cosa stanno ricostruendo e perchè. Le mie domande iniziano a sondare la fase della ricostruzione.

Parlano del presente ed iniziano a raccontare le loro preoccupazioni. Alcuni tra loro parlano di prendersi cura degli altri, chi ha perso la casa è alla ricerca di trovarne un’altra, chi ha la casa danneggiata è occupato a ripararla. Felicia afferma che nella sua piccola comunità ha un ruolo da consigliera detta “amica dei vicini” ed ha molta difficoltà a parlare ed ascoltare la sua gente, perchè non sa cosa dire. Inoltre proprio sua figlia sta male, è terrorizzata e non esce più da casa. Compaiono in Felicia le prime lacrime liberatorie. I suoi nipoti per questa ragione non vanno a scuola, perchè la madre li vuole vicino a sè.

Le difficoltà di Felicia, nel gruppo di persone disposte in circle time, apre il gruppo sulle espressioni più profonde vissute a causa del trauma. Il clima di contenimento e di sostegno tra loro si è creato, il senso di solitudine e di colpa si attenuano. Una signora irrompe con qualche frase non comprensibile dicendo di non trovare sua figlia, dal gruppo interviene un’altra voce e dice che questa donna non sta bene e ogni giorno si presenta al presidio alla ricerca sempre di qualcosa. Riesco a sapere dopo l’incontro, che la donna è affetta da un tumore al seno, emblema della perdita del sè causata dal dolore; gli altri del gruppo non sanno se effettivamente ha perso una figlia o no, sicuramente è in preda alla confusione mentale e nessuno riesce a parlarci se non per pochi attimi prima che vada via. Il gruppo è emozionato e qualcuno inizia a piangere. Un signore di circa cinquanta anni, racconta al gruppo di essere un esponente politico locale e di partecipare al gruppo non solo per se, ma anche, per aiutare i suoi collaboratori in quanto dall’evento, facilmente piangono e se fanno interventi in pubblico le loro voci tremano e sono demotivati. I suoi collaboratori prima del fatto erano dei veri “machi”.

Un’ infermiera, Maria, dice che suo marito sta male e che lei deve fare tutto. Nell’inondazione hanno perso degli amici, dei vicini di casa: lei con il marito e il figlio si sono salvati abbandonando la loro casa, al contrario di molta gente che cercava di prendere quel che poteva mentre scappava e non ce l’ha fatta. Continua dicendo che hanno perso anche quel poco che avevano, adesso lei e la sua famiglia sono dai suoceri, ma il marito non sta bene. Maria ha paura che ricada nell’alcool abbandonando il gruppo di auto-aiuto in cui era riuscita a condurlo. Maria parla e non piange, ha il capo chino e gli occhi fissi per terra. Lei dice di stare bene e di lavorare nel presidio medico a medicare la gente. La preoccupazione di Maria per il marito non è infondata visto che in situazioni sociali difficili, come sostenuto da autorevoli ricerche in campo, aumentano i casi di abuso di alcool e di droghe. (Cancrini, De Gregorio, Nocerino, 1994)

Chiudo il primo gruppo durato circa tre ore e chiedo a Felicia di far partecipare sua figlia.

Nell’ ultimo incontro, il gruppo è più sollevato, anche se alcune persone sono ancora bloccate nel dolore, il clima e’ accogliente consentendomi di poter continuare ad intervenire ad esempio su Maria, l’infermiera e che ininterrottamente, quasi in un sordo monologo, racconta di aver aiutato i bambini, curandoli (senza sapere dove stava, dove andava ma seguendo solo i corpi feriti).

 Ho ripetuto la cantilena che faceva nel raccontare i suoi ricordi, come un eco ripetevo agli altri ciò che sussurrava, fino a quando, mi ha guardata risvegliandosi dal torpore e mentre le lacrime uscivano ha detto:

“Ho vagato per tre giorni ininterrottamente; solo quando sono arrivati gli altri aiuti e mi hanno riportata qui mi sono accorta di avere una ferita lungo la gamba molto profonda che nel frattempo si era infettata”.

Ci mostra la cicatrice e prosegue:

“Io fino ad allora non avevo sentito dolore e non mi ero accorta del sangue che copriva la gamba, tanto ero accecata nel trovare i bambini”.

Da queste parole inizia un pianto irrefrenabile che il gruppo accoglie e chi le è vicino l’accarezza.

Mi ero accorta che nel gruppo c’era un’altra persona con gravi difficoltà, che piangeva, ma nel chiederle di quel pianto non mi rispondeva, scuoteva la testa facendomi capire che non voleva parlare.

Comprendo che ha la bocca bloccata e quindi con molta dolcezza le dico che vorrei aiutarla, perché penso che le parole non escano in quanto frenate, non so bene per cosa, se per paura di ascoltarsi, per timore che possa dire qualcosa che non vorrebbe dire, insomma utilizzo il sintomo come l’impossibilità di dire, lei mi sorride con le lacrime agli occhi, ma non parla. Mi avvicino e le tocco le spalle affettuosamente, le chiedo se c’e’ qualcuno con il quale vorrebbe parlare, lei con il capo mi dice di si, chiedo se con qualcuno del gruppo e lei mi dice no, allora prendo una sedia vuota e la metto davanti chiedendole di pensare che questa persona è lì davanti e può parlarci. Il gruppo è in silenzio e lei con un filo di voce inizia a parlare, facciamo fatica a capirla, afferma che non è possibile che una madre perda il figlio durante il salvataggio, le chiedo con chi sta parlando e dice con sua nipote. Racconta quindi, che si erano rifugiati tutti sul piano alto della casa, lei Maria, aveva stretto a sé la figlia maggiore di sua nipote e sono state le prime ad essere tratte in salvo con l’elicottero. La nipote aveva in braccio il figlio più piccolo di circa due anni ed erano in attesa di essere prelevati dal tetto con un’altro elicottero. Maria si rende conto che la nipote è in stato di shock e le grida di tenere stretto a sé il bambino, ma nel salvataggio madre e figlio vengono separati e il bambino non si ritroverà più. Maria non piange in quel momento è tesa ha i muscoli del viso in forte tensione è arrabbiata con la madre dei bambini, sua nipote, che è tutt’ora sotto shock ed e’ in trattamento psicologico. Continua a dire di non capire come una madre possa lasciare un figlio e piange, continua a parlare del bambino disperso negli aiuti e delle ricerche fatte invano per poterlo ritrovare. Molti bambini erano scomparsi, tanto che l’Unicef aveva fatto bloccare le estradizione dei bambini dal Venezuela.

Il gruppo ascolta, ma lentamente inizia ad aiutarla a riflettere su quanto in quei momenti è difficile mantenere la lucidità; un po’ per volta Maria inizia a rilassarsi con il corpo e parla più tranquilla.

Esperienze di gruppo di Marapa (19 partecipanti)

Nell’altro gruppo la modalità di intervento è la stessa e in breve tempo il signor Louis un amato e stimato rappresentante di quel villaggio, sicuramente più benestante degli altri in quanto proprietario di una copisteria, interviene per primo a nome del gruppo.

Noto che il gruppo lo “riconosce” e lo rispetta come leader e Louis assume appieno questo ruolo.

Louis inizia a raccontare come lui sia impegnato a rimettere a posto il suo negozio e ringrazia Dio che la sua famiglia sia intera, ricorda che dopo averla messa in salvo ha aiutato la gente. Camminava nel fango e scavava con le mani per fare uscire le persone; tutti i presenti in questo gruppo avevano lavorato ininterrottamente per aiutare gli altri. Louis inizia a piangere e dice che non sa quando torneranno a rivedere il villaggio come era prima. La zona era stata molto colpita, sembrava rasa al suolo con dei muri mezzi crollati e vi erano persone che continuavano a vivere in case più o meno pericolanti. Lungo la strada avevo visto la gente ricostruire alcuni muri e la mia attenzione era caduta su un giovane che stava mettendo i mattoni su un terreno non spianato, la posizione del suolo era insicura, stava costruendo nello stesso posto in cui comparivano le macerie della casa distrutta. Ho pensato in quel momento quanto quell’ uomo sentisse necessario ricostruire su ciò che aveva perso. Mi sono detta che ciò era l’esempio di un uomo traumatizzato che in questo modo rischiava di rinnovare nel tempo la stessa perdita. Freud nel 1920 in “Al di là del principio del piacere” osservò che pazienti che avevano subito gravi shock in guerra rievocavano attraverso i sogni la stessa situazione traumatica contraddicendo chiaramente il principio di piacere. Freud spiegò questo fenomeno, apparentemente paradossale, come un tardivo tentativo dell’Io di dominare una situazione che lo aveva sopraffatto, con una stimolazione massiva e individuò il principio del “dominio retroattivo”, che è una qualità fondamentale dell’Io con il quale l’Io cerca di conservare il proprio equilibrio omeostatico. Freud postulò due ampi effetti del trauma sull’individuo: il primo comprende la fissazione del trauma, con tentativi di ricordare e ripetere il trauma e il secondo comprende una reazione di difesa di rimozione, con la quale si cerca di non ricordare né ripetere il trauma. (Freud,1986)

Comprendevo sempre più e pienamente la perdita e l’ansia della ricostruzione del dopo inondazione che serviva a mitigare la ferita degli uomini e della stessa terra.

Nel gruppo un altro giovane parla degli interventi dopo la catastrofe e lui fa parte del corpo di “defesa civil” (persone volontarie e addestrate, che intervengono in caso di disastri ). Miguel, questo è il suo nome per i tre incontri ha indossato sempre la tuta militare, non ha mai pianto e ha descritto con molta lucidità anche i momenti più cruenti che ha vissuto nel rimuovere le macerie e recuperare i cadaveri.

Da subito penso ad un forte estraniamento emotivo da quei ricordi e immagini che raccontava.

Con lui sono stata molto attenta informandolo di riconoscere i segnali di un malessere come: depressione, cinismo, stanchezza, fatica, senso di inutilità, irritabilità ed aggressività ed altri ancora che sembrano non avere alcun nesso con l’aiuto prodigato, ma che al contrario indicano il dolore e l’orrore che lui ha, chiuso dentro di se.

Avevo letto quanto potesse essere forte e devastante il trauma vicario che è tipico di chi è esposto per lavoro o per volontariato a vivere i traumi degli altri come la polizia, i vigili del fuoco e altre categorie lavorative (Sgarro, 1977). Nel gruppo molta gente piangeva in silenzio. Una maestra delle elementari ha raccontato di essersi rifugiata in una chiesa con dei bambini della sua scuola e che tutti pregavano. Al suo racconto ho colto degli sguardi e dei mormorii da parte del gruppo di non sostegno alla stessa.

In seguito e fuori dal gruppo alcuni di loro mi hanno raccontato invece di averla trovata da sola nella chiesa in ginocchio a pregare, ma che ha fatto di tutto per essere premiata simbolicamente come loro, per gli aiuti prodigati alla popolazione. Mi rendo conto che la fiducia tra i partecipanti al gruppo è limitata ed emergono dinamiche sulle quali dovrò lavorare pena la non efficacia del programma proposto.

Una giovane donna racconta di avere trascorso più di una settimana in attesa che la sua famiglia si ricongiungesse e che era andata a prendere i figli in un centro di prima accoglienza dove erano stati accolti durante i soccorsi. Il signor Louis, nel ripercorrere le fasi in cui aiutava le persone e ricordandosi altri episodi inizia a ridere e a descrivere una scena in cui due persone cercavano di aiutarsi tenendosi ad un palo. Nel materiale che avevo portato con me vi erano degli articoli inglesi che parlavano di gruppi terapeutici con persone che lavorano in situazioni di emergenza e vi è una fase terapeutica, in cui il ridere di situazioni particolari e buffe, che avvengono durante i salvataggi, diventa un mezzo utile per allentare la tensione (Moran, ).

Louis riesce a contagiare tutti descrivendo alcune situazioni ed altri riescono a ricordarne altre. Nell’ultimo incontro la responsabile: Balabay, ha parlato di sé, del dolore di abbandonare la casa allagata e di aver perso tutti i suoi oggetti, documenti e quant’ altro.

Altri membri del gruppo, lamentano non solo di aver perso tutto, ma di dover inoltre vigilare di notte e di giorno le macerie della loro casa, perché alcune persone trafugavano gli oggetti.

 Buona parte dell’incontro finale è stato dedicato ai maestri della scuola presenti nel gruppo, hanno parlato dei bambini, dei loro comportamenti a scuola, ad esempio: un bambino guardava fuori dalla finestra per tutto l’orario scolastico. Il lavoro con gli insegnanti proseguì anche nella fase della formazione sostenendoli nella comunicazione con i bambini spronandoli ad usare qualsiasi modalità di linguaggio e soprattutto quello espressivo come il disegno libero, individuale e di gruppo.

I partecipanti si sono coinvolti raccontando quello che è avvenuto, gli amici e i parenti persi, racconti di immagini che consentono di ripercorrere la tragedia per potersi riappropriare dei ricordi e delle emozioni vissute.

La prima fase del lavoro si concluse con l’apprezzamento delle autorità e dei partecipanti.

Chiudiamo quest’ultimo incontro con Felicia che sorride e dice che i suoi nipoti sono ritornati a scuola, dopo aver parlato con la figlia, la situazione si è sbloccata e stanno riprendendo la normalità della loro vita. Felicia stessa dirà, alla fine di tutti gli incontri di formazione, che è riuscita ad andare da sola a Caracas e non lo faceva dall’evento tragico.

Ricerche teoriche hanno approfondito il processo di verbalizzazione emotiva centrata sull’evento definita in termini di eventi, emozioni, pensieri e raggiungimento della scarica emozionale. (Crocq 2000)

La procedura del debriefing si pone come obbiettivo l’integrazione dell’immagine traumatica attraverso il linguaggio, il ristabilire il controllo sulle emozioni attraverso la parola, la ricostruzione dell’integrità psichica e del sentimento di appartenenza umana e sociale.

Il Debriefing “classico”, detto anche “Critical Incident Stress Debriefing/Psycological Debriefing (CISD/PD) ha un complesso protocollo del “Critical Incident Stress Management” (CISM) e dovrebbe essere rivolto esclusivamente a gruppi relativamente omogenei di soccorritori, ed è composto in sette fasi distinte (Mitchell, Everly, 1996).

Normalmente viene svolta tra le 24 ore o 96 ore che seguono l’avvenimento ovvero quando l’esperienza si è potuta strutturare psicologicamente almeno un minimo, ma non si è potuta ancora cristallizzare del tutto nel vissuto delle persone coinvolte. In letteratura scientifica però esiste un ampio dibattito sul tema del “timing” migliore per l’intervento, tema tecnico e controverso. Il CISD permette, attraverso lo sguardo strutturato e “significante” dell’esperienza gruppale, di ridurre le possibili conseguenze negative di un avvenimento traumatico a livello psichico, come ad esempio l’insorgere della PTSD (sindrome da stress post- traumatico dall’inglese Post Traumatic Stress Disorder) ed altre sindromi collegate ancora più complesse. Nel corso della terapia di gruppo/lavoro di gruppo, attraverso le varie fasi, si affrontano progressivamente fatti, pensieri emozioni e sintomi, al fine di proporre una prima rielaborazione e ristabilire una migliore comprensione dell’avvenimento, affinché lo si possa reinserire nel corso della propria esistenza dandogli almeno un parziale significato, coerente e condiviso con gli altri membri del gruppo.

Le sette fasi classiche del protocollo di Mitchell sono:

1.  Introduzione (alla situazione ed al lavoro di gruppo)

2.  Discussione dei Fatti (ricostruzione degli eventi occorsi, attraverso le narrazioni e le prospettive multiple dei partecipanti)

3.  Discussione dei Pensieri/Cognizioni (che i partecipanti hanno avuto durante l’evento)

4.  Discussioni delle emozioni (condividendo quelle provate durante l’evento, e comprendendo così che è “legittimo e normale” sentirsi a disagio dopo un evento critico, e che anche altri colleghi possono avere esperienze simili alle proprie)

5.  Discussione dei sintomi (eventualmente provati nelle ore o nei giorni successivi all’evento critico)

6.  Fornire informazioni(sulle reazioni post-traumatiche ed eventuali “punti di contatto” in caso di necessità personali di contatto future)

7.  Conclusione (che “chiude” l’esperienza, sfumando dopo, a volte, verso una chiusura anche informale, spesso bevendo e mangiando qualcosa insieme per rinsaldare i legami sociali di gruppo dopo l’evento critico e la “fatica emotiva” del Debrifing)

In alcuni approcci europei si aggiunge tra la sesta e la settima fase una fase aggiuntiva, detta del “Rito” di particolare valore simbolico. Generalmente il Debriefing è preceduto da un incontro di Defusing, soprattutto con gli specialisti dell’aiuto (infermieri, pompieri, soccorritori etc.; se svolto al termine del servizio in cui si è verificato l’evento critico).

Il Defusing (disinnescare) è un breve colloquio di gruppo, solitamente ma non sempre condotto da uno psicologo, che si tiene dopo un intervento particolarmente critico o impegnativo condotto da membri di servizi di salvataggio, di soccorso o di cure, che si sono trovati quindi a vivere situazioni drammatiche o addirittura traumatiche (a volte è detto “demobilization” intervento utile affinché i soccorritori possano essere aiutati a ritornare alla normalità quotidiana, dopo aver vissuto emozioni complesse nelle pratiche d’aiuto date.)

Il primo protocollo di debriefing proposto è stato in seguito criticato e modificato da autori, in cui vi è una maggiore attenzione clinica ai processi psicologici sottostanti, l’autore delinea il Process Debriefing in cui le dinamiche interattive del gruppo non vengono ignorate ma costituiscono gli assetti principali di lavoro (Dyregrov, 1977).

Anche la “Scuola di Val-de-Grace” (la psichiatria militare francese ad orientamento psicodinamico) apporta delle modifiche al protocollo seguendo gli aspetti dinamici e di processo del debriefing. Vi è in conclusione un ripensare alla tecnica che deve adattarsi alla realtà dei processi psicolgici delle persone coinvolte e non è la tecnica ad essere prioritaria sull’intervento.

Formazione

Le riunioni d’equipe consentono a tutti di riflettere e apprendere, di riorganizzare gli strumenti di lavoro e farli tradurre. I colleghi il Prof.re Hugo Rodriguez e la dott.ssa Gloria Riveros dopo aver seguito con me gli incontri e aver riflettuto insieme, si preparano, come da progetto, ad essere presenti quotidianamente per alcune ore nei due moduli (presidi) per i colloqui terapeutici individuali e azioni di supporto alle responsabili dei due centri.

 In poco tempo, mi sento già inserita nel contesto: il buon lavoro di rete e il clima creatosi nei tre incontri mi dà fiducia e mi spinge a progredire pensando alle tappe successive.

La fase formativa ha previsto l’utilizzo di strumenti e studi che ancora una volta potevano essere facilmente utilizzati comprendendone il valore e l’utilità.

Il contesto teorico proposto è stata la Famiglia multiproblematica ((Cancrini, De Gregorio, Nocerino, 1994), in quanto consentiva di far comprendere l’ottica con la quale guardare e prendere informazioni sui gruppi familiari che gli operatori, avrebbero incontrato. I temi affrontati sono stati:

modalità di comunicazione;

scarsa delimitazione dei sottosistemi (con insufficiente delimitazione dei confini generazionali);

difficoltà nello svolgimento dei ruoli (spesso in quello genitoriale e nell’assunzione della leadership);

tendenza all’instabilità psico - sociale nei singoli individui e nei sottosistemi per una carenza di costanza nell’organizzazione strutturale;

piú membri familiari presentano o denunciano problemi.

Nelle situazioni traumatiche o post-traumatiche, le famiglie che sono disorganizzate all’interno e che presentano già dei problemi sono più a rischio per il manifestarsi di comportamenti di maggiore e profondo malessere psico - sociale dopo l'evento traumatico.

La ricerca psico - sociale ha dimostrato con chiarezza nel corso di questi anni che le “situazioni di sofferenza” costituiscono la base per la domanda di droghe e alcool. Il potere dell’alcool così come delle droghe in genere é di alleviare momentaneamente i disagi psico - emotivi della persona.

A maggior ragione in caso di crisi la domanda aumenta e si instaurano forme di vera tossicomania. E` anche per questa ragione, che rivolgiamo molta attenzione al contesto familiare nel quale spesso si abusa di alcool.

Allo stesso tempo é necessario osservare e valutare le relazioni sociali del soggetto e le relazioni intrafamiliari.

Esiste spesso confusione, tra i ruoli generazionali all’interno di questo tipo di famiglia, che crea squilibri e che spesso conduce a una protratta adolescenza di giovani coppie con figli che vivono all’interno delle famiglie di origine. Nelle famiglie incontrate ad esempio, la nonna riveste un ruolo genitoriale a tutti gli effetti come: sostengo emotivo e organizzativo per i propri figli, che si allontanano da casa per lavorare lasciando alle cure di questa i nipoti e spesso inoltre, si occupa anche dei figli dei vicini di casa.

La nonna continua ad avere competenze genitoriali con i figli e con i nipoti. Questo può creare sovente deresponsabilizzazione nei giovani adulti e/ o sconferme nel ruolo genitoriale.

Gli strumenti di lavoro proposti nella formazione sono stati: la cartella informativa e l'utilizzo delle mappe familiari.

La cartella informativa è stato un valido strumento alla base della formazione in quanto, i partecipanti avrebbero dovuto raccogliere quante più informazioni possibili e rilevare i disagi delle piccole comunità, compito assegnatogli dall’Ente locale FUNDACOMUN.

 La cartella informativa usata, chiamata modulo Coress era in uso ad un gruppo terapeutico del Prof. L. Cancrini e Dottor F. Colacicco, (che ringrazio in quanto mi hanno sostenuta per questa esperienza consigliandomi dei materiali di studio e consentendomi di svolgere questa attività durante il training della scuola di specializzazione IEFCoS di terapia familiare), è stata studiata insieme ai miei colleghi locali apportando qualche modifica ed inserita quindi, nella formazione.

Il modulo raccoglie informazioni in modo sistematico, per ambiti di intervento. L’uso di questo materiale ha una diversa valenza e utilità, in quanto in questi luoghi di accoglienza non esistono dei raccoglitori di informazioni sulla popolazione locale. Durante l’alluvione è stato difficilissimo dare il numero preciso dei dispersi, proprio perchè non vi è stata la possibilità di risalire tramite censimento ad un numero più o meno esatto.

L’organizzazione sociale di questi piccoli centri è molto semplice e il sostegno e l’aiuto è delegato a persone che nella comunità sono individuate come “l’ amigo/a del vicino”.

La cartella informativa è stata presentata sia a tutela dei dati personali del paziente che dei rischi nel lavoro psicosociale dell’ operatore stesso.

Abbiamo trattato questi due argomenti insieme, perché é necessario che sia chiaro il significato e l’utilità di usare degli strumenti di lavoro e che servono:

per avere dei parametri di riferimento quanto più precisi e utili;

per tutelare la persona che ascoltiamo;

per tutelare gli stessi operatori che guidano l’intervista ricca sovente di significati emotivi;

La cartella informativa é uno strumento di lavoro che permette di avere una “guida” per la raccolta delle informazioni.

In tutti i settori della scienza, e quindi anche nelle scienze umane, lo stesso fenomeno oggetto di studio può essere osservato, descritto e spiegato in modi di volta in volta diversi, in quanto diversi sono i modi di pensare che inducono inevitabilmente a scegliere punti diversi di osservazione.

Diversi punti di osservazione producono dunque diverse spiegazioni dei fenomeni e per gli operatori l’uso di uno schema strutturato di intervista permette in primo luogo di tenere ben presente i dati essenziali da raccogliere, evitando di essere fuorviati dalla pressione della richiesta, spesso in un clima emotivamente coinvolgente.

Un sociologo partecipante al gruppo di Marapa, condivise con noi la Mappa familiare (Quiroz, utilizzata all’Università Centrale: facoltà di Psichiatria sezione di Terapia Familiare, contenente una varietà di simboli ed indicazioni nella loro lingua.

Familograma. “Terapia Familiar”Immagine_2.JPG

 

 

La collaborazione di un membro del gruppo alla condivisione del lavoro da intraprendere è emozionante ed è la spinta necessaria per far intendere a tutti e due i gruppi l’importanza di conoscere oltre la persona che evidenzia il sintomo, il gruppo familiare al quale appartiene. L’utilità della mappa familiare fu proprio quella di raccogliere e capire meglio anche per me la costituzione dei nuclei familiari e ovviamente delle relazioni all’interno, cogliere le differenze tra i nuclei familiari italiani e i loro.

Ogni passaggio della ricerca e del lavoro è stato sempre concordato e accettato dal gruppo formativo stesso, indicazioni e perplessità: loro erano la mia guida, lo stesso gruppo impegnato nella formazione divenne il vero esperto delle relazioni umane nel proprio territorio in quanto capace di ascoltare e sostenere le difficoltà della loro gente.

Alla formazione teorica sono state proposte esercitazioni sulle mappe familiari: ognuno di loro costruiva la mappa familiare all’altro compagno ed è stato utilizzato il role-play per le interviste e i colloqui. I due gruppi hanno collaborano tantissimo, indicatore di questo è la puntualità agli incontri e la presenza fino alla fine.

Propongo due esempi di mappe familiari prodotte dai partecipanti, nella delimitazione interna della mappa vengono individuate le persone che vivono nella stessa casa.

In molte coppie, analizzate in questo lavoro, il legame non è regolarizzato né dallo Stato civile, né dalla Religione.

Il clima di lavoro è tranquillo e soprattutto caldo e ospitale, come ritengo tipico di questa popolazione. A turno uno o più persone, nelle pause, preparano per tutti bevande al mango, altri frutti tropicali e pietanze locali come le impanade, (impasto con farina di mais ripieni di carne e quant’altro) ed altri piatti locali.

Gusto con piacere la cultura venezuelana e penso che vi siano diversi modi di raccontare di un viaggio, l’esperienza culinaria ad esempio è molto interessante, ad esempio come conoscere che ingredienti usano e mischiano e come si sta insieme a tavola.

I report da consegnare alla Dottora Falcon del PNUD, valutatore economico delle azioni dell’intero progetto e le riunioni d’equipe consentivano di sostenere la comunicazione tra le parti e sentirsi insieme.

I dati dei colloqui ci hanno permesso, in incontri di lavoro in ufficio con la dott.ssa Gloria Riveros e il Prof.re Hugo Rodriguez, di riflettere su alcune situazioni, abbiamo capito ad esempio quanto i fattori pre-morbosi: precedenti traumi, malattie, problemi familiari ed altro, incidano rendendo difficile una sana rielaborazione del trauma recente, in quanto i soggetti sono già vulnerabili ed un ulteriore stressor, mette a dura prova le difese dell’Io.

Mappe familiari prodotte nella fase di formazione

 

 

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Ma valutare i sintomi pre-morbosi, ovvero le patologie che l’individuo presentava ancor prima del trauma, non è un’indagine facile.

 Abbiamo considerato quante persone precedentemente traumatizzate da episodi della loro vita vivessero i sintomi in modo amplificato con attacchi d’ansia, crisi di pianto e stati depressivi più o meno forti, insonnie e come in loro riemergevano ricordi o frammenti del trauma precedente in tutta la loro intensità emotiva. Uno tra i vari casi trattati a colloquio dal Prof.re Hugo Rodriguez costituisce un esempio: una signora racconta ad Hugo l’aborto terapeutico che ha dovuto subire e che solo adesso si rende conto di non aver mai superato. La tragedia dell’inondazione ha come risvegliato quei ricordi producendo una profonda disperazione e depressione.

Ricordo inoltre che esistono alterazioni post-traumatiche di personalità e del comportamento chiamati Complex PTSD o DESNOS (Disorders of Extreme Stress Not Otherwise Specified) che interessano difficoltà interpersonali, disregolazione negli affetti e a volte gravi turbe dell’identità (Sgarro,1977).

L’intero lavoro del progetto psicoemoziolale è durato due mesi, pensavo di aver fatto il viaggio da sola, in realtà portavo in grembo mio figlio Federico che aveva bisogno della mia attenzione e protezione. Ha vissuto con me alcune rischiose avventure nell’esplorazione dei posti esposti al pericolo d’infezioni, non ancora del tutto cessato.

 Il Cins, l’Organizzazione Non Governativa (ONG), al quale devo la felice esperienza, ha ottenuto la prorogato del progetto per altri due mesi per averne riconosciuto l’efficacia ed i risultati raggiunti. Ha proseguito il lavoro un mio collega italiano portandolo a buon fine.

Il distacco dai due gruppi e’ stato per me carico di emozioni positive, di soddisfazione reciproca e ognuno dei due gruppi ha salutato l’intera equipe a modo proprio. La gente di Via Eterna ha organizzato una grande festa con striscioni e un pranzo con i piatti tipici locali, preparati dal gruppo stesso e a Marapa lo stesso gruppo dei partecipanti ci ha insignito di una onorificenza, consegnandoci un diploma a nome del comitato di Marapa che dice:

“Per il valido lavoro nella comunità, nel momento più critico della nostra vita, con pazienza, esperienza e sapienza per il nostro riscatto e recupero del nostro stato emotivo”.

Ai due gruppi formati: il responsabile della Cooperazione italiana (persona attenta e sensibile) Dottor Antonio Conte e la Dottoressa Ivonne Falcòn del PNUD hanno consegnato un attestato a dimostrazione dell’impegno della popolazione locale.

Osservazioni conclusive

L’impegno di tutti è stato ripagato dalle buone relazioni che siamo riusciti a costruire consentendoci di arrivare ad alcuni, pochi obiettivi comuni, ma soprattutto quelli più profondi e personali che significavano riemergere dal dolore del trauma per avviare una vera e propria ricostruzione ritrovando l’energia e le risorse dentro sè.

Il materiale raccolto è molto interessante, utile ad approfondire la conoscenza dei nuclei familiari incontrati, la costruzione delle mappe familiari e i dati clinici riportati dalle cartelle compilate in Venezuela, sono stati utilissimi nelle riunioni con i colleghi venezuelani Hugo e Gloria consentendoci di seguire insieme alcuni casi che richiedevano delle analisi approfondite dei sintomi per aiutare le persone e le famiglie coinvolte nel trattamento.

