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Ugo Sodini[1]

Carl Furtmüller (1880-1951): alle origini della psicologia individuale di Alfred Adler

Premessa

Carl Furtmüller fu il più autorevole tra i primi collaboratori di Alfred Adler, con il quale mantenne un permanente rapporto di profonda amicizia. Nel 1909 venne introdotto da questi nel circolo della società viennese di psicoanalisi (Nunberg, Federn, 1967) dal quale, assieme ad altri membri, si dimise l’11 ottobre del 1911 in seguito alla controversia sorta tra Freud ed Adler (Nunberg, Federn, 1974) esitata nelle dimissioni di quest’ultimo dalla società di cui era presidente (Sodini, 2014b). Fu proprio Furtmüller che, anche a nome di altri membri del gruppo, rassegnò le dimissioni e, di fatto, dette luogo alla prima scissione nel neonato movimento psicoanalitico (Nunberg, Federn, 1974). Successivamente, egli rivestì un ruolo di primissimo piano sia nella fondazione della ‘società per la libera ricerca psicoanalitica’ (Adler, R. 1914, Sodini, 2011, Sodini, Teglia, 2011), divenuta successivamente ‘società di psicologia individuale’, sia per il contributo scientifico dato nel corso della sua vita. Furtmüller, altresì, è noto per l’impegno profuso come educatore e uomo politico, e per il ruolo avuto nella riforma scolastica attuata in Austria successivamente alla fine del primo conflitto mondiale; compito a cui attese fino a quando non venne destituito e successivamente costretto a lasciare Vienna in seguito agli eventi del 1934 che portarono alla presa del potere del partito cattolico militante, e agli sviluppi successivi. Tali eventi, come accadde a molte altre persone, lo indussero a lasciare l’Austria per salvare la propria vita. A questo riguardo, più avanti pubblichiamo la traduzione del suo curriculum vitae, che fu redatto, si presume, allo scopo di cercare riparo all’estero dove, infine, riuscì a fuggire, seppure con difficoltà.

La vita

Carl Furtmüller nacque a Vienna il 2 agosto del 1880, città dove condusse i propri studi di filosofia e dove completò la propria formazione, conseguendovi il dottorato nel 1902. Sin da quando era un giovane studente manifestò il proprio interesse per il miglioramento delle condizioni sociali; divenne un membro del comitato del Volksheim, che si andava costituendo in quel periodo per promuovere l’educazione degli adulti, e aderì al movimento socialdemocratico. Dopo un iniziale periodo in cui insegnò presso il ginnasio di Vienna, dal 1904 al 1909 fu insegnante al ginnasio di Kadan, città che oggi si trova nella Repubblica Ceca. Tornato a Vienna insegnò fino al 1919, esclusi gli anni del conflitto mondiale, alla Realschule; e questo fu anche il periodo di più intensa collaborazione con Adler. Di tale periodo sono alcuni dei suoi lavori più importanti (Furtmüller, 1912, 1973, Adler, Furtmüller, 1914) e la cura dell’edizione della Zeitschrift fuer Individualpsychologie a cui si dedicò dal 1914 al 1916. Possiamo dire che con Furtmüller trova piena esplicitazione il rapporto tra medico ed educatore fondato su basi scientifiche, per il conseguimento delle migliori condizioni di salute dell’essere umano. Come egli stesso scrisse: “è cosa del tutto nuova e caratteristica che medico ed educatore abbiano unito i loro sforzi in un’attività comune” (Furtmüller, 1922, p. 19) pur non nascondendosi le difficoltà insite in tale compito: “quest’impresa di guarire ed educare sarà possibile solo quando il metodo individualpsicologico sarà stato pienamente accolto in psicoterapia” (ibid. p. 19). Egli indicò anche le diverse competenze tra le due figure professionali e le forme di collaborazione: “Il compito pratico dello psicoterapeuta consiste nel condurre il paziente a disfarsi del suo non realistico piano di vita per sostituirlo con un altro che gli consenta di adattarsi alla realtà. Questa parte del trattamento è particolarmente difficile e si compenetra profondamente con i compiti pedagogici […] Il miglior uso che i pedagoghi possono fare della Psicologia Individuale, infatti, è affinare l’interesse per l’uomo nel singolo studente ed esortare gli altri educatori ad adottare visioni critiche sul proprio lavoro, affinando il proprio istinto psicologico e rafforzando così il loro approccio alla psicologia” (ibid. pp. 20-21). Nel 1919 Otto Clöckel lo chiamò alla commissione per la riforma scolastica presso il Ministero dell’Educazione, dove si occupò principalmente della riforma della scuola secondaria e, in seguito, divenne ispettore della scuola di Stato per le scuole sperimentali di Vienna, oltreché conferenziere all’Istituto pedagogico (Papanek, 1962, p. 62) divenendo, insieme a Viktor Fadrus e Hans Fischl, il più stretto collaboratore di Clöckel[2] che: “proprio nel 1922 divenne presidente del Consiglio scolastico di Vienna, nominando Furtmüller Ufficiale Ispettore per le scuole sperimentali di Vienna. Abolì il nubilato obbligatorio per le insegnanti e consentì che anche le donne si potessero iscrivere alle facoltà universitarie di Legge, Ingegneria e Agraria […] Istituì associazioni di genitori in ogni distretto scolastico” (Adler, Furtmüller, Wexberg, 1922, p. 186n). Dal 1920 al 1933 curò l’edizione Wiener Schule, supplemento del bollettino pubblicato dal comitato scolastico del Comune di Vienna. In seguito alla presa del potere da parte dei fascisti austriaci, nel 1934 venne destituito dal suo incarico e in seguito all’assunzione del controllo dell’Austria da parte di Hitler fu costretto a emigrare. Dalla biografia di Adler, di Phillis Bottome, si apprende che già nel 1938 Furtmüller si trovava a Londra (1957, p. 17). Altre indicazioni chiariscono che due anni dopo i Furtmüller erano in Francia[3] e successivamente raggiunsero la Spagna, nazione dove furono imprigionati per tre mesi. Finalmente, nel gennaio del 1941 riuscirono a raggiungere gli Stati Uniti d’America grazie a un visto concesso personalmente dal presidente Roosevelt, ma proprio alla fine di quell’anno Alina Furtmüller morì. Negli Usa, Carl Furtmüller, inizialmente, lavorò come magazziniere a Phyladelphia, insegnò latino presso la scuola degli Amici di Baltimora e infine collaborò alla Voce dell’America a New York, come redattore all’ufficio tedesco. Alla fine del 1947 egli fu in grado di rientrare a Vienna, accompagnato dalla sua seconda moglie Leah T. Cadbury, dove divenne direttore dell’Istituto pedagogico e lavorò con Leopold Zechner (presidente del comitato dell’educazione di Vienna) per ricostruire il sistema delle scuole viennesi secondo lo spirito della riforma di Glöeckel (Papenak, 1962). Morì il primo gennaio del 1951. In commemorazione di Carl Furtmüller e di sua moglie Alina Klatschko, a Vienna, nella zona di Margareten, in via Zeigelofengasse vi è un edificio che porta il nome di Furtmüllerhof (Hlaváček, 2013).

