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Roberto Pasanisi[1]

Alle origini della psicoterapia moderna: un’analisi multidisciplinare

«Condizione indispensabile per l’acquisizione dell’isteria, sembra essere il fatto che si determini un rapporto di incompatibilità fra l’Io e una rappresentazione che a esso si presenti. […] Il momento veramente traumatico quindi è quello nel quale la contraddizione si impone all’Io e l’Io stesso decreta il bando alla rappresentazione contraddicente. Con tale bando quella rappresentazione non viene però annullata, ma soltanto respinta nell’inconscio; quando questo processo si produce per la prima volta, si forma con ciò un nucleo e centro di cristallizzazione per la formazione di un gruppo psichico distinto dall’Io, attorno al quale si raccoglie successivamente tutto ciò che avrebbe presupposto l’accettazione della rappresentazione contraddicente. […] Di fatto accade una cosa diversa da quello che l’individuo si propone; egli vorrebbe eliminare una rappresentazione come se non si fosse mai prodotta, ma riesce soltanto a isolarla psichicamente. […] La terapia è consistita qui nel costringere il gruppo psichico separato a riunificarsi con la coscienza dell’Io. Il successo, strano a dirsi, non si è prodotto parallelamente al lavori di analisi; solo quando l’ultimo elemento fu liquidato, si è avuta improvvisa la guarigione»[2].

Così Freud, in conclusione del capitolo Signora Emmy von N., quarantenne, della Livonia, sintetizza e chiarisce da par suo, con vivace acribia scientifica non meno che con raffinato nitore di stile, l’ermeneutica ed il metodo da lui messo a punto, a partire da Breuer, e utilizzato in questo caso del 1899 dall’autore stesso definito, nell’incipit del capitolo, di grande interesse.

In effetti, è qui ben presente il modello janetiano, la cui influenza sulla nascita della psicoterapia psicodinamica è stata per lungo tempo sottovalutata: da Ellenberger[3] in poi lo psichiatra svizzero – già allievo, come Freud, di Charcot alla Salpêtrière – è invece apparso il principale fondatore, o quanto meno l’imprescindibile precursore, della moderna psicologia dinamica. L’idea freudiana di «gruppo psichico separato» e «distinto dall’Io»  rimanda  chiaramente al concetto di materiale dissociato già elaborato da Janet, e che sarà poi da lui esposto sistematicamente, dal 1898 in poi, a cominciare dal saggio Névroses et Idées Fixes e dal capitolo intitolato Traitement Psychologique de l’Hystérie, parte del più ampio Traité de Thérapeutique Appliquée di Albert Robin.

È chiaro tuttavia, nel saggio sul caso della Signora Emmy, e più in generale in gran parte degli Studi sull’isteria, come il modello psicoanalitico sia già del tutto in fieri, mentre si andava completando un iter che affonda nel mondo classico (a partire dal modello tripartito dell’anima di Platone[4] e dei neoplatonici) e passa attraverso quella sorta di psicoterapie prescientifiche (ma pur sempre modello per il futuro approccio di tipo psicodinamico alla malattia mentale) che sono il magnetismo ed il mesmerismo prima e l’ipnotismo charcotiano poi. Nella scenografia teatrale e teatralizzata delle isteriche trattate dal famoso neurologo parigino il giovane Sigmund avrebbe per la prima volta visto muoversi la neurologia sul filo sottile fra disagio mentale e sociale da una parte, suggestione e recitazione dall’altro, toccando con mano che, come dice Lombardi Satriani

«Ogni cultura è sempre il frutto di un equilibrio tra l’esigenza della norma e l’esigenza della trasgressione»[5].

«La terapia è consistita qui nel costringere il gruppo psichico separato a riunificarsi con la coscienza dell’Io»,

dice Freud nel passo già citato; e ciò avviene sostanzialmente attraverso il riconoscimento e la verbalizzazione dei contenuti ideativi ed emotivi inconsci, la talking cure:

«As described by Dr Breuer, his treatment of Anna gradually developed through three stages, as he responded to Anna’s own apparent wishes. In the first stage, he recognized that she could relieve her distress by making up and telling fairy tales, ‘always sad and some of them very charming’—and he encouraged her to do so. She herself called this activity ‘chimney sweeping’ or her ‘talking cure’ (the origin of this famous term for all later forms of psychotherapy and counselling)»[6].

Così Anna O., alias Bertha Pappenheim, forse una delle pazienti più famose e studiate della storia della psicologia, brillantemente individua nella razionalizzazione dal buio dell’inconscio attraverso la luce del verbum il cuore del nuovo metodo terapeutico: è una linea che dalle ‘psicologie del profondo’ giunge fino alle ‘psicologie esperienziali’, là dove sulla verbalizzazione aleggerà l’inquietante meccanismo di difesa della razionalizzazione ed apparirà dunque necessario andare oltre, da Berne e Perls in poi (psicoanalista pentito…), in direzione dell’esperienza emozionale del vissuto allo stato puro, da (ri)vivere nell’hic et nunc dell’ ‘attimo che scorre nell’eterno’.