L’attività formativa inizialmente vissuta da me, con timore, ha ottenuto ottimi risultati sia riguardo il gradimento ma anche l’ utilità, riscontrata da parte degli operatori.

L’attività stessa ha consentito in seguito, di far nascere negli ambienti del presidio di Via Eterna una scuola dell’infanzia per poter accogliere i bambini delle famiglie numerose.

L’approccio sistemico familiare mi è stato utilissimo in quanto, consentiva di osservare e lavorare con il singolo, comprendendo le dinamiche familiari sbloccando così delle situazioni di sofferenza e d’impasse che l’intero gruppo viveva. Così come guardare ai gruppi mi permetteva di individuare i livelli di autonomia dei singoli individui rispetto al gruppo familiare.

A livello umano e personale il mio pensiero ogni volta va alle popolazioni danneggiate dallo Tsunami, dagli uragani e terremoti, al dolore ed alla sofferenza che le persone provano. La guarigione è un percorso lungo ed è necessario il supporto psicologico per consentire alla popolazione di riavvicinarsi alla propria terra come la “buona madre”, allo stesso modo come è stato riaccettato per i venezuelani il grande fiume Rio che straripò causando la perdita di tante vite umane.

Gli aiuti e i supporti umanitari sono importantissimi per le sorti delle popolazione sopravvissute, ma in tempi veloci è utile dare il supporto psicologico per poter smuovere quelle risorse emotive bloccate dallo shock e utilissime per la fase della riorganizzazione del ripristino della normalità che consente alla popolazione stessa di partecipare alla ricostruzione.

Gli studi hanno evidenziato che, anche nella tragedia dell’11 Settembre, la popolazione ha vissuto un lungo e forte impatto psicologico: la paura di violenza negli Stati Uniti è aumentata, così come il senso di vulnerabilità a causa degli attacchi terroristici esterni. L’impatto psicologico ha cambiato il modo di percepire alcuni problemi nazionali, vi è stato lo spostamento di fondi dal sistema sanitario alla sicurezza nazionale. Un altro effetto causato dall’attacco dell’11 Settembre è stato l’aumento di crisi nei pazienti con epilessia e si evidenzia inoltre aumenti di aritmia in pazienti cardiaci. Certamente questi sintomi sono stati riscontrati dai medici in pazienti considerati a rischio dopo il terremoto avvenuto recentemente in Abruzzo, anche se occorrerà del tempo per conteggiare i danni sanitari, psicologici ed economici che la catastrofe ha causato.

L’aiuto e l’intervento psicoterapeutico è necessario ed importante come strumento preventivo, avendo anche una ricaduta significativa da un punto di vista economico, sanitario e ovviamente umano.

Bibliografia

1.  Bateson, G. Verso un’ecologia della mente (1977) p.203/206 Adelphi

2.  Curra Arciniegas, N. Que son los circulos femeninos populares (1999) Caracas

3.  Powell, T. Free Yourself From Harmful Stress (1997) New York,NY:DKPublishing,Inc. Fonte: FEMA (Federal Emergency Managment Agency)

4.  Cancrini,L.;De Gregorio, F.;Nocerino, S. (1994) Las Familias Multiproblematicas, in Colacicco, F. Prevencion y terapia de la toxicodipendencia en laciudad de Palermo, in W Palermo Viva, Nis Roma

5.  Freud, S; (1986) Al di là del principio del piacere. Mondatori Milano

6.  Sgarro, M. Post Traumatic Stress disorder. Aspetti clinici e psicoterapie.(1997) Kappa

7.  Moran, C.C. Does the use of humor as a copyng strategy affect stressor associated with emergency work? Internetional Journal of Mas Emergencies and disaster, 8 (3) 361-377

8.  Crocq, L. (2000), Collective Behaviours, in Disaster Mental Health, Module n°4 of the Master of Disaster Medicine. San Marino

9.  Mitchell, J.T, Everly, O. S. (1996). Critical Incident Stress Debrifing: an Operations Manual. Ellicott City, MD Chevren

10. Dyregrov, A.; (1997) The Process of Psychological Debrifing. Journal of Traumatic Stress 10, 589-604

11.       Quiroz, F. Familograma. Tema elaborado para la asignatura:“Terapia Familiar”, de 2 ano del Postgrado de Psiquitria, Escuela de Medicina J.M. Vargas, Fac. De Medicina, U.C.V.



[1]    Psicologa  e psicoterapeuta in ambito  clinico, organizzativo, civile-penale minorile. Responsabile di più progetti per il CeIS don Mario Picchi.

 

Valerio Sciannamea [1]

Il Gruppo Gruppoanalitico

Un’esperienza di osservazione e supervisione

Presentiamo qui un’originale modalità di “formazione indiretta” che riprende un’esperienza didattica svolta direttamente con gli allievi di una Scuola di Psicoterapia.

Seguiremo le vicende di un gruppo terapeutico gruppoanalitico, focalizzando l’attenzione sui nuovi membri, per formarci un’idea dei disturbi che li affliggono, comprenderne la patogenesi e infine porre una corretta diagnosi strutturale della loro psicopatologia attraverso il modo in cui questa si configura nella rete famigliare di appartenenza. Ricordiamo sempre a tale proposito che per Foulkes il gruppo non è solo uno strumento terapeutico ma anche il metodo migliore per l’inquadramento diagnostico dei pazienti.

Il compito così definito verrà svolto attraverso due strumenti principali e in due fasi successive.

Il primo strumento è l’osservazione. Si tratta del resoconto di alcune sedute, così come è stato redatto dagli osservatori. Le sedute sono riportate solo parzialmente, in funzione del compito di definire il significato analitico di alcuni scambi comunicativi avvenuti nel gruppo e di delineare a grandi linee la struttura di personalità di alcuni dei membri.

Il secondo strumento è la supervisione. È un’elaborazione delle stesse sedute, ed in particolare degli scambi riportati nell’osservazione, che è stata successivamente condotta da un gruppo di psicoterapeuti in formazione.

La prima fase, qui riportata, consiste nella lettura attenta dell’osservazione al fine di sviluppare libere associazioni sulle comunicazioni del gruppo e poi riflessioni  consapevoli analiticamente orientate. Tale fase si conclude con l’invito al lettore di riflettere su alcuni aspetti dell’osservazione e possibilmente fornirne una ipotesi psicodinamica che tenga conto della matrice del gruppo.

La seconda fase, che sarà riportata nel prossimo numero di Attualità in Psicologia, consiste nella esposizione di quanto è emerso nel Gruppo di Supervisione, nell’intento di approfondire ove possibile il processo e il significato della comunicazione del gruppo.

Nota: nella esperienza didattica originale è seguita una discussione di gruppo sul compito assegnato, in particolare sulla diagnosi della psicopatologia di due dei membri del gruppo nelle sue dimensioni tipologica e strutturale. Ciò ha reso possibile il confronto sui contributi apportati da ciascuno degli allievi alla elaborazione psicodinamica dei casi.

PRIMA FASE

La struttura del gruppo

Prendiamo in considerazione questo gruppo di giovani adulti in un momento particolarmente interessante della sua storia, in cui la struttura si modifica in modo significativo nel breve volgere di alcune sedute per il rapido ricambio dei membri. Alcuni escono per vari motivi mentre altri entrano, dando l’avvio  ad un processo gruppoanalitico che cercheremo di seguire nei suoi aspetti sia di contenuto che di configurazione e “localizzazione” dei disturbi.

La storia del gruppo

Il gruppo di partenza, di tipo semiaperto, era formato da 9 giovani adulti: Daniele, Sandra, Elisa, Flavio, Fernando, Massimo, Mara, Giorgia e Luciano. Pian piano, si è andato riducendo di numero negli ultimi mesi, venendo sempre comunque ristrutturato attraverso l’ingresso di nuovi membri.

Flavio, che nel gruppo stava sempre zitto, ha fatto un drop-out; era un caso molto difficile, anche perché alle spalle c’è una rete famigliare “distruttiva”, completamente negativa, che ha remato pesantemente contro la terapia.

Fernando si è sposato, quindi apparentemente ha sistemato la sua vita; è felice  e sta bene.

Daniele sta terminando la terapia e negli ultimi tempi viene solo ogni tanto, ogni due o tre sedute, con l’accordo che terminerà prima dell’estate.

Anche Sandra sta lasciando il gruppo, non perché abbia finito, ma perché deve fare un corso a Milano, dove lavora anche il suo ragazzo, e quindi è agli sgoccioli con questo gruppo. Comunque, proseguirà la terapia là dove si sta trasferendo. 

Elisa è una paziente isterica che continua ad avere il suo sintomo di conversione, quella sorta di mal di gola per il quale spesso non riesce a parlare. Ha interrotto la terapia proprio nel momento in cui è entrato nel gruppo Massimo. Lei ha detto testualmente: “Oh!, un altro come me!”, aggiungendo poi: “Mi fa piacere perché non sono sola”; e poi non è più venuta al gruppo. Ha fatto una sorta “fuga in avanti” nella guarigione, riprendendo l’università e trovando anche lavoro come baby-sitter. Nonostante si fosse compensata in tanti aspetti, Elisa ha evidenziato la persistenza di una forte ambivalenza non sopportando l’ingresso nel gruppo di Massimo, per paura di trovare uno specchio nel quale riflettersi, una sorta di esperienza narcisistica gemellare alla Kohut, avvertendo il pericolo di una regressione più profonda di quella che lei è in grado di accettare.

Del gruppo originario sono rimasti dunque Massimo, Mara, Giorgia e Luciano; ad esso si sono aggiunti in un breve lasso di tempo i nuovi ingressi di Stefania, Nestore e Fabrizio, che facevano parte di un altro gruppo, e infine è arrivata anche Tara.

I membri del gruppo

Accenniamo brevemente alla storia dei pazienti attuali del gruppo, raccolta attraverso la conoscenza personale del conduttore, le sedute del gruppo originario ed i colloqui preliminari all’ingresso nel gruppo dei nuovi membri.

Stefania è una giovane donna di circa 25 anni, che da bambina ha sofferto di “piccolo male epilettico”. È stata curata bene da un famoso neurologo ed è asintomatica da anni.

Ha già fatto in passato psicoterapia, prima per un breve periodo in un gruppo condotto da una donna, una sorta di “maternage” terapeutico, e poi più a lungo in un altro gruppo con un uomo come conduttore.

Senonché poi, dopo alcuni anni, è come rimbalzata, ripiombata in una condizione di malessere…non lavora ed ha una specie di ricerca ossessiva del rapporto sessuale. Non ha mai fatto l’amore, ne ha voglia e lo fantastica continuamente, ma allo stesso tempo predilige rapporti “trasgressivi” che in qualche modo glielo impediscono; ha scelto infatti un partner improponibile, una specie di guappo o di bullo romanaccio, che lei “mette al posto suo” ogni volta che tenta un approccio.

La famiglia di Stefania è di umili origini e di basso livello culturale, con il padre conducente dell’ATAC  e la madre casalinga. La madre ha una specie di “personalità sensitiva”, nel senso di Kretshmer; arrossisce tremendamente appena si mette seduta, è una eritrofobica, quasi avesse una emotività invasiva, un investimento affettivo somatico molto intenso, una specie di variante neurovegetativa dell’isteria. All’epoca della malattia Stefania era una “pupetta” molto bellina, carina, una piccola bomboletta, ma anche molto dipendente, immatura… S’è creata così una specie di iperprotezione di questa bambina, una ipersollecitudine che circola nella famiglia, quasi una sorta di feedback positivo che induce il sospetto che la “personalità epilettica” si possa configurare a volte come un disturbo di rete. Stefania usa naturalmente tutto questo per non essere autonoma da una parte e per trasgredire dall’altra.

Fabrizio è anche lui nuovo del gruppo, ha 24 anni ed è un paziente impegnativo con una nevrosi ossessiva-compulsiva grave... ha tutta una serie di rituali ossessivi, tra i quali andare al bagno; lui interrompe qualsiasi cosa, anche la terapia, e deve andare al bagno.

All’età di sei anni ha avuto per un lungo periodo di tempo accessi epilettici a tipo “grande male”, che poi sono stati controllati con terapie specifiche. Adesso ha ancora il drenaggio, una derivazione ventricolo-peritoneale, ma l’elettroencefalogramma è tornato praticamente normale.

È un ragazzo intelligente, sensibile, con un certo insight, che si sa inserire bene nell’ambiente di lavoro. Ha una famiglia apparentemente coesa, con una madre gravemente ansiosa, iperprotettiva, che si colpevolizza per la sua malattia. Una volta un famoso neurologo le avrebbe detto : “Lei è il motivo della epilessia di suo figlio!”. In qualche modo, c’è in questo una parte di verità, nel senso che lei è più o meno colpevole di un coinvolgimento eccessivo; non tanto per il sentimento di fondo, ovviamente quello di una madre addolorata e preoccupata, quanto per il fatto di non essere riuscita ad elaborare il lutto con l’evolvere positivo della malattia e per il suo comportamento di eccessiva sollecitudine, stando sempre e solo col suo figlio unico tutto il tempo, ansiosamente, mostrando grande preoccupazione e sofferenza.

Luciano ha 26 anni ed ha ormai compiuto un percorso impegnativo che è finito bene… è uno di quei pazienti che rendono felici il suo terapeuta. All’inizio era un molto grave, un borderline chiaramente… Era venuto nel gruppo di terapia in condizioni di totale isolamento e ritiro sociale, con una incapacità di comunicare ed una storia di pseudologia fantastica. In famiglia raccontava che studiava, che dava esami e che li superava brillantemente, fino all’approssimarsi di una laurea inventata... Nel gruppo, non ha proferito parola per almeno due mesi! Infine, si è come svegliato e pian piano ha recuperato il terreno perduto, la regressione ha invertito la sua direzione, per così dire, e ha iniziato a parlare, a raccontare di sé. Ci sono voluti più di due anni, nei quali ha lavorato su di sé ma anche per il gruppo, con generosità, con sacrificio personale perché a lui costa molto venire al gruppo sia economicamente sia come distanza, perché viene da fuori… Ed ora ha trovato una ragazza, un lavoro e sta per laurearsi, anche se ancora ha delle difficoltà con lo studio.

Massimo è l’altro paziente che ha un dolore di tipo isterico, oltre a Emanuela che ha interrotto proprio quando lui è entrato nel gruppo. È un artista di circa 30 anni. La sua situazione esistenziale è in qualche modo “scolastica”, molto chiara. I genitori  sono separati e lui vive da anni col padre; tutto andava bene, anche con una produttività artistica discreta, solo che un rapporto con una donna l’ha messo in crisi e allora lui è tornato dalla madre, che è “l’unica che lo può comprendere e aiutare in questo momento”. Con lei non aveva avuto rapporti, se non molto occasionali, negli ultimi dieci anni circa. La madre è una personalità psicopatica che dice di avere col figlio un rapporto fusionale, come un cordone ombelicale, e non capisce proprio come mai lui abbia deciso di andarsene col padre pur sapendo che sono e saranno sempre una cosa sola. Proprio in questo momento di difficoltà, lui si è accorto di avere un varicocele e questo ha come concretizzato il fantasma della castrazione. Sta facendo la terapia medica, ma c’è uno stiramento del funicolo con qualche algia, che però lui accentua molto, esagera, anche con vissuti interni ipocondriaci ecc... Ora è impaurito della castrazione in termini reali, concreti, perché gli hanno prospettato un intervento al testicolo. Quindi Massimo sta come vivendo la sua battaglia edipica in primo piano.

Mara è uno dei vecchi membri del gruppo, poco più che trentenne, preside di una scuola. È venuta per un disturbo d’ansia, con attacchi di panico ed inibizioni in vari campi, che poi ha elaborato bene nel gruppo. Il fatto è che ha un nucleo narcisistico un po’ difficile da scalfire, che le impedisce di entrare nella giusta dimensione, un nucleo fatto di invidia e aggressività. Spesso impiega difensivamente i suoi sogni, come una specie di “meccanismo esclusivo” di comunicazione col terapeuta, adopera il sogno come una messaggio diretto a lui, che poi è necessario tradurre in favore della matrice del gruppo. Da tempo è nell’aria la terminazione della sua analisi, ma rimane come sospesa tra finire e non finire, con fantasie edipiche e ritorni fusionali, un po’ come in un’eterna giovinezza.

Giorgia è anche lei della vecchia guardia, con una strutturazione della personalità certamente di livello alto, nevrotico, ma molto, molto rigida. La sua difesa principale è la razionalizzazione, indice di buona intelligenza ma con scarsa apertura alla comunicazione quando questa scende a livelli “più bassi” di quello transferale, con proiezioni e vissuti corporei che lei dice di “non capire”. Comunque, l’ingresso nel gruppo di Tara sembra aver riattivato in lei alcune cose, che si configurano nel gruppo come una rivalità edipica, in una sorta di triangolazione fra Giorgia, Tara e Luciano. È probabile che questo possa aprire uno spazio di comunicazione nel gruppo.

Per quanto riguarda gli ultimi due membri del gruppo, Tara e Nestore, non diciamo nulla perché saranno proprio loro i protagonisti principali sia dell’osservazione che della supervisione, nei brani di seguito riportati. Di loro sappiamo inizialmente poco, essendo nuovi del gruppo, e dovremo cercare di delinearne in qualche modo il livello ed il tipo di personalità. Questo è uno dei compiti e degli scopi del lavoro, insieme ad altri che scopriremo strada facendo.

OSSERVAZIONE DEL GRUPPO

Prima Seduta

Tara (si presenta al gruppo, parlando di sé e dei suoi problemi) – ho già fatto un periodo di analisi di gruppo con il Terapeuta, circa due anni fa, ma ho dovuto interromperlo. Quando mia madre è venuta a saperlo mi ha detto che ero pazza e che non mi avrebbe mai pagato la terapia; io non avevo i soldi e quindi ho dovuto smettere. Ora che ho trovato un lavoro, ho la possibilità di pagarmi da sola la terapia e quindi sono tornata.

Ho molte difficoltà con mia madre, che non mi capisce, che non vede certe cose, il mondo che cambia. Malgrado tutto questo, provo un forte senso di colpa nei suoi confronti perché so che lei non vorrebbe che fossi qui.

Silenzio prolungato.

Terapeuta – non è che il gruppo debba accogliere o fare i convenevoli a Tara come suo nuovo membro ma ognuno potrebbe cercare di dire che cos’è che gli impedisce di parlare, cioè parlare della sua sensazione di non voler parlare.

Giorgia – non si tratta né di disagio né di imbarazzo; è solo che ultimamente il gruppo è molto cambiato, è come “rigenerato”, e mi devo ancora abituare.

Stefania – con il tempo andrà sicuramente meglio perché ci faremo l’abitudine.

Tara – se si aspetta di fare l’abitudine ad una cosa, allora il tempo dell’analisi è già passato.

Mara – ho pensato molto al gruppo durante la settimana, a ciò che era successo nella seduta precedente. Ho fatto anche un sogno. Vedo l’immagine di mio fratello, alla quale però si sovrappone parzialmente quella di Fabrizio; penso che anche io, come Fabrizio, ho l’epilessia e che siccome siamo fratelli ed entrambi malati, la colpa deve essere per forza di mia madre. Ricordo la sensazione di rabbia che ho provato verso di lei al risveglio; sono stata molto male per questo, mi sento in colpa, un po’ come Tara. Il fatto è che non ricordo un gesto affettuoso di mia madre, né per me né per mio fratello, mentre adesso lei è molto affettuosa con il nipotino. È questa frustrazione, la carenza dell’affetto da parte di mia madre, che mi fa sentire molto vicina a mio fratello.

Terapeuta – la “epilessia” che accomuna Mara al fratello è forse la rabbia verso la madre, rabbia per la nascita del fratello stesso, poi spostata sul nipotino al quale la madre ha dato l’affetto negato a loro. Qui nel gruppo, Fabrizio rappresenta per Mara la figura del fratello e la sua rabbia è indirizzata anche al terapeuta-madre che ha introdotto questo nuovo fratello nel gruppo, che lo ha “rigenerato” come diceva prima Giorgia.

Mara – non ho un ricordo di mia madre che mi veste, nemmeno una volta; non è questa una esperienza di frustrazione? Sono sicura che tutti voi avete invece almeno un ricordo di questo tipo nella vostra infanzia.

Tara – neanch’io ricordo di essere stata mai vestita da mia madre. Anche mio padre è molto freddo e distante; per lui l’unico dovere è quello di mantenere la famiglia, per cui niente affetto, tenerezza ecc. Non so cosa voglia dire uno scambio affettuoso con lui. Ricordo di averlo abbracciato una sola volta in vita mia, quando piangeva sconsolato per la morte del  fratello; la prima e unica volta che l’ho visto diverso, vulnerabile.

Giorgia – io invece ricordo bene mia madre mentre mi veste; come figlia unica sono stata anche troppo vezzeggiata da lei.

Terapeuta – perché sta sorridendo? – dice rivolto a Luciano. Forse ha qualcosa da dire?

Luciano – sto pensando a questa storia dell’essere vestiti. Mi torna in mente una scena con la mia ragazza perché, dopo aver fatto l’amore, abbiamo giocato a rivestirci, anzi è lei che ha voluto rivestirmi ed essere poi rivestita da me. Io l’avevo presa così, come una cosa divertente, come un gioco, ma ora la vedo in modo un po’ diverso, alla luce di quello che è stato detto, come una cosa un po’ più seria, che ha un significato forse più profondo.

Giorgia – come va con questa ragazza?

Luciano – bene, decisamente bene.  Ci facciamo un sacco di risate insieme. Sotto questo aspetto, mi sento ora abbastanza completo, non sono più solo uno studente. Prima o non ero niente o ero solo uno studente, mentre ora sono qualcosa di più, di diverso. Certo, so che sto studiando poco e questo è un problema che devo ancora affrontare, una dimensione con la quale mi dovrò confrontare prima o poi.

Giorgia – è per vedere la ragazza che non studi quanto dovresti? Ma lei sta ancora con quell’altro, oltre che con te? Non sei geloso per questo?

Luciano – certo, è per questo che non studio tanto. Lei sta ancora con lui ma non ne sono geloso; vado per la mia strada, poi si vedrà. Penso che molto dipenda da me, se sarò all’altezza tutto andrà bene, lei lo lascerà e resterà solo con me. A proposito, ho fatto un sogno che vi voglio raccontare. Mi trovo nel letto con mia madre e accanto a me c’è il generale Clark, quello che lancia le bombe sulla Serbia, cioè che comanda le operazioni belliche della NATO; ad un certo punto, lui mi scavalca, mi passa proprio sopra, e va da mia madre che deve cedere, perché lui è il generale Clark ed è troppo potente, non gli si può dire di no; io sono lì accanto a loro, frustrato ma impotente e come rassegnato perché non posso farci nulla.

Giorgia e Mara ridono di gusto.

Terapeuta – perché ridete?

Silenzio.

Terapeuta – perché ridete?... È così difficile rispondere senza pensarci molto su?

Giorgia – rido perché sono contenta per Luciano che finalmente ha trovato quello che cercava, perché la sua storia con la ragazza va bene.

Mara – non mi va di rispondere…  – e poi farfuglia  qualcosa che non ha molto senso.

Segue un silenzio prolungato.

SECONDA SEDUTA

Tara – credo di aver capito una cosa del mio carattere. Mi capita spesso di arrabbiarmi col mio ragazzo e di farlo soffrire, ma stranamente provo piacere per questo. È come se la sua sofferenza mi dimostrasse di essere importante per lui, e questo mi da sicurezza. Ultimamente, riflettendoci sopra, mi è venuto in mente di quando ero piccola e del rapporto che avevo con mio padre. Lui si arrabbiava e mi rimproverava, io cercavo di rispondergli e di dire la mia ma poi non ci riuscivo e scoppiavo a piangere; allora lui, come soddisfatto per questo, mi lasciava stare. Ho sempre pensato che quello fosse il modo che aveva mio padre di chiedermi affetto, la prova che gli volevo bene, perché con lui non c’è mai stato un vero scambio affettivo, non ha mai dimostrato di volermi bene, almeno direttamente. E allora penso che adesso faccio con il mio ragazzo quello che faceva mio padre con me, cioè lo provoco e lo faccio soffrire per essere sicura che mi vuole bene.

Giorgia – mi sembra un po’ “elaborato”. Anch’io mi arrabbio col mio ragazzo, ma non penso di farlo apposta, cioè non è che voglio farlo soffrire per essere sicura del suo affetto. Tante volte mi arrabbio perché lui fa delle cose che mi danno fastidio, semplicemente.

Tara – si, hai ragione… non è sempre così come ho detto, alle volte anch’io mi arrabbio per motivi reali, ma lo faccio un po’ troppo spesso... fino a poco fa non ci facevo caso, mentre adesso pongo maggiore attenzione a quello che faccio e mi chiedo se mi sto arrabbiando per una cosa giusta oppure per il motivo che ho cercato di spiegare. Così, giusto per farvi capire meglio la difficoltà del rapporto con mio padre… qualche anno fa ho fatto un sogno nel quale lo vedevo come un gigante ed io stavo di fronte a lui, piccola piccola e senza difesa...

Giorgia – mi sembra troppo elaborato, questo fatto di riportare tutto al rapporto con tuo padre...

Terapeuta – cosa intende per “elaborato”?

Giorgia – beh!... ecco… non so bene come dirlo…

Terapeuta - che vuol dire elaborato? Certo, in linea di massima noi siamo qui per elaborare le cose. Non che siamo per forza alla ricerca dell’inconscio di Freud, ma Tara sente un po’ in questo modo e sta cercando di dircelo...

Luciano – non riesco a capirti, Giorgia. Ma allora, tutto quello che ci siamo detti qui non conta... il rapporto con mio padre, che non mi è stato mai vicino, ed anche il tuo con tuo padre! Come, proprio tu dici queste cose? Allora da ‘sta recchia non ci vuoi proprio sentì!?

Giorgia – non è la stessa cosa, io non ho avuto di questi problemi con mio padre, caso mai qualche volta li ho avuti con mia madre. E poi in ogni caso ero io che la provocavo, che la facevo arrabbiare.

Terapeuta – è come se Giorgia non volesse accettare l’idea che questo possa succedere con i genitori; anzi, caso mai è lei che provocava, come per un profondo desiderio di controllo della situazione. Ma è poi vero che nel rapporto con il genitore è il bambino che controlla, oppure è una fantasia successiva che in qualche modo ricostruisce deformandola una situazione di sofferenza inaccettabile? 

Giorgia – comunque questo adesso non succede più, da parecchio tempo con i miei sono più tranquilla... non so perché, forse sono cambiata, non so neanch’io come. Non con il mio ragazzo però, con lui mi succede ancora, mi arrabbio spesso. Quasi sempre si tratta di stupidaggini, mi arrabbio per delle stupidaggini.

Luciano – veramente i litigi che hai riportato qui nel gruppo non erano assolutamente stupidaggini, erano invece tutte cose piuttosto serie.

Terapeuta – perché non ci racconta una di queste “stupidaggini”?

Giorgia – beh, ad esempio… una sera in cui gli ho fatto una scenata di gelosia. Lui, con il lavoro che fa, riceve tantissime telefonate… questo lo so e ormai non me la prendo più di tanto se ci interrompono ecc. Quella sera però dovette chiamare la nipote, che ha 22 anni e con la quale ha un buon rapporto, sono molto uniti. Dopo aver risolto il problema di lavoro, hanno continuato a parlare a lungo di fatti loro e poi lui l’ha salutata chiamandola “passerina”. Io allora sono sbottata, gli ho fatto una scenata di gelosia che è durata per delle ore. Poi però ho capito che era una stupidaggine, che aveva esagerato, e la mattina dopo ripensandoci mi sono vergognata molto per quello che avevo fatto.

Luciano – di nuovo, a me sembra una cosa piuttosto seria!

Giorgia– no, era una stupidaggine! Lo so che è fatto così, ormai lo conosco. È distratto, non ci pensa a queste cose, per lui è normale agire così...

Luciano – io credo invece che lui ci dovrebbe pensare. E poi, se va bene che lui sia distratto, allora ci sta anche che tu sia gelosa. Siete pari. Sono tutt’e due cose serie.

Giorgia – no, no… non è giusto fare una scenata per una cosa così. La mattina dopo mi sono vergognata molto perché ha capito che aveva ragione lui.

Tara – forse te la sei presa proprio per la parola che ha detto, per come ha chiamato la nipote! Perché forse era te invece che doveva chiamare così...

Giorgia – si, è così… anzi in realtà lui mi ha chiamato veramente così una volta o due, forse è per questo...

Luciano – mi ricordo dell’ultima volta che ho fatto una scenata del genere. Quando era piccolo mi arrabbiavo molto, ho fatto tante scenate “isteriche”. È che allora volevo cose che non potevo avere, ma non lo capivo, non me ne rendevo conto, poi sono cresciuto e ho smesso di arrabbiarmi. Credo che le volte che l’ho fatto ancora si possono contare sulla punta delle dita, almeno in questi ultimi anni.

Silenzio prolungato.

Teraputa – una parte del gruppo è silenziosa, sembra che non partecipi molto. So che questo può sembrare un po’ forte, può essere recepito come una imposizione a parlare, ma in realtà non vuole essere questo, non è che si debba per forza partecipare esprimendo una opinione... forse però uno può dire come si sente, cosa pensa così in generale, quello che gli passa per la testa anche se non ha alcuna attinenza con l’argomento di cui si parla...

Breve silenzio.