Non conosciamo le esatte circostanze che portarono all’incontro tra Adler e Furtmüller ma l’ipotesi che questo sia avvenuto tramite le loro rispettive mogli, entrambe russe, sembra essere smentito da quanto scrisse anni più tardi la moglie di Furtmüller alla Bottome (si veda più avanti). In ogni caso, è un fatto che Furtmüller, nel 1904, aveva sposato Alina Klatschko[4], figlia di pensatori rivoluzionari emigrati dalla Russia[5], e anche Raissa Timofeyewna Epstein[6], moglie di Adler, nacque in Russia ed era una donna di idee progressiste. I Furtmüller ebbero due figli[7]. Come ha reso noto Ernest Federn, figlio di Paul Federn, i Furtmüller continuarono la tradizione inaugurata dai genitori di Alina e alla domenica erano soliti aprire la loro casa agli intellettuali socialisti: “Questo era un evento sociale molto carino tra gli intellettuali di Vienna […] Ricordo quegli incontri e Carl Furtmüller che era un uomo di spirito mordace e di grande intelligenza. Alina Furtmüller fu un’intima amica di mia madre ma la rottura tra Adler e Freud divise l’amicizia. Noi bambini non portammo avanti questa contesa ma, al contrario, restammo molto vicini fino a quando i Nazisti ci separarono” (Federn, E., cit. in Adler, 1979, p. 329). Il resoconto di Federn, nella sostanza, coincide con quello della moglie in seconde nozze di Furtmüller: “Anche ora, anni dopo, vecchi amici dei Furtmüller mi parlano delle domeniche dei Furtmüller. L’élite intellettuale dei socialisti interessata all’educazione veniva regolarmente. Le persone giovani erano salutate con calore. Si teneva ogni tipo di discussione, ma anche musica, canzoni, letture, piccole rappresentazioni. Tutte le domeniche, per anni, furono tenuti questi incontri, penso finché i nazisti non entrarono a Vienna nel 1938. [Mentre erano ancora a Vienna] la famiglia Adler veniva spesso (uno dei figli faceva il duetto al piano con Alina)” (Furtmüller, L. T., cit. in Adler, 1979, p. 329). Carl Furtmüller venne introdotto nella società psicoanalitica di Vienna da Alfred Adler dove, come si evince dai verbali della stessa società, partecipò come ospite all’incontro del 12 ottobre 1909 (Nunberg, Federn, 1967, p. 275). La sua iscrizione venne proposta nella successiva riunione del 20 ottobre (ibid. p. 276) e divenne membro effettivo nella riunione del 27 ottobre (ibid. p. 282). Egli prese parte agli incontri della società per i due anni successivi fino a quando, l’11 ottobre 1911, rassegnò le dimissioni per assumere un ruolo di primissimo piano nella costituzione e nello sviluppo della società di psicologia individuale. I verbali della Società per la libera ricerca psicoanalitica (Adler, R., 1914) relativi al periodo 1912-1913 ci consentono di documentare la partecipazione attiva di Furtmüller agli incontri che si tennero all’epoca, in quanto dagli stessi si evince che egli partecipò a tutte le sessioni. Inoltre, è documentata la sua presenza tra i fondatori della nuova società adleriana che, inizialmente, raccolse quanti lasciarono la società viennese di psicoanalisi in seguito alle dimissioni di Alfred Adler e ai successivi sviluppi. In merito a ciò, il comitato della neonata ‘Associazione per la libera ricerca psicoanalitica’ comunicava ai suoi lettori: “L’iniziativa di creare l’ ‘Associazione per la libera ricerca psicoanalitica’ fu presa nel giugno 1911 da alcuni membri dell’ ‘Associazione psicoanalitica viennese’, presieduta dal Professor Sigmund Freud. Essi ebbero la sensazione che si volessero vincolare scientificamente i membri della vecchia associazione a tutte le tesi e teorie di Freud […] Nell’ottobre del 1911 l’ ‘Associazione psicoanalitica viennese’ dichiarò inammissibile la contemporanea appartenenza ad entrambe le associazioni: in seguito a questo, un certo numero di membri si dimise dal gruppo originario[8]. Oltre ad Adler, della nuova società, ne: “furono cofondatori Furtmüller[9], Otto Kaus, Oppenheim, Erwing Wexberg” (p. 137). Tra gli aderenti ci furono anche i fratelli Franz e Gustav Grüner, il medico Margarete Hilferding, il barone Franz von Hye, Stefan von Maday […] Paul Klemperer” (Sodini, Sodini Teglia, 2011, p. 137). Infine, come ha ricordato la Bottome: “Fu il professor Furtmüller che presentò Adler al ministro dell’educazione, Glöckel, che dette ad Adler l’opportunità di dimostrare le sue teorie sulla vita del bambino di Vienna. Fino alla morte di Adler rimase questa amicizia, non interrotta, uguale e serena” (1957, p. 17).

Ulteriori notizie sulla vita

È soprattutto grazie a Jane Griffith[10] che possiamo aggiungere ulteriori informazioni sulla vita dei Furtmüller. Nel corso della corrispondenza (2007a) che abbiamo intrattenuto con lei durante gli anni, ella ci fece pervenire una fotocopia di un curriculum vitae di Carl Furtmüller, oltre alla fotocopia, in due pagine, di una lettera manoscritta di Alina Klatschko Furtmüller a Phillis Bottome[11], la nota romanziera e biografa di Alfred Adler; documentazione che aveva ricevuto da Margot Adler[12], nipote di Alexandra Adler[13]. La Griffith, ricordò che Ernan Forbes Dennis e sua moglie Phillis Bottome avevano fondato una scuola in Austria per preparare i giovani agli esami d’ingresso per il servizio estero britannico, e che avevano trascorso molti anni in quel Paese dove frequentarono anche il circolo di Alfred Adler e dove, presumibilmente, conobbero Carl e Alina Furtmüller (2007b)[14]. Sugli scopi di tale scuola, oltreché sulla sua collocazione in Austria, si ricavano notizie da più fonti. Dal volume di Person sulla vita di Ian Fleming, si apprende che questa scuola fu frequentata anche dal futuro padre di James Bond, il celeberrimo agente segreto 007. Inoltre, che a Kitzbühel, in Austria, nel 1924 vi si stabilì una coppia inglese di nome Dennis Forbes, che non aveva figli, con una forte spinta idealista e un altrettanto forte interesse per i giovani, e desiderosa di scoprire come la psicologia e l’educazione potevano essere utili per curare le malattie delle nazioni. Forbes Dennis era un eccellente linguista e all’epoca vi erano sempre giovani di buona famiglia che richiedevano di studiare il tedesco per completare la loro educazione. La coppia, pertanto, aprì una scuola di lingue che risentì delle idee dello psicologo viennese Alfred Adler, del quale aveva sentito parlare (Person, 2013). Ulteriori notizie su questa scuola si trovano nel volume di Gardiner, il quale riferisce che Fleming: “Andò in Austria dove trascorse tempo a Kitzbüel con gli allievi adleriani Forbes Dennis e la sua moglie americana Phillis Bottome. La storia di copertura era che egli doveva migliorare il suo tedesco e altre lingue, ma in realtà fu un tentativo di correggere questo adolescente difficile” (Gardiner, 2008, p. 4). Più recentemente, un riferimento alla scuola dei Forbes Dennis è comparso sul Telegraph, in occasione dei cinquanta anni dalla morte di Ian Fleming, dove si legge: “Stressata dalle sue bizzarrie, sua madre lo inviò all’istituto austriaco di educazione The Tennerhof, situato a Kitzbühel – che aveva la reputazione di una scuola per individui problematici e di ambiente facoltoso. Fu lì che un preminente imprinting sarebbe rimasto nella vita di Fleming: l’istituto era gestito da Ernan Forbes Dennis – un ex membro dell’MI6 – e dalla sua moglie romanziera Phillis Bottome, che entrambi lo aiutarono a condividere un futuro interesse per lo spionaggio e la letteratura” (Stolworthy, 12 agosto, 2014). La stessa Phillis Bottome, ci ha trasmesso alcune indicazioni relative al suo incontro, e di quello del marito, con Alfred Adler, e sulla loro frequentazione: “Mio marito da prima si avvicinò ad Adler per ragioni educative e frequentò la scuola estiva di Locarno a cui Adler aprì i lavori. Egli divenne profondamente interessato all’insegnamento di Adler e condivise questo interesse con me. Nessuno di noi venne da Adler come paziente, ma come studente che desiderava – per amore delle loro professioni indipendenti – approfondire la propria conoscenza della psicologia. Ciò nonostante noi comprendemmo presto che una conoscenza semplicemente intellettuale della psicologia individuale era insufficiente; ed entrambi decidemmo di sottoporci a un’analisi adleriana completa. Mio marito, all’inizio, fu uno studente di Adler e dopo, per ragioni geografiche, continuò la sua analisi dal Dr. Leonhard Seif di Monaco, uno dei colleghi tedeschi più illustri e conoscitori di Adler […] Io ricevetti la mia prima analisi dal Dr. Seif e più tardi lavorai con Adler a New York” (1957, pp. 11-12). I Forbes Dennis, inoltre, furono gli organizzatori del giro di conferenze che Adler fece in Inghilterra tra il 1936 e il 1937. In ogni caso, è un fatto che i Furtmüller e i Forbes Dennis si conoscessero e fossero in buoni rapporti. Ciò, infatti, si evince anche dalla lettera citata sopra che, come accennato, fu inviata dalla Furtmüller alla Bottome. La lettera è datata 12 marzo 1940; dall’indirizzo del mittente che riporta - oltre che dall’espresso desiderio di Alina che vi si legge di poter incontrare la Bottome a Parigi, nella evenienza che quest’ultima vi si potesse recare - si evince che i Furtmüller, all’epoca, si trovavano in Francia, sulla loro strada per gli Stati Uniti, dove giungeranno quasi un anno più tardi. Il fatto che essi, da tempo, non si trovassero più in Austria, trova conferma anche dalla biografia di Alfred Adler della Bottome dove, nella prefazione del 1938, è detto: “Dalla scrittura di questo libro, il più grande amico di Adler – Professor Furtmüller – è scappato da Vienna ed è ora in Inghilterra. Il suo nome quindi sono adesso libera di menzionare. La sua amicizia fu da più punti di vista la più profonda e certamente la più lunga amicizia della vita nella vita di Adler – l’amicizia di una grande mente indipendente con un’altra – due menti che seguivano uno scopo comune: il miglioramento dell’educazione dell’umanità” (1957, p. 17). Inoltre, il nome di Furtmüller è citato più volte dalla Bottome nella sua biografia su Alfred Adler. Alina Klatschko scrisse la lettera menzionata per ringraziare la Bottome che, evidentemente, aveva inviato ai Furtmüller la biografia di Adler pubblicata poco prima. Nella lettera, tra le altre cose, si legge: “Lei ha fatto rivivere per noi il nostro vecchio amico da quei giorni lontani che se ne sono andati, quando noi per la prima volta conoscemmo lui e la sua giovane moglie[15]. Incidentalmente, è questa frase a cui si è fatto cenno sopra che sembra non avvalorare la circostanza secondo la quale Adler e Furtmüller si erano conosciuti tramite le rispettive mogli.