Ed è sul terreno friabile e incandescente delle emozioni che Freud può approfondire il suo spericolato descensus nell’inconscio: in un passaggio fondamentale del suo studio del 1906 su un racconto di Wilhelm Jensen (grande scrittore fra Otto e Novecento oggi purtroppo ricordato, al di fuori degli ‘addetti ai lavori’, soltanto per il saggio freudiano), Gradiva: una fantasia pompeiana, Sigmund poeticamente scrive, con toni fra shakespeariani e omerici:

«I poeti sono però alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta. Particolarmente nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono state ancora aperte alla scienza»[7].

E più avanti, stabilendo un sottile phil rouge fra ‘scienze della mente’ e arte, afferma:

«Si dice in genere che il poeta deve evitare i contatti con lo psichiatra e lasciare ai medici il compito di descrivere gli stati mentali patologici. Ma in realtà nessun vero poeta ha mai rispettato questa prescrizione. La descrizione della vita interiore dell’uomo è proprio il suo campo specifico ed egli è sempre stato il precursore della scienza e anche della psicologia scientifica. Ma il confine fra gli statici psichici definiti normali e quelli patologici il confine è per un verso puramente convenzionale, e per l’altro così fluido che ognuno di noi rischia di sorpassarlo più volte nel corso di una sola giornata. […] Così né il poeta può sfuggire allo psichiatra, né lo psichiatra al poeta; e la trattazione poetica di un tema psichiatrico può, senza perdere la propria bellezza, risultare corretta»[8].

Come dice Gadamer,

«Avere un mondo significa rapportarsi al mondo. Il rapportarsi, però, richiede che si sia staccati da ciò che nel mondo ci viene incontro al punto da poterselo rappresentare come esso è. Questo potere è insieme avere-mondo e avere-linguaggio»[9].

Allora, per il poeta, il linguaggio viene a configurarsi come una struttura di alterificazione del mondo da sé, ovvero come strumento conoscitivo che opera attraverso l’oggettivazione: del resto, cos’è l’arte, in ultima analisi, se non «una gnoseologia estetica ed un disvelamento» che si esprimono in una forma?[10]

Come ha scritto Michel Foucault nella sua ormai celebre Storia della follia,

«l’essere della letteratura, così come si produce dopo Mallarmé e sino ai nostri giorni, conquista la regione dove, da Freud in poi, avviene l’esperienza della follia»[11]

visto  che

«La poesia è l’arma con cui la ragione ascolta organizza ed esprime, nel tentativo di contrapporsi alla morte del sentire, alla follia che appunto sempre la insidia»[12].

Come lucidamente aveva già intuito il maestro viennese,

«Di fronte a tutto questo, l’intellettuale, e più in particolare l’artista, viene ad assumere il ruolo di coscienza critica della società, di suo intrepido disvelatore: per Adorno, “Le opere d’arte hanno la loro grandezza nel fatto che lasciano parlare ciò che l’ideologia tiene nascosto. Esse trascendono, che lo vogliano o no, la falsa coscienza”. Il poeta è, nietzscheanamente, avanti a tutti gli altri uomini: come Tiresia od Omero ha una vista ‘altra’, ben più profonda rispetto all’uomo comune (ma anche ben più tragica: è sempre vera l’antica equazione ‘conoscenza = dolore’); egli ha il cómpito d’illuminare i suoi simili e si configura come l’ultimo sacerdote e depositario della bellezza e dell’umanità: valori che ha, omericamente, la funzione di salvaguardare e tramandare»[13].

«Rimaniamo alla superficie fintanto che ci occupiamo solo di ricordi e di rappresentazioni. Ciò che veramente conta nella vita psichica sono i sentimenti, e tutte le forze psichiche sono importanti solo per la loro capacità di risvegliare sentimenti. Le rappresentazioni sono rimosse soltanto perché sono collegate allo sprigionamento dei sentimenti che non dovrebbe verificarsi. Sarebbe più giusto dire che la rimozione colpisce i sentimenti, ma che questi non possono essere da noi colti che nel loro collegamento con le rappresentazioni»[14].

La più smaliziata osservatrice esterna contemporanea dell’ipnosi alle isteriche, la matematica Sofya Kovalevskaya,

«assiste alle dimostrazioni ipnotiche approntate da Jules Luys alla Charité. Quest’ultimo diventa, nella brillante testimonianza della scienziata russa, qualcosa di simile allo chef di una grande cucina, o ad un ‘mago italiano’, pronto da un momento all’altro a rimboccarsi le maniche e iniziare ad “esibire dei trucchi”»[15].