Nestore – io capisco perfettamente Tara... con un padre così non è facile. Anch’io ho difficoltà a parlare con mio padre, che non mi ha mai dato dimostrazioni di affetto, che crede come il padre di Tara che il suo unico dovere sia di mantenere la famiglia... ma non è solo di questo che un figlio ha bisogno! A me è mancato molto l’affetto di un padre, ho come un vuoto dentro. Non so spiegarlo... È come quando la casa ha un problema nelle fondamenta; se c’è un difetto nella casa, questa si può aggiustare, le stanze, i balconi ecc. si possono rifare, ma se il problema è nelle fondamenta allora c’è poco da fare, quello rimane lì per sempre. Quel vuoto che ho dentro non può toglierlo più nessuno, nessuno può ridarmi quello che ho perso. Per questo capisco benissimo Tara e condivido quello che ha detto, anche quando ha raccontato quel sogno del gigante; è così che mi sento anch’io di fronte a mio padre. In genere, mi sento insicuro e questo mi crea dei problemi nei rapporti con il maschio, cioè con gli altri uomini; questo soprattutto sul lavoro, dove mi trovo a dover competere con loro e sono in difficoltà perché non sono sicuro, mentre loro lo sono, almeno il 90% degli uomini sono sicuri di sé stessi... – sorride compiaciuto

TerapeutaNestore sta dicendo che è sicuro di essere insicuro. È sicuro di appartenere a quel 10% che non è sicuro... perché se il 90% è così, rimane il 10% che non lo è, che come lui vive questo senso di vuoto. La mia impressione è come se effettivamente al vuoto che c’è da una parte corrispondesse dall’altra un pieno, l’insicurezza di una parte fosse compensata da una sicurezza dell’altra, cioè come se da una parte ci fosse il vuoto del rapporto con il padre, dall’altra però il pieno del rapporto con la madre, di cui non ci ha ancora parlato, e che questo un po’ compensi in fatto di sicurezza...

Nestore – certo, è così! Con mia madre ho un buon rapporto... e per fortuna che è così, altrimenti non so che fine avrei fatto. Lei lo capisce e mi è stata sempre molto vicina – parla a lungo del suo rapporto con la madre.

Silenzio prolungato.

TERZA SEDUTA

Tara – nell’ultima seduta non sono riuscita a trovare il mio spazio; volevo dire delle cose e non ci sono riuscita perché nel gruppo si è parlato di altro. Poi però sono stata male per questo. Mi sono chiesta perché, e mi è venuto in mente che in questo momento anche a casa ho un problema di spazio. È solo nella mia stanza che mi sento bene e faccio le cose che mi piacciono. Mia madre però non mi lascia in pace neanche lì; in modo un po’ ossessivo mi chiede continuamente cosa faccio, oppure entra nella stanza con una scusa per controllarmi. La sento un po’ invadente.

Silenzio prolungato del gruppo.

Terapeuta – evidentemente Tara non trova un suo spazio neanche qui, visto che il gruppo non sembra disposto a concederglielo. Forse lei stessa può dire qualcosa di più...

Tara – con mia madre sono in difficoltà perché la sento intrusiva ma non ho il coraggio di dirglielo. So che questo le farebbe male, che le dispiacerebbe.

Giorgia – tua madre sicuramente lo fa per affetto – sorride compiaciuta

Terapeuta – cosa vuole dire?

Giorgia – la madre ossessiva è quella che si preoccupa della figlia perché le vuole bene, ha attenzione per quello che fa, si interessa di lei.

Terapeuta – per Tara non è proprio così. Sembra che lei senta la madre invasiva e che nello stesso tempo abbia paura di ferirla dicendoglielo.

Giorgia – questo non è possibile, almeno per me non è così visto che se c’è una cosa di cui sono sicura è proprio l’affetto di mia madre. Posso litigare con lei, discuterci anche animatamente, ma ci vogliamo molto bene, anzi  lei dice che non ci può essere affetto più certo di quello della madre per un figlio.

Tara – anche per me è così, certo. So che i miei genitori mi vogliono molto bene. Il problema è il modo in cui me ne vogliono, è questo che mi mette in difficoltà, perché io non lo capisco, non lo condivido e con loro non riesco a trovare il mio spazio. Mia madre mi invade, mentre mio padre fa esattamente il contrario e fra noi due ce n’è anche troppo di spazio! Io vorrei avvicinarlo, ma non ci riesco perché lui è freddo, distante emotivamente.

Nestore – perché non provi a parlarci con tua madre? Dopo tutto vi volete bene, in fondo il vostro rapporto è buono e quindi parlandone potreste risolvere il problema. Purtroppo, questo non è certamente il caso mio. Ho tante difficoltà con mio padre ma non posso assolutamente parlargliene perché ho una grande paura di lui. Mio padre è violento, si arrabbia facilmente e non si sforza assolutamente di capirmi. Certe volte mi si avvicina come per tentare uno scambio affettivo, ma non c’è niente da fare, non riesco a parlargli neanche allora. È che sono stato abituato così fin da bambino, a non avere con lui un buon rapporto, un dialogo, e anche adesso che sono grande queste cose ormai le ho dentro e non ci posso fare proprio niente. Per esempio, mio padre non sa che vengo in analisi; non riesco a dirglielo, anzi a dire la verità neanche lo voglio; perché dovrei farlo, è una cosa mia in cui lui non c’entra. È la terza volta che faccio analisi e a mio padre non l’ho mai detto.

Luciano – ma cosa sa tuo padre dei tuoi problemi, delle tue difficoltà?

Nestore – in parte li conosce, certo, ma non del tutto. Sa solo del mio primo periodo di analisi individuale, che ho fatto quando avevo 15 anni, ma non del secondo, sempre di terapia individuale, che è durato circa tre anni, e non sa nemmeno di questo. Del primo periodo di analisi lo ha saputo perché avevo dei problemi a scuola, e questo non potevo nasconderlo. Così mio padre consentì alla terapia perché voleva che prendessi il diploma; per lui era importante che lo ottenessi in modo che poi avrei potuto trovare un lavoro. Ed infatti si presentò l’occasione di prendere una licenza per fare il tassista, e lui voleva a tutti i costi che accettassi. Ma io non potevo… pensavo. “Come fa a propormi una cosa del genere… sa che io ho il problema che non guido, che non so guidare”. Quando gli ho detto di no, che non potevo farlo, mi ha detto soltanto che ero pigro, che non mi andava di lavorare e che dovevo invece svegliarmi e fare... Mi rimprovera soltanto e non mi aiuta in fondo a superare il mio problema, più che altro insomma lo peggiora. Da allora i rapporti con mio padre sono peggiorati e non gli ho più parlato neanche dell’analisi; se è da solo che me la devo cavare, allora lo faccio veramente, senza contare su di lui. Mio padre non vuole saperne di me, mi ritiene uno scansafatiche che semplicemente non vuole lavorare. Quando sente parlare delle mie paure, non vuole ascoltare, si arrabbia oppure si alza e ne va. Io perciò ho paura di parlarci, ho paura di mio padre! – lo dice con un sorriso pieno e compiaciuto sul volto

Terapeuta – lei dice di aver paura di suo padre, ma lo dice ridendo. È come se il corpo parlasse per lei e dicesse una cosa diversa, e cioè che è il padre che deve aver paura di lei, della sua paura, ovvero che lei attraverso le sue paure cerca di spaventare suo padre.

Nestore sembra molto colpito da questa riproposizione inversa della verità in cui ha sempre creduto. Guarda verso il Terapeuta, poi verso i membri del gruppo quasi a cercare una mano che lo possa aiutare in questo momento difficile. Poi si chiude in un prolungato silenzio.

Terapeuta – la paura di Tara è diversa, non è paura per sé stessa ma per la madre, come se lei temesse veramente di poterla distruggere dicendo che ha bisogno del suo spazio. Sembra veramente un conflitto fra desiderio di fusione ed aspirazione all’autonomia che lei sta vivendo nella relazione con la madre.

Tara – di recente ho detto a mia madre che voglio andare a vivere con il mio ragazzo, ma lei si è subito dispiaciuta e risentita chiedendomi se non sto bene a casa, lì con lei. “Se te ne vuoi andare, è certo per questo, vuol dire che non mi sopporti e che vuoi allontanarti da me”, e si dispera per questo. Quando poi ho parlato dello stesso proposito a mio padre, lui mi ha detto soltanto che allora dovevo sposarmi. Gli ho detto che la mia intenzione è quella di andare solo a convivere, e lui ha mostrato un profondo imbarazzo, certamente in previsione del momento in cui avrebbe dovuto dirlo alla gente, ai familiari ecc.; la sua vera preoccupazione era solamente questa! Non capisco questo atteggiamento, non condivido queste preoccupazioni; mi sembrano tutte cose “assurde”.

Luciano – anch’io di recente ho provato un po’ d’imbarazzo nel dire a mia madre che mi sono fidanzato. Poi però la cosa è andata liscia, anzi meglio di come pensavo. Mia madre è stata affettuosa e interessata, anzi con mia sorpresa mi ha anche chiesto come fosse fisicamente. È stato un po’ difficile dargliene una descrizione fisica, tanto che penso di portarle una fotografia la prossima volta. Quando poi siamo usciti di casa, mia sorella maggiore, che aveva assistito al colloquio, mi ha manifestato le sue perplessità; secondo lei mamma era invece rimasta turbata dalle mie confidenze e dovevo stare attento perché prima o poi mamma avrebbe fatto qualcosa in proposito. Non mi è sembrato così, ma può anche essere.

Tara – perché mai tua madre dovrebbe rimanere turbata per questo?

Luciano – è che il mio rapporto con mamma è un po’ particolare… in realtà è solo da poco e grazie all’analisi che ho cominciato a staccarmi un po’ da lei. Questa di adesso è la prima donna con la quale ho un rapporto, prima c’eravamo solo io e mamma. Quando le farò vedere la foto della mia ragazza dovrò essere molto affettuoso, perché per lei sarà difficile, doloroso... o forse no, forse sono solamente io che penso questo, magari a  mia madre poi non farà un grande effetto… è che lei mi emoziona sempre. Magari potresti fare anche tu così – dice rivolto a Tara –, cioè mostrare affetto a tua madre nel dirle che vuoi andartene, in modo da farle sentire che non è perché stai male lì con lei che vuoi farlo.

Mara – perché non l’abbracci tua madre mentre le mostri la foto?

Luciano – abbracciarla proprio mi sembra veramente troppo – mostrando incredulità e imbarazzo. Non l’ho mai fatto... certo, mi piacerebbe, ma sarebbe terribilmente emozionante. La verità è che per me mamma è stata veramente tutto, la mia vita ha come girato sempre intorno a lei. Con mio padre non ho mai avuto un gran rapporto, lui si arrabbia subito. Non è che sia violento fisicamente, questo no per fortuna, ma spesso dà in escandescenze, almeno a parole. Oppure, se gli gira bene e l’argomento non è troppo coinvolgente sul piano personale, allora dice delle battute, un sacco di battute, anche simpatiche, spiritose. Comunque, anche se il rapporto rimane in questi termini, mio padre sa che vengo in analisi. Non avrei potuto non dirglielo, e credo che sia un problema serio il fatto che invece Nestore non ne parli a suo padre.

Giorgia – ma almeno tua madre lo sa, Nestore?

Nestore – certo, con lei non ho problemi, anzi siamo molto uniti. Ma in che modo, Luciano,  hai detto a tuo padre della decisione di venire in analisi?

Luciano – è una storia un po’ lunga, che risale al periodo immediatamente precedente l’inizio di questa terapia di gruppo. Sono arrivato alla soglia di una laurea fantasma, prima di decidermi a comunicare le mie difficoltà. Dicevo ai miei genitori che facevo gli esami, che andavano bene, e questo per anni. In realtà, non studiavo e non davo esami, ma pian piano questa situazione era diventata insostenibile per cui alla fine glielo ho detto. Mamma non si è arrabbiata, ha capito subito che c’era un problema più serio. Mio padre invece non aveva voluto neppure ascoltarmi; comunque, ormai lo sapeva. Piuttosto, voglio di nuovo dire a Nestore che mi sembra un problema serio questo fatto che non ne parli a tuo padre.

Nestore – ho paura di dirglielo, e poi in fondo non lo voglio neanche per una questione di orgoglio. Mio padre in realtà non si è mai interessato a me, ai miei problemi; l’unica cosa che gli interessava era che prendessi il diploma perché potessi lavorare. È che io e mio padre siamo proprio diversi, come due mondi a parte, e quindi non possiamo capirci.

Luciano – a me invece sembrate proprio uguali! Forse la verità è che siete troppo simili... Tu agisci come tuo padre quando ha paura di te e per questo eviti di parlarci, è come se camminassi sulle sue orme.

Nestore – non mi sembra di somigliare a mio padre, lui è violento, irascibile ecc. – ancora una volta mentre lo dice un sorriso compare sul suo volto

Terapeuta – vediamo come il problema di Nestore si è sviluppato nella comunicazione del gruppo. Lui ha parlato molto bene del suo rapporto con la madre mentre ha come svalutato la figura del padre. Tuttavia, come Luciano ha notato, Nestore sembra molto unito a quel padre, simile sotto certi aspetti, se non identico. Quel padre è per Nestore come un’“ombra” che lo accompagna, che fa parte della sua personalità, un’ombra che forse è dentro ognuno di noi e con la quale tutti dobbiamo in qualche modo confrontarci.

QUARTA SEDUTA

Nestore – sono molto ansioso perché mi hanno offerto un lavoro. Vorrei accettare, ma non so proprio come fare. Mi sveglio la mattina e mi assale subito l’ansia per quello che devo fare, la giornata mi si presenta davanti come una montagna da scalare… Poi, se esco di casa, mi prende subito la depressione, mi sento confuso, cominciano gli attacchi di panico. Come posso fare in queste condizioni ad accettare quel lavoro… dovrei anche andarci in macchina! – dice ridendo. Non è pericoloso guidare nelle mie condizioni?

Terapeuta – …sembra che la sola idea sia talmente assurda da farla ridere!

Nestore – si… Sono entrato in agitazione. Avevo bisogno di risposte alle mie domande e allora sono andato dalla psicoterapeuta che mi faceva la terapia individuale… mi dispiace ma è stato più forte di me! Comunque, non è servito a niente perché giustamente la dottoressa mi ha detto che la decisone spetta a me e che devo scegliere autonomamente. Lo sapevo che finiva così. Ma non credo proprio di essere ancora in grado di lavorare; è meglio che prima risolva i miei problemi. Se la ditta sarà ancora disposta a prendermi, bene; altrimenti, troverò qualcos’altro.

Terapeuta – come sente il fatto di essere andato dalla dottoressa di prima? Non per un motivo moralistico, ma solo per vedere che cosa gli ha impedito di parlare qui nel gruppo di queste sue difficoltà.

Nestore – non voglio che mi venga di nuovo un esaurimento nervoso, come è successo già due volte, a 17 e 25 anni. Sono caduto in depressione ed è stato molto brutto. L’ultima volta, poi, è durata a lungo, fino ad un paio di mesi fa, quando ho deciso di venire al gruppo. Passavo le giornate a letto e mi sono ingrassato molto. Sono sempre stato un po’ sovrappeso ma ultimamente sono aumentato troppo, da 90 a 120 Kg, e questo è veramente troppo. Mi muovo a fatica, ho l’affanno… Si, sono grasso, ciccione… e non crediate che questo mi faccia piacere! È per questo che voglio prima risolvere i miei problemi, perché così non ce la faccio a lavorare. Vorrei solo vivere una vita normale, niente di eccezionale, fare quello che fanno tutti. Non è una questione di volontà, è proprio che ho troppa ansia e non ce la faccio. E se devo lavorare per forza ma non ce la faccio, che devo fare?

Conclude il suo lungo sfogo. Il gruppo resta in silenzio per un po’

Tara – sto facendo fatica a venire al gruppo e durante la seduta mi sento confusa. Questa mattina ho pensato che il gruppo non mi aiuta come che mi aspettavo.

Luciano – mi meraviglia quello che dici, perché ho sempre avuto l’impressione che tu fossi molto più attiva, più... nel gruppo, no... fossi molto presente nel gruppo, che lavorassi, al contrario di Mara e Giorgia, ad esempio, che rappresentano il modo di come non si fa l’analisi.

Tara – mah, le due... queste ultime due volte non era così, non è stato così per me; è vero, io parlavo ecc., però nelle ultime due sedute non è stato così.

Luciano – è vero, le ultime due volte sei intervenuta di meno, ma la condizione indispensabile per avere l’aiuto dal gruppo è esserci e partecipare. Io la mia prima... le prime avvisaglie che potevo essere aiutato dal gruppo le ho avute dopo cinque o sei mesi dall’inizio della terapia.

Tara – in effetti forse l’aiuto me lo aspettavo dal gruppo, cioè da tutto il gruppo, anche dal Terapeuta, anzi in particolare da lui… Perché per me è come una figura paterna, e da lui mi aspetto quello che ci si aspetta da un padre…  Non so dire poi quale aiuto, no... un aiuto che mi faccia stare bene… Sento che si ripete la storia della mia vita…

Luciano – qual è questa storia?

Tara – beh, mio padre si è sposato una prima volta ed ha avuto un figlio maschio. La moglie però è morta prematuramente, per cui lui è andato a vivere dalla sorella insieme con il figlio. Successivamente ha conosciuto mia madre, si è sposato ed ha avuto due figlie femmine; io sono la maggiore. Il primo figlio però è rimasto dalla zia, che non è sposata; praticamente, lo ha allevato lei… Il fatto è che io non dovevo proprio nascere! Mi chiedo spesso perché sono nata! Se la prima moglie non fosse morta così giovane mio padre non si sarebbe risposato e io non ci sarei…

Luciano – sei gelosa perché tuo padre dà il suo affetto al primo figlio maschio invece che a te?

Tara – no, no… mio padre non si è mai occupato veramente di lui, non ho mai sentito che lo preferisse a noi, anzi il contrario… stava sempre con noi e a lui ci pensava quasi solo la sorella. Non è per questo che non mi sento accettata da mio padre. Più che altro ho sempre pensato che lui volesse un maschio e non una femmina, che quindi mi abbia sempre un po’ rifiutata. Io facevo di tutto per attrarre la sua attenzione, ma senza grosse speranze per  questa convinzione, no, che lui volesse un maschio e che quindi non avrei mai potuto avere veramente il suo affetto.

Luciano – allora tu hai un padre sessista! E il suo rapporto con tua madre com’è? Cioè, rispetto alle donne... è uno che non ama le donne?

Tara – no, con mia madre è affettuoso, ma con... è diverso con mia madre e con me. Con lei è molto più affettuoso che non nei miei confronti – comincia a piangere

Nestore – Beata te che riesci a piangere! Significa che puoi andare avanti, significa che in effetti qualcosa, un muro lo hai rotto, no, e che quindi forse puoi andare avanti nell’analisi… tu sei riuscita a piangere, cosa che invece io non... Quanto ti capisco rispetto all’aggressività paterna! Anch’io vivo questa condizione... almeno tu riesci a piangere per questo, io no, non ci riesco. Con mio padre non riesco neanche a parlarci perché mi faccio prendere da quest’ansia, un’ansia che ormai coinvolge tutta la mia vita. Non ho l’ansia soltanto se faccio una cosa, ma ce l’ho per qualsiasi cosa devo fare; è qualcosa che sovrasta la mia vita, e quindi insomma non è... perché se fosse per una cosa sola sarebbe più facile superarla, no, ma per tutto non è possibile – ride mentre lo dice. Tu invece hai individuato qualcosa di molto significativo e anche più limitato, mentre io non so da dove cominciare. Perché il padre è quello che ti da... ti mette... ti fa entrare nel mondo, nella società, e questo mio padre me l’ha impedito. La madre ti cura, ti nutre, ti tiene più così… però dopo c’è il padre che ti deve guidare!

TerapeutaNestore dice a Tara che la sua analisi procede bene, perché il pianto è come una liberazione, un passo avanti nel suo percorso di crescita. Lui invece è fermo, come paralizzato dalla sua ansia che tutto avvolge. Può essere importante allora che Nestore dica come sta procedendo la sua di analisi, come si sente veramente nel gruppo.

Nestore – certo, provo delle difficoltà a parlare liberamente e ad esprimermi, ma non voglio assolutamente mollare. Mi sento come uno squalo che quando ha addentato la preda non la lascia più andare!

Terapeuta – beh, certo! Lo squalo è un chiaro simbolo di aggressività… anche se si dice che basta alle volte un gesto, un calcione per spaventarlo e farlo fuggire – Nestore sorride. Ad un livello, Nestore sente di essere lo squalo, ma forse ad un altro livello le cose possono essere diverse, per esempio lo squalo potrebbe essere il gruppo e lui invece la preda! – Nestore sembra non capire, poi sembra si distende e sorride divertito.

La fase di osservazione del gruppo si conclude, come premesso, con l’invito al lettore di riflettere su alcuni aspetti dell’osservazione e possibilmente fornirne una ipotesi psicodinamica che tenga conto della matrice del gruppo.

Cercate di associare liberamente, riflettere e quindi interpretare in senso analitico alcuni aspetti salienti delle sedute di osservazione:

1)  il “senso di colpa” di Tara nei confronti della madre, denunciato nella prima seduta, anche alla luce delle sue comunicazioni successive circa la mancanza di spazio in casa, l’intrusività della madre, la storia famigliare e la discussione che avviene nel gruppo intorno a questo

2)  la dinamica della rete famigliare di Tara

3)  il sogno che Luciano riporta nella prima seduta e la reazione di alcuni membri del gruppo

4)  l’atteggiamento di Giorgia nella seconda seduta verso le comunicazioni iniziali di Tara

5)  la metafora di Nestore della casa e delle sue fondamenta durante la seconda seduta

6)  l’autoironia di Nestore che sorride o ride apertamente nel comunicare alcune delle sue insicurezze e delle sue paure, rispetto alla sicurezza degli altri uomini, all’aggressività del padre ecc.

7)  la dinamica della rete famigliare di Nestore

8)  l’immagine che Nestore porta al gruppo dello squalo che non molla la preda

Una volta analizzati questi aspetti, cercate di descrivere sinteticamente la struttura di personalità di Tara e di Nestore, tenendo conto sia del livello evolutivo che dello stile difensivo, inquadrandoli quindi da un punto di vista diagnostico e prognostico. Cogliete poi gli aspetti dinamici essenziali delle rispettive reti famigliari, anche nelle loro interrelazioni con la comunicazione del gruppo.

Le riflessioni fatte dal lettore potranno trovare riscontro o meno nella seconda fase di questo processo di “formazione indiretta”, nella quale sarà riportato ciò che è emerso nel Gruppo di Supervisione.

 



[1]    Medico, Gruppoanalista, Presidente CATG.

 

Roberto Pasanisi[1]

Alle origini della psicoterapia moderna: un’analisi multidisciplinare

«Condizione indispensabile per l’acquisizione dell’isteria, sembra essere il fatto che si determini un rapporto di incompatibilità fra l’Io e una rappresentazione che a esso si presenti. […] Il momento veramente traumatico quindi è quello nel quale la contraddizione si impone all’Io e l’Io stesso decreta il bando alla rappresentazione contraddicente. Con tale bando quella rappresentazione non viene però annullata, ma soltanto respinta nell’inconscio; quando questo processo si produce per la prima volta, si forma con ciò un nucleo e centro di cristallizzazione per la formazione di un gruppo psichico distinto dall’Io, attorno al quale si raccoglie successivamente tutto ciò che avrebbe presupposto l’accettazione della rappresentazione contraddicente. […] Di fatto accade una cosa diversa da quello che l’individuo si propone; egli vorrebbe eliminare una rappresentazione come se non si fosse mai prodotta, ma riesce soltanto a isolarla psichicamente. […] La terapia è consistita qui nel costringere il gruppo psichico separato a riunificarsi con la coscienza dell’Io. Il successo, strano a dirsi, non si è prodotto parallelamente al lavori di analisi; solo quando l’ultimo elemento fu liquidato, si è avuta improvvisa la guarigione»[2].

Così Freud, in conclusione del capitolo Signora Emmy von N., quarantenne, della Livonia, sintetizza e chiarisce da par suo, con vivace acribia scientifica non meno che con raffinato nitore di stile, l’ermeneutica ed il metodo da lui messo a punto, a partire da Breuer, e utilizzato in questo caso del 1899 dall’autore stesso definito, nell’incipit del capitolo, di grande interesse.

In effetti, è qui ben presente il modello janetiano, la cui influenza sulla nascita della psicoterapia psicodinamica è stata per lungo tempo sottovalutata: da Ellenberger[3] in poi lo psichiatra svizzero – già allievo, come Freud, di Charcot alla Salpêtrière – è invece apparso il principale fondatore, o quanto meno l’imprescindibile precursore, della moderna psicologia dinamica. L’idea freudiana di «gruppo psichico separato» e «distinto dall’Io»  rimanda  chiaramente al concetto di materiale dissociato già elaborato da Janet, e che sarà poi da lui esposto sistematicamente, dal 1898 in poi, a cominciare dal saggio Névroses et Idées Fixes e dal capitolo intitolato Traitement Psychologique de l’Hystérie, parte del più ampio Traité de Thérapeutique Appliquée di Albert Robin.

È chiaro tuttavia, nel saggio sul caso della Signora Emmy, e più in generale in gran parte degli Studi sull’isteria, come il modello psicoanalitico sia già del tutto in fieri, mentre si andava completando un iter che affonda nel mondo classico (a partire dal modello tripartito dell’anima di Platone[4] e dei neoplatonici) e passa attraverso quella sorta di psicoterapie prescientifiche (ma pur sempre modello per il futuro approccio di tipo psicodinamico alla malattia mentale) che sono il magnetismo ed il mesmerismo prima e l’ipnotismo charcotiano poi. Nella scenografia teatrale e teatralizzata delle isteriche trattate dal famoso neurologo parigino il giovane Sigmund avrebbe per la prima volta visto muoversi la neurologia sul filo sottile fra disagio mentale e sociale da una parte, suggestione e recitazione dall’altro, toccando con mano che, come dice Lombardi Satriani

«Ogni cultura è sempre il frutto di un equilibrio tra l’esigenza della norma e l’esigenza della trasgressione»[5].

«La terapia è consistita qui nel costringere il gruppo psichico separato a riunificarsi con la coscienza dell’Io»,

dice Freud nel passo già citato; e ciò avviene sostanzialmente attraverso il riconoscimento e la verbalizzazione dei contenuti ideativi ed emotivi inconsci, la talking cure:

«As described by Dr Breuer, his treatment of Anna gradually developed through three stages, as he responded to Anna’s own apparent wishes. In the first stage, he recognized that she could relieve her distress by making up and telling fairy tales, ‘always sad and some of them very charming’—and he encouraged her to do so. She herself called this activity ‘chimney sweeping’ or her ‘talking cure’ (the origin of this famous term for all later forms of psychotherapy and counselling)»[6].

Così Anna O., alias Bertha Pappenheim, forse una delle pazienti più famose e studiate della storia della psicologia, brillantemente individua nella razionalizzazione dal buio dell’inconscio attraverso la luce del verbum il cuore del nuovo metodo terapeutico: è una linea che dalle ‘psicologie del profondo’ giunge fino alle ‘psicologie esperienziali’, là dove sulla verbalizzazione aleggerà l’inquietante meccanismo di difesa della razionalizzazione ed apparirà dunque necessario andare oltre, da Berne e Perls in poi (psicoanalista pentito…), in direzione dell’esperienza emozionale del vissuto allo stato puro, da (ri)vivere nell’hic et nunc dell’ ‘attimo che scorre nell’eterno’.

Ed è sul terreno friabile e incandescente delle emozioni che Freud può approfondire il suo spericolato descensus nell’inconscio: in un passaggio fondamentale del suo studio del 1906 su un racconto di Wilhelm Jensen (grande scrittore fra Otto e Novecento oggi purtroppo ricordato, al di fuori degli ‘addetti ai lavori’, soltanto per il saggio freudiano), Gradiva: una fantasia pompeiana, Sigmund poeticamente scrive, con toni fra shakespeariani e omerici:

«I poeti sono però alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta. Particolarmente nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono state ancora aperte alla scienza»[7].

E più avanti, stabilendo un sottile phil rouge fra ‘scienze della mente’ e arte, afferma:

«Si dice in genere che il poeta deve evitare i contatti con lo psichiatra e lasciare ai medici il compito di descrivere gli stati mentali patologici. Ma in realtà nessun vero poeta ha mai rispettato questa prescrizione. La descrizione della vita interiore dell’uomo è proprio il suo campo specifico ed egli è sempre stato il precursore della scienza e anche della psicologia scientifica. Ma il confine fra gli statici psichici definiti normali e quelli patologici il confine è per un verso puramente convenzionale, e per l’altro così fluido che ognuno di noi rischia di sorpassarlo più volte nel corso di una sola giornata. […] Così né il poeta può sfuggire allo psichiatra, né lo psichiatra al poeta; e la trattazione poetica di un tema psichiatrico può, senza perdere la propria bellezza, risultare corretta»[8].

Come dice Gadamer,

«Avere un mondo significa rapportarsi al mondo. Il rapportarsi, però, richiede che si sia staccati da ciò che nel mondo ci viene incontro al punto da poterselo rappresentare come esso è. Questo potere è insieme avere-mondo e avere-linguaggio»[9].

Allora, per il poeta, il linguaggio viene a configurarsi come una struttura di alterificazione del mondo da sé, ovvero come strumento conoscitivo che opera attraverso l’oggettivazione: del resto, cos’è l’arte, in ultima analisi, se non «una gnoseologia estetica ed un disvelamento» che si esprimono in una forma?[10]

Come ha scritto Michel Foucault nella sua ormai celebre Storia della follia,

«l’essere della letteratura, così come si produce dopo Mallarmé e sino ai nostri giorni, conquista la regione dove, da Freud in poi, avviene l’esperienza della follia»[11]

visto  che

«La poesia è l’arma con cui la ragione ascolta organizza ed esprime, nel tentativo di contrapporsi alla morte del sentire, alla follia che appunto sempre la insidia»[12].

Come lucidamente aveva già intuito il maestro viennese,

«Di fronte a tutto questo, l’intellettuale, e più in particolare l’artista, viene ad assumere il ruolo di coscienza critica della società, di suo intrepido disvelatore: per Adorno, “Le opere d’arte hanno la loro grandezza nel fatto che lasciano parlare ciò che l’ideologia tiene nascosto. Esse trascendono, che lo vogliano o no, la falsa coscienza”. Il poeta è, nietzscheanamente, avanti a tutti gli altri uomini: come Tiresia od Omero ha una vista ‘altra’, ben più profonda rispetto all’uomo comune (ma anche ben più tragica: è sempre vera l’antica equazione ‘conoscenza = dolore’); egli ha il cómpito d’illuminare i suoi simili e si configura come l’ultimo sacerdote e depositario della bellezza e dell’umanità: valori che ha, omericamente, la funzione di salvaguardare e tramandare»[13].