Di seguito riportiamo la traduzione del curriculum vitae di Furtmüller[16], precisando che al riguardo la Griffith ha avanzato l’ipotesi che esso potrebbe essere stato scritto da Forbes Dennis - allo scopo di trovare una posizione in Inghilterra per Carl Furtmüller, così da permettere a lui e alla sua famiglia di fuggire dall’Austria (2007a) - benché non si possa escludere che sia stato realmente Carl Furtmüller a scrivere il proprio curriculum vitae.

Curriculum vitae

Dati personali

Dr. Carl L. Furtmueller, nato il 2.8.1880 a Vienna, Austria. Nazionalità: tedesca (austriaca). Sposato.

Carriera

Ha frequentato lo Schottengymnasium di Vienna e ha continuato i suoi studi all’ Università di Vienna. Si è laureato con una tesi sulla teoria dell’ Epopea Tedesca nel 1904. Fino allo scoppiare della guerra nel 1914 ha insegnato Tedesco, Francese e Filosofia in diverse scuole superiori di Vienna. Successivamente, ha iniziato a mostrare i primi interessi per la psicologia moderna, specialmente per la psicoanalisi. Insieme ad Alfred Adler, ha fondato il “Vereinigung fuer freie Psychoanalyse”, che poco dopo è diventata il “Verein fuer Individualpsychologie”. È stato uno dei primi curatori della loro rivista e i suoi contributi alla letteratura della psicologia individuale sono molteplici. In particolare sono state le relazioni tra la nuova teoria con la letteratura e la filosofia ad avere il suo pieno interesse. (Vedi vari articoli e recensioni sulla letteratura contemporanea nella rivista “Vereinigung” e il suo libro “Etica e Psicanalisi”).

La guerra ha interrotto questa attività e, dopo di essa, il suo principale interesse è passato dalla filosofia alle implicazioni pratiche della psicologia moderna. Ha quindi dedicato il suo tempo e le sue energie a costruire un nuovo sistema di educazione secondaria in Austria. Come membro della commissione speciale per la riforma della scuola presso il Ministero della Pubblica Istruzione, ha ideato e pianificato nel dettaglio piani per nuovi tipi di scuole superiori in Austria. Il principio fondamentale di questo nuovo piano era portare l’intero sistema di istruzione, da un punto di vista materiale e metodico, il più vicino possibile alla vita reale, dando opportunità e incoraggiando la partecipazione attiva degli studenti. Questo era opposto al sistema scolastico tedesco e austriaco tradizionale, formalistico e autoritario, e proporzionalmente si scontrò con la violenta opposizione di tutti i gruppi in Austria che si schieravano con la tradizione. Quindi, i successivi quindici anni non portarono a uno sviluppo indisturbato e lineare del nuovo sistema di educazione, ma a un lungo e inarrestabile sforzo per i nuovi piani e i nuovi principi. Ogni paragrafo delle nuove proposte di legge vide la luce soltanto dopo discussioni senza fine e vari compromessi, mentre, a fronte di una opposizione costante, gli insegnanti dovettero essere rieducati e persuasi ad accettare lo spirito del nuovo sistema, che chiedeva più devozione e interesse da parte loro rispetto al precedente. In tutti quegli anni il dottor Furtmueller, che presto divenne un membro importante del Vienna Stadtschulrat e ispettore nelle scuole superiori, ha avuto una posizione di comando in questi sforzi legislativi e amministrativi per la riforma della scuola superiore austriaca. Altri fattori hanno infine costretto a una decisione quando, nel 1934, gli eventi hanno portato alla dittatura politica del partito cattolico militante; allora il dottor Furtmueller ha dovuto dare le dimissioni dalla sua posizione.

La sua carriera si distingue per una rara combinazione di tutte le diverse attività educative e di tutte le diverse conoscenze, dai principi filosofici ai dettagli amministrativi.

Il dottor Furtmueller ha inoltre una buona conoscenza dell’inglese.

Gli antecedenti dell’identificazione con l’aggressore e del sentimento comunitario