Mentre

«Il lessico teatrale è ampiamente adoperato da Kovalevskaya per riferirsi alla scéance ipnotica, una “commedia” con tanti atti quanti sono i/le sonnambuli/e che vi partecipano; nella fattispecie, oltre la primadonna, un anziano commesso esperto interprete di posture catalettiche e un giovane “veggente” parigino il quale, a detta della spettatrice, aveva scritta negli occhi “la determinazione di non lasciare mai l’ospitale clinica e il suo cibo gratuito, e non cambiarla mai con un duro lavoro in qualche fabbrica”»[16].

«Se l’ipnotista è un saltimbanco, l’ipnotizzato/a un attore o attrice di provincia pronto a tutto per conquistare un pasto caldo o una volatile fama, l’ipnosi una grande commedia, dov’è il trucco che consente a questa farsa non solo di reggere, ma di ottenere anche un enorme successo? Kovolevskaya sembra oscillare tra la propensione a considerare una collusione del tutto consapevole tra medico e sonnambulo/a, dove la strapotere sociale del primo, sempre più spesso ormai denunciato dall’opinione pubblica, assicurerebbe al/la secondo/a una carriera forse non proprio ortodossa ma ugualmente desiderabile in mancanza di ulteriori opportunità; e il sospetto è, se c’è qualcuno in questa storia ad essere effettivamente in un certo senso ipnotizzato, sia l’ipnotista stesso, schiavo delle proprie convinzioni. Nelle parole di Kovalevskaya infatti il dottor Luys “ha convinto se stesso”[17] circa la propria autorità sul sonnambulo e le capacità di quest’ultimo, il quale a sua volta ha buoni motivi per alimentare l’autoconvinzione del suo dottore»[18].

Insomma, una comédie humaine come nel miglior teatro popolare, ma anche una ‘malattia’ che rispecchia una società, un’epoca, affondando nel disagio sociale non meno che nella differenza di classe: i modelli culturali agli albori della belle époque, non ultimo quello del ‘femminile’, trovano nella catalessi ipnotica e nell’isteria una delle loro più icastiche ipostatizzazioni, mescolando la nostalgia d’antan con il furore del progresso e dei ‘tempi nuovi’, nel segno delle «magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria.

Di fronte a codesta temperie culturale, già Boutroux, richiamando col suo Contingentismo le «ragioni del cuore» e l’«esprit de finesse» di Pascal, cercherà di spezzare le ferree catene del meccanicismo e dello scientismo, affidando alle «illusioni» ed alla religione il compito di salvaguardare l’individualità e la libertà dell’uomo[19]. Ma sarà Bergson il primo tra i filosofi dell’epoca a mettere in guardia l’uomo, in nome della grande tradizione umanistica, contro la crescente tendenza a considerare la tecnica come fine e non più come mezzo, rendendo l’individuo schiavo dei suoi stessi strumenti.

«Il prevalere delle macchine», già aveva profeticamente scritto Goethe nel lontano 1828, «mi preoccupa e mi tormenta. E un movimento che lentamente avanza come un temporale: arriverà e ci investirà».

Il timore di fondo, in effetti, è che l’uomo possa smarrire «la formula / che gli Spiriti scongiura”, come lo Zauberlehrling dell’omonima celebre ballata goethiana. Bergson riterrà che solo l’«intuizione» e l’ «élan vital» possano fornire all’individuo una comprensione vera e profonda della realtà, aiutandolo a trovare nella «religione aperta» quel «supplemento d’anima» di cui l’uomo ha un sempre più irrinunciabile bisogno[20].

Non meno decisa, anche se fondata su presupposti in parte diversi, sarà la reazione anti-realistica ed anti-positivistica di un artista fra i più emblematici e avanguardisti di quegli anni, Gabriele D’Annunzio. Già nel 1893 il poeta abruzzese coglieva, con l’antesignana lussureggiante lucidità intellettuale che gli era propria, l’incombente tramonto dell’Ottocento e la nascita di tempi nuovi:

«L’esperimento è compiuto. La scienza è incapace [...] di rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l’ingenua pace. [...] Non vogliamo più la verità. Dateci il sogno. Riposo non avremo se non nelle ombre dell’ignoto»[21].

Allora una comprensione a posteriori di fenomeni quali il mesmerismo e la magnetizzazione da un parte, l’ipnotismo e l’isteria dall’altra va non solo storicizzata, ma anche non può non passare attraverso una prospettiva antropologico-culturale: le coordinate e gli schemi culturali della seconda metà dell’Ottocento, già così smaniosi di scientizzare il mondo, danno luogo ad un modello sciamanico del sapere, vicino e lontano al contempo dalla Weltanschauung dell’epoca come un Giano bifronte: un occhio volto al passato, un altro al futuro prossimo venturo.