«Rimaniamo alla superficie fintanto che ci occupiamo solo di ricordi e di rappresentazioni. Ciò che veramente conta nella vita psichica sono i sentimenti, e tutte le forze psichiche sono importanti solo per la loro capacità di risvegliare sentimenti. Le rappresentazioni sono rimosse soltanto perché sono collegate allo sprigionamento dei sentimenti che non dovrebbe verificarsi. Sarebbe più giusto dire che la rimozione colpisce i sentimenti, ma che questi non possono essere da noi colti che nel loro collegamento con le rappresentazioni»[14].

La più smaliziata osservatrice esterna contemporanea dell’ipnosi alle isteriche, la matematica Sofya Kovalevskaya,

«assiste alle dimostrazioni ipnotiche approntate da Jules Luys alla Charité. Quest’ultimo diventa, nella brillante testimonianza della scienziata russa, qualcosa di simile allo chef di una grande cucina, o ad un ‘mago italiano’, pronto da un momento all’altro a rimboccarsi le maniche e iniziare ad “esibire dei trucchi”»[15].

Mentre

«Il lessico teatrale è ampiamente adoperato da Kovalevskaya per riferirsi alla scéance ipnotica, una “commedia” con tanti atti quanti sono i/le sonnambuli/e che vi partecipano; nella fattispecie, oltre la primadonna, un anziano commesso esperto interprete di posture catalettiche e un giovane “veggente” parigino il quale, a detta della spettatrice, aveva scritta negli occhi “la determinazione di non lasciare mai l’ospitale clinica e il suo cibo gratuito, e non cambiarla mai con un duro lavoro in qualche fabbrica”»[16].

«Se l’ipnotista è un saltimbanco, l’ipnotizzato/a un attore o attrice di provincia pronto a tutto per conquistare un pasto caldo o una volatile fama, l’ipnosi una grande commedia, dov’è il trucco che consente a questa farsa non solo di reggere, ma di ottenere anche un enorme successo? Kovolevskaya sembra oscillare tra la propensione a considerare una collusione del tutto consapevole tra medico e sonnambulo/a, dove la strapotere sociale del primo, sempre più spesso ormai denunciato dall’opinione pubblica, assicurerebbe al/la secondo/a una carriera forse non proprio ortodossa ma ugualmente desiderabile in mancanza di ulteriori opportunità; e il sospetto è, se c’è qualcuno in questa storia ad essere effettivamente in un certo senso ipnotizzato, sia l’ipnotista stesso, schiavo delle proprie convinzioni. Nelle parole di Kovalevskaya infatti il dottor Luys “ha convinto se stesso”[17] circa la propria autorità sul sonnambulo e le capacità di quest’ultimo, il quale a sua volta ha buoni motivi per alimentare l’autoconvinzione del suo dottore»[18].

Insomma, una comédie humaine come nel miglior teatro popolare, ma anche una ‘malattia’ che rispecchia una società, un’epoca, affondando nel disagio sociale non meno che nella differenza di classe: i modelli culturali agli albori della belle époque, non ultimo quello del ‘femminile’, trovano nella catalessi ipnotica e nell’isteria una delle loro più icastiche ipostatizzazioni, mescolando la nostalgia d’antan con il furore del progresso e dei ‘tempi nuovi’, nel segno delle «magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria.

Di fronte a codesta temperie culturale, già Boutroux, richiamando col suo Contingentismo le «ragioni del cuore» e l’«esprit de finesse» di Pascal, cercherà di spezzare le ferree catene del meccanicismo e dello scientismo, affidando alle «illusioni» ed alla religione il compito di salvaguardare l’individualità e la libertà dell’uomo[19]. Ma sarà Bergson il primo tra i filosofi dell’epoca a mettere in guardia l’uomo, in nome della grande tradizione umanistica, contro la crescente tendenza a considerare la tecnica come fine e non più come mezzo, rendendo l’individuo schiavo dei suoi stessi strumenti.

«Il prevalere delle macchine», già aveva profeticamente scritto Goethe nel lontano 1828, «mi preoccupa e mi tormenta. E un movimento che lentamente avanza come un temporale: arriverà e ci investirà».

Il timore di fondo, in effetti, è che l’uomo possa smarrire «la formula / che gli Spiriti scongiura”, come lo Zauberlehrling dell’omonima celebre ballata goethiana. Bergson riterrà che solo l’«intuizione» e l’ «élan vital» possano fornire all’individuo una comprensione vera e profonda della realtà, aiutandolo a trovare nella «religione aperta» quel «supplemento d’anima» di cui l’uomo ha un sempre più irrinunciabile bisogno[20].

Non meno decisa, anche se fondata su presupposti in parte diversi, sarà la reazione anti-realistica ed anti-positivistica di un artista fra i più emblematici e avanguardisti di quegli anni, Gabriele D’Annunzio. Già nel 1893 il poeta abruzzese coglieva, con l’antesignana lussureggiante lucidità intellettuale che gli era propria, l’incombente tramonto dell’Ottocento e la nascita di tempi nuovi:

«L’esperimento è compiuto. La scienza è incapace [...] di rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l’ingenua pace. [...] Non vogliamo più la verità. Dateci il sogno. Riposo non avremo se non nelle ombre dell’ignoto»[21].

Allora una comprensione a posteriori di fenomeni quali il mesmerismo e la magnetizzazione da un parte, l’ipnotismo e l’isteria dall’altra va non solo storicizzata, ma anche non può non passare attraverso una prospettiva antropologico-culturale: le coordinate e gli schemi culturali della seconda metà dell’Ottocento, già così smaniosi di scientizzare il mondo, danno luogo ad un modello sciamanico del sapere, vicino e lontano al contempo dalla Weltanschauung dell’epoca come un Giano bifronte: un occhio volto al passato, un altro al futuro prossimo venturo.

Sono le basi, seppure epistemologicamente pre-scientifiche, per la nascita della psicoterapia e della psicologia dinamica moderne, e della psicoanalisi freudiana in primis: per molti, quando Franz Anton Mesmer ‘guarisce’ l’isterica Franziska Österling attraverso le sue scenografiche magnetizzazioni, fra sciamanesimo e coup de théatre, è il primo atto di quella lunga misteriosa storia, tuttora in corso, che Ellenberger avrebbe chiamato The Discovery of the Unconscious.

 



[1]    Psicologo clinico; Direttore, CISAT (Centro Italiano Studi Arte-Terapia)

 

[2]    Sigmund Freud, Studi sull’isteria, pp. 91-93 passim, in Id., Casi clinici, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.

 

[3]    Henri Ellenberger, The Discovery of the Unconscious: The History and Evolution of Dynamic Psychiatry, New York, Basic Books, 1970  (tr. it La scoperta dell’Inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 1976).

[4]    Politeía, 439-445e (Platonis Opera, recognovit brevique adnotatione critica instruxit Ioannes Burnet, tomus IV, Oxford, Oxford University Press, 197821).

[5]    Angioletta Colucci de Goyzueta, Le voci di dentro (Intervista a Luigi Lombardi Satriani e Mariella Pandolfi), “Il Mattino”, 21/XII/1990. Su questo argomento cfr. anche Roberto Pasanisi, Letteratura e potere: la `dialettica innamorata’, in “Pragma”, 1, 1990, pp.73-77.

 

[6]    John Launer, Anna O. and the ‘talking cure’, in “QJM: An International Journal of Medicine”, Volume 98, Issue 6, pp. 465-466. Si cfr. pure, sulla celebre isterica, M. Borch-Jacobsen, Remembering Anna O: A century of mystification. London, Routledge, 1996; e Kaplan - K.Solms – M.Solms, Clinical Studies in Neuro-Psychoanalysis, London, Karnac, 2000.

[7]    Sigmund Freud, Gradiva. Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, p. 16.

 

[8]    Ibidem, pp. 47-48 passim.

 

[9]    H.G. Gadamer, Verità e metodo [1960], Milano, Bompiani, 1983, p. 507.

 

[10]  Cfr. Roberto Pasanisi, L’ ‘uomo-massa’ e la  `morte della bellezza’: la coscienza dell’Occidente alle soglie del Nulla, in “Pragma”, 1, 1990,  p. 33. Cfr. pure Heinrich Lausberg, Elementi di retorica [1967], Bologna, Il Mulino, 1982, p. 95.

 

[11]  Cfr. la nozione di «follia», acuta rielaborazione dell’Inconscio freudiano, quale emerge dal pensiero di Galimberti.

 

[12]  Rossano Onano, La poesia, la follia, l’epopea di Marco Cavallo, in “Salvo imprevisti”, 45-46-47, 1988-89, pp.19-20, p. 20.

 

[13]  Roberto Pasanisi, Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, Pisa - Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000 (Prefazione di Constantin Frosin; Postfazione di Carmine Di Biase), p. 12.

 

[14]  Freud, Gradiva…, cit., p. 52.

 

[15]  Stefania Napolitano, Dal rapport al transfert. Il femminile alle origini della psicoanalisi, Macerata, Quodlibet Studio, 2010, p. 204.

 

[16]  Ibidem, p. 205.

[17]  Sofya Kovalevskaya, Hypnotism and Medicine in 1988 in Paris: Contemporary Observations by Sofya Kovalevskaya, in “Substance”, XXV, 1, 1996, p. 7. 

[18]  Napolitano, Dal rapport al transfert…, cit., p. 206.

 

[19]  Cfr., in particolare, Émile Boutroux, Dell’idea di legge naturale nella scienza e nella filosofia contemporanea [1893], tr. it., Firenze, Vallecchi, 1925 e Id., Scienza e religione nella filosofia contemporanea [1908], tr. it., Milano, Mondadori, 1941

 

[20]  Cfr. specialmente Henry Bergson, L’intuizione filosofica [1911], in Introduzione alla metafisica, tr. it., Bologna, Zanichelli, 1949, pp. 69-94 e Maurice Merleau-Ponty, Elogio della filosofia [1953], tr. it., Torino, Paravia, 1958, pp. 12-30.

 

[21]  Gabriele D’Annunzio, La morale di Emilio Zola, in “La Tribuna”, 1893. Come dirà Pascoli due anni dopo: «il sogno è l’infinita ombra del Vero» (Alexandros, v. 10, in Poemi Conviviali). Cfr. pure Roberto Pasanisi, II Poema Paradisiaco, in “Alla bottega”, 2, 1986, pp. 19-21, p. 20; e Karl Abraham, A Short Study ot the Development of the Libido, London, Institute of Psychoanalysis and Hogarth Press, 1927.

Luigi Ruggiero

Il sé e l’io: la prospettiva della psicologia del sé

L’argomento del sé dal punto di vista teorico generale e nella sua evoluzione storica, è complesso e abbastanza confuso. Per non accrescere la confusione esistente, ma anche per alleggerire il mio compito, userò il metodo di riportare passi di lavori di autori di riconosciuta competenza teorica. Io sono un clinico, e non ho molto interesse ai dibattiti teorici, anche se cerco di mantenermi informato. Il mio apporto alla discussione consiste, quindi, nella scelta dei passi di scritti che ritengo fondamentali per capire lo stato delle conoscenze psicoanalitiche sul sé. I passi che riporto, il loro ordine sequenziale, l’ampiezza di ciascuno di essi, riveleranno le mie preferenze sul piano teorico. Naturalmente, tali preferenze si sono in me consolidate sulla base dell’efficacia terapeutica delle varie teorie in competizione, nel trattamento dei pazienti gravi analizzabili, vale a dire, i pazienti affetti da nevrosi narcisistiche nei quali, per concorde opinione di quasi tutti gli analisti, sono fondamentali e prevalenti i disturbi del sé.

Presento ora una definizione del sé in psicologia generale, e le definizioni del sé di vari autori psicoanalisti.

Nell’Enciclopedia di Filosofia (Garzanti), alla voce viene affermato:

«In psicologia, termine che indica, in un’accezione generale, l’individuo in quanto consapevolmente si auto-esperisce come nucleo permanente e continuativo nel corso dei molteplici cambiamenti somatici e psichici, soggettivi e comportamentali che caratterizzano l’esistenza individuale. Ereditato dalla psicologia filosofica spiritualistica, che lo assumeva come prova empirica dell’alterità dell’anima rispetto al corpo, il “sé” è passato nella psicologia contemporanea come categoria concettuale puramente descrittiva e priva d’implicazioni spiritualistiche, attraverso la mediazione, fra gli altri, di W. James e degli psicologi esistenzialisti».

Nel Dizionario critico di psicoanalisi, Charles Rycroft (1968, Astrolabio, 1970) alla voce , dice:

«1. Quando è usato da solo: il Soggetto considerato come Agente, come consapevole della propria Identità e del proprio ruolo come soggetto e agente.

2. Se è parte di una parola composta: il soggetto considerato come Oggetto della propria attività. Il sé differisce dall’io della teoria psicoanalitica in quanto: (a) si riferisce al soggetto in quanto esso fa esperienza di se stesso, mentre l’io si riferisce alla sua personalità come una struttura intorno alla quale si possono fare generalizzazioni impersonali…».

Guntrip (1961) parlando delle concezioni di Winnicott, afferma che esse

«hanno moltissimo in comune con quelle di Fairbairn» ma che «Il suo concetto di “vero sé”… non è sufficientemente descrittivo da un punto di vista scientifico».

Guntrip aggiunge:

«Fairbairn preferisce il termine “sé naturale”, un aspetto del quale è “l’io libidico” che denota i bisogni, le potenzialità e le spinte vitali primarie. Tuttavia, nella teoria freudiana non c’è spazio per un “sé vero” o per un “sé naturale”». (in Struttura della personalità e interazione umana, Boringhieri, 1971, p. 405).

Se si legge con attenzione la frase di Rycroft sopra riportata «Il sé differisce dall’io della teoria psicoanalitica», si ha l’impressione che anche Rycroft stia dicendo, come Guntrip, che nella teoria psicoanalitica classica non ci sia spazio per il sé.

Nell’Enciclopedia della psicoanalisi - Laplanche e Pontalys (1967, Laterza, 1968) - non è presente la voce “sé”.

Freud usò il termine tedesco Ich (tradotto in inglese col termine Ego e dall’inglese in italiano come io) per indicare sia l’io sia il sé.

Fu Hartmann (1950) che propose la distinzione concettuale tra l’io e il sé. Nicolas Duruz in un suo libro (1985, dal titolo in italiano I concetti di Narcisismo io e sé nella psicoanalisi e nella psicologia, Astrolabio, 1987) afferma:

«Come Balint in un certo modo, così anche H. Hartmann e E. Jacobson sono psicoanalisti che hanno denunciato la confusione presente nella teoria del narcisismo di Freud, e in quella dell’io a essa collegata; essi sperano di eliminare alcune delle sue ambiguità introducendo formalmente il concetto di sé. Ciò, in realtà, non senza problemi; giacché la loro definizione del sé, quanto alla sua natura e alla sua collocazione nella metapsicologia freudiana, è stata fonte di numerose polemiche e di ulteriori confusioni»(p. 59).

Per chi è interessato alla concezione e all’evoluzione storica del concetto del sé nella psicoanalisi in generale, raccomando il testo di Duruz (1985, già citato) più specifico sull’io e sul sé, e il testo di Greenberg e Mitchell (1983), su Le relazioni oggettuali (ed. il Mulino, 1986).

Bacal (1985, 1987), psicologo del sé, pur non dichiarando che la psicologia del sé possa considerarsi una delle tante teorie delle relazioni d’oggetto, vi vede molte somiglianze.

Bacal e Newman (1990 Teorie delle relazioni oggettuali e psicologia del sé, Boringhieri, 1993), hanno pubblicato un impor­tante libro sul rapporto tra le teorie delle relazioni d’oggetto e la psicolo­gia del sé. Essi affermano:

«L’elaborazione definitiva della psicologia del sé ad opera di Kohut risale alla fine degli anni settanta. A partire da questa data, è andata sviluppandosi un’estesa letteratura teorica e clinica che ha influenzato profondamente la pratica psicoanalitica e psicoterapeutica. La psicologia del sé è ormai effettivamente riconosciuta come un’importante scuola di pensiero psicoanalitico (Wallerstein, 1985), anche se è ancora largamente ignorata o disapprovata dall’establishment tradizionale».

Nel libro, gli autori fanno un tentativo di integrare la teorizzazione della psicologia del sé con le teorie dei principali autori che hanno contribuito a costituire il corpo delle teorie delle relazioni d’oggetto. Altri esponenti della psicologia del sé manifestano un pensiero diverso. Brandchaft (1987) sostiene che se la psicologia del sé ha detto qualcosa di veramente nuovo rispetto ai teorici delle relazioni d’oggetto, bisognerebbe, prima di tentare un’integrazione, lasciare tempo alla psicologia del sé di sviluppare pienamente le sue potenzialità. Kohut (1977), nella prefazione alla La Guarigione del sé (Boringhieri, 1980), aveva affrontato tale problema, assumendo in sostanza, la posizione concettuale sostenuta poi da Brandchaft. Ornstein (1991), amico e curatore di tutti i lavori scientifici di Kohut (esclusi i libri) in The Search for the Self in quattro volumi, ha pubblicato un lavoro dal significativo titolo “Perché la psicologia del sé non è una teoria delle relazioni oggettuali: considerazioni teoriche e cliniche”.

Ritengo che le teorie cliniche della psicologia del sé siano ormai abbastanza conosciute, ed anche utilizzate da moltissimi analisti, anche se talvolta mi pare di percepire fraintendimenti di vari concetti di essa da parte di alcuni colleghi. In questo mio scritto ho voluto richiamare l’attenzione su alcuni argomenti d’ordine teorico che di solito vengono trascurati, e che vennero dibattuti da Kohut in epoca precedente al 1977 e quindi nell’ambito della psicoanalisi tradizionale, come, in particolare, le idee di Kohut sul sé prima del 1977, e la sua rivalutazione positiva del narcisismo, insieme con la sua concezione dell’esistenza di due linee indipendenti dello sviluppo psichico, anch’esse di epoca precedente al 1977. Ho cercato, anche, di riferire i termini dell’attuale discussione sulla controversa questione se la psicologia del sé possa considerarsi una teoria delle relazioni d’oggetto oppure no. Ma, innanzi tutto, ho concentrato la mia attenzione sul metodo d’osservazione introspettivo-empatico che, secondo Kohut, è stato fin dagli inizi, a cominciare da Freud[1] e Breuer, il metodo d’osservazione essenziale della psicoanalisi per la raccolta dei dati del mondo interiore dell’uomo.

Introspezione ed empatia

L’opera più preziosa di Kohut, sul piano teorico, è stata quella di natura epistemologica. Nei suoi scritti si nota uno sforzo costante per rendere la psicoanalisi una scienza di psicologia pura, così come era stato auspicato da Freud (1914), che tuttavia non aveva poi perseguito tale obiettivo senza ambiguità fino in fondo. Secondo Kohut, il metodo d’osservazione per la raccolta dei dati del mondo interiore dell’uomo è il metodo introspettivo-empatico, di cui si fa uso talvolta in psicologia, ma che è il metodo essenziale e insostituibile nella psicoanalisi. Secondo la sua opinione, tale metodo per la raccolta dei dati dell’esperienza soggettiva dell’uomo definisce e limita il campo della psicoanalisi, un campo di psicologia pura, in cui non andrebbero inclusi dati raccolti con altri metodi d’osservazione, quali quelli biologici e quelli sociologici. Ed anche le generalizzazioni, i concetti e le teorie distanti dall’esperienza devono essere in armonia con i dati raccolti con lo specifico metodo d’osservazione.

Nel suo scritto “I quattro concetti fondamentali della psicologia del sé” (1979, in The Search for The Self (già citato) vol. 4, in cui presenta varie definizioni dei termini “sé”, “oggettosé”, “frammentazione”, e “transfert d’oggettosé”, Kohut spiega la natura e l’origine del suo punto di vista fondamentale riportato sopra.

Kohut (1979):

«Fu specialmente lo studio di Kant e della Critica della ragion pura che determinò… la mia convinzione che l’essenza della realtà - della realtà esterna e della realtà interna, come oggi potrei dire - sia inconoscibile e che noi non possiamo fare niente di più che contare sui risultati di questo o di quello strumento d’osservazione (i nostri organi di senso e le loro estensioni meccaniche, per quel che riguarda il mondo esterno, l’introspezione e l’empatia per quel che riguarda il mondo interno) che risponde ai vari processi nel mondo esterno e nel mondo interno, nel modo e all’interno dei limiti della sua propria organizzazione»[2].

Nella… specifica applicazione [di tale punto di vista] al mondo scientifico in cui vivevo e lavoravo, fu nel saggio del 1959 “Introspezione, empatia e psicoanalisi: indagine sul rapporto tra modalità di osservazione e teoria” (in La ricerca del Sé, Boringhieri, 1982) che ho spiegato per la prima volta come questo atteggiamento di base nei riguardi del mondo - in questo caso nei riguardi del “mondo interno”, “il mondo degli stati mentali complessi” – determina le procedure d’osservazione della psicoanalisi e così la natura dei dati che essa aveva ottenuto. Il significato decisivo della seconda parte del titolo di quel saggio sembra essere stato sottovalutato da un numero considerevole di lettori di questo saggio. Se questa parte del titolo (“Un esame della relazione fra modalità di osservazione e teoria”) fosse stata compresa come tendente ad indicare senza ambiguità ciò a cui il mio saggio mirava, un certo numero di critiche non sarebbero state mosse a questo saggio e alle molte affermazioni che dopo di esso proseguirono sulle sue orme.

Per riassumere la posizione da me espressa nel 1959 e successivamente ribadita ancora più vigorosamente ne La guarigione del sé (specialmente nelle pp. 298-309), farò due citazioni: (1°) è tratta dal saggio del 1959 (p. 227): “Il termine psicoanalitico ‘pulsione’ è derivato dall’indagine introspettiva della esperienza interiore. Le esperienze possono avere una qualità pulsionale (volere, desiderare o tendere) in vario grado. Una pulsione quindi è un’astrazione da innumerevoli esperienze interiori; essa connota una qualità psicologica che non può essere ulteriormente analizzata dall’introspezione”;

(2°) è tratta da La Guarigione del Sé (pp. 269-270, ed. ital.):

Il sé, sia che lo si concepisca all’interno dello schema di riferimento della psicologia del sé nel senso stretto del termine, come una struttura specifica dell’apparato mentale, o, all’interno dello schema di riferimento della psicologia del sé nel senso ampio, come il centro dell’universo psicologico dell’individuo, è, al pari di tutta la realtà, [...] non conoscibile nella sua essenza. Non possiamo, attraverso l’introspezione e l’empatia penetrare nel sé in quanto tale: solo le sue manifestazioni psicologiche percepite introspettivamente o empaticamente sono aperte a noi. La richiesta di una definizione esatta della natura del sé trascura il fatto che il “sé” non è un concetto scientifico astratto, ma una generalizzazione derivata da dati empirici. Le richieste di una differenziazione tra il “sé” e la “rappresentazione del sé” (o, similmente, tra il “sé” e il “senso del sé”) sono pertanto basate su un equivoco. Possiamo raccogliere dati riguardanti il modo in cui l’insieme di esperienze interne percepite introspettivamente o empaticamente a cui ci riferiamo come “Io” si è gradualmente stabilito, e anche osservare certe vicissitudini caratteristiche di quest’esperienza. Possiamo descrivere le varie forme coesive in cui il sé appare, mostrare le varie componenti che costituiscono il sé [...] e spiegare la loro genesi e le loro funzioni. Possiamo infine distinguere tra vari tipi di sé e spiegare i loro caratteri distintivi sulla base della prevalenza dell’una o dell’altra delle sue componenti. Possiamo fare tutto ciò, ma ancora non conosciamo l’essenza del sé come qualcosa di separato dalle sue manifestazioni.

I concetti usati dalla psicoanalisi, in quanto scienza empirica, derivano da generalizzazioni e astrazioni che riguardano insiemi di dati ripetutamente riscontrati e raccolti mediante l’introspezione e l’empatia. Quest’affermazione vale non soltanto per gli esempi sopra riportati, ma anche per tutti gli altri concetti che passeremo ad esaminare.

Avendo così accennato al mio atteggiamento verso le astrazioni scientifiche distanti dall’esperienza (teorie, concetti e definizioni), presenterò adesso un certo numero di definizioni, scegliendole dai miei scritti degli anni passati.

Kohut all’inizio di questo articolo aveva precisato:

«Per le ragioni che il presente scritto cercherà di chiarire, non ho mai cercato di definire la mia terminologia in maniera sistematica, e ho sempre ritenuto che la precisazione dei termini debba risultare contestualmente dall’uso che ne viene fatto».

Oltre i passi riguardanti il sé riportati sopra, Kohut continua a fornire brani di suoi scritti in cui ha usato termini “sé”, “oggettosé”, “frammentazione” “transfert d’oggettosé”.

Riporto altre tre definizioni del sé presentate da Kohut in questo scritto. E alcune definizioni del concetto di frammentazione del sé (i numeri di pagina riportati si riferiscono alle edizioni originali dei suoi scritti). Non riporto, invece le definizioni di “oggettosé” (l’oggetto investito narcisisticamente) e del “transfert d’oggettosé” (o “transfert narcisistico”) perché riguardano concetti largamente conosciuti.

(a) Il sé (nella cornice concettuale della psicologia del sé in senso stretto) si presenta sulla scena della psicoanalisi come contenuto dell’apparato mentale e viene concettualizzato come un’astrazione di livello basso, cioè relativamente vicina all’esperienza [... ]. È una struttura interna della mente, [...] caratterizzata da una continuità nel tempo [...] ed ha una collocazione nella psiche [...]. Il sé quindi, proprio come le rappresentazioni degli oggetti, è un contenuto dell’apparato mentale, ma non è uno dei suoi componenti, non è cioè una delle istanze della psiche (1971, p. XV).

(b) Lettera a Jurgen vom Scheidt, novembre 1975 (vedi Jurgen vom Scheidt, Der falsche Weg zum Selbst. Munich: Kindler, 1976, p. 166): “Secondo me, il sé e l‘identità sono due concetti completamente diversi. Il sé è un concetto di psicologia del profondo che si riferisce al nucleo della personalità ed è fatto da diverse componenti che stanno in intergioco con gli oggettisé arcaici del bambino. Il sé contiene: (1) quegli strati fondamentali della personalità dai quali proviene l‘ambizione al potere e al successo, (2) i principali obiettivi idealizzati e (3) i talenti e le abilità fondamentali che mediano fra le ambizioni e gli ideali: tutto ciò si accompagna al senso di essere un‘unità nello spazio e nel tempo, un‘entità sensibile alle impressioni e capace di prendere l‘iniziativa nelle azioni. L‘identità, per contro, risulta dall‘incontro fra il sé della tarda adolescenza o della prima età adulta e la posizione socioculturale dell‘individuo.

[…]

(f) Il sé è una struttura che si forma attraverso “linterazione di fattori ereditari e ambientali. Tende verso la realizzazione di un proprio specifico programma d’azione, determinato dalle ambizioni, mete ideali, abilità e talenti e dalle tensioni che insorgono fra queste componenti. [In altri termini] le ambizioni, le mete, le abilità e i talenti, le relative tensioni, il programma d’azione che creano e tutte le attività che tendono verso la realizzazione di tale programma vengono sperimentati come un complesso dotato di continuità nello spazio e nel tempo: essi sono il sé, centro indipendente d’iniziativa e recettore indipendente di impressioni» (Kohut e Wolf, in The Search for The Self, vol. III, capitolo 9, p. 363).

“Frammentazione” (del sé)

(a) È difficile isolare delle citazioni qua e là per dimostrare come io abbia usato il concetto di frammentazione nel corso del tempo. Sono molti gli esempi clinici che ho fatto, ma non ho dato definizioni della frammentazione fino a quando ho cercato di mantenere le mie scoperte all’interno della metapsicologia freudiana. Fino ad allora equiparavo la frammentazione dei pazienti con disturbo narcisistico della personalità in seguito al fallimento empatico dei loro analisti-oggettosé con lo “stadio dell’autoerotismo” (in contrapposizione con lo “stadio del narcisismo”), seguendo un’osservazione fatta da Freud nel saggio “Sul narcisismo”. Clinicamente, ho poi dimostrato che la frammentazione del sé si presenta in due modi: nello spazio come perdita di coesione corporea, sperimentata ed espressa dal paziente sotto forma d’ipocondria, e nel tempo come perdita del senso della propria continuità lungo l’asse temporale, vissuta dal paziente come senso d’irrealtà e perdita del futuro…

[…].

(d) Infine, nel capitolo 9 del vol. 3 di The Search for the Self (p. 362 [in La ricerca del Sé, Boringhieri, 1982, capitolo 6]), riprendo i pensieri espressi nel 1974. Le seguenti affermazioni sono perciò del 1978: “Il sé adulto può presentare diversi gradi d’integrazione (dalla coesione alla frammentazione), diversi gradi di vitalità (dal vigore alla debolezza estrema) e diversi gradi di armonizzazione funzionale (dall’ordine al caos)”. Il sé frammentato viene così descritto: “Si tratta di una condizione cronica o ricorrente del sé, una tendenza che si sviluppa durante l’infanzia, a partire dalla mancanza di risposte capaci di favorire l’integrazione del sé nascente da parte degli oggettisé”[3]. La frammentazione si manifesta come “una grave perdita del senso di continuità del sé nel tempo e di coesione nello spazio [... ] Il sentimento che le diverse parti del corpo non riescano più a combinarsi fra loro [...] Una consapevolezza intensificata della totalità del sé corporeo che conduce a delle rimuginazioni ansiose relative ai frammenti del corpo, spesso sotto forma di preoccupazioni ipocondriache che riguardano la salute” (cap. 9, pp. 371-372 [Boringhieri, 1982, p. 174]).

Come ho riferito sopra, Kohut ha dichiarato che fu con il saggio del 1959 “Introspezione, empatia e psicoanalisi: indagine tra modalità di osservazione e teoria”, che egli ha

«spiegato per la prima volta come quest’atteggiamento di base nei riguardi del mondo – in questo caso nei riguardi del “mondo interno”, “il mondo degli stati mentali complessi” – determina le procedure d’osservazione della psicoanalisi e così la natura dei dati che essa aveva ottenuto».