Per quanto attiene ai contributi specificatamente psicologici di Furtmüller si rinvia alla pubblicazione postuma dei suoi scritti, a cura del figlio Lux (Furtmüller, 1983), poiché una loro disamina non è l’obiettivo di questo lavoro, né potrebbe essere condotta in uno spazio relativamente contenuto. Qui ci limitiamo a esporre alcune considerazioni come contributo alla migliore comprensione di questo Autore e alla sua collocazione nel panorama psicologico-analitico. Ciò premesso, riteniamo di dover mettere in evidenza le influenze che, direttamente o indirettamente, hanno avuto alcune delle intuizioni di Furtmüller risalenti al periodo in cui egli era ancora un membro della società viennese di psicoanalisi e a quello immediatamente successivo. In merito a ciò, vogliamo richiamare l’attenzione al concetto di identificazione con l’aggressore, che Anna Freud incluse tra i meccanismi di difesa dell’Io: “Il bambino introietta qualcosa della persona dell’oggetto d’angoscia ed elabora in tal modo un’esperienza angosciosa appena vissuta. Il mezzo della identificazione o dell’introiezione si associa con un secondo importante metodo. Con la personificazione dell’aggressore, l’assunzione dei suoi attributi o della sua aggressione, il bambino si trasforma da persona minacciata in persona che minaccia” (Freud, A., 1972, p. 223), esplicitando come: “La speciale combinazione d’introiezione e proiezione, che qui definiamo come ‘identificazione con l’aggressore’, appartiene alla vita normale solo fintantoché l’Io se ne serve nella lotta con le persone costituenti autorità, e cioè nell’affrontare i suoi oggetti d’angoscia” (ibid., p. 228). In questa sua teorizzazione – per esigenze di spazio richiamata qui molto brevemente – vediamo come Anna Freud abbia fatto proprio, ampliandolo, quanto il padre, nel 1921, aveva esposto nel suo lavoro dal titolo “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, dove descrisse la modalità di far proprie le richieste esterne riconducendola alla primigenia identificazione con il padre: “È indubbio che il legame che unisce ogni singolo al Cristo è anche la causa del legame che unisce i singoli tra loro. Le cose stanno in termini analoghi per quanto riguarda l’esercito; il comandante in capo è il padre che ama in misura eguale tutti i suoi soldati ed è per questo che essi si chiamano camerati […] Ci sembra di essere sulla strada giusta, ossia sulla strada che può condurci a una spiegazione del fenomeno fondamentale della psicologia delle masse: l’assenza di libertà del singolo all’interno della massa” (Freud, S., 1921, pp. 284-285). Al riguardo, dobbiamo ricordare che nel 1919, cioè due anni prima che Freud desse alle stampe “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, Alfred Adler aveva pubblicato uno scritto in cui, nella sostanza, si legge di ciò che potrebbe definirsi (anche se Adler non lo definì né in tal modo, né in altri) interiorizzazione delle richieste esterne. Lo scritto descrive la trasformazione del pensiero che dall’opposizione vira verso l’adesione, come apparente libera scelta, di coloro che vennero chiamati alle armi: “Raggruppati gregariamente e con tanto di paraocchi, hanno ricevuto la spietata chiamata a morire. Non c’era nessuno scampo e nessuna protezione o la pallottola o la corte marziale. Così, la gente ha agito in modo da rendere più sopportabile la situazione, facendo di necessità virtù. In un primo momento e nella generale confusione che dovevano fronteggiare, accolsero la chiamata alla guerra dello Stato Maggiore, ma rispondevano contro la loro volontà e muovendosi controvoglia nella direzione assegnata. D’improvviso sembrò loro di aver formulato loro stessi una tale chiamata: da allora in poi si sentirono meglio, perché avevano trovato la via di fuga desiderata. Ora non erano più come cani al guinzaglio, esposti contro la loro volontà alla pioggia di pallottole, ma eroi e difensori della patria e del proprio onore […] Quanti elevarono lo Stato Maggiore a divinità e parlarono per suo tramite lo fecero non per simpatia o desideri belligeranti ma perché avevano perso il senso dell’orientamento e si vedevano nella più profonda ignominia, privati di ogni libertà e diritto umano. Per questo, e solo per questo, si schierarono con l’insopportabile oppressore; agendo così, sembrò loro di essere stati gli artefici della guerra. Ora avevano trovato una ragione per agire e si potevano sbarazzare dei propri sentimenti di ignominia e bassezza” (Adler, 1919, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, pp. 518-519). Anni dopo Adler, seppure per altra via, tornò ancora su tale questione: “Una volta conobbi una domestica che aveva una strana abitudine: ogni qual volta le veniva detto di fare qualcosa ripeteva sempre l’ordine in prima persona. Se la padrona le chiedeva di sistemare una credenza, diceva ‘io sistemerò la credenza questo pomeriggio’. Vediamo qui il rifiuto dell’autorità. Ella poteva agire soltanto se aveva la sensazione di farlo secondo il proprio volere. Questa particolarità della mente umana, cioè il desiderio di essere il capo, di fare di propria iniziativa, si può riconoscere in alcuni eserciti dove i soldati devono ripetere ogni comando in prima persona e in realtà questo fa sì che il soldato senta di essere il comandante” (Adler, 1979, pp. 164-165). E ancora: “Per esempio, io ricordo una governante che quando la padrona le chiese di pulire la gabbia del pappagallo, disse ‘Lei dovrebbe chiedermi che cosa mi piacerebbe fare nel pomeriggio e io le risponderei che mi piacerebbe pulire la gabbia del pappagallo’. Così ciò le appariva come una sua idea. Lei stava comandando. Voi incontrate la stessa cosa nella vita militare dove il soldato, dopo che è stato comandato, deve ripetere il comando in modo tale da farlo sembrare suo proprio” (ibid. p. 202). Quanto abbiamo appena richiamato dagli scritti di Adler, nella sostanza, rinvia a ciò che in precedenza era stato espresso da Carl Furtmüller il quale, in accordo con la propria formazione di educatore, intuì la presenza di questo meccanismo psicologico nei bambini già nel 1909 (Nunberg, Federn, 1967), e lo espone più accuratamente nel 1912 (Furtmüller, 1912, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1956, pp. 153-156). Nella riunione della società psicoanalitica di Vienna del 15 dicembre 1909, Furtmüller tenne una presentazione dal titolo “Educazione o fatalismo?” (Nunberg, Federn, 1967, pp. 353-357), in cui affermava: “Ai nostri giorni sembra che il principio più elevato sia l’obbedienza - cioè la subordinazione alla volontà dell’educatore; conseguentemente, l’intero processo educativo si risolve in una catena di particolari atti di obbedienza e di resistenza […] ciò non significa naturalmente che uno si deve arrestare di fronte a ogni resistenza del bambino; fare così infatti sarebbe una misera preparazione per la vita sociale; che è così ricca di restrizioni. Tutto questo significa che uno deve limitare la coercizione diretta a un minimo e dare la preferenza alla coercizione indiretta, che rende la vittoria del piacere dipendente dalla sottomissione” (Furtmüller, 1909, cit. in Nunberg, Federn, 1967, pp. 355-356). Egli, altresì, sottolineò come tra ribellione e sottomissione vi fosse una terza via, cioè la nevrosi; per tale ragione riteneva che si dovessero individuare criteri idonei per modificare il metodo educativo adottato abitualmente, al fine di evitarne gli effetti dannosi. Pochi anni più tardi egli sviluppò, e rese più chiaro, il suo pensiero contribuendo anche a far emergere con evidenza quelle differenze inconciliabili tra la psicologia individuale e la psicoanalisi che furono alla base della controversia tra Adler e Freud e che, soprattutto, si riferivano alla diversa concezione dell’essere umano. Al riguardo fu piuttosto esplicita anche la presa di posizione di Wexberg: “La psicologia si deve prendere tutte le responsabilità di considerarci come una componente eretica della psicoanalisi perché la psicologia individuale non può essere identificata con quelle parti di psicoanalisi che riteniamo erronee e mal dirette” (Adler, Furtmüller, Wexberg, 1922, pp. 24-25). Furtmüller, cercando di spiegare le ragioni per cui le richieste esterne potevano essere fatte proprie in un modo relativamente semplice dal soggetto, sviluppò una riflessione sugli imperativi etici e postulò l’esistenza di una predisposizione innata: “Si deve supporre una disposizione fondamentale, filogeneticamente acquisita, per comprendere la rapidità relativa con cui il fanciullo entra in relazione con il suo ambiente e la relativa facilità con cui il bambino normale può essere allevato” (Furtmüller, 1912, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 153). Egli giunse a questa conclusione poiché, come argomentò, non poteva risolversi a ritenere che tali imperativi originassero dalla libido. Infatti, osservando che Freud considerava: “la volontà etica dell’individuo come una sublimazione della libido, o meglio di certe sue componenti” (ibid., p. 154), si chiese come potesse: “la libido di Freud, una forza così vaga nel contenuto, creare dal suo interno il fenomeno concreto di una vita etica. Inoltre la rimozione, che conduce alla sublimazione, presuppone fattori etici efficaci” (ibid., p. 154). Tali considerazioni lo indussero a rivolgersi al pensiero di Adler, a riflettere sul ruolo svolto dal sentimento d’inferiorità nello sviluppo del bambino e sul modo in cui questi vi reagiva: “È facile immaginare come la lunga serie d’imperativi etici a cui il bambino deve far fronte possa aumentare il suo sentimento d’inferiorità. Vi è una possibilità che lo aiuta a superare questo sentimento ed è l’origine soggettiva dell’etica: l’individuo può far proprie le richieste esterne[17]. Quando ciò accade, gli imperativi di costrizione vengono sostituiti con quelli di libertà, che sono però uguali ai primi nel contenuto. In questo modo egli non entrerà in conflitto con il suo ambiente e, formalmente, manterrà la propria volontà autonoma. Esteriormente, nulla è cambiato per quanto attiene allo stato di ubbidienza passiva, ma la situazione psicologica è fondamentalmente differente. L’individuo ha rimosso una dolorosa oppressione, ha superato il sentimento d’inferiorità, e ora non è più servo ma padrone di se stesso” (ibid., pp. 154-155). Si deve osservare, inoltre, come nello scritto di Furtmüller riposino, oltre a quanto evidenziato, anche gli antecedenti di ciò che Adler più tardi svilupperà nella teorizzazione del concetto di sentimento comunitario. L’esito del processo che conduce a far proprie le richieste esterne verrà messo al servizio dell’aspirazione alla superiorità che da questo ne risulta orientata nel perseguire la propria meta. Il passaggio è d’importanza fondamentale per la comprensione del successivo sviluppo del pensiero di Adler che, progressivamente, fece propri, ampliandoli, i punti di vista anticipati da Furtmüller. In sintesi, una disposizione filogeneticamente acquisita che sostiene e facilita l’acquisizione