Sono le basi, seppure epistemologicamente pre-scientifiche, per la nascita della psicoterapia e della psicologia dinamica moderne, e della psicoanalisi freudiana in primis: per molti, quando Franz Anton Mesmer ‘guarisce’ l’isterica Franziska Österling attraverso le sue scenografiche magnetizzazioni, fra sciamanesimo e coup de théatre, è il primo atto di quella lunga misteriosa storia, tuttora in corso, che Ellenberger avrebbe chiamato The Discovery of the Unconscious.

 



[1]    Psicologo clinico; Direttore, CISAT (Centro Italiano Studi Arte-Terapia)

 

[2]    Sigmund Freud, Studi sull’isteria, pp. 91-93 passim, in Id., Casi clinici, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.

 

[3]    Henri Ellenberger, The Discovery of the Unconscious: The History and Evolution of Dynamic Psychiatry, New York, Basic Books, 1970  (tr. it La scoperta dell’Inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 1976).

[4]    Politeía, 439-445e (Platonis Opera, recognovit brevique adnotatione critica instruxit Ioannes Burnet, tomus IV, Oxford, Oxford University Press, 197821).

[5]    Angioletta Colucci de Goyzueta, Le voci di dentro (Intervista a Luigi Lombardi Satriani e Mariella Pandolfi), “Il Mattino”, 21/XII/1990. Su questo argomento cfr. anche Roberto Pasanisi, Letteratura e potere: la `dialettica innamorata’, in “Pragma”, 1, 1990, pp.73-77.

 

[6]    John Launer, Anna O. and the ‘talking cure’, in “QJM: An International Journal of Medicine”, Volume 98, Issue 6, pp. 465-466. Si cfr. pure, sulla celebre isterica, M. Borch-Jacobsen, Remembering Anna O: A century of mystification. London, Routledge, 1996; e Kaplan - K.Solms – M.Solms, Clinical Studies in Neuro-Psychoanalysis, London, Karnac, 2000.

[7]    Sigmund Freud, Gradiva. Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, p. 16.

 

[8]    Ibidem, pp. 47-48 passim.

 

[9]    H.G. Gadamer, Verità e metodo [1960], Milano, Bompiani, 1983, p. 507.

 

[10]  Cfr. Roberto Pasanisi, L’ ‘uomo-massa’ e la  `morte della bellezza’: la coscienza dell’Occidente alle soglie del Nulla, in “Pragma”, 1, 1990,  p. 33. Cfr. pure Heinrich Lausberg, Elementi di retorica [1967], Bologna, Il Mulino, 1982, p. 95.

 

[11]  Cfr. la nozione di «follia», acuta rielaborazione dell’Inconscio freudiano, quale emerge dal pensiero di Galimberti.

 

[12]  Rossano Onano, La poesia, la follia, l’epopea di Marco Cavallo, in “Salvo imprevisti”, 45-46-47, 1988-89, pp.19-20, p. 20.

 

[13]  Roberto Pasanisi, Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, Pisa - Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000 (Prefazione di Constantin Frosin; Postfazione di Carmine Di Biase), p. 12.

 

[14]  Freud, Gradiva…, cit., p. 52.

 

[15]  Stefania Napolitano, Dal rapport al transfert. Il femminile alle origini della psicoanalisi, Macerata, Quodlibet Studio, 2010, p. 204.

 

[16]  Ibidem, p. 205.

[17]  Sofya Kovalevskaya, Hypnotism and Medicine in 1988 in Paris: Contemporary Observations by Sofya Kovalevskaya, in “Substance”, XXV, 1, 1996, p. 7. 

[18]  Napolitano, Dal rapport al transfert…, cit., p. 206.

 

[19]  Cfr., in particolare, Émile Boutroux, Dell’idea di legge naturale nella scienza e nella filosofia contemporanea [1893], tr. it., Firenze, Vallecchi, 1925 e Id., Scienza e religione nella filosofia contemporanea [1908], tr. it., Milano, Mondadori, 1941

 

[20]  Cfr. specialmente Henry Bergson, L’intuizione filosofica [1911], in Introduzione alla metafisica, tr. it., Bologna, Zanichelli, 1949, pp. 69-94 e Maurice Merleau-Ponty, Elogio della filosofia [1953], tr. it., Torino, Paravia, 1958, pp. 12-30.

 

[21]  Gabriele D’Annunzio, La morale di Emilio Zola, in “La Tribuna”, 1893. Come dirà Pascoli due anni dopo: «il sogno è l’infinita ombra del Vero» (Alexandros, v. 10, in Poemi Conviviali). Cfr. pure Roberto Pasanisi, II Poema Paradisiaco, in “Alla bottega”, 2, 1986, pp. 19-21, p. 20; e Karl Abraham, A Short Study ot the Development of the Libido, London, Institute of Psychoanalysis and Hogarth Press, 1927.

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