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Ornella Prete [1]

I territori dell’esperienza

“La dott. Mead ci invita a partire per nuovi territori adottando una nuova abitudine di pensiero; ma se sapessimo in che modo questa abitudine e’ legata alle altre, potremmo essere in grado di valutare i pericoli, i benefici e le possibili insidie della nuova strada. Una tale mappa potrebbe fornirci anche le risposte ad alcuni problemi sollevati dalla dott. Mead: come giudicare la direzione e il valore impliciti nei nostri atti progettati” (Bateson, 1977)

La catastrofe naturale

Il 15 dicembre 1999 si abbatté sul territorio venezuelano un fenomeno atmosferico caratterizzato da una forte pioggia che fece franare il terreno e la conseguenza terribile fu un numero indeterminato di perdite umane che, secondo le stime maggiormente accreditate, potevano essere nell’ordine di 20.000 persone. Ingente era il numero dei dispersi, delle famiglie disintegrate e i danni materiali subiti dalle persone e dalle infrastrutture come: strade, residenze, scuole. La catastrofe interessò il Distretto Federal dello Stato di Miranda, Falcon, Nueva Esparta, Zulia e principalmente dello Stato di Vargas. L’Italia fornì beni di prima necessità e offrì aiuto finanziario; furono quindi diverse le ONG italiane coinvolte negli aiuti umanitari, tra i quali il CINS (Cooperazione Italiana Nord Sud), per la quale prestai servizio professionale come psicologa volontaria.

Sei mesi dopo il suddetto disastro parto per la missione. Prima dell’atterraggio, sorvolando Caracas, guardo dal finestrino l’enorme città posta a valle: tutto intorno in alto come una cornice ci sono i barrios, ovvero i quartieri poveri di Caracas. È un’immagine molto suggestiva che mi carica di emozioni pur non conoscendo ancora la morfologia culturale e sociale di ciò che mi appare.

Il libro di Gregory Bateson: “Verso un’ecologia della mente”[1] che mi accompagnerà dall’inizio alla fine del mio viaggio è fonte di grande ispirazione e riflessione ma anche di monito su come guardare i gruppi sociali. L’autore afferma:

“... Ci viene suggerito che nell’applicazione pratica delle scienze sociali si ponga più attenzione alla ‘direzione’ e al ‘valore’ inerenti agli atti piuttosto che orientarci sulla base di qualche meta preprogrammata”

e continuamente mi chiedo come abbandonare le categorie mentali che porto con me e che potrebbero deformare la lettura e la decodifica della realtà e del lavoro stesso, ancora prima, di un vero e proprio contatto.

L’ottica sociale che inevitabilmente dovrò utilizzare nell’osservare e lavorare con i gruppi e i sistemi, gli studi di Margaret Mead, mi hanno perseguitato fino ad oggi e pur avvertendo il bisogno di far emergere l’esperienza di questo lavoro ne sono al contempo intimorita.

Affidare sentimenti ed emozioni, relazioni implicite ed esplicite alla parola, che non sempre riesce a cogliere la ricchezza dell’esperienza ma alle volte, invece definisce in modo chiuso ciò che non è per sua natura definito, mi spaventa.

Porto con me un bagaglio tecnico, fatto di ricerche e strumenti per raccogliere informazioni, per stimolare, forse, ma sono ignara dell’applicazione pratica che ne farò.

Il primo contatto con la terraferma avviene conoscendo subito l’equipe che strettamente svilupperà il progetto, costituita dalla coordinatrice Dott.ssa Aryele Serra Boccara ( medico italo- argentina) con la quale collaborerò in qualità di psicologa e tecnico dell’intervento psicologico, un giovane e capace colaboratore del Cins ed una coadiuvante del posto.

 Conosco bene il lavoro d’equipe nel quale ognuno deve far emergere le proprie competenze avendo come obiettivo il portare a buon fine il progetto de “Ayudo psicoemozional”.

Prima di programmare l’intervento conosciamo i luoghi e le persone con le quali lavoreremo insieme per aiutarli a superare il trauma della perdita. I nostri partners territoriali sono:

1   Ambasciata Italiana in Venezuela

2   PNUD, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ( l’ufficio di Coordinamento in Caracas si interessò immediatamente degli aspetti operativi della cooperazione internazionale).

3   FUNDACOMUN, un’istituzione pubblica che sviluppa programmi sociali, associati agli interventi strutturali del Ministero dell’Infrastruttura del Venezuela.

La presenza istituzionale sarà continua per tutto il percorso del progetto e condividerà le varie fasi: all’inizio come partecipanti dei gruppi ed in seguito come valutatori dell’intervento.

Le aree logistiche precedentemente individuate vicino a Caracas sono due: dislocazioni di aiuti e sostegno già aperti da FUNDACOMUN, una a Via Eterna e l’altra a Marapa - Catia La Mar nello Stato di Vargas.