delle richieste esterne (più avanti negli anni sviluppata e teorizzata da Alfred Adler in termini di sentimento comunitario) diviene ciò che dà la direzione all’aspirazione alla superiorità o alla perfezione. Questo non sottende - lo si deve precisare soprattutto per gli equivoci che al riguardo hanno caratterizzato l’interpretazione del pensiero adleriano in Italia (Pagani, 2011, Parenti, Pagani, 1987, 1988, Parenti, Rovera, Pagani, Castello, 1975) - una concezione dell’essere umano mosso da istanze egoistiche più o meno profonde, che richiederebbe la presenza di una forza motivazionale altruistica in grado di bilanciarle. Questa posizione è individuabile solo nella prima parte della elaborazione del pensiero di Adler, cioè quando egli era ancora posizionato sul concetto di pulsione aggressiva considerata come principio dinamico fondamentale. In quel periodo, in particolare dal 1912 a pochi anni dopo, egli rappresentò anche il fattore sociale come una pulsione. Infatti, in questa fase l’aspirazione fondamentale era diventata la finzione di sopraffazione degli altri e per tale motivo Adler concepì un fattore sociale da opporsi a essa, che espresse nei termini di una controfinzione. Ciò faceva assumere al suo pensiero una configurazione antitetica che, come si è visto, sarebbe stata del tutto estranea alla elaborazione più matura, benché in Italia sia arrivata e si sia consolidata proprio questa concezione antitetica del suo pensiero, espressa nei termini di volontà di potenza e sentimento sociale in contrapposizione tra loro: “La volontà di potenza e il sentimento sociale sono anche in questo settore le due principali forze direttrici del comportamento umano [...] il sentimento sociale agisce in collaborazione o invece in contrasto o in ambivalenza con un’altra forza direttrice fondamentale: la volontà di potenza […] Secondo la psicologia individuale, la volontà di potenza è la forza motrice propria della natura umana […] la spinta proveniente dalla volontà di potenza deve essere sempre rapportata all’azione di un’altra basilare e innata esigenza umana, ossia il sentimento sociale […] l’equilibrio tra le due forze rappresenta la condizione ideale dell’uomo” (Parenti, Rovera, Pagani, Castello, 1975, pp. 30, 190, 220, 222). Ancora: “Nelle dinamiche della vita psichica il sentimento sociale può agire in collaborazione o invece in contrasto o in ambivalenza con la seconda istanza fondamentale dell’uomo: la volontà di potenza” (Parenti, Pagani, 1987, p. 211). Inoltre: “Volontà di potenza. Nella teoria individualpsicologica è, assieme al sentimento sociale con cui si armonizza o si scontra, una delle due essenziali forze motrici psichiche dell’uomo. Essa spinge l’individuo ad affermarsi, a dominare i suoi simili o invece soltanto a sopravvivere aggirando difficoltà e umiliazioni” (Parenti, Pagani, 1988, p. 174). Infine: “Adler individua in modo esauriente, coerente ed efficace, quell’altra istanza che compensa le spinte antisociali della volontà di potenza, il Gemeinschaftsgefühl, il sentimento di comunità” (Pagani, 2011, p. 11). Ritornando a quanto accennavamo sopra, come hanno osservato correttamente gli Ansbacher, quando Freud pubblicò il Compendio di psicoanalisi, assegnò al Super-io il compito principale: “di limitare i soddisfacimenti” (Freud, S., 1938, p. 575) ma a quell’epoca: “Adler aveva già abbandonato entrambi i concetti di controfinzione e sentimento sociale (inteso come forza contrapposta) a favore del sentimento comunitario, considerato come disposizione innata per uno sforzo sociale spontaneo, quando ancora il Super-io era un concetto nuovo in psicoanalisi” (Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 152). Pertanto, se non consideriamo quanto sottolineato opportunamente dagli Ansbacher, come in Italia da più parti si è ritenuto di dover fare, allora si dovrà sostenere inevitabilmente una teorizzazione dualista del pensiero di Adler che, per certi aspetti, non sarebbe troppo dissimile da quella psicoanalitica, come troppo spesso è accaduto di leggere negli scritti di quanti intendevano richiamarsi al pensiero del fondatore della psicologia individuale. Questi Autori, di fatto, hanno forzato il pensiero di Adler verso una concezione dualista facendo venire meno il principio della motivazione unitaria richiesto dalla teoria olistica quale è quella su cui riposano le basi della teorizzazione individualpsicologica. Pertanto può essere ulteriormente utile richiamare cosa Adler voleva indicare con sentimento comunitario richiamando uno dei modi, tra i molti che egli utilizzò nel corso degli anni, per darcene un’idea: “Il sentimento comunitario, allo stesso modo dell’aspirazione alla superiorità, è innato; a differenza di quest’ultima, tuttavia, si deve sviluppare. Allo stato attuale di evoluzione psicologica, e forse anche fisica, dell’uomo dobbiamo considerare il substrato innato del sentimento comunitario troppo piccolo e non abbastanza forte da divenire efficiente senza l’aiuto della società, e in questo differisce da capacità e funzioni, quali la respirazione, che funzionano senza alcun aiuto esterno” (Adler, 1933b, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 140). Quanto appena richiamato aiuta a comprendere la dimensione sociale e interpersonale che caratterizza la psicologia individuale. A ciò possiamo aggiungere una definizione di sentimento comunitario, ancorchè non definitiva, ma in grado di aiutare ulteriormente a comprendere il modo con cui Adler guardava all’essere umano: “Vedere con gli occhi di un altro, udire con le orecchie di un altro, sentire con il cuore di un altro” (Adler, 1928, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, pp. 141-142). Infine, concludiamo su questi aspetti della psicologia individuale richiamando quella che è la nostra posizione su questo argomento (Sodini, 2009, Sodini, Teglia Sodini, 1999, 2000a, 2000b, 2003), posizione in tutto coincidente con quella esposta dagli Ansbacher: “In quanto teoria olistica la psicologia individuale assume anche un’armonia cooperativa essenziale tra l’individuo e la società, ritenendo il conflitto una condizione erronea. Questa armonia si presuppone essere basata su un ‘substrato innato del sentimento comunitario’ che deve essere sviluppato consapevolmente. Il sentimento comunitario non è una seconda forza dinamica ma dà la direzione all’aspirazione alla superiorità, proprio come qualsiasi altra potenzialità sviluppata influenzerebbe la direzione dell’aspirazione. In quanto fattore che dà una direzione, il sentimento comunitario diventa anche un ideale normativo” (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 73). Dopo quanto Freud aveva scritto nel 1921, ampliando il termine amore a includervi anche l’amore per se stessi, per l’altro, per i genitori, per i bambini, l’amicizia e l’amore per gli uomini in generale (1921, p. 280), il suo avvicinamento ad Adler apparve con evidenza: “Le relazioni d’amore […] costituiscono anche l’essenza della psiche collettiva” (Freud, S., 1921, pp. 281-282). Tuttavia, sarebbe un errore tentare una sovrapposizione o forzare verso un eccessivo avvicinamento, seppure per vie diverse, tra Super-io e sentimento comunitario poiché in entrambi si possono individuare istanze etiche. Infatti, con riferimento a ciò che verrà definito identificazione con l’aggressore, dobbiamo ricordare quanto coerentemente scrive A. Freud: “In questa ‘identificazione con l’aggressore’ noi riconosciamo uno stadio intermedio, affatto raro, nel normale sviluppo del Super-io dell’individuo. Quando i due bambini descritti per ultimi si identificano con le minacce di punizione degli adulti, essi compiono un passo decisivo verso lo sviluppo dell’istanza del Super-io; essi interiorizzano una critica proveniente dall’esterno del loro modo di agire. Con progressive interiorizzazioni di questo genere, con l’introiezione delle caratteristiche degli educatori, con l’assunzione dei loro attributi e delle loro opinioni, essi forniscono ininterrottamente al Super-io il materiale per la propria formazione” (Freud, A., 1972, p. 225). Considerazioni ulteriori sull’argomento, si evincono dall’avvertenza editoriale allo scritto di Freud sull’Io e l’Es oltrechè, naturalmente, dallo scritto stesso: “Nello sviluppare la dottrina delle istanze psichiche, Freud ha particolare cura di stabilire come le stesse istanze non si debbano concepire quali entità separate. L’Io è soltanto una parte differenziata […] dell’Es, ed è con l’Es sempre in diretto rapporto. A sua volta l’ideale dell’Io (o Super-io) è una differenziazione dell’Io. Il Super-io rimane però anch’esso in stretto contatto con l’Es per la sua derivazione dal complesso edipico, le cui componenti pulsionali hanno sede appunto nell’Es: tanto che il Super-io risulta talora l’avvocato, o il rappresentante dell’Es presso l’Io, e ciò anche se contiene gli imperativi con cui l’Io si difende dell’Es. I valori di cui il Super-io è rappresentante non derivano soltanto dall’autorità parentale, o dalle altre successive autorità introiettate, ma anche filogeneticamente da tutto un processo di trasmissione ereditaria[18]. Freud, al riguardo, scrive: “Si può dunque supporre che l’esito più comune della fase sessuale dominata dal complesso edipico sia il costituirsi nell’Io di un lascito di queste due identificazioni in qualche modo fra loro congiunte. Questa alterazione dell’Io conserva la sua posizione particolare contrapponendosi al restante contenuto dell’Io come ideale dell’Io, o Super-io […] riconosceremo che esso è il risultato di due fattori biologici altamente significativi: la lunga durata che ha nell’uomo la debolezza e la dipendenza infantile […] La separazione del Super-io dall’Io non è dunque qualche cosa di causale. Essa rappresenta le più importanti caratteristiche evolutive e dell’individuo e della specie; infatti, dando espressione durevole all’influenza dei genitori, essa perpetua l’esistenza di quegli stessi fattori a cui deve la propria origine” (Freud, S., 1923a, pp. 496-498). Pertanto, appare oltre modo chiaro quanto i due concetti, sentimento comunitario e Super-io, siano tra loro diversi come, del resto, diverse sono la psicologia individuale e la psicoanalisi, e quanto sia errato assegnare al sentimento comunitario il ruolo di controbilanciare e regolare la forza motrice dell’essere umano che, come abbiamo brevemente richiamato sopra, alcuni Autori nel nostro Paese hanno, e a lungo, chiamato erroneamente volontà di potenza, conferendole con ciò arbitrariamente una connotazione negativa. Tornando a Furtmüller, le sue intuizioni e idee, come abbiamo visto, vennero progressivamente ampliate e fatte proprie da Adler e, pertanto, riteniamo sia corretto, oltreché doveroso, richiamare l’attenzione sul fatto che quanto è stato descritto da Anna Freud relativamente al meccanismo di identificazione con l’aggressore, sia un processo che Alfred Adler aveva indicato, seppure brevemente e senza denominarlo, avvalendosi del contributo apportato da Carl Furtmüller.