Kohut, dopo l’articolo fondamentale del 1959, è ripetutamente ritornato sul tema dell’empatia in molti suoi scritti successivi (1966, 1968, 1971 in cui dedica un paragrafo a tale argomento, 1977 il settimo capitolo, 1980 “Reflection” in Advances in Self Psychology, fino all’ultimo del 1981 pochi giorni prima della sua morte), apportandovi precisazioni e qualche aggiunta, ma mai modificandone la sostanza.

P. Ornstein (1991), in un articolo su cui tornerò tra poco, afferma:

«Se non si comprende la centralità del metodo di osservazione empatica come caratteristica specifica del suo [di Kohut] approccio, non si possono apprezzare pienamente nemmeno le sue formulazioni teoriche e cliniche».

E Kohut stesso in “Da una lettera ad un collega” (1978, in The Search for the Self – Scrtti selezionati di H. Kohut: 1978-1981, vol. 4), dopo aver elencato gli scritti in cui ha discusso l’argomento dell’empatia, afferma lo stesso concetto:

«Come vedi ho dedicato molta riflessione al ruolo e alla posizione dell’empatia nel nostro campo - per la verità considero le mie opinioni al riguardo come la base di tutto il mio lavoro, una conclusione non idiosincratica, ma condivisa anche da altri che hanno studiato e valutato il mio contributo alla psicologia del profondo. John Gedo e Arnold Goldberg per esempio (1973, p. 315), hanno sostenuto che i miei punti di vista sull’empatia occupano una posizione centrale nel mio schema di riferimento concettuale, e Paul Ornstein ha assegnato il medesimo ruolo centrale alle mie opinioni sull’empatia».

In Reflections on Advances in Self Psychology (1978, in Search for the Self, già citato, vol. 3), Kohut dice:

«Spostiamoci ora … all’esame di alcuni vibrati giudizi critici che altri hanno indirizzato contro la psicologia del sé. Essi affermano che stiamo compromettendo lo status scientifico della psicoanalisi, e che mettiamo a repentaglio le acquisizioni fatte dalla psicoanalisi, in molti decenni di duro lavoro e rigorosa fedeltà all’oggettività, a causa della nostra tendenza ad assegnare un ruolo troppo importante all’empatia. Quest’argomentazione procede a dissociare i nostri contributi clinici dalle nostre teorie, con l’apprezzamento dei primi come progressivi, e con la condanna nello stesso tempo delle seconde, in particolare quelle elaborate ne La Guarigione del Sé (1977a), come regressive. Credo che i proponenti di questa posizione fraintendono completamente un aspetto della nostra posizione teorica, per quanto coscienziosamente abbiano studiato il nostro lavoro. Come ho argomentato altrove (vedi la mia seconda “lettera a un collega” in questo volume), non credo che l’assegnazione di un ruolo centrale all’empatia (da noi definita “introspezione vicariante”) come lo strumento d’osservazione necessario per la psicoanalisi può compromettere lo status scientifico della psicoanalisi. Il problema non è se l’empatia deve o non deve essere impiegata, o se dobbiamo o non dobbiamo considerare l’empatia come lo strumento basilare d’osservazione dell’analisi. Siccome una psicologia degli stati mentali complessi [così, dal 1977, Kohut definisce la psicoanalisi] è impensabile senza l’empatia, il solo problema che si può legittimamente sollevare è se una psicologia degli stati mentali complessi possa mai essere scientifica. Se noi esprimiamo la nostra convinzione che essa può essere una psicologia scientifica noi abbiamo quasi contemporaneamente riconosciuto la nostra accettazione dell’empatia - un’attività [operation], in realtà, che è non solo uno strumento prezioso della psicologia degli stati mentali complessi, ma che di tale psicologia definisce l’essenza, e stabilisce esattamente il contenuto del suo campo. Noi, per questa ragione, non dobbiamo provare a rinnegare l’empatia, ma dobbiamo controllarla e dedicare attenzione alle sue applicazioni con lo scopo fondamentale di depurarla dalle impurità che solevano squalificare la disciplina che la impiega come un’attività di base, annoverando da parte sua se stessa tra le scienze».

L’importanza fondamentale che Kohut attribuisce al metodo d’osservazione per la raccolta dei dati del mondo soggettivo dell’uomo, metodo specifico della psicoanalisi fin dai suoi inizi, vale a dire il metodo introspettivo-empatico, è ulteriormente evidenziato dalla sua definizione dell’essenza della psicoanalisi nella quale tale metodo occupa il posto centrale.

Nel 1977, Kohut ha esaminato la questione di che cosa costituisca l’essenza della psicoanalisi, ed è giunto alla seguente conclusione:

«La mia risposta, che cerca di lumeggiare i caratteri della psicoanalisi che l’hanno differenziata sin dai suoi inizi da tutte le altre branche della scienza… è che la psicoanalisi è una psicologia degli stati mentali complessi che, con l’aiuto dell’immersione empatico-introspettiva prolungata dell’osservatore nella vita interiore dell’uomo, raccoglie i suoi dati al fine di spiegarli».

E continua:

«Tra le scienze che indagano sulla natura dell’uomo, la psicoanalisi, Io credo, è la sola che nelle sue attività essenziali combina l’empatia, adoperata con rigore scientifico al fine di raccogliere i dati dell’esperienza umana, con la teorizzazione vicina e distante dall’esperienza, adoperata con pari rigore al fine di sistemare i dati osservati in un contesto di più ampio senso e significato…. La psicoanalisi è unica tra le scienze, in altre parole, in virtù del fatto che è basata in maniera coerente sui dati dell’introspezione e dell’empatia. Il senso delle sue teorie, vecchie e nuove - la loro coerenza interna e la loro pertinenza - può essere colto pienamente solo se ci si rende conto che esse sono correlate a questo specifico processo di raccolta dei dati» (pp. 262-263).

Nel mio libro del 1996 ((Nevrosi e salute psichica – L’ossessività e la psicologia del sé, 1996, Lombardo, Roma), ho dedicato all’empatia, secondo la psicologia del sé, tre capitoli. Riporto alcuni passi del primo:

«L’empatia è il concetto centrale e fondamentale della psicologia del sé, ma anche il più frequentemente frainteso. Secondo la psicologia del sé, come l’introspezione è l’unica modalità d’osservazione del proprio mondo interiore, della propria vita mentale soggettiva, così l’empatia, definita da Kohut (1959) “introspezione vicariante”, è l’unica modalità d’osservazione della vita mentale soggettiva di un’altra persona.»

Kohut (1959) ritiene che l’universo conoscibile sia costituito da una realtà fisica che viene esplorata con l’aiuto degli organi di sensi, e da una realtà psichica, il mondo interiore dell’uomo, che non può essere osservato con l’aiuto degli organi di senso. Egli dice:

«I nostri pensieri, desideri, sentimenti, fantasie non possono essere visti, odorati, uditi o toccati. Non hanno alcuna esistenza nello spazio fisico, e sono tuttavia reali, tanto che li possiamo osservare, così come avvengono nel tempo: con l’introspezione, in noi stessi, e con l’empatia (cioè l’introspezione vicariante), negli altri».

Kohut sostiene anche che soltanto ciò che può essere osservato mediante l’introspezione o l’empatia può essere definito psicologico. Ciò che è conosciuto senza il contributo essenziale dell’introspezione o l’empatia è un fenomeno somatico, comportamentale o sociale…

Presentando l’esempio di una persona eccezionalmente alta di cui dobbiamo dare una valutazione psicologica, dice: “Un’eccezionale statura di questa persona è in- discutibilmente un fatto importante per la nostra valutazione psicologica; senza introspezione ed empatia, tuttavia, la sua statura rimane soltanto un attributo fisico. Soltanto quando ci mettiamo al suo posto, e per introspezione vicariante cominciamo a sentire la sua statura insolita come se fosse la nostra, e riviviamo così esperienze interne nelle quali siamo stati non comuni o ci siamo fatti notare, solo allora cominciamo a riconoscere il significato che la statura insolita può avere per quella persona, e solo allora abbiamo osservato un fatto psicologico” (p. 27). Poi presenta altri esempi per mostrare la differenza tra la percezione di un fatto fisico e la percezione di un fatto psicologico, ma sono costretto a tralasciarli per ragioni di spazio […].

SALUTE PSICHICA 74              RUGGIERO: NEVROSI E

Che tutti gli analisti usino la modalità d’osservazione introspettiva-empatica, per capire il mondo interiore del loro paziente, è fuori discussione perché gli analisti che hanno discusso le affermazioni di Kohut circa l’indispensabilità della modalità d’osservazione empatica hanno dichiarato che essi ovviamente hanno sempre usato l’empatia per capire i loro pazienti. E, infatti, è così

D’altra parte, avendo fatto l’analisi personale, essi devono necessariamente aver usato l’introspezione per capire il proprio mondo interno. E Freud stesso facendo l’autoanalisi non può aver usato che la modalità d’osservazione introspettiva per conoscere il proprio. Kohut (1977) sottolinea che la sua concezione si armonizza con alcune affermazioni di Freud e Ferenczi [...].

Il concetto di empatia è soggetto a numerosi fraintendimenti. Innanzitutto l’empatia viene confusa con la compassione e con la gentilezza o con la simpatia, mentre essa non è in realtà che una modalità d’osservazione neutrale dei dati del mondo interiore di un’altra persona. Un altro fraintendimento è quello di equiparare l’empatia con l’intuizione.

Nell’articolo del 1982 “Introspezione, empatia e il semicerchio della salute mentale” (in Int. J. of Psychoanalysis, 63; e in Le due analisi del signor Z, Astrolabio, 1989), Kohut riassume le sue affermazioni a proposito dell’empatia così come le aveva presentate nel suo saggio del 1959. Egli dice:

«Io non scrivevo dell’empatia come attività psichica; né parlavo dell’empatia in quanto associata ad emozioni specifiche, quali, in particolare, la compassione e la simpatia. L’empatia può essere motivata da finalità ostili-distruttive, e addirittura essere al loro servizio. E ancora non parlavo dell’empatia in quanto associata all’intuizione. Come accade per l’estrospezione, essa può talvolta essere usata dagli esperti in maniera apparentemente intuitiva, vale a dire attraverso processi mentali di osservazione che identificano configurazioni complesse in modo preconscio, con grande rapidità. Nella maggior parte dei casi, e certamente in psicologia, l’empatia non viene usata intuitivamente, ma faticosamente o, se preferite, per tentativi ed errori”» (Ruggiero, pp 71-74).

In un’altra parte del capitolo 7 del mio libro citato, da cui ho ripreso i passi precedenti, ho riportato un altro passo di Kohut (1959) in cui egli discute un argomento di ordine epistemologico che è quello della specifica natura scientifica della psicoanalisi che la distingue da altre scienze e in particolare dalla sociologia e dalla biologia.

Kohut (1959), dopo aver affermato che “Breuer e Freud sono stati i pionieri per eccellenza nell’uso scientifico di introspezione ed empatia” (Boringhieri, 1982, già citato, p. 30), in sostanza, sostiene che, se il metodo della psicoanalisi è quello introspettivo-empatico, le teorie psicoanalitiche devono essere formulate sulla base dei dati raccolti mediante tale metodo osservativo. Kohut (1959) afferma:

«Daremo per scontato, d’ora in poi, che l’introspezione e l’empatia sono i costituenti essenziali della indagine psicoanalitica, e cercheremo di dimostrare come questo metodo di osservazione definisca il contenuto e i limiti del campo osservato. Poiché contenuto e limiti del campo a loro volta determinano le teorie di una scienza empirica, sarà nostro compito in questo studio dimostrare la connessione fra introspezione e teoria psicoanalitica, specialmente in quelle aree in cui il misconoscimento di questa connessione ha condotto a imprecisioni, omissioni o errori».

Kohut quindi passa a compiere un riesame di alcuni concetti psicoanalitici fondamentali, e precisamente “Resistenze all’introspezione”, “Organizzazione mentale precoce”, “Conflitto endopsichico e conflitto interpersonale”, “Dipendenza”, “Sessualità, aggressività e pulsioni”, “Il libero arbitrio e i limiti dell’introspezione”. Naturalmente, non posso riferire le interessanti considerazioni che Kohut presenta per ciascuno degli argomenti indicati sopra.

Paul Ornstein, (in Progress in Self Psychology, 1991, vol. 7), fa delle interessanti considerazioni a proposito dello sforzo, iniziato da Kohut nel 1959 e continuato per tutta la sua vita, per cercare di rendere la psicoanalisi una psicologia pura, e di depurarla dalle infiltrazioni delle scorie dei dati tratti dalla biologia e dalla sociologia. Il titolo del lavoro di Ornstein, che ho già menzionato, è “Perché la psicologia del sé non è una teoria delle relazioni oggettuali: considerazioni teoriche e cliniche”. Prima di riferire le considerazioni di Ornstein circa il progetto di Kohut di rendere la psicoanalisi una scienza di psicologia pura senza commistioni con la biologia e la sociologia, vorrei riportare le conclusioni del lavoro in cui egli afferma che la psicologia del sé non può essere considerata una teoria delle relazioni oggettuali come tanti analisti ritengono

Riporto questo passo del lavoro di Ornstein (1991) anche perché in esso è contenuta l’importante indicazione, che non ho avuto finora l’opportunità di riferire, che i confini del sé, secondo Kohut, non coincidono con la superficie della pelle, in contrasto con tutta la teorizzazione tradizionale.

Nella parte conclusiva del suo articolo, molto interessante per tanti versi, Ornstein afferma:

«Le teorie delle relazioni oggettuali hanno preso nome dal fatto che, superando o meno la teoria delle pulsioni, hanno, in ogni caso, collocato le relazioni con gli oggetti in una posizione prioritaria. Contemporaneamente, in alcune di queste teorie, ha avuto luogo una ridefinizione dell’oggetto e del suo rapporto con le pulsioni. (Vedi. per esempio, la pulsione come ‘ricerca dell’oggetto’ e non come “ricerca del piacere” in Fairbairn, 1954.). Le teorie delle relazioni oggettuali hanno dovuto introdurre una propria definizione d’oggetto. Queste teorie, tuttavia, non hanno compiuto l’indispensabile passo successivo che consiste nel collocare il sé al centro dell’universo psicologico e concepire l’altro esclusivamente dal punto di vista del sé. E non hanno nemmeno introdotto il concetto di un sé i cui confini non coincidono con la superficie della pelle. Quest’ultima è una delle principali ragioni per cui la psicologia del sé non sarebbe adeguatamente caratterizzata, qualora venisse concepita come una teoria delle relazioni oggettuali».

Come anticipato, riporto ora il passo del lavoro di Ornstein, in cui egli esamina lo sforzo compiuto da Kohut, a partire dal 1959, perché la psicoanalisi diventi una psicologia pura senza ambiguità.

Ornstein (1991, già citato):

«Con o senza teoria delle pulsioni, per lungo tempo è mancata una classificazione ampiamente accettata, della psicoanalisi. Fa parte delle scienze naturali? È una disciplina ermeneutica e, in quanto tale, fa parte delle scienze umane? O deve essere considerata come una forma di psicologia pura: una scienza empirica sui generis che, come tale, farebbe parte della psicologia? O magari essa rientra contemporaneamente in più d’una delle precedenti categorie? (Vedi Goldberg 1988, pp. 3-1, per una convincente discussione su questi argomenti filosofici)… L’argomento risale al 1914, quando Freud stesso dichiarò che la psicoanalisi era e doveva rimanere psicologia pura, per quanto non sempre, in seguito, egli stesso abbia aderito al proclama».

(La frase di Freud cui Ornstein fa riferimento, senza riportarla, è la seguente:

«Proprio perché in genere mi sforzo di tener lontano dalla psicologia tutto ciò che è estraneo alla sua natura, incluso il pensiero biologico, desidero a questo punto ammettere espressamente che l’ipotesi di una separazione fra pulsioni sessuali e pulsioni dell’io - e cioè la teoria della libido - non poggia che in misura minima su basi psicologiche e ha invece nella biologia il suo supporto essenziale. Sarò quindi coerente abbastanza da lasciar cadere questa ipotesi sulle pulsioni nel caso in cui il lavoro psicoanalitico me ne indicasse una migliore. Ciò, finora, non è accaduto» (Boringhieri, Opere, vol. 7, p. 449).

Dopo questa puntualizzazione di una frase di Freud, che rivela, tra l’altro, l’alto livello scientifico della sua mentalità, proseguo a riportare il pensiero di Ornstein, scusandomi per l’interruzione.

Ornstein continua:

«Forse, l’impedimento non è stato, in sé e per sé, quello della teoria delle pulsioni, perché altri sono stati capaci di superare questo particolare ostacolo, e di avanzare verso una teoria delle relazioni oggettuali, quando la pratica clinica lo rese necessario. Forse è stata la convinzione che soltanto l’ancoraggio della psicoanalisi alla biologia ne mantenesse la scientificità, ad inchiodare Freud alla teoria delle pulsioni; cosa che favorì lo sviluppo della psicologia dell’io, a scapito degli altri due percorsi possibili: la teoria delle relazioni oggettuali e la psicologia del sé… A differenza di Freud, Kohut risolse definitivamente la questione, perché considerò la psicoanalisi come psicologia pura, coerentemente e senza ambiguità. Con questa convinzione nella mente, Kohut fu deciso nel riformulare in maniera coerente il metodo, i concetti e le teorie della psicoanalisi. La trattazione di metodo Introspezione, empatia e psicoanalisi (1959) stabilì il suo programma scientifico. E ciò molto prima che avesse il minimo presagio di quella psicologia del sé che sarebbe maturata dentro di lui. A quel tempo, egli parlava già di psicoanalisi come psicologia pura, che si doveva differenziare chiaramente e nettamente dalla sociologia, da una parte, e dalla biologia, dall’altra parte, per cui volle ripulire il campo dalle infiltrazioni di entrambe».

Le idee di Kohut sul sé prima del 1977

Kohut era un didatta dell’I. P. A. (ricoprì per un certo periodo la carica di presidente della Società Americana di Psicoanalisi) ed era un profondo conoscitore delle teorizzazioni tradizianali (ha scritto, nel 1963, insieme a Seitz un apprezzato lavoro su “Concetti e teorie della Psicoanalisi” (in Boringhieri, 1982, già citato). In quell’epoca, dai suoi amici, Kohut veniva chiamato scherzosamente “Mister psicoanalisi”.

Per tale motivo molti e importanti contributi sul sé e sulle nevrosi narcisistiche sono stati da lui inseriti nell’ambito della psicoanalisi tradizionale, usando il linguaggio psicoanalitico tradizionale.

Kohut, inizialmente e fino al 1977, e quindi nell’ambito del paradigma psicoanalitico tradizionale, condivideva la definizione del sé, proposta da Hartmann, come investimento libidico della propria persona e della sua rappresentazione nell’io. Infatti, nel suo scritto “Forme e trasformazione del narcisismo” (1966, in La ricerca del sé, già citato), in una nota, dice:

«Per la delimitazione del narcisismo, secondo una definizione rigorosa, come “investimento libidico del sé” e la sua differenziazione da altre distribuzioni della libido, quali quelle impiegate dalle funzioni dell’io o “nell’interesse del sé” vedi Hartmann (1953, p. 210; 1956, pp. 307 sg.)».

Per rendere più chiare alcune idee di Kohut sul sé, antecedenti al 1977, riporto alcune affermazioni fatte in occasione del XXVI° Congresso Internazionale di Psicoanalisi che si tenne a Roma nel 1969. Il 31 luglio 1969, nella sessione plenaria del Congresso, venne discusso un lavoro, precedentemente pubblicato, di Douglas C. Levin (1969): Il sé: un contributo al suo posto nella teoria e nella tecnica(Int. J. Psycho-An., vol. 50). La discussione è stata pubblicata in Int. J. Psycho-An., 1970, vol. 51). Il moderatore della discussione fu H. Kohut. Nello scritto, si può leggere il riassunto delle considerazioni introduttive alla discussione dell’autore, e le considerazioni di apertura e di chiusura di Kohut. Riporterò, molti passi delle affermazioni di Levin e di Kohut, utili per il tema di questa nostra riunione.

Nel riassunto delle considerazioni introduttive alla discussione dell’autore D. Levin si racconta:

«(L’oratore) Ha detto che, secondo lui, ci sono delle discrepanze e spazi vuoti nella nostra conoscenza e nella nostra comprensione. Ci sono degli spazi vuoti fra la teoria della libido e la psicologia dell’io, fra la teoria e la tecnica e anche fra le prescrizioni tecniche relative alla opacità dell’analista e la nostra conoscenza che, per l’inconscio, non ci sono segreti. Queste discrepanze e disgiunzioni lo hanno indotto a prendere in considerazione il sé.

Nel 1940, nell’Outline, Freud aveva detto che l’io (o l’es) era il grande serbatoio della libido - qualcosa come un’ameba che estroflette e ritira pseudopodi libidici. Ma da questa data l’io freudiano non è stato più quella ‘povera cosa’ delle prime formulazioni. Esso è diventato l’io, grande e forte, il padrone che autonomamente comanda in casa propria.

Hartmann (1949) ha chiarito il problema per noi. Il sé è il grande serbatoio della libido e del narcisismo. L’io rimane il grande sistema di funzioni e di controllo centralizzato. Kohut (1966, 1968) ha elaborato i percorsi evolutivi del sé.

Noi possiamo, ora, dire che l’io è un sistema di funzioni completamente anonimo, i cui confini relativamente fissi sono limitati dagli strumenti che per l’uomo sono disponibili… Il sé, per contro, è una struttura totalmente individuale e, all’origine, totalmente narcisistica, i cui confini possono espandersi e contrarsi più o meno a volontà. Mentre l’io è attivamente impegnato in una lotta di conquista dell’ambiente per soddisfare esigenze future, il sé, potremmo dire, è molto più reattivo e in un rapporto di maggiore reciprocità con l’oggetto. L’io è governato dal principio di realtà, e i cambiamenti nell’io prendono posto in un insieme di direzioni in accordo con linee e programmi dello sviluppo incorporati (built-in). Il sé immodificato, che è maggiormente governato dal principio del piacere, è, di conseguenza, una struttura molto più variabile ed elastica dell’io. Per l’io, l’oggetto è percepito come separato, esistente per suo proprio diritto, con proprietà e qualità proprie. Per il sé, l’oggetto esiste come una percezione molto più narcisistica, in accordo con i bisogni del sé, o anche come una semplice estensione del sé, delle attività del sé. In un modo generale, potremmo dire che l’io e il sé sono opposti, con differenti, sebbene collegate, storie evolutive. Seguendo Kohut (1966), potremmo riassumere uno degli scopi della vita dell’io come una lunga lotta per incrementare il dominio sulle energie narcisistiche del sé grandioso».

Riporto ora alcune considerazioni del Moderatore della Discussione plenaria del Congresso del 1969. Kohut dice:

«Il dott. Levin ci ha dato un importantissimo contributo: la sua schietta insistenza sul significato teorico e tecnico del sé».

E, in altra parte del suo discorso, aggiunge:

«[Egli] ci ha presentato i prolegomeni di una metapsicologia del sé. È inevitabile che le sue ipotesi, primi passi in una regione largamente ignota, suscitino delle obiezioni. Senza affermare che sono consigliabili dei cambiamenti teorici sostanziali (vedi le considerazioni di chiusura del moderatore), sono tuttavia d’accordo con il dott. Levin che ci sono delle evidenze cliniche a sostegno dell’argomento che il sé può essere considerato non solo come una configurazione circoscritta, introspettivamente accessibile in varie locazioni psichiche, ma anche come uno dei “centri di funzioni identificabili”, come una “entità psichica con un’organizzazione coesiva identificabile dal punto di vista dell’esperienza, dotata di suoi particolari processi omeostatici nel rapporto con l’ambiente” […]. Sono rimasto insoddisfatto per l’insufficiente distinzione fra il sé e la personalità».

E poi aggiunge

«e dall’atteggiamento del dott. Levin verso il concetto d’identità. Egli [Levin] menziona – e in questo sono d’accordo – la mia affermazione che “in psicoanalisi non c’è un posto appropriato per il concetto d’identità”. Tuttavia, egli sembra primariamente biasimare la psicoanalisi di essere inospitale, mentre io ritenevo che la nozione d’identità… non è un concetto della psicologia del profondo; essa è collegata primariamente alle esperienze consce e preconsce di un individuo nei riguardi del suo ruolo e della sua personalità.

Il sé, invece, è un concetto di psicologia del profondo che può essere metapsicologicamente definito: sul piano genetico, disegnando la relazione fra il sé presente e il suo precursore arcaico, e sul piano strutturale-dinamico, disegnando, in sezione trasversa, la relazione analoga, attuale, vale a dire, l’intergioco fra il sé maturo che è integrato nella personalità adulta e le configurazioni del sé primitive che non lo sono. Lo studio del sé nel transfert ci permette, per esempio, la ricostruzione di una fase evolutiva precoce, quando esso per la prima volta diviene un’unità coesiva. E noi impariamo anche a comprendere come, durante vari stadi successivi di sviluppo – compreso, in particolare, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta – esso oscilla, sotto l’impatto di pressioni interne ed esterne, fra nuove frammentazioni e riguadagnata coesione. Soltanto la scoperta della dimensione psicologica profonda delle oscillazioni fra la coesione e la frammentazione del sé adolescenziale conscio e preconscio, cioè delle sue cosiddette “crisi d’identità”, permette la spiegazione di queste manifestazioni di superficie, nella cornice della metapsicologia psicoanalitica del sé. È certamente istruttivo esaminare gli stress psichici (come i traguardi adattativi della tarda adolescenza), che scatenano la frammentazione di un sé nucleare che non ha raggiunto un sufficiente grado di sicurezza. Soltanto l’indagine psicoanalitica delle determinanti genetiche del sé, comunque – come si sia costituito nella prima infanzia e quali specifici ostacoli si siano contrapposti al suo consolidamento – e lo studio dell’intergioco tra la vulnerabilità del sé arcaico e la vulnerabilità del sé maturo di fronte ad uno scopo adattativo, ci dà accesso alla spiegazione metapsicologica delle drammatiche manifestazioni della superficie psichica, e ci dà accesso verso una terapia causale.

Ed ecco alcune osservazioni cliniche. Il dott. Levin condivide l’opinione di molti analisti (1) che i pazienti con disturbi del sé tendono a essere degli individui regrediti, il cui trattamento presenta grandi difficoltà all’analista e (2) che anche nei casi meno gravi la psicopatologia sia molto diffusa e riguardi la generalità delle esperienze e dei comportamenti degli individui. Al contrario, io mi sono convinto che la psicopatologia del sé può essere più o meno grave, ampia o circoscritta, e può presentare vari gradi di difficoltà all’analista, che dipendono non solo dalla natura del disturbo del paziente ma specialmente dalla familiarità dell’analista con essa e con i problemi terapeutici che pone».

E, poi, parlando della tecnica, Kohut aggiunge:

«La prospettiva del dott. Levin sulla tecnica terapeutica è, tuttavia, assolutamente irreprensibile, quando sottolinea la fallacia delle interpretazioni strutturali di fronte ai problemi del sé».

Col termine “interpretazioni strutturali”, Kohut, come Levin, intende quelle riguardanti i derivati pulsionali e le difese. Qui, secondo la mia opinione, Kohut sembra alludere, come dirà anche nelle sue considerazioni conclusive della presente discussione, alla necessità di introdurre in psicoanalisi una teorizzazione di base complementare rispetto a quella tradizionale per curare analiticamente i disturbi del sé.

Nelle considerazioni di chiusura della discussione in seduta plenaria del Congresso di Roma, Kohut rilevando i problemi di formulazione, di definizioni e terminologia che si sono manifestati anche negli interventi degli altri partecipanti alla discussione, ritorna a parlare dei suoi dubbi sulla validità della cornice teorica della psicoanalisi tradizionale di comprendere più profondamente e di curare più efficacemente i disturbi del sé; torna a precisare la distinzione tra i concetti del sé e quelli di personalità e identità; e infine spiega i fenomeni clinici della coesività del sé e della sua frammentazione, collegandoli agli stadi genetici normali dello sviluppo del sé.

Kohut dichiara:

«Da una parte, penso che, nel momento attuale, la cornice teorica tradizionale fornisce una collocazione adeguata per il sé (come concetto subordinato) e che nessuno dei fenomeni clinici ed empirici di cui si è a lungo parlato richieda l’introduzione di una quarta istanza della mente [come aveva ipotizzato Levin]. D’altra parte, sento che non dovremmo escludere la possibilità che la prosecuzione della ricerca nel campo del narcisismo (cioè, dei disturbi narcisistici della personalità) conduca in futuro a delle scoperte che potrebbero comportare un cambiamento nelle nostre teorie, anche in quelle concernenti le componenti di base della mente».

Poi, dice:

«L’io, l’es e il super-io sono i costituenti di una specifica astrazione psicoanalitica di alto livello, cioè distante dall’esperienza: l’apparato psichico. La personalità (come l’identità) è una nozione che, per quanto spesso utile in senso generale, non è nata nell’ambito della psicologia psicoanalitica: essa appartiene ad una diversa cornice teoretica, più in sintonia con l’osservazione del comportamento sociale e con la descrizione dell’esperienza (pre)conscia di se stessi nell’interazione con gli altri, piuttosto che con le osservazioni di psicologia del profondo. Il sé, invece, emerge nella situazione analitica ed è concettualizzato nel senso di un’astrazione psicoanalitica di livello relativamente basso, cioè, relativamente vicina all’esperienza, come un contenuto dell’apparato mentale. (Esso è) una struttura all’interno della mente poiché (a) è investito con energia istintuale e (b) ha continuità nel tempo, vale a dire è duraturo… Essendo una struttura psichica il sé possiede anche una collocazione psichica. Per essere più preciso, diverse - e spesso inconciliabili - rappresentazioni del sé sono presenti non solo nell’es, nell’io e… nel super-io (vedi Hartmann, 1953; Jacobson, 1964; Sandler et al., 1963), ma anche all’interno di una singola istanza della mente. Possono esistere, rappresentazioni contrastanti del sé a livello conscio e inconscio - per esempio, di grandiosità e d’inferiorità - l’una accanto all’altra».