Il presidio a Marapa dà ospitalità, oltre ad un’infermeria da campo gestita da un medico cubano, anche ad una scuola elementare, il cui edificio è stato distrutto ma in questo modo la didattica ha ripreso a funzionare. La responsabile si è riservata l’ufficio all’interno della scuola e per le riunioni ha messo a disposizione una stanza più distante che non erano riusciti ancora a svuotare completamente dai detriti. Il gruppo con il quale collaboriamo e aiutiamo è costituito da uomini e donne della popolazione locale sopravvissuti all’evento, da alcuni insegnanti dell’ attigua scuola elementare e da un piccolo gruppo di persone che FUNDACOMUN vuole formare per poi mandare nelle zone più impervie del paese per aiutare la gente e conoscere quali siano i loro bisogni dopo il disastro. Del gruppo di FUNDACOMUN partecipano due sociologi e una psicologa.

Il secondo presidio Via Eterna accoglie una infermeria d’emergenza con il personale e un medico volontario. Questo gruppo è composto da un medico, infermieri, volontari di difesa civile, rappresentanti di piccoli raggruppamenti rurali, un esponente politico della zona e alcuni militari che garantiscono la sicurezza in quei posti e che insieme alle infermiere distribuiscono il latte in polvere alla popolazione. La responsabile di questo secondo presidio ha messo a disposizione per gli incontri una stanza molto grande.

La prima volta che incontro i due gruppi separatamente raggiungendoli sul posto, spiego che ci saremmo incontrati diverse volte.

Louis, un giovane commerciante del posto risponde: “Abbiamo bisogno di essere aiutati”.

Esco dai due incontri con la stessa sensazione e con l’immagine di Louis e Felicia che pur in due gruppi separati presentano la stessa espressione: parlano e ascoltano senza apparenti emozioni, il loro viso sembra inespressivo, rigido nella mimica facciale con uno sguardo quasi perso, come degli automi. La scissione tra la parte emotiva e quella cognitiva è molto forte.

Penso a lungo alla situazione cercando di capire da quei primi segnali il silenzio e il non detto. Inizio a chiedermi a quali tipi di traumi siano stati esposti e il loro atteggiamento fisico a chi e a cosa risponde.

In questo primissimo incontro viene consegnato ai responsabili dei due presidi un questionario che ci consentirà inoltre, di fare una rilevazione interessante della popolazione presente nei due territori.

Alcuni risultati indicativi sono:

l totale degli abitanti presenti si aggira a circa 46000;

Il 34% della popolazione è formata da uomini, il 28% da donne e il 38% di bambini;

La disoccupazione risulta ricoprire il 77% dell’intera popolazione e solo il 23% risulta occupato;

Il problema sociale più frequente è l’alcolismo con il 57%, il 12% riguarda il problema droga e il 2,40% morte per cause violente.

Dopo l’iniziale incontro analizzo e seleziono i miei strumenti di lavoro: alcune ricerche americane, inglesi e italiane che avevo trovato interessanti e stimolanti per me. Provo a capire come servirmene affinché possano essere utili a loro.

Negli incontri che condurrò ho il duplice compito: da una parte aiutare la gente a superare il trauma, dall’altro formare un gruppo ristretto di operatori (individuate da FUNDACOMUN) che possano a loro volta, aiutare e raggiungere la gente in difficoltà nelle zone più impervie del paese.

 Avverto il bisogno di sbloccarli dallo stato di annichilimento in cui si trovano per poter realizzare il secondo compito.

L’ implementazione dell’intero progetto richiede all’equipe orari di lavoro intensi in quanto è stato previsto che l’intervento psicologico duri meno di due mesi. Visti i risultati positivi e l’efficacia riscontrata, il periodo di lavoro sarà poi di volta in volta prolungato e autorizzato dal PNUD.

Tra i diversi compiti che ho vi è la selezione di due psicologi locali che mi affiancheranno e in seguito proseguiranno il lavoro psicoemozionale.

Avvio nel frattempo, contatti con l’ Università Cattolica e Centrale (Statale) comprendendo che la prima lavorava sugli aspetti più organizzativi degli interventi e la seconda aveva inviato psicologi sui luoghi colpiti dalla catastrofe. La scelta ricade sul Prof.re Hugo Rodriguez docente all’Università Centrale, titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva e la Dott.ssa Gloria Riveros psicologa e psicoterapeuta di origine colombiana.