Adesso ci piacerebbe richiamare l’attenzione sui cambiamenti sostanziali, particolarmente quelli relativi alla concezione dell’Io, che furono introdotti nella teorizzazione psicoanalitica nel corso degli anni, e in particolare quelli successivi all’uscita di Adler, Furtmüller e degli altri membri dalla società psicoanalitica. Indicazioni in tal senso, se accolte, discusse e approfondite quando furono portate all’attenzione dei membri della società psicoanalitica di Vienna dal futuro fondatore della psicologia individuale, avrebbero dato un senso diverso alla controversia sviluppatasi tra Adler e Freud e un corso altrettanto diverso agli eventi successivi. Anni dopo la rottura con Freud, Adler riferendosi alla propria concezione dell’Io[19], e preso atto dei cambiamenti che stavano maturando nel pensiero di Freud, ebbe a scrivere: “Procedendo in modo corretto si incontra sempre l’Io, l’insieme, mentre un’errata interpretazione dei fenomeni ci fa imbattere sempre in una contrapposizione, per esempio fra conscio e inconscio. Oggi Freud, propugnatore di questa erronea concezione, si sta rapidamente avvicinando a una migliore interpretazione. Parla infatti dell’inconscio nell’Io, un inconscio che ovviamente conferisce all’Io un aspetto del tutto diverso, quello che ha visto per prima la psicologia individuale” (Adler, 1933a, p. 134). Con la pubblicazione di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” Freud dette inizio a un processo di rivalutazione dell’Io facendo cadere, con ciò, l’accusa di apostasia che veniva rivolta a quanti, in precedenza, spostavano l’attenzione dall’Es all’Io. Imponendo un tale cambio di direzione al proprio sistema teorico, Freud dette luogo a un significativo avvicinamento del proprio pensiero a quello di Adler, e di ciò si ebbe chiara evidenza appena due anni più tardi, quando scrisse: “Ci siamo fatti l’idea che esista nella persona un nucleo organizzato e coerente di processi psichici che chiamiamo l’Io di quella persona […] La tendenza all’unità caratterizza l’Io” (Freud, S., 1923, pp. 479-480 e 507). Il cambio di passo è piuttosto rilevante rispetto a quando egli, anni prima, scriveva a Jung: “L’Io di Adler si comporta, come accade sempre per l’Io, come lo stupido clown August nel circo, che non la smette di fare smorfie per assicurare al pubblico che proprio lui ha disposto tutto quanto quel che avviene. Povero pagliaccio” (Freud, S., 1990, p. 434). La stessa posizione è confermata l’anno successivo quando, parlando della dottrina adleriana, Freud scrisse: “l’Io vi sostiene la parte ridicola del clown Augusto che vuol convincere con i suoi gesti gli spettatori che tutti i cambiamenti avvengono nel circo grazie ai suoi comandi. Ma solo gli spettatori più giovani gli prestano fede” (Freud, S., 1914, p. 426). Nella diversa formulazione dell’Io fatta da Freud è difficile non avvertire un avvicinamento alle tesi di Adler, particolarmente con riferimento (ma non solo) all’adleriana concezione unitaria, indivisibile[20] e coerente dell’essere umano. È un fatto, come ha osservato ancora Ansbacher, che nella nuova formulazione di Freud si possano individuare più punti di contatto con le idee di Adler, e tra questi vi è certamente: “la descrizione dell’Io come un insieme unitario” (Ansbacher, 1992, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 544). Freud stesso, infatti, deve aver avuto piena consapevolezza di ciò dal momento che ritenne di dover chiarire (per quanto possibile e senza nominare espressamente Alfred Adler) la propria posizione, affermando che quanto andava sostenendo: “non potrà fare a meno di sfiorare alcune teorie annunciate da non psicoanalisti, o da ex psicoanalisti che hanno voltato le spalle alla psicoanalisi. Sono sempre stato pronto a riconoscere ciò di cui sono debitore agli altri; ma in questo caso non sento pesare su di me alcun obbligo di riconoscenza. Se la psicoanalisi non ha finora dato rilievo a certe cose, ciò […] è avvenuto […] perché ha seguito un proprio cammino che non era ancora giunto a quel punto” (Freud, S., 1923, p. 475). Qui il discorso si fa oltremodo meritevole di attenzione e per questo è utile ricordare quanto Adler abbia detto in merito al fatto che non gli venivano, né gli sarebbero stati riconosciuti in futuro, i meriti delle sue anticipazioni: “Qualcuno può avere l’impressione che io abbia condannato a priori lo sviluppo della psicoanalisi negli ultimi 25 anni. Invece io sono suo prigioniero e, come tale, non la posso assolvere” (Adler, 1933a, p. 140). Con quanto richiamato sopra, Freud, nei fatti, rivendica per sé ciò che anni prima aveva cercato fermamente di negare ad Adler (per la verità non solo a lui), cioè il diritto di sviluppare liberamente le proprie idee in accordo con i propri tempi e le proprie intuizioni. Tuttavia, assumendo questa posizione (o difesa), come ha osservato ancora Ansbacher: “si tende ad assegnare a Freud il ruolo del direttore d’orchestra che indica ai musicisti quando devono attaccare, ma questo è un ruolo del tutto inopportuno tra scienziati” (Ansbacher, 1992, cit. in Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 547). Infatti, la ricerca in ambito scientifico non richiede di essere armonizzata, o modulata, secondo i tempi di quanti, per le ragioni più diverse, non siano pronti o disposti a seguirne lo sviluppo in una direzione o in un’altra, o a confrontarsi con esso. Ciò, stando a quanto scritto dallo stesso Freud a Wittels, in data 18 dicembre 1923, evidentemente, non doveva apparire troppo importante per il padre della psicoanalisi, poiché ebbe a dire: “non so che fare delle idee degli altri che mi vengono gridate fuor tempo” (Freud, 1923b, cit. in Roazen, 1975, p. 227). La stessa cosa, nella sostanza, è riferita anche da Stekel, Freud: “mi confessò una volta (in un momento di ‘debolezza’) che ogni nuova concezione offerta dagli altri lo trovava resistente e non recettivo. Qualche volta gli occorrevano due settimane per vincere tale resistenza” (Stekel, 1950, p. 134).