Kohut dichiara che non vorrebbe dare l’impressione che egli creda che, su tali problemi teorici, si sia finito di discutere, ma ci tiene a riaffermare che le precedenti considerazioni concettuali non sono in contrasto con le evidenze cliniche attualmente disponibili. E ripete:

«In quanto contenuto dell’apparato mentale, il sé dovrebbe essere chiaramente distinto dall’io e dalla personalità».

E aggiunge:

«A sostegno di questa rivendicazione… vorrei adesso riferirmi al sé all’interno dei nessi di due serie di circostanze, concretamente ed empiricamente verificabili: (a) un contesto genetico-evolutivo e (b) un contesto dinamico-strutturale.

L’esempio evolutivo si riferisce alla nascita del sé a partire dai frammenti dell’esperienza autoerotica con il supporto della funzione speculare della madre (Kohut, 1966). Nei termini della metapsicologia tradizionale, questo sviluppo corrisponde al passaggio dallo stadio dell’autoerotismo a quello del narcisismo (Freud, 1914). Possiamo assumere (estrapolando, per esempio, dalle momentanee regressioni degli analizzandi) che il bambino piccolo sperimenti inizialmente le sue varie attività fisiche e mentali e specialmente le diverse parti del suo corpo come separate (una accanto all’altra, via via che siano funzionalmente investite), e che egli gradualmente acquisti un senso di unità complessiva, che acquisti cioè una coscienza del fatto che le singole funzioni e parti del corpo appartengono ad una totalità più grande, il suo sé totale che adesso, nella sua unità, viene anche investito di libido narcisistica. La risposta gioiosa della madre al bambino (totale), il fatto di chiamare il suo nome oltre che rispondere alle singole parti del suo corpo o alle singole sue attività o funzioni mentali, che in quel momento viene così investito, contribuisce in maniera determinante al compiersi di questo passaggio evolutivo. I disturbi relativi a questo primo consolidamento del sé (che predispongono ad una successiva tendenza alla frammentazione di questa struttura sotto stress) devono, ovviamente, essere esaminati anche sullo sfondo dell’incapacità materna di rispondere in maniera accettante al bambino, specialmente a lui come ad un’organizzazione psicosomatica, totale e unitaria.

La seconda serie di circostanze empiricamente accessibili ci mostra il sé in un istruttivo contesto dinarnico-strutturale che dimostra l’utilità di differenziare fra (1) il sé (un’astrazione derivata dall’unità e dalla continuità della esperienza [di chi si è] introspettivamente osservabile) e (2) l’io (una parte dell’apparato mentale. una serie di funzioni psichiche). Le relazioni di cui parlerò adesso, ben conosciute ed empiricamente accertabili, sono presentate a sostegno della tesi che un sé sufficientemente investito e fortemente coesivo migliora il funzionamento dell’io e che, inversamente, un forte investimento delle funzioni dell’io tende ad aumentare la coesione dei sé.

Riguardo al primo [argomento] - che le funzioni dell’io vengono incoraggiate dal sé coesivo - c’è poco da dire, poiché i dati empirici sono direttamente osservabili e quindi a disposizione di chiunque. Il sentimento certo di essere un’unità ben delimitata - cioè. un concetto chiaro di chi si è, che poggia su quel senso profondo e senza nome di coesione nucleare, precocemente acquisito nella vita - è una delle pre-condizioni della capacità attendibile dell’io di svolgere le sue funzioni. Potremmo dire che il sé può essere a servizio dell’io, come un organizzatore delle attività dell’io. Se, d’altra parte, il sé è poveramente investito, momentaneamente o cronicamente, allora le funzioni dell’io possono anche soffrirne, possono essere svolte senza piacere, possono essere sconnesse le une dalle altre, ed essere carenti nella forza dell’intenzione e della coesione integrata. Se, infine, nel corso dell’analisi di un sé patologico, le radici genetiche dei disturbi sono portate allo scoperto e lo specifico processo di elaborazione conduce ad un rafforzamento della struttura del sé, allora si può osservare che, pari passu, anche le funzioni dell’io del paziente migliorano.

La relazione inversa - l’aumentato investimento del sé attraverso l’attivazione delle funzioni dell’io - è facile da dimostrare. Si tratta di fenomeni quotidiani come quello del rafforzamento di un sé, momentaneamente debilitato (scosso da un colpo che ha ferito la propria autostima), attraverso un esercizio fisico che dà luogo ad un maggiore investimento del sé corporeo, o attraverso lo svolgimento di un’intensa attività mentale che conduce ad una conferma del sé. L’esempio più sorprendente dell’influenza esercitata dall’io sul sé, tuttavia, può occasionalmente aversi all’inizio della schizofrenia. Durante la fase prepsicotica, il paziente è consapevole, di un disturbante disinvestimento del sé: si sente “diverso”, meno reale, frammentato. Può cercare di contrastare questa regressione (dal narcisismo all’autoerotismo: l’opposto del normale progresso infantile) attraverso l’iperinvestimento frenetico delle funzioni dell’io: un’attività forzata di pensiero, di parola o di scrittura, o un lavoro forzato di tipo fisico o mentale. L’attivazione delle funzioni dell’io può, sfortunatamente, non riuscire a rafforzare il sé vacillante e la regressione psicotica segue così il suo corso. (Così, il surmenage viene spesso erroneamente interpretato dal paziente e dalla sua famiglia come la causa o il fattore scatenante della malattia e non come un tentativo auto-terapeutico). Il successo o il fallimento di queste misure, tuttavia, non è qualcosa che ci riguarda in questa sede: ciò che doveva essere dimostrato è il principio della reciproca relazione fra l’io e il sé - e, di conseguenza, la validità euristica di accettare il sé come una precisa configurazione psichica».

Kohut presenta anche un sommario di ciò che ha sostenuto nel suo intervento conclusivo:

«Riassumendo: nel contesto delle conoscenze psicoanalitiche attualmente disponibili, è meglio limitarci a definire il sé come un importante contenuto (una struttura o una configurazione) all’interno dell’apparato mentale, vale a dire come quelle auto-rappresentazioni (imagines) del sé che sono collocate nell’io, nell’es e nel super-io (cfr. Hartmann, 1953; Sandler et al., 1963). Sebbene non debba essere del tutto scartata la possibilità di una futura accettazione del sé “come centro di funzioni identificabili” [come sostenuto da Levin] e quindi come un’istanza della psiche, questo argomento non dovrebbe essere affrontato a questo punto. Per il presente, dovremmo accantonare la questione dell’opportunità di un cambiamento nelle nostre concezioni dei costituenti di base della mente, ma dovremmo dedicare i nostri sforzi alla raccolta e alla valutazione critica di rilevanti dati empirico-clinici».

(La traduzione dall’inglese della relazione di quanto avvenne durante la discussione, in seduta plenaria, del lavoro di Douglas C. Levin, nel Congresso internazionale di psicoanalisi tenutosi a Roma nel 1969, è di A. Lorenzini e L. Ruggiero).

Kohut (1969), nel riassunto del suo intervento conclusivo al lavoro di Levin, aveva affermato:

«Sebbene non debba essere del tutto scartata la possibilità di una futura accettazione del sé “come centro di funzioni identificabili” e quindi come un’istanza della psiche… Per il presente, dovremmo dedicare i nostri sforzi alla raccolta e alla valutazione critica di rilevanti dati empirico-clinici».

Con il libro 1971, Kohut si mostra convinto di aver raccolto i “rilevanti dati empirico-clinici” e di aver esercitato a sufficienza la valutazione critica di essi, che, nel 1969, riteneva fattori necessari per una “accettazione del sé come… un’istanza della psiche”, insieme con le altre istanze (l’io l’es e il super-io) dell’apparato psichico della psicoanalisi classica.

Ma nel periodo successivo al 1971, Kohut lentamente giunse al convincimento che tale “cambiamento delle nostre concezioni dei costituenti di base della mente” non era sufficiente per capire profondamente e curare efficacemente i disturbi del sé della psicopatologia grave analizzabile. Egli riteneva anche che la concezione dell’Uomo della psicoanalisi classica come Uomo Colpevole è limitativa della sua natura, non soltanto nella clinica, ma anche nella Storia. E che per capire più ampiamente la vera natura dell’Uomo è necessaria una concezione complementare rispetta a quella della teorizzazione classica, e cioè quella dell’uomo creativo, che definirà, nel 1977, come Uomo Tragico. Kohut (1977) afferma:

«L’Uomo Tragico… cerca di esprimere il modello del suo sé nucleare… Il fatto innegabile che i fallimenti dell’uomo oscurano i suoi successi mi ha spinto a indicare in forma negativa questo aspetto dell’uomo come Uomo Tragico, anziché come “Uomo Creativo” o che “esprime il proprio sé”»(p. 126-127).

Nel suo lavoro (1982 (Astrolabio 1989, già citato), Kohut afferma:

«La psicoanalisi tradizionale ritiene che la natura essenziale dell’uomo sia definita totalmente quando egli è considerato Uomo Colpevole, un uomo cioè impegnato in una lotta senza speranza fra le pulsioni che scaturiscono dalla base biologica di homo natura e le influenze educatrici che provengono dall’ambiente sociale così come esse vengono inglobate nel super-io. La psicologia del sé crede invece che l’essenza dell’uomo sia definita quando è vista come un sé e che l’homo psychologicus (mi scuso per questo termine che mi serve solo per contrapporlo all’homo natura) è, al livello più profondo, l’Uomo Tragico, che cerca, quasi sempre senza riuscirci, di realizzare nel breve spazio della sua vita il programma esistente nel suo profondo» (p. 94).

Kohut, (1978, “Il sé dell’analista” in Boringhieri, 1982, già citato), dichiara:

«Alla fine mi resi conto che una psicologia indipendente del sé era necessaria non principalmente per spiegare questa o quella osservazione clinica, ma perché comprendeva una dimensione dell’uomo alla quale fino a quel momento la psicoanalisi non si era dedicata… Un osservatore scientifico della vita interiore dell’uomo otterrà soltanto una visione parziale del campo esaminato fino a quando si limiterà all’uso degli strumenti concettuali della psicologia del conflitto. La psicologia del conflitto, in altre parole, vede solo l’Uomo Colpevole: per osservare, comprendere e spiegare l’Uomo Tragico è necessaria la psicologia del sé. Un aspetto essenziale della vita umana, che è stato finora dominio esclusivo di filosofia, teologia, arte, può ora, mediante l’applicazione della psicologia del sé, divenire l’obiettivo dell’osservazione empirica e dell’indagine scientifica... La psicologia del conflitto e la teoria delle pulsioni avevano, nel complesso, spiegato con successo l’importante ma ristretto campo delle nevrosi classiche. Avevano avuto molto meno successo di fronte alla psicopatologia del sé (dai disturbi narcisistici della personalità alle psicosi) e di fronte alle vicissitudini del comportamento dell’uomo nell’arena della storia […] Invece l’accettazione del primato psicologico del sé e delle sue aspirazioni e il nostro esame delle cause e conseguenze dei suoi difetti ci consentono di vedere gli istinti patologici dell’uomo in un contesto psicologico significativo e ci conducono, in particolare, al riconoscimento che anche le più gravi e durevoli occasioni di distruttività umana devono essere comprese come reazioni del suo sé ferito» (pp. 191-192).

Nel mio libro del 1996 (già citato), ho sostenuto che Heinz Kohut, con la sua fondamentale opera La guarigione del sé (1977) ha proposto, dall’interno della psicoanalisi organizzata, un vero e proprio nuovo paradigma nel senso in cui è stato precisato da Kuhn (1962).

Nel nuovo paradigma psicoanalitico proposto, il sé viene con­side­rato come il centro dell’universo psicologico, e la debolezza e il deficit primari del sé vengono considerati come il centro della psicopatologia, in specie di quella grave.

Kohut (1977) ha affermato che le teorie fon­da­mentali della psicoanalisi classica - le teorie del paradigma della pulsione-difesa e dell’apparato mentale - non sono erronee né irrilevanti, ma si ri­velano inadeguate per una più profonda comprensione e una più efficace terapia analitica particolarmente delle forme psicopatologiche più frequenti nell’epoca attuale, vale a dire quelle gravi analizzabili.

Kohut (1977) ha esteso la sua critica anche agli autori post-freudiani. Egli, nel 1977, ha affermato:

«Nonostante lo sforzo ammirevole fatto da generazioni di psicoanalisti per allargare le teorie delle pulsioni, delle di­fese e della struttura dell’apparato psichico fino ai loro limiti estremi... queste teorie non riescono a rendere giusti­zia alle esperienze collegate al compito crucialmente importante di costruire e mantenere un sé nucleare coesivo... e, secondariamente, alle esperienze collegate allo sforzo, anche questo crucialmente importante, del sé, una volta costituitosi, di esprimere i suoi modelli fondamentali... la teoria delle pulsioni e i suoi sviluppi spiegano l’Uomo Colpevole, ma non spiegano l’Uomo Tragico» (p. 200).

Kohut (1977):

«Credo di essere riuscito a dimostrare (vedi il secondo capitolo) la pertinenza e il potere esplicativo dell’ipotesi secondo cui le configurazioni psicologiche primarie del mondo esperienziale del bambino non sono le pulsioni e che esse diventano contenuti di esperienza, quando il sé è privo di sostegno, come prodotti di disintegrazione. È istruttivo in questo contesto esaminare la disintegrazione delle due funzioni psicologiche fondamentali, - la sana autoaffermazione nei confronti dell’oggettosé speculare, la sana ammirazione per l’oggettosé idealizzato - la cui presenza in circostanze normali, favorevoli, indica che un sé indipendente sta cominciando a emergere dalla matrice di oggettisé speculari e idealizzati. Quando l’oggettosé speculare non risponde alla presenza e all’autoaffermazione del bambino, il suo sano esibizionismo (che, dal punto di vista dell’esperienza, è una configurazione psicologica ampia anche quando sono fortemente implicate come rappresentative del sé totale singole parti corporee o singole funzioni mentali) viene abbandonato e preoccupazioni esibizionistiche isolate sessualizzate concernenti simboli particolari di grandezza (il flusso di urina, le feci, il fallo) prendono il sopravvento. E similmente, quando la ricerca da parte del bambino dell’oggettosé onnipotente idealizzato con il cui potere vuole fondersi fallisce, o per la debolezza di questo, o per il suo rifiuto di permettere una fusione con la sua grandezza e potere, allora nuovamente l’ammirazione sana, estatica e felice cesserà, la configurazione psicologica ampia andrà in frantumi e preoccupazioni sessualizzate di tipo voyeuristico nei confronti di simboli isolati del potere dell’adulto (il pene, il seno) prenderanno il sopravvento» (pp. 157-158).

Kohut (1978):

«L’interesse di Hartmann nei problemi dell’adattamento che lo condusse all’ipotesi di una sfera libera dal conflitto nell’io e alle ipotesi correlate dell’autonomia primaria e secondaria dell’io – il suo sviluppo determinato in modo innato, da una parte, e la sua abilità a districare se stesso dai conflitti intersistemici e intrasistemici che avevano interferito con le sue funzioni, dall’altra parte - contenevano il riconoscimento che, almeno per quanto riguarda la teoria, una focalizzazione quasi esclusiva sul conflitto e sull’infermità ostacolava il cammino della realizzazione della speranza di Freud che la psicoanalisi potesse, alla fine, diventare una psicologia comprensiva. Ancora, anche se la psicologia dell’io produsse alcune asserzioni sulla salute mentale eccellenti ma generiche (Hartmann, 1939b) e anche se Erikson, il più largamente conosciuto tra i moderni investigatori psicoanalitici del campo psicologico al di fuori del setting clinico, considerava se stesso uno psicologo dell’io, la reale influenza della cornice concettuale della psicologia dell’io nel campo applicato fu gravemente limitata dal fatto che le ipotesi di Hartmann riguardavano ancora un apparato, vale a dire l’apparato mentale e non il sé. È la psicologia del sé che ha ipotizzato l’esistenza di un sé nucleare composto da ambizioni nucleari, doti e talenti, e da mete idealizzate nucleari, e ha così spiegato il fatto che il sé umano è predisposto a muoversi ad ogni momento (poised) verso il futuro. La tensione dinamica del programma impostato nel nostro sé nucleare lotta verso la realizzazione e così dà a ciascuno di noi uno specifico destino che noi adempiamo, adempiamo parzialmente o non riusciamo ad adempiere nel corso delle nostre vite. È questa ipotesi di un programma centrale che integra il nucleo del sé di ciascuna persona, “un programma predisposto all’azione (action-poised), teso nel campo tra le sue ambizioni e i suoi ideali” (Kohut and Wolf, 1978), che anche differenzia il sé della psicologia analitica del sé dal concetto di Erikson di “identità”… Né la “identità” di Erikson né il sé degli psicologi dell’io della scuola di New York sono, perciò, il sé della psicologia analitica del sé – essi non prendono in considerazione l’esistenza di un programma nucleare che mira dentro il futuro ed è responsabile del fatto - il fatto empiricamente accertabile, vorrei aggiungere – che la personalità degli esseri umani ha dimensioni che sono non soltanto “al di là del principio del piacere” ma anche “al di là dell’adattamento”» (“Reflection” on Advances in Self psychology in The Search for the Self, già citato, vol. 4).

La nuova concezione del valore del narcisismo e del suo sviluppo

Parliamo, adesso, come preannunciato, della modifica fondamentale apportata da Kohut, nel periodo antecedente al 1977, alla concezione del narcisismo della psicoanalisi classica (Freud, 1914).

Kohut (1966) nel lavoro “Forme e trasformazioni del narcisismo” (in Boringhieri, 1982, già citato) proprio all’inizio del suo scritto, presenta le seguenti considerazioni:

«Sebbene nelle discussioni teoriche non venga generalmente messo in dubbio che il narcisismo, l’investimento libidico del sé, non è in sé stesso patologico né nocivo, esiste una comprensibile tendenza a considerarlo con una valutazione di tonalità negativa appena si esce dal campo della teoria. Se un tale pregiudizio esiste, esso è senza dubbio basato su di un paragone tra narcisismo e amore oggettuale, ed è giustificato dall’asserzione che il narcisismo è la più primitiva e la meno adattativa di queste due forme di distribuzione libidica. Io credo che queste opinioni non provengano essenzialmente da una valutazione obiettiva, vuoi della funzione del narcisismo nel corso dello sviluppo, vuoi del suo valore adattativo, ma siano dovute all’intrusione impropria del sistema altruistico di valori della civiltà occidentale. Quali che siano le ragioni di questi giudizi di valore, essi esercitano un effetto restrittivo sulla pratica clinica. Tendono infatti a produrre nel terapeuta un desiderio di sostituire la posizione narcisistica del paziente con un amore oggettuale, mentre spesso l’obiettivo più appropriato di una trasformazione del narcisismo (vale a dire della ridistribuzione della libido narcisistica del paziente e dell’integrazione delle strutture psicologiche primitive nella personalità matura) viene trascurato. Anche dal punto di vista teorico il contributo del narcisismo alla salute, all’adattamento, alla realizzazione non è stato trattato esaurientemente. L’avere scelto tale ottica si giustifica su basi euristiche, in quanto l’esame degli stati relativamente muti di narcisismo equilibrato è chiaramente meno fecondo che non l’esame del narcisismo in condizioni di disturbo. I disturbi dell’equilibrio narcisistico cui ci riferiamo come a “ferite narcisistiche” sembrano offrire una via di accesso particolarmente promettente al problema del narcisismo, non solo a causa della frequenza con cui si manifestano in un largo spettro di stati psicologici normali e anormali, ma anche perché di solito sono facilmente riconoscibili dalla penosa sensazione di imbarazzo o vergogna che li accompagna e dalla loro elaborazione ideativa, conosciuta come senso di inferiorità o di orgoglio ferito».

Riporto un passo del mio libro (Ruggiero, 1996, già citato):

«La principale modifica apportata da Kohut (1971) alla teorizzazione psicoanalitica classica è quella che riguarda la natura del narcisismo, il suo valore e il suo sviluppo. Nella prefazione dell’opera del 1971, Kohut sottolinea che esiste un presupposto, che viene spesso ripetuto, secondo il quale il narcisismo escluderebbe le relazioni oggettuali. Invece egli sostiene che il narcisismo comporta particolari relazioni oggettuali con particolari oggetti che egli denomina oggettisé. Questi sono oggetti che vengono adoperati al servizio del sé o sentiti come facenti parte del sé (p. 8)… Kohut (1971) afferma: “La mia prospettiva, che è quella della metapsicologia psicoanalitica, in armonia con il mio metodo d’osservazione che comprende la riattivazione transferale dell’esperienza infantile, mi ha portato a distinguere lo sviluppo parallelo non solo del narcisismo e dell’amore oggettuale (che si muovono entrambi da livelli arcaici a livelli più alti), ma anche di due principali rami del narcisismo stesso (il sé grandioso, l’imago parentale idealizzata)” (p. 213; cfr. anche pp. 15/16). Il narcisismo non esclude le relazioni oggettuali. Al contrario il narcisismo è caratterizzato da intense e profonde relazioni oggettuali. E l’oggetto investito di libido narcisistica non è l’oggetto della pulsione, ma è un oggettosé, vale a dire un particolare oggetto investito da libido narcisistica che ha la specifica funzione di essere al servizio del sé e della sua sopravvivenza.

Kohut (1972) precisa, in modo particolarmente efficace, l’importanza che egli attribuisce alla concezione dello sviluppo indipendente del narcisismo dicendo: “Se mi si domandasse quale sia il punto più importante da sottolineare a proposito del narcisismo risponderci: la sua linea di sviluppo indipendente, dal grado primitivo a quello più maturo, adattativo e culturalmente valido” (in Boringhieri, 1978, già citato, p. 126).

La nuova concezione del narcisismo e del suo sviluppo, proposta da Kohut in contrasto con tutta la precedente concettualizzazione al riguardo, ha sollevato in psicoanalisi molte polemiche. L’ipotesi di una linea indipendente dello sviluppo del narcisismo è stata contrastata soprattutto da parte di Kernberg il quale ritiene che l’investimento narcisistico e l’investimento istintivo-oggettuale avvengono contemporaneamente e si influenzano l’un l’altro. Conseguentemente, secondo Kernberg, non si potrebbero studiare le vicende dello sviluppo narcisistico senza studiare contemporaneamente lo sviluppo delle relazioni oggettuali pulsionali. Rifacendosi, naturalmente, alla teoria classica delle pulsioni, Kernberg considera il narcisismo come una delle fasi dello sviluppo psicosessuale normale che va dall’autoerotismo al narcisismo fino all’amore oggettuale maturo, seguendo un’unica linea di sviluppo (Freud, 1914b). Parlando delle tesi di Kohut sul narcisismo, Kernberg (1975) dichiara: “Dissento da queste posizioni e come la Jacobson (1964), la Mahler (1968), e van der Waals (1965) ritengo che non si possa scindere lo studio del narcisismo normale e patologico dalle vicende dei derivati pulsionali sia libidici sia aggressivi” (in Boringhieri, 1978, p. 277)» (Ruggiero, p. 93)..

 



[1]    E. Wolf (1983): «Freud usò i termini Einfühlung (o einfühlen), o Sichhineinversetzen. Einfühlung o Einfühlen che tradotti letteralmente, significano sentirsi entro qualcosa o qualcuno. Sichhineinversetzen, tradotto letteralmente, significa porsi entro qualcosa o qualcuno […]. Freud non elabora il concetto di empatia; e in tutta la inglese Standard Edition il concetto è menzionato solo quindici volte. Si potrebbe facilmente pensare che Freud non considerasse l’empatia molto importante. Ma Freud stesso contraddice questa opinione quando afferma in uno dei suoi scritti sulla tecnica che nell’instaurarsi di un’effettiva traslazione terapeutica “è certamente possibile giocarsi questo primo successo se dall’inizio si adotta un punto di vista che non sia quello della comprensione empatica, per esempio un punto di vista moraleggiante” (1913, p. 140). L’originale è Einfühlung, che io ho qui tradotto come “comprensione empatica”… In un’altra affermazione, Freud dice: “Una via conduce dall’identificazione, attraverso l’imitazione, all’empatia, vale a dire, alla comprensione del meccanismo mediante il quale noi siamo resi capaci di prendere posizione verso la vita mentale di un’altra persona” (1921, p. 110, n. 2) […]. (Rimane) l’apparente sottovalutazione dell’empatia da parte di Freud nel non scrivere un importante saggio su questo concetto centrale. Io credo che ci siano stati due motivi. Primo, il significato lessicale delle parole “sentirsi o porsi entro un altro” può essere sembrato a Freud assolutamente chiaro e diretto, senza bisogno d’elaborazione […]. Il secondo motivo… (Egli) era dal punto di vista filosofico legato alla filosofia materialista della scienza dei suoi tempi, che non aveva spazio per la raccolta di dati che non potessero essere ufficialmente misurati e verificati… Freud sapeva che le osservazioni psicoanalitiche producevano dati ottenuti diversamente, in modo introspettivo piuttosto che estrospettivo, ma sempre dati. Per i suoi mentori scientifici (Helmholtz, Brucke, e Meynert), tuttavia, ciò rappresentava uno scandalo. Penso che siamo fortunati che Freud fosse un uomo di coraggio e abbia menzionato Einfühlung quindici volte (“Empatia e controtraslazione“, in The Future of Psychoanalysis, Inter. Universities Press, Inc, 1983).

 

[2]    Credo di aver espresso molto chiaramente il mio atteggiamento ne “Lo psicoanalista nella comunità degli studiosi” (1975), dove ho detto: «Per il fisico l’essenza dei fenomeni percepiti dall’essere umano come calore e luce è la stessa. Li concepisce come onde che si differenziano solo in base alla loro frequenza lungo l’asse del tempo. Per il fisico, i fenomeni energetici sperimentati dall’essere umano come sensazione di calore e come percezione del rosso formano un continuum ininterrotto, nonostante il fatto che un tipo di recettore nell’equipaggiamento biologico dell’essere umano…. è in sintonia con il calore mentre un altro… è in sintonia col colore rosso. Dal punto di vista dello psicologo che tratta con l’esperienze dell’uomo, comunque, il calore e il colore rosso possono avere connotazioni ampiamente differenti - come valutati dallo psicologo, il calore e il colore rosso possono essere, chiaramente, esperienze disparate che non formano un continuum».

 

[3]    Un esempio clinico di risposta sbagliata da parte dell’oggettosé, che dà luogo a frammentazione, riferito nel capitolo 9, era già stato presentato nel 1971 (p. 121), dove ho parlato del fatto che certe interpretazioni analitiche possono costituire una ripetizione dei traumi infantili che stanno geneticamente alla base del fenomeno stesso. Ecco il passaggio in questione: “Il paziente B. ricordava, a proposito della propria infanzia, le seguenti reazioni distruttive materne. Quando le riferiva con una certa esuberanza delle proprie conquiste ed esperienze, la donna si mostrava non solo fredda e indifferente ma, invece di rispondergli in maniera attinente, bruscamente spostava il discorso su dettagli marginali, criticandolo per questo e per quel motivo («Non muovere le mani mentre parli!» ecc.). Queste reazioni devono esser state sperimentate dal bambino non solo come rifiuti diretti contro il suo specifico bisogno di conferma, ma anche come azioni distruttive ai danni della coesione della sua esperienza di sé (spostando l’attenzione su una parte del suo corpo), proprio nel momento di massima vulnerabilità, mentre egli stava porgendo il proprio sé totale per ricevere approvazione.

«   L’analista empatico - consapevolmente o intuitivamente - ascolterà con attenzione quest’esempio e si renderà conto che ci sono dei momenti, nel corso di ogni analisi, quando anche l’interpretazione più precisa e corretta a proposito dei meccanismi, delle difese o di qualche altro dettaglio della personalità del paziente è fuori luogo e inaccettabile da parte sua, perché egli ha bisogno di comprensione per qualche importante evento recentemente accaduto nella sua vita, per esempio nuove conquiste o simili» (1971, p. 121).

 

Ugo Sodini[1]

Carl Furtmüller (1880-1951): alle origini della psicologia individuale di Alfred Adler

Premessa

Carl Furtmüller fu il più autorevole tra i primi collaboratori di Alfred Adler, con il quale mantenne un permanente rapporto di profonda amicizia. Nel 1909 venne introdotto da questi nel circolo della società viennese di psicoanalisi (Nunberg, Federn, 1967) dal quale, assieme ad altri membri, si dimise l’11 ottobre del 1911 in seguito alla controversia sorta tra Freud ed Adler (Nunberg, Federn, 1974) esitata nelle dimissioni di quest’ultimo dalla società di cui era presidente (Sodini, 2014b). Fu proprio Furtmüller che, anche a nome di altri membri del gruppo, rassegnò le dimissioni e, di fatto, dette luogo alla prima scissione nel neonato movimento psicoanalitico (Nunberg, Federn, 1974). Successivamente, egli rivestì un ruolo di primissimo piano sia nella fondazione della ‘società per la libera ricerca psicoanalitica’ (Adler, R. 1914, Sodini, 2011, Sodini, Teglia, 2011), divenuta successivamente ‘società di psicologia individuale’, sia per il contributo scientifico dato nel corso della sua vita. Furtmüller, altresì, è noto per l’impegno profuso come educatore e uomo politico, e per il ruolo avuto nella riforma scolastica attuata in Austria successivamente alla fine del primo conflitto mondiale; compito a cui attese fino a quando non venne destituito e successivamente costretto a lasciare Vienna in seguito agli eventi del 1934 che portarono alla presa del potere del partito cattolico militante, e agli sviluppi successivi. Tali eventi, come accadde a molte altre persone, lo indussero a lasciare l’Austria per salvare la propria vita. A questo riguardo, più avanti pubblichiamo la traduzione del suo curriculum vitae, che fu redatto, si presume, allo scopo di cercare riparo all’estero dove, infine, riuscì a fuggire, seppure con difficoltà.

La vita

Carl Furtmüller nacque a Vienna il 2 agosto del 1880, città dove condusse i propri studi di filosofia e dove completò la propria formazione, conseguendovi il dottorato nel 1902. Sin da quando era un giovane studente manifestò il proprio interesse per il miglioramento delle condizioni sociali; divenne un membro del comitato del Volksheim, che si andava costituendo in quel periodo per promuovere l’educazione degli adulti, e aderì al movimento socialdemocratico. Dopo un iniziale periodo in cui insegnò presso il ginnasio di Vienna, dal 1904 al 1909 fu insegnante al ginnasio di Kadan, città che oggi si trova nella Repubblica Ceca. Tornato a Vienna insegnò fino al 1919, esclusi gli anni del conflitto mondiale, alla Realschule; e questo fu anche il periodo di più intensa collaborazione con Adler. Di tale periodo sono alcuni dei suoi lavori più importanti (Furtmüller, 1912, 1973, Adler, Furtmüller, 1914) e la cura dell’edizione della Zeitschrift fuer Individualpsychologie a cui si dedicò dal 1914 al 1916. Possiamo dire che con Furtmüller trova piena esplicitazione il rapporto tra medico ed educatore fondato su basi scientifiche, per il conseguimento delle migliori condizioni di salute dell’essere umano. Come egli stesso scrisse: “è cosa del tutto nuova e caratteristica che medico ed educatore abbiano unito i loro sforzi in un’attività comune” (Furtmüller, 1922, p. 19) pur non nascondendosi le difficoltà insite in tale compito: “quest’impresa di guarire ed educare sarà possibile solo quando il metodo individualpsicologico sarà stato pienamente accolto in psicoterapia” (ibid. p. 19). Egli indicò anche le diverse competenze tra le due figure professionali e le forme di collaborazione: “Il compito pratico dello psicoterapeuta consiste nel condurre il paziente a disfarsi del suo non realistico piano di vita per sostituirlo con un altro che gli consenta di adattarsi alla realtà. Questa parte del trattamento è particolarmente difficile e si compenetra profondamente con i compiti pedagogici […] Il miglior uso che i pedagoghi possono fare della Psicologia Individuale, infatti, è affinare l’interesse per l’uomo nel singolo studente ed esortare gli altri educatori ad adottare visioni critiche sul proprio lavoro, affinando il proprio istinto psicologico e rafforzando così il loro approccio alla psicologia” (ibid. pp. 20-21). Nel 1919 Otto Clöckel lo chiamò alla commissione per la riforma scolastica presso il Ministero dell’Educazione, dove si occupò principalmente della riforma della scuola secondaria e, in seguito, divenne ispettore della scuola di Stato per le scuole sperimentali di Vienna, oltreché conferenziere all’Istituto pedagogico (Papanek, 1962, p. 62) divenendo, insieme a Viktor Fadrus e Hans Fischl, il più stretto collaboratore di Clöckel[2] che: “proprio nel 1922 divenne presidente del Consiglio scolastico di Vienna, nominando Furtmüller Ufficiale Ispettore per le scuole sperimentali di Vienna. Abolì il nubilato obbligatorio per le insegnanti e consentì che anche le donne si potessero iscrivere alle facoltà universitarie di Legge, Ingegneria e Agraria […] Istituì associazioni di genitori in ogni distretto scolastico” (Adler, Furtmüller, Wexberg, 1922, p. 186n). Dal 1920 al 1933 curò l’edizione Wiener Schule, supplemento del bollettino pubblicato dal comitato scolastico del Comune di Vienna. In seguito alla presa del potere da parte dei fascisti austriaci, nel 1934 venne destituito dal suo incarico e in seguito all’assunzione del controllo dell’Austria da parte di Hitler fu costretto a emigrare. Dalla biografia di Adler, di Phillis Bottome, si apprende che già nel 1938 Furtmüller si trovava a Londra (1957, p. 17). Altre indicazioni chiariscono che due anni dopo i Furtmüller erano in Francia[3] e successivamente raggiunsero la Spagna, nazione dove furono imprigionati per tre mesi. Finalmente, nel gennaio del 1941 riuscirono a raggiungere gli Stati Uniti d’America grazie a un visto concesso personalmente dal presidente Roosevelt, ma proprio alla fine di quell’anno Alina Furtmüller morì. Negli Usa, Carl Furtmüller, inizialmente, lavorò come magazziniere a Phyladelphia, insegnò latino presso la scuola degli Amici di Baltimora e infine collaborò alla Voce dell’America a New York, come redattore all’ufficio tedesco. Alla fine del 1947 egli fu in grado di rientrare a Vienna, accompagnato dalla sua seconda moglie Leah T. Cadbury, dove divenne direttore dell’Istituto pedagogico e lavorò con Leopold Zechner (presidente del comitato dell’educazione di Vienna) per ricostruire il sistema delle scuole viennesi secondo lo spirito della riforma di Glöeckel (Papenak, 1962). Morì il primo gennaio del 1951. In commemorazione di Carl Furtmüller e di sua moglie Alina Klatschko, a Vienna, nella zona di Margareten, in via Zeigelofengasse vi è un edificio che porta il nome di Furtmüllerhof (Hlaváček, 2013).

Non conosciamo le esatte circostanze che portarono all’incontro tra Adler e Furtmüller ma l’ipotesi che questo sia avvenuto tramite le loro rispettive mogli, entrambe russe, sembra essere smentito da quanto scrisse anni più tardi la moglie di Furtmüller alla Bottome (si veda più avanti). In ogni caso, è un fatto che Furtmüller, nel 1904, aveva sposato Alina Klatschko[4], figlia di pensatori rivoluzionari emigrati dalla Russia[5], e anche Raissa Timofeyewna Epstein[6], moglie di Adler, nacque in Russia ed era una donna di idee progressiste. I Furtmüller ebbero due figli[7]. Come ha reso noto Ernest Federn, figlio di Paul Federn, i Furtmüller continuarono la tradizione inaugurata dai genitori di Alina e alla domenica erano soliti aprire la loro casa agli intellettuali socialisti: “Questo era un evento sociale molto carino tra gli intellettuali di Vienna […] Ricordo quegli incontri e Carl Furtmüller che era un uomo di spirito mordace e di grande intelligenza. Alina Furtmüller fu un’intima amica di mia madre ma la rottura tra Adler e Freud divise l’amicizia. Noi bambini non portammo avanti questa contesa ma, al contrario, restammo molto vicini fino a quando i Nazisti ci separarono” (Federn, E., cit. in Adler, 1979, p. 329). Il resoconto di Federn, nella sostanza, coincide con quello della moglie in seconde nozze di Furtmüller: “Anche ora, anni dopo, vecchi amici dei Furtmüller mi parlano delle domeniche dei Furtmüller. L’élite intellettuale dei socialisti interessata all’educazione veniva regolarmente. Le persone giovani erano salutate con calore. Si teneva ogni tipo di discussione, ma anche musica, canzoni, letture, piccole rappresentazioni. Tutte le domeniche, per anni, furono tenuti questi incontri, penso finché i nazisti non entrarono a Vienna nel 1938. [Mentre erano ancora a Vienna] la famiglia Adler veniva spesso (uno dei figli faceva il duetto al piano con Alina)” (Furtmüller, L. T., cit. in Adler, 1979, p. 329). Carl Furtmüller venne introdotto nella società psicoanalitica di Vienna da Alfred Adler dove, come si evince dai verbali della stessa società, partecipò come ospite all’incontro del 12 ottobre 1909 (Nunberg, Federn, 1967, p. 275). La sua iscrizione venne proposta nella successiva riunione del 20 ottobre (ibid. p. 276) e divenne membro effettivo nella riunione del 27 ottobre (ibid. p. 282). Egli prese parte agli incontri della società per i due anni successivi fino a quando, l’11 ottobre 1911, rassegnò le dimissioni per assumere un ruolo di primissimo piano nella costituzione e nello sviluppo della società di psicologia individuale. I verbali della Società per la libera ricerca psicoanalitica (Adler, R., 1914) relativi al periodo 1912-1913 ci consentono di documentare la partecipazione attiva di Furtmüller agli incontri che si tennero all’epoca, in quanto dagli stessi si evince che egli partecipò a tutte le sessioni. Inoltre, è documentata la sua presenza tra i fondatori della nuova società adleriana che, inizialmente, raccolse quanti lasciarono la società viennese di psicoanalisi in seguito alle dimissioni di Alfred Adler e ai successivi sviluppi. In merito a ciò, il comitato della neonata ‘Associazione per la libera ricerca psicoanalitica’ comunicava ai suoi lettori: “L’iniziativa di creare l’ ‘Associazione per la libera ricerca psicoanalitica’ fu presa nel giugno 1911 da alcuni membri dell’ ‘Associazione psicoanalitica viennese’, presieduta dal Professor Sigmund Freud. Essi ebbero la sensazione che si volessero vincolare scientificamente i membri della vecchia associazione a tutte le tesi e teorie di Freud […] Nell’ottobre del 1911 l’ ‘Associazione psicoanalitica viennese’ dichiarò inammissibile la contemporanea appartenenza ad entrambe le associazioni: in seguito a questo, un certo numero di membri si dimise dal gruppo originario[8]. Oltre ad Adler, della nuova società, ne: “furono cofondatori Furtmüller[9], Otto Kaus, Oppenheim, Erwing Wexberg” (p. 137). Tra gli aderenti ci furono anche i fratelli Franz e Gustav Grüner, il medico Margarete Hilferding, il barone Franz von Hye, Stefan von Maday […] Paul Klemperer” (Sodini, Sodini Teglia, 2011, p. 137). Infine, come ha ricordato la Bottome: “Fu il professor Furtmüller che presentò Adler al ministro dell’educazione, Glöckel, che dette ad Adler l’opportunità di dimostrare le sue teorie sulla vita del bambino di Vienna. Fino alla morte di Adler rimase questa amicizia, non interrotta, uguale e serena” (1957, p. 17).

Ulteriori notizie sulla vita

È soprattutto grazie a Jane Griffith[10] che possiamo aggiungere ulteriori informazioni sulla vita dei Furtmüller. Nel corso della corrispondenza (2007a) che abbiamo intrattenuto con lei durante gli anni, ella ci fece pervenire una fotocopia di un curriculum vitae di Carl Furtmüller, oltre alla fotocopia, in due pagine, di una lettera manoscritta di Alina Klatschko Furtmüller a Phillis Bottome[11], la nota romanziera e biografa di Alfred Adler; documentazione che aveva ricevuto da Margot Adler[12], nipote di Alexandra Adler[13]. La Griffith, ricordò che Ernan Forbes Dennis e sua moglie Phillis Bottome avevano fondato una scuola in Austria per preparare i giovani agli esami d’ingresso per il servizio estero britannico, e che avevano trascorso molti anni in quel Paese dove frequentarono anche il circolo di Alfred Adler e dove, presumibilmente, conobbero Carl e Alina Furtmüller (2007b)[14]. Sugli scopi di tale scuola, oltreché sulla sua collocazione in Austria, si ricavano notizie da più fonti. Dal volume di Person sulla vita di Ian Fleming, si apprende che questa scuola fu frequentata anche dal futuro padre di James Bond, il celeberrimo agente segreto 007. Inoltre, che a Kitzbühel, in Austria, nel 1924 vi si stabilì una coppia inglese di nome Dennis Forbes, che non aveva figli, con una forte spinta idealista e un altrettanto forte interesse per i giovani, e desiderosa di scoprire come la psicologia e l’educazione potevano essere utili per curare le malattie delle nazioni. Forbes Dennis era un eccellente linguista e all’epoca vi erano sempre giovani di buona famiglia che richiedevano di studiare il tedesco per completare la loro educazione. La coppia, pertanto, aprì una scuola di lingue che risentì delle idee dello psicologo viennese Alfred Adler, del quale aveva sentito parlare (Person, 2013). Ulteriori notizie su questa scuola si trovano nel volume di Gardiner, il quale riferisce che Fleming: “Andò in Austria dove trascorse tempo a Kitzbüel con gli allievi adleriani Forbes Dennis e la sua moglie americana Phillis Bottome. La storia di copertura era che egli doveva migliorare il suo tedesco e altre lingue, ma in realtà fu un tentativo di correggere questo adolescente difficile” (Gardiner, 2008, p. 4). Più recentemente, un riferimento alla scuola dei Forbes Dennis è comparso sul Telegraph, in occasione dei cinquanta anni dalla morte di Ian Fleming, dove si legge: “Stressata dalle sue bizzarrie, sua madre lo inviò all’istituto austriaco di educazione The Tennerhof, situato a Kitzbühel – che aveva la reputazione di una scuola per individui problematici e di ambiente facoltoso. Fu lì che un preminente imprinting sarebbe rimasto nella vita di Fleming: l’istituto era gestito da Ernan Forbes Dennis – un ex membro dell’MI6 – e dalla sua moglie romanziera Phillis Bottome, che entrambi lo aiutarono a condividere un futuro interesse per lo spionaggio e la letteratura” (Stolworthy, 12 agosto, 2014). La stessa Phillis Bottome, ci ha trasmesso alcune indicazioni relative al suo incontro, e di quello del marito, con Alfred Adler, e sulla loro frequentazione: “Mio marito da prima si avvicinò ad Adler per ragioni educative e frequentò la scuola estiva di Locarno a cui Adler aprì i lavori. Egli divenne profondamente interessato all’insegnamento di Adler e condivise questo interesse con me. Nessuno di noi venne da Adler come paziente, ma come studente che desiderava – per amore delle loro professioni indipendenti – approfondire la propria conoscenza della psicologia. Ciò nonostante noi comprendemmo presto che una conoscenza semplicemente intellettuale della psicologia individuale era insufficiente; ed entrambi decidemmo di sottoporci a un’analisi adleriana completa. Mio marito, all’inizio, fu uno studente di Adler e dopo, per ragioni geografiche, continuò la sua analisi dal Dr. Leonhard Seif di Monaco, uno dei colleghi tedeschi più illustri e conoscitori di Adler […] Io ricevetti la mia prima analisi dal Dr. Seif e più tardi lavorai con Adler a New York” (1957, pp. 11-12). I Forbes Dennis, inoltre, furono gli organizzatori del giro di conferenze che Adler fece in Inghilterra tra il 1936 e il 1937. In ogni caso, è un fatto che i Furtmüller e i Forbes Dennis si conoscessero e fossero in buoni rapporti. Ciò, infatti, si evince anche dalla lettera citata sopra che, come accennato, fu inviata dalla Furtmüller alla Bottome. La lettera è datata 12 marzo 1940; dall’indirizzo del mittente che riporta - oltre che dall’espresso desiderio di Alina che vi si legge di poter incontrare la Bottome a Parigi, nella evenienza che quest’ultima vi si potesse recare - si evince che i Furtmüller, all’epoca, si trovavano in Francia, sulla loro strada per gli Stati Uniti, dove giungeranno quasi un anno più tardi. Il fatto che essi, da tempo, non si trovassero più in Austria, trova conferma anche dalla biografia di Alfred Adler della Bottome dove, nella prefazione del 1938, è detto: “Dalla scrittura di questo libro, il più grande amico di Adler – Professor Furtmüller – è scappato da Vienna ed è ora in Inghilterra. Il suo nome quindi sono adesso libera di menzionare. La sua amicizia fu da più punti di vista la più profonda e certamente la più lunga amicizia della vita nella vita di Adler – l’amicizia di una grande mente indipendente con un’altra – due menti che seguivano uno scopo comune: il miglioramento dell’educazione dell’umanità” (1957, p. 17). Inoltre, il nome di Furtmüller è citato più volte dalla Bottome nella sua biografia su Alfred Adler. Alina Klatschko scrisse la lettera menzionata per ringraziare la Bottome che, evidentemente, aveva inviato ai Furtmüller la biografia di Adler pubblicata poco prima. Nella lettera, tra le altre cose, si legge: “Lei ha fatto rivivere per noi il nostro vecchio amico da quei giorni lontani che se ne sono andati, quando noi per la prima volta conoscemmo lui e la sua giovane moglie[15]. Incidentalmente, è questa frase a cui si è fatto cenno sopra che sembra non avvalorare la circostanza secondo la quale Adler e Furtmüller si erano conosciuti tramite le rispettive mogli.

Di seguito riportiamo la traduzione del curriculum vitae di Furtmüller[16], precisando che al riguardo la Griffith ha avanzato l’ipotesi che esso potrebbe essere stato scritto da Forbes Dennis - allo scopo di trovare una posizione in Inghilterra per Carl Furtmüller, così da permettere a lui e alla sua famiglia di fuggire dall’Austria (2007a) - benché non si possa escludere che sia stato realmente Carl Furtmüller a scrivere il proprio curriculum vitae.

Curriculum vitae

Dati personali

Dr. Carl L. Furtmueller, nato il 2.8.1880 a Vienna, Austria. Nazionalità: tedesca (austriaca). Sposato.

Carriera

Ha frequentato lo Schottengymnasium di Vienna e ha continuato i suoi studi all’ Università di Vienna. Si è laureato con una tesi sulla teoria dell’ Epopea Tedesca nel 1904. Fino allo scoppiare della guerra nel 1914 ha insegnato Tedesco, Francese e Filosofia in diverse scuole superiori di Vienna. Successivamente, ha iniziato a mostrare i primi interessi per la psicologia moderna, specialmente per la psicoanalisi. Insieme ad Alfred Adler, ha fondato il “Vereinigung fuer freie Psychoanalyse”, che poco dopo è diventata il “Verein fuer Individualpsychologie”. È stato uno dei primi curatori della loro rivista e i suoi contributi alla letteratura della psicologia individuale sono molteplici. In particolare sono state le relazioni tra la nuova teoria con la letteratura e la filosofia ad avere il suo pieno interesse. (Vedi vari articoli e recensioni sulla letteratura contemporanea nella rivista “Vereinigung” e il suo libro “Etica e Psicanalisi”).

La guerra ha interrotto questa attività e, dopo di essa, il suo principale interesse è passato dalla filosofia alle implicazioni pratiche della psicologia moderna. Ha quindi dedicato il suo tempo e le sue energie a costruire un nuovo sistema di educazione secondaria in Austria. Come membro della commissione speciale per la riforma della scuola presso il Ministero della Pubblica Istruzione, ha ideato e pianificato nel dettaglio piani per nuovi tipi di scuole superiori in Austria. Il principio fondamentale di questo nuovo piano era portare l’intero sistema di istruzione, da un punto di vista materiale e metodico, il più vicino possibile alla vita reale, dando opportunità e incoraggiando la partecipazione attiva degli studenti. Questo era opposto al sistema scolastico tedesco e austriaco tradizionale, formalistico e autoritario, e proporzionalmente si scontrò con la violenta opposizione di tutti i gruppi in Austria che si schieravano con la tradizione. Quindi, i successivi quindici anni non portarono a uno sviluppo indisturbato e lineare del nuovo sistema di educazione, ma a un lungo e inarrestabile sforzo per i nuovi piani e i nuovi principi. Ogni paragrafo delle nuove proposte di legge vide la luce soltanto dopo discussioni senza fine e vari compromessi, mentre, a fronte di una opposizione costante, gli insegnanti dovettero essere rieducati e persuasi ad accettare lo spirito del nuovo sistema, che chiedeva più devozione e interesse da parte loro rispetto al precedente. In tutti quegli anni il dottor Furtmueller, che presto divenne un membro importante del Vienna Stadtschulrat e ispettore nelle scuole superiori, ha avuto una posizione di comando in questi sforzi legislativi e amministrativi per la riforma della scuola superiore austriaca. Altri fattori hanno infine costretto a una decisione quando, nel 1934, gli eventi hanno portato alla dittatura politica del partito cattolico militante; allora il dottor Furtmueller ha dovuto dare le dimissioni dalla sua posizione.

La sua carriera si distingue per una rara combinazione di tutte le diverse attività educative e di tutte le diverse conoscenze, dai principi filosofici ai dettagli amministrativi.

Il dottor Furtmueller ha inoltre una buona conoscenza dell’inglese.

Gli antecedenti dell’identificazione con l’aggressore e del sentimento comunitario