Carl Furtmüller biografo.

Un discorso a parte merita la biografia di Alfred Adler, scritta da Furtmüller quando questi era negli Stati Uniti. Gli Ansbacher riferiscono che l’idea di scrivere la biografia venne suggerita da Raissa, la moglie di Adler, e da Danica Deutsch (Ansbacher, Ansbacher, 1979, p. 332). Furtmüller si dedicò alla sua stesura a iniziare dalla fine del 1946, scrivendola direttamente in inglese, con l’assistenza della sua seconda moglie che era madrelingua. Ci lavorò probabilmente per circa un anno e quando, alla fine del 1947, fece ritorno a Vienna la biografia aveva raggiunto più o meno la forma con cui venne pubblicata anni dopo. Furtmüller, infatti, non ebbe la possibilità di dedicarsi ancora a questo suo compito, sia per gli impegni di lavoro che assunse appena rientrato a Vienna, sia per il poco tempo che ancora gli restava da vivere. Successivamente alla sua morte, la biografia venne revisionata dalla moglie di Furtmüller che in ciò si avvalse dell’assistenza di Hans Fischl, un amico stretto del marito che aveva collaborato con lui già ai tempi della riforma scolastica. Nel 1953 il manoscritto venne spedito ad Alexandra Adler (Sodini, 2001), figlia di Adler, affinché potesse essere pubblicato, tuttavia, dovette passare ancora molto tempo prima che il progetto potesse realizzarsi. L’opportunità di pubblicare la biografia, infatti, arrivò nel 1964, a opera dei coniugi Ansbacher[21] ai quali la figlia di Adler l’aveva a sua volta inviata anni prima. La circostanza che siano stati gli Ansbacher a pubblicare il manoscritto di Furtmüller conferma, se ve ne fosse bisogno, il ruolo di primissimo piano che essi hanno avuto nel promuovere la rivalutazione del pensiero di Adler successivamente alla conclusione della seconda guerra mondiale. Inoltre, la circostanza dette loro la possibilità di aggiungere alla biografia proprie valutazioni e riferimenti, sia su Adler, sia sullo stesso Furtmüller e, di fatto, la contestualizzarono e l’arricchirono con particolari di tutto rilievo senza modificare in niente il manoscritto pervenuto loro. Il documento, in pratica, è fondamentale per la comprensione di Alfred Adler come uomo e come scienziato, poiché è stato scritto dal suo più stretto collaboratore e amico. Tra i due uomini, infatti, vi erano intesa e conoscenza così profonde, oltre che comunanza di idee, che nessun altro avrebbe potuto far arrivare ai giorni nostri una descrizione di Adler così minuziosa e diretta come ha fatto Furtmüller. Al riguardo la Bottome ha osservato: “Il professor Furtmüller con tutta probabilità fu l’unico amico di Adler che ne conosceva davvero la sua mente” (1957, p. 51). È soprattutto in questo particolare rapporto intercorso tra i due uomini che risiede il valore della biografia di Furtmüller, cioè la trasmissione di conoscenze del fondatore della psicologia individuale da parte di un amico e collaboratore che lo frequentò a lungo e assiduamente. Tuttavia, in ciò risiede anche un limite del lavoro di Furtmüller poiché egli, per le note cause, dovette scrivere la biografia tirandola fuori quasi per intero dalla propria memoria. Ciò si evince anche dal fatto che egli ha dedicato molto più spazio al lavoro di Adler fino a quando questi visse stabilmente a Vienna, e molto meno agli ultimi dieci anni della sua vita, benché proprio in quest’ultimo periodo fu più evidente l’affinamento teorico raggiunto da Adler e il rilievo che egli conseguì in ambito clinico, nel più ampio panorama internazionale. Furtmüller è stato soprattutto un educatore e in ciò può risiedere la ragione che lo indusse a tralasciare, in modo considerevole, i contributi di Adler in ambito clinico e psicoterapeutico; contributi che hanno esercitato la loro influenza sia sulla psicoanalisi che sul pensiero di quanti oggi si è soliti indicare, benchè troppo sbrigativamente, come Autori neo-freudiani. Con esplicito riferimento agli sviluppi del pensiero psicologico contemporaneo possiamo, a solo titolo esemplificativo, richiamare alcuni concetti di cui Adler fu il precursore: il disadattamento in termini d’interesse centrato sul Sé, la salute mentale in termini d’interesse centrato sugli altri, la psichiatria come scienza delle relazioni interpersonali, i sintomi nevrotici come difese dell’Io (Sé) e come forme di aggressività. Proprio per contributi come questi Alfred Adler è oggi meglio conosciuto, benché si debba convenire che ancora ai nostri giorni sarebbe difficile parlare di educazione senza imbattersi in quei concetti fondamentali di cui egli fu parimenti un precursore. Anche a questo riguardo, benché sempre a titolo esemplificativo, richiamiamo alcuni esempi: il processo d’incoraggiamento, i guasti prodotti da un’educazione viziata, la rivalità tra i fratelli, la loro posizione nella fratria, la detronizzazione del primogenito. Tuttavia, non si può escludere che Furtmüller, se avesse avuto più tempo a disposizione per lavorare alla sua biografia di Adler, avrebbe potuto colmare queste carenze ma, ciò nonostante, il suo rimane un documento d’insostituibile valore sia per quanti si interessano di storia della psicologia del profondo[22] e di psicologia in generale, sia per il lettore che voglia approfondire la propria conoscenza della psicologia individuale e l’influenza che ha esercitato, ed esercita, sul pensiero contemporaneo[23]