Per quanto attiene ai contributi specificatamente psicologici di Furtmüller si rinvia alla pubblicazione postuma dei suoi scritti, a cura del figlio Lux (Furtmüller, 1983), poiché una loro disamina non è l’obiettivo di questo lavoro, né potrebbe essere condotta in uno spazio relativamente contenuto. Qui ci limitiamo a esporre alcune considerazioni come contributo alla migliore comprensione di questo Autore e alla sua collocazione nel panorama psicologico-analitico. Ciò premesso, riteniamo di dover mettere in evidenza le influenze che, direttamente o indirettamente, hanno avuto alcune delle intuizioni di Furtmüller risalenti al periodo in cui egli era ancora un membro della società viennese di psicoanalisi e a quello immediatamente successivo. In merito a ciò, vogliamo richiamare l’attenzione al concetto di identificazione con l’aggressore, che Anna Freud incluse tra i meccanismi di difesa dell’Io: “Il bambino introietta qualcosa della persona dell’oggetto d’angoscia ed elabora in tal modo un’esperienza angosciosa appena vissuta. Il mezzo della identificazione o dell’introiezione si associa con un secondo importante metodo. Con la personificazione dell’aggressore, l’assunzione dei suoi attributi o della sua aggressione, il bambino si trasforma da persona minacciata in persona che minaccia” (Freud, A., 1972, p. 223), esplicitando come: “La speciale combinazione d’introiezione e proiezione, che qui definiamo come ‘identificazione con l’aggressore’, appartiene alla vita normale solo fintantoché l’Io se ne serve nella lotta con le persone costituenti autorità, e cioè nell’affrontare i suoi oggetti d’angoscia” (ibid., p. 228). In questa sua teorizzazione – per esigenze di spazio richiamata qui molto brevemente – vediamo come Anna Freud abbia fatto proprio, ampliandolo, quanto il padre, nel 1921, aveva esposto nel suo lavoro dal titolo “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, dove descrisse la modalità di far proprie le richieste esterne riconducendola alla primigenia identificazione con il padre: “È indubbio che il legame che unisce ogni singolo al Cristo è anche la causa del legame che unisce i singoli tra loro. Le cose stanno in termini analoghi per quanto riguarda l’esercito; il comandante in capo è il padre che ama in misura eguale tutti i suoi soldati ed è per questo che essi si chiamano camerati […] Ci sembra di essere sulla strada giusta, ossia sulla strada che può condurci a una spiegazione del fenomeno fondamentale della psicologia delle masse: l’assenza di libertà del singolo all’interno della massa” (Freud, S., 1921, pp. 284-285). Al riguardo, dobbiamo ricordare che nel 1919, cioè due anni prima che Freud desse alle stampe “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, Alfred Adler aveva pubblicato uno scritto in cui, nella sostanza, si legge di ciò che potrebbe definirsi (anche se Adler non lo definì né in tal modo, né in altri) interiorizzazione delle richieste esterne. Lo scritto descrive la trasformazione del pensiero che dall’opposizione vira verso l’adesione, come apparente libera scelta, di coloro che vennero chiamati alle armi: “Raggruppati gregariamente e con tanto di paraocchi, hanno ricevuto la spietata chiamata a morire. Non c’era nessuno scampo e nessuna protezione o la pallottola o la corte marziale. Così, la gente ha agito in modo da rendere più sopportabile la situazione, facendo di necessità virtù. In un primo momento e nella generale confusione che dovevano fronteggiare, accolsero la chiamata alla guerra dello Stato Maggiore, ma rispondevano contro la loro volontà e muovendosi controvoglia nella direzione assegnata. D’improvviso sembrò loro di aver formulato loro stessi una tale chiamata: da allora in poi si sentirono meglio, perché avevano trovato la via di fuga desiderata. Ora non erano più come cani al guinzaglio, esposti contro la loro volontà alla pioggia di pallottole, ma eroi e difensori della patria e del proprio onore […] Quanti elevarono lo Stato Maggiore a divinità e parlarono per suo tramite lo fecero non per simpatia o desideri belligeranti ma perché avevano perso il senso dell’orientamento e si vedevano nella più profonda ignominia, privati di ogni libertà e diritto umano. Per questo, e solo per questo, si schierarono con l’insopportabile oppressore; agendo così, sembrò loro di essere stati gli artefici della guerra. Ora avevano trovato una ragione per agire e si potevano sbarazzare dei propri sentimenti di ignominia e bassezza” (Adler, 1919, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, pp. 518-519). Anni dopo Adler, seppure per altra via, tornò ancora su tale questione: “Una volta conobbi una domestica che aveva una strana abitudine: ogni qual volta le veniva detto di fare qualcosa ripeteva sempre l’ordine in prima persona. Se la padrona le chiedeva di sistemare una credenza, diceva ‘io sistemerò la credenza questo pomeriggio’. Vediamo qui il rifiuto dell’autorità. Ella poteva agire soltanto se aveva la sensazione di farlo secondo il proprio volere. Questa particolarità della mente umana, cioè il desiderio di essere il capo, di fare di propria iniziativa, si può riconoscere in alcuni eserciti dove i soldati devono ripetere ogni comando in prima persona e in realtà questo fa sì che il soldato senta di essere il comandante” (Adler, 1979, pp. 164-165). E ancora: “Per esempio, io ricordo una governante che quando la padrona le chiese di pulire la gabbia del pappagallo, disse ‘Lei dovrebbe chiedermi che cosa mi piacerebbe fare nel pomeriggio e io le risponderei che mi piacerebbe pulire la gabbia del pappagallo’. Così ciò le appariva come una sua idea. Lei stava comandando. Voi incontrate la stessa cosa nella vita militare dove il soldato, dopo che è stato comandato, deve ripetere il comando in modo tale da farlo sembrare suo proprio” (ibid. p. 202). Quanto abbiamo appena richiamato dagli scritti di Adler, nella sostanza, rinvia a ciò che in precedenza era stato espresso da Carl Furtmüller il quale, in accordo con la propria formazione di educatore, intuì la presenza di questo meccanismo psicologico nei bambini già nel 1909 (Nunberg, Federn, 1967), e lo espone più accuratamente nel 1912 (Furtmüller, 1912, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1956, pp. 153-156). Nella riunione della società psicoanalitica di Vienna del 15 dicembre 1909, Furtmüller tenne una presentazione dal titolo “Educazione o fatalismo?” (Nunberg, Federn, 1967, pp. 353-357), in cui affermava: “Ai nostri giorni sembra che il principio più elevato sia l’obbedienza - cioè la subordinazione alla volontà dell’educatore; conseguentemente, l’intero processo educativo si risolve in una catena di particolari atti di obbedienza e di resistenza […] ciò non significa naturalmente che uno si deve arrestare di fronte a ogni resistenza del bambino; fare così infatti sarebbe una misera preparazione per la vita sociale; che è così ricca di restrizioni. Tutto questo significa che uno deve limitare la coercizione diretta a un minimo e dare la preferenza alla coercizione indiretta, che rende la vittoria del piacere dipendente dalla sottomissione” (Furtmüller, 1909, cit. in Nunberg, Federn, 1967, pp. 355-356). Egli, altresì, sottolineò come tra ribellione e sottomissione vi fosse una terza via, cioè la nevrosi; per tale ragione riteneva che si dovessero individuare criteri idonei per modificare il metodo educativo adottato abitualmente, al fine di evitarne gli effetti dannosi. Pochi anni più tardi egli sviluppò, e rese più chiaro, il suo pensiero contribuendo anche a far emergere con evidenza quelle differenze inconciliabili tra la psicologia individuale e la psicoanalisi che furono alla base della controversia tra Adler e Freud e che, soprattutto, si riferivano alla diversa concezione dell’essere umano. Al riguardo fu piuttosto esplicita anche la presa di posizione di Wexberg: “La psicologia si deve prendere tutte le responsabilità di considerarci come una componente eretica della psicoanalisi perché la psicologia individuale non può essere identificata con quelle parti di psicoanalisi che riteniamo erronee e mal dirette” (Adler, Furtmüller, Wexberg, 1922, pp. 24-25). Furtmüller, cercando di spiegare le ragioni per cui le richieste esterne potevano essere fatte proprie in un modo relativamente semplice dal soggetto, sviluppò una riflessione sugli imperativi etici e postulò l’esistenza di una predisposizione innata: “Si deve supporre una disposizione fondamentale, filogeneticamente acquisita, per comprendere la rapidità relativa con cui il fanciullo entra in relazione con il suo ambiente e la relativa facilità con cui il bambino normale può essere allevato” (Furtmüller, 1912, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 153). Egli giunse a questa conclusione poiché, come argomentò, non poteva risolversi a ritenere che tali imperativi originassero dalla libido. Infatti, osservando che Freud considerava: “la volontà etica dell’individuo come una sublimazione della libido, o meglio di certe sue componenti” (ibid., p. 154), si chiese come potesse: “la libido di Freud, una forza così vaga nel contenuto, creare dal suo interno il fenomeno concreto di una vita etica. Inoltre la rimozione, che conduce alla sublimazione, presuppone fattori etici efficaci” (ibid., p. 154). Tali considerazioni lo indussero a rivolgersi al pensiero di Adler, a riflettere sul ruolo svolto dal sentimento d’inferiorità nello sviluppo del bambino e sul modo in cui questi vi reagiva: “È facile immaginare come la lunga serie d’imperativi etici a cui il bambino deve far fronte possa aumentare il suo sentimento d’inferiorità. Vi è una possibilità che lo aiuta a superare questo sentimento ed è l’origine soggettiva dell’etica: l’individuo può far proprie le richieste esterne[17]. Quando ciò accade, gli imperativi di costrizione vengono sostituiti con quelli di libertà, che sono però uguali ai primi nel contenuto. In questo modo egli non entrerà in conflitto con il suo ambiente e, formalmente, manterrà la propria volontà autonoma. Esteriormente, nulla è cambiato per quanto attiene allo stato di ubbidienza passiva, ma la situazione psicologica è fondamentalmente differente. L’individuo ha rimosso una dolorosa oppressione, ha superato il sentimento d’inferiorità, e ora non è più servo ma padrone di se stesso” (ibid., pp. 154-155). Si deve osservare, inoltre, come nello scritto di Furtmüller riposino, oltre a quanto evidenziato, anche gli antecedenti di ciò che Adler più tardi svilupperà nella teorizzazione del concetto di sentimento comunitario. L’esito del processo che conduce a far proprie le richieste esterne verrà messo al servizio dell’aspirazione alla superiorità che da questo ne risulta orientata nel perseguire la propria meta. Il passaggio è d’importanza fondamentale per la comprensione del successivo sviluppo del pensiero di Adler che, progressivamente, fece propri, ampliandoli, i punti di vista anticipati da Furtmüller. In sintesi, una disposizione filogeneticamente acquisita che sostiene e facilita l’acquisizione delle richieste esterne (più avanti negli anni sviluppata e teorizzata da Alfred Adler in termini di sentimento comunitario) diviene ciò che dà la direzione all’aspirazione alla superiorità o alla perfezione. Questo non sottende - lo si deve precisare soprattutto per gli equivoci che al riguardo hanno caratterizzato l’interpretazione del pensiero adleriano in Italia (Pagani, 2011, Parenti, Pagani, 1987, 1988, Parenti, Rovera, Pagani, Castello, 1975) - una concezione dell’essere umano mosso da istanze egoistiche più o meno profonde, che richiederebbe la presenza di una forza motivazionale altruistica in grado di bilanciarle. Questa posizione è individuabile solo nella prima parte della elaborazione del pensiero di Adler, cioè quando egli era ancora posizionato sul concetto di pulsione aggressiva considerata come principio dinamico fondamentale. In quel periodo, in particolare dal 1912 a pochi anni dopo, egli rappresentò anche il fattore sociale come una pulsione. Infatti, in questa fase l’aspirazione fondamentale era diventata la finzione di sopraffazione degli altri e per tale motivo Adler concepì un fattore sociale da opporsi a essa, che espresse nei termini di una controfinzione. Ciò faceva assumere al suo pensiero una configurazione antitetica che, come si è visto, sarebbe stata del tutto estranea alla elaborazione più matura, benché in Italia sia arrivata e si sia consolidata proprio questa concezione antitetica del suo pensiero, espressa nei termini di volontà di potenza e sentimento sociale in contrapposizione tra loro: “La volontà di potenza e il sentimento sociale sono anche in questo settore le due principali forze direttrici del comportamento umano [...] il sentimento sociale agisce in collaborazione o invece in contrasto o in ambivalenza con un’altra forza direttrice fondamentale: la volontà di potenza […] Secondo la psicologia individuale, la volontà di potenza è la forza motrice propria della natura umana […] la spinta proveniente dalla volontà di potenza deve essere sempre rapportata all’azione di un’altra basilare e innata esigenza umana, ossia il sentimento sociale […] l’equilibrio tra le due forze rappresenta la condizione ideale dell’uomo” (Parenti, Rovera, Pagani, Castello, 1975, pp. 30, 190, 220, 222). Ancora: “Nelle dinamiche della vita psichica il sentimento sociale può agire in collaborazione o invece in contrasto o in ambivalenza con la seconda istanza fondamentale dell’uomo: la volontà di potenza” (Parenti, Pagani, 1987, p. 211). Inoltre: “Volontà di potenza. Nella teoria individualpsicologica è, assieme al sentimento sociale con cui si armonizza o si scontra, una delle due essenziali forze motrici psichiche dell’uomo. Essa spinge l’individuo ad affermarsi, a dominare i suoi simili o invece soltanto a sopravvivere aggirando difficoltà e umiliazioni” (Parenti, Pagani, 1988, p. 174). Infine: “Adler individua in modo esauriente, coerente ed efficace, quell’altra istanza che compensa le spinte antisociali della volontà di potenza, il Gemeinschaftsgefühl, il sentimento di comunità” (Pagani, 2011, p. 11). Ritornando a quanto accennavamo sopra, come hanno osservato correttamente gli Ansbacher, quando Freud pubblicò il Compendio di psicoanalisi, assegnò al Super-io il compito principale: “di limitare i soddisfacimenti” (Freud, S., 1938, p. 575) ma a quell’epoca: “Adler aveva già abbandonato entrambi i concetti di controfinzione e sentimento sociale (inteso come forza contrapposta) a favore del sentimento comunitario, considerato come disposizione innata per uno sforzo sociale spontaneo, quando ancora il Super-io era un concetto nuovo in psicoanalisi” (Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 152). Pertanto, se non consideriamo quanto sottolineato opportunamente dagli Ansbacher, come in Italia da più parti si è ritenuto di dover fare, allora si dovrà sostenere inevitabilmente una teorizzazione dualista del pensiero di Adler che, per certi aspetti, non sarebbe troppo dissimile da quella psicoanalitica, come troppo spesso è accaduto di leggere negli scritti di quanti intendevano richiamarsi al pensiero del fondatore della psicologia individuale. Questi Autori, di fatto, hanno forzato il pensiero di Adler verso una concezione dualista facendo venire meno il principio della motivazione unitaria richiesto dalla teoria olistica quale è quella su cui riposano le basi della teorizzazione individualpsicologica. Pertanto può essere ulteriormente utile richiamare cosa Adler voleva indicare con sentimento comunitario richiamando uno dei modi, tra i molti che egli utilizzò nel corso degli anni, per darcene un’idea: “Il sentimento comunitario, allo stesso modo dell’aspirazione alla superiorità, è innato; a differenza di quest’ultima, tuttavia, si deve sviluppare. Allo stato attuale di evoluzione psicologica, e forse anche fisica, dell’uomo dobbiamo considerare il substrato innato del sentimento comunitario troppo piccolo e non abbastanza forte da divenire efficiente senza l’aiuto della società, e in questo differisce da capacità e funzioni, quali la respirazione, che funzionano senza alcun aiuto esterno” (Adler, 1933b, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 140). Quanto appena richiamato aiuta a comprendere la dimensione sociale e interpersonale che caratterizza la psicologia individuale. A ciò possiamo aggiungere una definizione di sentimento comunitario, ancorchè non definitiva, ma in grado di aiutare ulteriormente a comprendere il modo con cui Adler guardava all’essere umano: “Vedere con gli occhi di un altro, udire con le orecchie di un altro, sentire con il cuore di un altro” (Adler, 1928, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, pp. 141-142). Infine, concludiamo su questi aspetti della psicologia individuale richiamando quella che è la nostra posizione su questo argomento (Sodini, 2009, Sodini, Teglia Sodini, 1999, 2000a, 2000b, 2003), posizione in tutto coincidente con quella esposta dagli Ansbacher: “In quanto teoria olistica la psicologia individuale assume anche un’armonia cooperativa essenziale tra l’individuo e la società, ritenendo il conflitto una condizione erronea. Questa armonia si presuppone essere basata su un ‘substrato innato del sentimento comunitario’ che deve essere sviluppato consapevolmente. Il sentimento comunitario non è una seconda forza dinamica ma dà la direzione all’aspirazione alla superiorità, proprio come qualsiasi altra potenzialità sviluppata influenzerebbe la direzione dell’aspirazione. In quanto fattore che dà una direzione, il sentimento comunitario diventa anche un ideale normativo” (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 73). Dopo quanto Freud aveva scritto nel 1921, ampliando il termine amore a includervi anche l’amore per se stessi, per l’altro, per i genitori, per i bambini, l’amicizia e l’amore per gli uomini in generale (1921, p. 280), il suo avvicinamento ad Adler apparve con evidenza: “Le relazioni d’amore […] costituiscono anche l’essenza della psiche collettiva” (Freud, S., 1921, pp. 281-282). Tuttavia, sarebbe un errore tentare una sovrapposizione o forzare verso un eccessivo avvicinamento, seppure per vie diverse, tra Super-io e sentimento comunitario poiché in entrambi si possono individuare istanze etiche. Infatti, con riferimento a ciò che verrà definito identificazione con l’aggressore, dobbiamo ricordare quanto coerentemente scrive A. Freud: “In questa ‘identificazione con l’aggressore’ noi riconosciamo uno stadio intermedio, affatto raro, nel normale sviluppo del Super-io dell’individuo. Quando i due bambini descritti per ultimi si identificano con le minacce di punizione degli adulti, essi compiono un passo decisivo verso lo sviluppo dell’istanza del Super-io; essi interiorizzano una critica proveniente dall’esterno del loro modo di agire. Con progressive interiorizzazioni di questo genere, con l’introiezione delle caratteristiche degli educatori, con l’assunzione dei loro attributi e delle loro opinioni, essi forniscono ininterrottamente al Super-io il materiale per la propria formazione” (Freud, A., 1972, p. 225). Considerazioni ulteriori sull’argomento, si evincono dall’avvertenza editoriale allo scritto di Freud sull’Io e l’Es oltrechè, naturalmente, dallo scritto stesso: “Nello sviluppare la dottrina delle istanze psichiche, Freud ha particolare cura di stabilire come le stesse istanze non si debbano concepire quali entità separate. L’Io è soltanto una parte differenziata […] dell’Es, ed è con l’Es sempre in diretto rapporto. A sua volta l’ideale dell’Io (o Super-io) è una differenziazione dell’Io. Il Super-io rimane però anch’esso in stretto contatto con l’Es per la sua derivazione dal complesso edipico, le cui componenti pulsionali hanno sede appunto nell’Es: tanto che il Super-io risulta talora l’avvocato, o il rappresentante dell’Es presso l’Io, e ciò anche se contiene gli imperativi con cui l’Io si difende dell’Es. I valori di cui il Super-io è rappresentante non derivano soltanto dall’autorità parentale, o dalle altre successive autorità introiettate, ma anche filogeneticamente da tutto un processo di trasmissione ereditaria[18]. Freud, al riguardo, scrive: “Si può dunque supporre che l’esito più comune della fase sessuale dominata dal complesso edipico sia il costituirsi nell’Io di un lascito di queste due identificazioni in qualche modo fra loro congiunte. Questa alterazione dell’Io conserva la sua posizione particolare contrapponendosi al restante contenuto dell’Io come ideale dell’Io, o Super-io […] riconosceremo che esso è il risultato di due fattori biologici altamente significativi: la lunga durata che ha nell’uomo la debolezza e la dipendenza infantile […] La separazione del Super-io dall’Io non è dunque qualche cosa di causale. Essa rappresenta le più importanti caratteristiche evolutive e dell’individuo e della specie; infatti, dando espressione durevole all’influenza dei genitori, essa perpetua l’esistenza di quegli stessi fattori a cui deve la propria origine” (Freud, S., 1923a, pp. 496-498). Pertanto, appare oltre modo chiaro quanto i due concetti, sentimento comunitario e Super-io, siano tra loro diversi come, del resto, diverse sono la psicologia individuale e la psicoanalisi, e quanto sia errato assegnare al sentimento comunitario il ruolo di controbilanciare e regolare la forza motrice dell’essere umano che, come abbiamo brevemente richiamato sopra, alcuni Autori nel nostro Paese hanno, e a lungo, chiamato erroneamente volontà di potenza, conferendole con ciò arbitrariamente una connotazione negativa. Tornando a Furtmüller, le sue intuizioni e idee, come abbiamo visto, vennero progressivamente ampliate e fatte proprie da Adler e, pertanto, riteniamo sia corretto, oltreché doveroso, richiamare l’attenzione sul fatto che quanto è stato descritto da Anna Freud relativamente al meccanismo di identificazione con l’aggressore, sia un processo che Alfred Adler aveva indicato, seppure brevemente e senza denominarlo, avvalendosi del contributo apportato da Carl Furtmüller.

Adesso ci piacerebbe richiamare l’attenzione sui cambiamenti sostanziali, particolarmente quelli relativi alla concezione dell’Io, che furono introdotti nella teorizzazione psicoanalitica nel corso degli anni, e in particolare quelli successivi all’uscita di Adler, Furtmüller e degli altri membri dalla società psicoanalitica. Indicazioni in tal senso, se accolte, discusse e approfondite quando furono portate all’attenzione dei membri della società psicoanalitica di Vienna dal futuro fondatore della psicologia individuale, avrebbero dato un senso diverso alla controversia sviluppatasi tra Adler e Freud e un corso altrettanto diverso agli eventi successivi. Anni dopo la rottura con Freud, Adler riferendosi alla propria concezione dell’Io[19], e preso atto dei cambiamenti che stavano maturando nel pensiero di Freud, ebbe a scrivere: “Procedendo in modo corretto si incontra sempre l’Io, l’insieme, mentre un’errata interpretazione dei fenomeni ci fa imbattere sempre in una contrapposizione, per esempio fra conscio e inconscio. Oggi Freud, propugnatore di questa erronea concezione, si sta rapidamente avvicinando a una migliore interpretazione. Parla infatti dell’inconscio nell’Io, un inconscio che ovviamente conferisce all’Io un aspetto del tutto diverso, quello che ha visto per prima la psicologia individuale” (Adler, 1933a, p. 134). Con la pubblicazione di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” Freud dette inizio a un processo di rivalutazione dell’Io facendo cadere, con ciò, l’accusa di apostasia che veniva rivolta a quanti, in precedenza, spostavano l’attenzione dall’Es all’Io. Imponendo un tale cambio di direzione al proprio sistema teorico, Freud dette luogo a un significativo avvicinamento del proprio pensiero a quello di Adler, e di ciò si ebbe chiara evidenza appena due anni più tardi, quando scrisse: “Ci siamo fatti l’idea che esista nella persona un nucleo organizzato e coerente di processi psichici che chiamiamo l’Io di quella persona […] La tendenza all’unità caratterizza l’Io” (Freud, S., 1923, pp. 479-480 e 507). Il cambio di passo è piuttosto rilevante rispetto a quando egli, anni prima, scriveva a Jung: “L’Io di Adler si comporta, come accade sempre per l’Io, come lo stupido clown August nel circo, che non la smette di fare smorfie per assicurare al pubblico che proprio lui ha disposto tutto quanto quel che avviene. Povero pagliaccio” (Freud, S., 1990, p. 434). La stessa posizione è confermata l’anno successivo quando, parlando della dottrina adleriana, Freud scrisse: “l’Io vi sostiene la parte ridicola del clown Augusto che vuol convincere con i suoi gesti gli spettatori che tutti i cambiamenti avvengono nel circo grazie ai suoi comandi. Ma solo gli spettatori più giovani gli prestano fede” (Freud, S., 1914, p. 426). Nella diversa formulazione dell’Io fatta da Freud è difficile non avvertire un avvicinamento alle tesi di Adler, particolarmente con riferimento (ma non solo) all’adleriana concezione unitaria, indivisibile[20] e coerente dell’essere umano. È un fatto, come ha osservato ancora Ansbacher, che nella nuova formulazione di Freud si possano individuare più punti di contatto con le idee di Adler, e tra questi vi è certamente: “la descrizione dell’Io come un insieme unitario” (Ansbacher, 1992, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 544). Freud stesso, infatti, deve aver avuto piena consapevolezza di ciò dal momento che ritenne di dover chiarire (per quanto possibile e senza nominare espressamente Alfred Adler) la propria posizione, affermando che quanto andava sostenendo: “non potrà fare a meno di sfiorare alcune teorie annunciate da non psicoanalisti, o da ex psicoanalisti che hanno voltato le spalle alla psicoanalisi. Sono sempre stato pronto a riconoscere ciò di cui sono debitore agli altri; ma in questo caso non sento pesare su di me alcun obbligo di riconoscenza. Se la psicoanalisi non ha finora dato rilievo a certe cose, ciò […] è avvenuto […] perché ha seguito un proprio cammino che non era ancora giunto a quel punto” (Freud, S., 1923, p. 475). Qui il discorso si fa oltremodo meritevole di attenzione e per questo è utile ricordare quanto Adler abbia detto in merito al fatto che non gli venivano, né gli sarebbero stati riconosciuti in futuro, i meriti delle sue anticipazioni: “Qualcuno può avere l’impressione che io abbia condannato a priori lo sviluppo della psicoanalisi negli ultimi 25 anni. Invece io sono suo prigioniero e, come tale, non la posso assolvere” (Adler, 1933a, p. 140). Con quanto richiamato sopra, Freud, nei fatti, rivendica per sé ciò che anni prima aveva cercato fermamente di negare ad Adler (per la verità non solo a lui), cioè il diritto di sviluppare liberamente le proprie idee in accordo con i propri tempi e le proprie intuizioni. Tuttavia, assumendo questa posizione (o difesa), come ha osservato ancora Ansbacher: “si tende ad assegnare a Freud il ruolo del direttore d’orchestra che indica ai musicisti quando devono attaccare, ma questo è un ruolo del tutto inopportuno tra scienziati” (Ansbacher, 1992, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 547). Infatti, la ricerca in ambito scientifico non richiede di essere armonizzata, o modulata, secondo i tempi di quanti, per le ragioni più diverse, non siano pronti o disposti a seguirne lo sviluppo in una direzione o in un’altra, o a confrontarsi con esso. Ciò, stando a quanto scritto dallo stesso Freud a Wittels, in data 18 dicembre 1923, evidentemente, non doveva apparire troppo importante per il padre della psicoanalisi, poiché ebbe a dire: “non so che fare delle idee degli altri che mi vengono gridate fuor tempo” (Freud, 1923b, cit. in Roazen, 1975, p. 227). La stessa cosa, nella sostanza, è riferita anche da Stekel, Freud: “mi confessò una volta (in un momento di ‘debolezza’) che ogni nuova concezione offerta dagli altri lo trovava resistente e non recettivo. Qualche volta gli occorrevano due settimane per vincere tale resistenza” (Stekel, 1950, p. 134).

Carl Furtmüller biografo.

Un discorso a parte merita la biografia di Alfred Adler, scritta da Furtmüller quando questi era negli Stati Uniti. Gli Ansbacher riferiscono che l’idea di scrivere la biografia venne suggerita da Raissa, la moglie di Adler, e da Danica Deutsch (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 332). Furtmüller si dedicò alla sua stesura a iniziare dalla fine del 1946, scrivendola direttamente in inglese, con l’assistenza della sua seconda moglie che era madrelingua. Ci lavorò probabilmente per circa un anno e quando, alla fine del 1947, fece ritorno a Vienna la biografia aveva raggiunto più o meno la forma con cui venne pubblicata anni dopo. Furtmüller, infatti, non ebbe la possibilità di dedicarsi ancora a questo suo compito, sia per gli impegni di lavoro che assunse appena rientrato a Vienna, sia per il poco tempo che ancora gli restava da vivere. Successivamente alla sua morte, la biografia venne revisionata dalla moglie di Furtmüller che in ciò si avvalse dell’assistenza di Hans Fischl, un amico stretto del marito che aveva collaborato con lui già ai tempi della riforma scolastica. Nel 1953 il manoscritto venne spedito ad Alexandra Adler (Sodini, 2001), figlia di Adler, affinché potesse essere pubblicato, tuttavia, dovette passare ancora molto tempo prima che il progetto potesse realizzarsi. L’opportunità di pubblicare la biografia, infatti, arrivò nel 1964, a opera dei coniugi Ansbacher[21] ai quali la figlia di Adler l’aveva a sua volta inviata anni prima. La circostanza che siano stati gli Ansbacher a pubblicare il manoscritto di Furtmüller conferma, se ve ne fosse bisogno, il ruolo di primissimo piano che essi hanno avuto nel promuovere la rivalutazione del pensiero di Adler successivamente alla conclusione della seconda guerra mondiale. Inoltre, la circostanza dette loro la possibilità di aggiungere alla biografia proprie valutazioni e riferimenti, sia su Adler, sia sullo stesso Furtmüller e, di fatto, la contestualizzarono e l’arricchirono con particolari di tutto rilievo senza modificare in niente il manoscritto pervenuto loro. Il documento, in pratica, è fondamentale per la comprensione di Alfred Adler come uomo e come scienziato, poiché è stato scritto dal suo più stretto collaboratore e amico. Tra i due uomini, infatti, vi erano intesa e conoscenza così profonde, oltre che comunanza di idee, che nessun altro avrebbe potuto far arrivare ai giorni nostri una descrizione di Adler così minuziosa e diretta come ha fatto Furtmüller. Al riguardo la Bottome ha osservato: “Il professor Furtmüller con tutta probabilità fu l’unico amico di Adler che ne conosceva davvero la sua mente” (1957, p. 51). È soprattutto in questo particolare rapporto intercorso tra i due uomini che risiede il valore della biografia di Furtmüller, cioè la trasmissione di conoscenze del fondatore della psicologia individuale da parte di un amico e collaboratore che lo frequentò a lungo e assiduamente. Tuttavia, in ciò risiede anche un limite del lavoro di Furtmüller poiché egli, per le note cause, dovette scrivere la biografia tirandola fuori quasi per intero dalla propria memoria. Ciò si evince anche dal fatto che egli ha dedicato molto più spazio al lavoro di Adler fino a quando questi visse stabilmente a Vienna, e molto meno agli ultimi dieci anni della sua vita, benché proprio in quest’ultimo periodo fu più evidente l’affinamento teorico raggiunto da Adler e il rilievo che egli conseguì in ambito clinico, nel più ampio panorama internazionale. Furtmüller è stato soprattutto un educatore e in ciò può risiedere la ragione che lo indusse a tralasciare, in modo considerevole, i contributi di Adler in ambito clinico e psicoterapeutico; contributi che hanno esercitato la loro influenza sia sulla psicoanalisi che sul pensiero di quanti oggi si è soliti indicare, benchè troppo sbrigativamente, come Autori neo-freudiani. Con esplicito riferimento agli sviluppi del pensiero psicologico contemporaneo possiamo, a solo titolo esemplificativo, richiamare alcuni concetti di cui Adler fu il precursore: il disadattamento in termini d’interesse centrato sul Sé, la salute mentale in termini d’interesse centrato sugli altri, la psichiatria come scienza delle relazioni interpersonali, i sintomi nevrotici come difese dell’Io (Sé) e come forme di aggressività. Proprio per contributi come questi Alfred Adler è oggi meglio conosciuto, benché si debba convenire che ancora ai nostri giorni sarebbe difficile parlare di educazione senza imbattersi in quei concetti fondamentali di cui egli fu parimenti un precursore. Anche a questo riguardo, benché sempre a titolo esemplificativo, richiamiamo alcuni esempi: il processo d’incoraggiamento, i guasti prodotti da un’educazione viziata, la rivalità tra i fratelli, la loro posizione nella fratria, la detronizzazione del primogenito. Tuttavia, non si può escludere che Furtmüller, se avesse avuto più tempo a disposizione per lavorare alla sua biografia di Adler, avrebbe potuto colmare queste carenze ma, ciò nonostante, il suo rimane un documento d’insostituibile valore sia per quanti si interessano di storia della psicologia del profondo[22] e di psicologia in generale, sia per il lettore che voglia approfondire la propria conoscenza della psicologia individuale e l’influenza che ha esercitato, ed esercita, sul pensiero contemporaneo[23]

Conclusione

Quanto esposto è stato scritto primariamente per ricordare Carl Furtmüller e sua moglie Alina Klatschko (Klatschko Furtmüller, A., 1922) e, altresì, per consegnare al lettore uno stimolo per riscoprire il loro lavoro. Tuttavia, rievocare la vita di questi due Autori ha comportato inevitabilmente andare alle origini della stessa psicologia individuale di Alfred Adler. Poiché quanto abbiamo presentato tratteggia anche o, per meglio dire, appena alcuni capisaldi del sistema teorico adleriano - al fine di non favorire quei malintesi e quelle congetture che tanto spesso si rinvengono nella letteratura associate al nome di Adler e alla sua opera – riteniamo di dover segnalare al lettore interessato una bibliografia essenziale del padre della psicologia individuale, da tempo presente anche in lingua italiana, che permette di conseguire una conoscenza sufficientemente approfondita del sistema teorico a cui egli dette vita pur, a tutt’oggi, in assenza della pubblicazione in lingua italiana della sua opera omnia. Tale bibliografia ha ricevuto un’impronta epistemologica e, più in generale, di assemblamento storico-scientifico dal fondamentale contributo apportato da Heinz L. Ansbacher e Rowena Ripin Ansbacher [24]. Anteriormente alla disponibilità in lingua italiana di questa bibliografia, cenni a un tale contributo e alla sistematizzazione del pensiero di Adler, in Italia erano rintracciabili pressoché esclusivamente nei lavori di Castone Canziani[25], il primo e più autorevole adleriano contemporaneo del nostro Paese (Canziani, 1947, 1948, 1975, 1976, 1979, 1983a, 1983b, Sodini, 2012, Sodini, Teglia Sodini, 1996a, 1996b, 2001).

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[1]    Psicologo-psicoterapeuta, fondatore del Centro Italiano Studi Adleriani.

     Corrispondente italiano del prof. Heinz L. Ansbacher.

 

[2]    (1873-1935).

 

[3]    La lettera di Alina Furtmüller a Phillis Bottome, citata più avanti, documenta che nel marzo del 1940 i Furtmüller si trovavano in Francia.

 

[4]    Vienna, 20 ottobre 1883 – Pennsylvania, 1 dicembre 1941.

 

[5]    Samuel Lvovitch Klatschko, Vilnius 2 giugno 1851 – Vienna 17 aprile 1914; Anna Konstantinova Klatschko, Simferopol, Crimea, Ucraina 7 Novembre 1860 – luogo e data di morte non conosciuti.

 

[6]    Mosca, 1873 – New York. 1962.

[7]    Lydia, 1907 – 1992; Lux, Vienna 1910 – Reading 1990.

[8]    SCHRIFTEN DES VEREINS FÜR FREIE PSYCHOANALYTISCHE FORSCHUNG, Herausgegeben Von Dr. Alfred Adler, Heft 1, Psychoanalyse und Ethik, Eine vorläufige Untersuchung, Von Dr, Karl Furtmüller, Reinhard, Mnchen (trad. it. Scritti dell’associazione per la libera ricerca psicoanalitica, pubblicati dal Dr. Alfred Adler, quaderno 1, Psicoanalisi ed Etica, una ricerca provvisoria del Dr. Karl Furtmüller (trad. it. 1994, Riv. Psicol. Indiv., XXII, 35, 7-9).

 

[9]    Per ulteriori informazioni su Carl Furtmüller si veda anche:

     Fischl, H. (1950), Horfrat Dr. Carl Furtmüller: ein Siebziger, Erziehung und Unterricht, Vienna, pp. 383-385.

     Adler, A. (1979). Ansbacher, H. L., Ansbacher, R. R. (a cura di). Superiority and Social Interest, W. W. Norton & Company, New York – London, (trad. it. [e cura di U. Sodini e A. Teglia Sodini], Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008, pp. 328-334.

 

[10]  Già presidente della North American Society of Adlerian Psychology. Insieme al marito Bob Power, una delle più note personalità adleriane contemporanee degli Stati Uniti.

 

[11]  31 maggio 1884 - 22 agosto 1963. Nel 1917, a Parigi, sposò Ernan Forbes Dennis (1884-1972), un diplomatico britannico. Nota romanziera, si dedicò anche allo studio della psicologia individuale e scrisse una biografia di Alfred Adler che ha avuto tre edizioni, l’ultima delle quali nel 1957.

 

[12]  (16 aprile 1946 – 28 luglio 2014). Figlia di Kurt A. Adler, unico figlio maschio di Alfred Adler, e fratello minore di Alexandra Adler.

 

[13]  Vienna, 24.09.1901 – New York, 4.01.2001.

 

[14]  Nel 1924 Phillis Bottome e suo marito fondarono a Kitzbühel, in Austria, una scuola basata sull’insegnamento delle lingue. Incidentalmente, Ian Fleming, l’autore dei romanzi di James Bond, fu un allievo della scuola dei Forbes Dennis.

 

[15]  Lettera a firma di Alina e Carl Furtmüller a Phillips Bottome, del 12.3.1940.

 

[16]  La traduzione dall’inglese è stata condotta da Salomè Sodini come anche le altre citazioni da testi inglesi.

 

[17] La sottolineatura è nostra

 

[18] Avvertenza editoriale,  Freud, 1923a, p. 473.

 

[19] Adler scrivendo in tedesco, ovviamente, usava il pronome personale Ich ma con esso non intendeva riferirsi allo stesso significato che a esso attribuiva Freud. Infatti, tale pronome è stato tradotto in inglese sia come self che come ego. Gli Ansbacher hanno ritenuto: “la prima una traduzione più appropriata, particolarmente dopo la distinzione fatta da Symonds (1951) tra i due termini: comunque l’uso del nostro Sé è identico a quello che Allport fa del termine Io” (Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 190). 

 

[20] Al riguardo si deve ricordare quanto scrisse Furtmüller sulla prima uscita dello Zeitschrifts für Individualpsychologie: “Il nome di psicologia individuale intende esprimere la convinzione che i processi psicologici e le loro manifestazioni si possono comprendere soltanto dal contesto individuale e ogni intuizione psicologica inizia con l’individuo” (Adler, A. Furtmüller, C., 1914).

 

[21]  Heinz L. Ansbacher, 1904-2006 (Sodini, 2014a) e Rowina Ripin Ansbacher, 1906.-1996 (Sodini, Teglia Sodini, 1997), hanno avuto una conoscenza diretta di Alfred Adler che poterono frequentare a lungo.  

 

[22]  La biografia contiene anche quindici pagine dedicate alla descrizione dei rapporti tra Adler e Freud da parte di una persona che ne fu diretto testimone al tempo della loro collaborazione e della successiva rottura.

 

[23]  Furtmüller, C. (1979). A Biographical Essay  in  Adler, A. Superiority  and  Social  Interest, [Ansbacher e Ansbacher] W. W. Norton & Company, New York – London, pp. 309-394, (trad. it. [e cura di Sodini U. e Teglia Sodini A.], Alfred Adler: un saggio biografico, in Adler, A. Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008, pp. 335-396).

 

[24]  Adler, A. (1929). Ansbacher,  H.L. (a cura di). The Science of Living, Greenberg, New York, (trad. it. La Scienza  del  vivere. Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2012.

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     Ansbacher, H. L., Ansbacher, R. R. (a cura di). (1964). The Individual Psychology of Alfred Adler, Systematic Presentation in selections from his writings, New York: Harper & Row, (trad. it. La psicologia individuale di Alfred Adler: Il pensiero di Alfred Adler attraverso una selezione dei  suoi scritti, G. Martinelli & C., Firenze, 1997).

 

[25]  Trieste, 1904 – Palermo, 1986.

 

[26]  La traduzione italiana è stata condotta sulla seconda edizione ampliata del 1922. Contiene l’introduzione alla prima edizione di Carl Furtmüller, la postfazione alla prima e alla seconda edizione di Alfred Adler, l’introduzione alla seconda edizione di Erwin Wexberg. Non contiene gli scritti dei collaboratori di Adler presenti  nel volume originale tedesco.