Conclusione

Quanto esposto è stato scritto primariamente per ricordare Carl Furtmüller e sua moglie Alina Klatschko (Klatschko Furtmüller, A., 1922) e, altresì, per consegnare al lettore uno stimolo per riscoprire il loro lavoro. Tuttavia, rievocare la vita di questi due Autori ha comportato inevitabilmente andare alle origini della stessa psicologia individuale di Alfred Adler. Poiché quanto abbiamo presentato tratteggia anche o, per meglio dire, appena alcuni capisaldi del sistema teorico adleriano - al fine di non favorire quei malintesi e quelle congetture che tanto spesso si rinvengono nella letteratura associate al nome di Adler e alla sua opera – riteniamo di dover segnalare al lettore interessato una bibliografia essenziale del padre della psicologia individuale, da tempo presente anche in lingua italiana, che permette di conseguire una conoscenza sufficientemente approfondita del sistema teorico a cui egli dette vita pur, a tutt’oggi, in assenza della pubblicazione in lingua italiana della sua opera omnia. Tale bibliografia ha ricevuto un’impronta epistemologica e, più in generale, di assemblamento storico-scientifico dal fondamentale contributo apportato da Heinz L. Ansbacher e Rowena Ripin Ansbacher [24]. Anteriormente alla disponibilità in lingua italiana di questa bibliografia, cenni a un tale contributo e alla sistematizzazione del pensiero di Adler, in Italia erano rintracciabili pressoché esclusivamente nei lavori di Castone Canziani[25], il primo e più autorevole adleriano contemporaneo del nostro Paese (Canziani, 1947, 1948, 1975, 1976, 1979, 1983a, 1983b, Sodini, 2012, Sodini, Teglia Sodini, 1996a, 1996b, 2001).

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[1]    Psicologo-psicoterapeuta, fondatore del Centro Italiano Studi Adleriani.

     Corrispondente italiano del prof. Heinz L. Ansbacher.

 

[2]    (1873-1935).

 

[3]    La lettera di Alina Furtmüller a Phillis Bottome, citata più avanti, documenta che nel marzo del 1940 i Furtmüller si trovavano in Francia.

 

[4]    Vienna, 20 ottobre 1883 – Pennsylvania, 1 dicembre 1941.

 

[5]    Samuel Lvovitch Klatschko, Vilnius 2 giugno 1851 – Vienna 17 aprile 1914; Anna Konstantinova Klatschko, Simferopol, Crimea, Ucraina 7 Novembre 1860 – luogo e data di morte non conosciuti.

 

[6]    Mosca, 1873 – New York. 1962.

[7]    Lydia, 1907 – 1992; Lux, Vienna 1910 – Reading 1990.

[8]    SCHRIFTEN DES VEREINS FÜR FREIE PSYCHOANALYTISCHE FORSCHUNG, Herausgegeben Von Dr. Alfred Adler, Heft 1, Psychoanalyse und Ethik, Eine vorläufige Untersuchung, Von Dr, Karl Furtmüller, Reinhard, Mnchen (trad. it. Scritti dell’associazione per la libera ricerca psicoanalitica, pubblicati dal Dr. Alfred Adler, quaderno 1, Psicoanalisi ed Etica, una ricerca provvisoria del Dr. Karl Furtmüller (trad. it. 1994, Riv. Psicol. Indiv., XXII, 35, 7-9).

 

[9]    Per ulteriori informazioni su Carl Furtmüller si veda anche:

     Fischl, H. (1950), Horfrat Dr. Carl Furtmüller: ein Siebziger, Erziehung und Unterricht, Vienna, pp. 383-385.

     Adler, A. (1979). Ansbacher, H. L., Ansbacher, R. R. (a cura di). Superiority and Social Interest, W. W. Norton & Company, New York – London, (trad. it. [e cura di U. Sodini e A. Teglia Sodini], Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008, pp. 328-334.

 

[10]  Già presidente della North American Society of Adlerian Psychology. Insieme al marito Bob Power, una delle più note personalità adleriane contemporanee degli Stati Uniti.

 

[11]  31 maggio 1884 - 22 agosto 1963. Nel 1917, a Parigi, sposò Ernan Forbes Dennis (1884-1972), un diplomatico britannico. Nota romanziera, si dedicò anche allo studio della psicologia individuale e scrisse una biografia di Alfred Adler che ha avuto tre edizioni, l’ultima delle quali nel 1957.

 

[12]  (16 aprile 1946 – 28 luglio 2014). Figlia di Kurt A. Adler, unico figlio maschio di Alfred Adler, e fratello minore di Alexandra Adler.

 

[13]  Vienna, 24.09.1901 – New York, 4.01.2001.

 

[14]  Nel 1924 Phillis Bottome e suo marito fondarono a Kitzbühel, in Austria, una scuola basata sull’insegnamento delle lingue. Incidentalmente, Ian Fleming, l’autore dei romanzi di James Bond, fu un allievo della scuola dei Forbes Dennis.

 

[15]  Lettera a firma di Alina e Carl Furtmüller a Phillips Bottome, del 12.3.1940.

 

[16]  La traduzione dall’inglese è stata condotta da Salomè Sodini come anche le altre citazioni da testi inglesi.

 

[17] La sottolineatura è nostra

 

[18] Avvertenza editoriale,  Freud, 1923a, p. 473.

 

[19] Adler scrivendo in tedesco, ovviamente, usava il pronome personale Ich ma con esso non intendeva riferirsi allo stesso significato che a esso attribuiva Freud. Infatti, tale pronome è stato tradotto in inglese sia come self che come ego. Gli Ansbacher hanno ritenuto: “la prima una traduzione più appropriata, particolarmente dopo la distinzione fatta da Symonds (1951) tra i due termini: comunque l’uso del nostro Sé è identico a quello che Allport fa del termine Io” (Ansbacher, Ansbacher, 1964, p. 190). 

 

[20] Al riguardo si deve ricordare quanto scrisse Furtmüller sulla prima uscita dello Zeitschrifts für Individualpsychologie: “Il nome di psicologia individuale intende esprimere la convinzione che i processi psicologici e le loro manifestazioni si possono comprendere soltanto dal contesto individuale e ogni intuizione psicologica inizia con l’individuo” (Adler, A. Furtmüller, C., 1914).

 

[21]  Heinz L. Ansbacher, 1904-2006 (Sodini, 2014a) e Rowina Ripin Ansbacher, 1906.-1996 (Sodini, Teglia Sodini, 1997), hanno avuto una conoscenza diretta di Alfred Adler che poterono frequentare a lungo.  

 

[22]  La biografia contiene anche quindici pagine dedicate alla descrizione dei rapporti tra Adler e Freud da parte di una persona che ne fu diretto testimone al tempo della loro collaborazione e della successiva rottura.

 

[23]  Furtmüller, C. (1979). A Biographical Essay  in  Adler, A. Superiority  and  Social  Interest, [Ansbacher e Ansbacher] W. W. Norton & Company, New York – London, pp. 309-394, (trad. it. [e cura di Sodini U. e Teglia Sodini A.], Alfred Adler: un saggio biografico, in Adler, A. Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008, pp. 335-396).

 

[24]  Adler, A. (1929). Ansbacher,  H.L. (a cura di). The Science of Living, Greenberg, New York, (trad. it. La Scienza  del  vivere. Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2012.

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     Id. (1979). Ansbacher, H. L., Ansbacher, R. R. (a cura di). Superiority  and  Social   Interest W. W. Norton & Company, New York – London, (trad. it. Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008).

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     Ansbacher, H. L., Ansbacher, R. R. (a cura di). (1964). The Individual Psychology of Alfred Adler, Systematic Presentation in selections from his writings, New York: Harper & Row, (trad. it. La psicologia individuale di Alfred Adler: Il pensiero di Alfred Adler attraverso una selezione dei  suoi scritti, G. Martinelli & C., Firenze, 1997).

 

[25]  Trieste, 1904 – Palermo, 1986.

 

[26]  La traduzione italiana è stata condotta sulla seconda edizione ampliata del 1922. Contiene l’introduzione alla prima edizione di Carl Furtmüller, la postfazione alla prima e alla seconda edizione di Alfred Adler, l’introduzione alla seconda edizione di Erwin Wexberg. Non contiene gli scritti dei collaboratori di Adler presenti  nel volume originale tedesco.

 

 
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