La struttura organizzativa dell’intervento è stata prevista per ogni Presidio in:

1.  Fase iniziale di tre incontri in cui si lavora in gruppo costituito da coloro che hanno chiesto di parteciparvi ed essere aiutati

2.  Colloqui individuali condotti dai colleghi locali all’interno dei presidi

3.  Fase formativa per gli operatori di FUNDACOMUN

Fase iniziale

 Apro il primo incontro nel presidio infermieristico; ai tre incontri partecipano la Direttrice di FUNDACOMUN, altre persone del suo staff, la valutatrice del PNUD: dott.ssa Ivonne Falcòn e la responsabile del circulo femminino di Caracas, un’organizzazione che lavora con donne della comunità con l’obiettivo di sostenerle e valorizzarle, far prendere loro coscienza dell’auto discriminazione che vi è tra donne stesse e della discriminazione che vivono nelle organizzazioni e nella società.( Curra Arciniegas, 2002). Utilizzo come stimolo la “curva del dolore” (Powell, 1977) in quanto vi è la necessità di conoscere le loro emozioni collegate alle immagini e ricordi dell’inondazione, momenti carichi di paura e dolore che sicuramente molti conservano ancora dentro di se.

La curva del duelo ripercorre con i colori le varie fasi che provoca un evento catastrofico naturale o causato e le reazioni emotive che i traumatizzati vivono dal momento dello shock fino alla fase della normalizzazione:

1.  Shock: intorpidimento, rifiuto, incredulità, isterismo, difficoltà a pensare in modo ordinato

2.  Protesta: forte e potenti sentimenti d’angoscia, colpa, terrore, tristezza, controllo, struggimento

3.  Disorganizzazione: depressione, desolazione, disperazione, apatia, ansia, confusione

4.  Riorganizzazione: ritorno graduale al normale funzionamento ma con differente sensibilità

 

curva_del_dolore.JPG 

Esperienze di gruppo: Modulo Via Eterna (31 partecipanti)

Proietto sulla lavagna luminosa il disegno e spiego la ricerca americana. Chiedo loro cosa ne pensano del disegno e se possono indicarmi la fase in cui si trovano. Tutti rispondono di vivere la fase della ricostruzione in quanto liberano dalle macerie, riparano e costruiscono le case.

Lentamente quindi inizio a chiedere al gruppo seduti in circolo cosa stanno ricostruendo e perchè. Le mie domande iniziano a sondare la fase della ricostruzione.

Parlano del presente ed iniziano a raccontare le loro preoccupazioni. Alcuni tra loro parlano di prendersi cura degli altri, chi ha perso la casa è alla ricerca di trovarne un’altra, chi ha la casa danneggiata è occupato a ripararla. Felicia afferma che nella sua piccola comunità ha un ruolo da consigliera detta “amica dei vicini” ed ha molta difficoltà a parlare ed ascoltare la sua gente, perchè non sa cosa dire. Inoltre proprio sua figlia sta male, è terrorizzata e non esce più da casa. Compaiono in Felicia le prime lacrime liberatorie. I suoi nipoti per questa ragione non vanno a scuola, perchè la madre li vuole vicino a sè.

Le difficoltà di Felicia, nel gruppo di persone disposte in circle time, apre il gruppo sulle espressioni più profonde vissute a causa del trauma. Il clima di contenimento e di sostegno tra loro si è creato, il senso di solitudine e di colpa si attenuano. Una signora irrompe con qualche frase non comprensibile dicendo di non trovare sua figlia, dal gruppo interviene un’altra voce e dice che questa donna non sta bene e ogni giorno si presenta al presidio alla ricerca sempre di qualcosa. Riesco a sapere dopo l’incontro, che la donna è affetta da un tumore al seno, emblema della perdita del sè causata dal dolore; gli altri del gruppo non sanno se effettivamente ha perso una figlia o no, sicuramente è in preda alla confusione mentale e nessuno riesce a parlarci se non per pochi attimi prima che vada via. Il gruppo è emozionato e qualcuno inizia a piangere. Un signore di circa cinquanta anni, racconta al gruppo di essere un esponente politico locale e di partecipare al gruppo non solo per se, ma anche, per aiutare i suoi collaboratori in quanto dall’evento, facilmente piangono e se fanno interventi in pubblico le loro voci tremano e sono demotivati. I suoi collaboratori prima del fatto erano dei veri “machi”.

Un’ infermiera, Maria, dice che suo marito sta male e che lei deve fare tutto. Nell’inondazione hanno perso degli amici, dei vicini di casa: lei con il marito e il figlio si sono salvati abbandonando la loro casa, al contrario di molta gente che cercava di prendere quel che poteva mentre scappava e non ce l’ha fatta. Continua dicendo che hanno perso anche quel poco che avevano, adesso lei e la sua famiglia sono dai suoceri, ma il marito non sta bene. Maria ha paura che ricada nell’alcool abbandonando il gruppo di auto-aiuto in cui era riuscita a condurlo. Maria parla e non piange, ha il capo chino e gli occhi fissi per terra. Lei dice di stare bene e di lavorare nel presidio medico a medicare la gente. La preoccupazione di Maria per il marito non è infondata visto che in situazioni sociali difficili, come sostenuto da autorevoli ricerche in campo, aumentano i casi di abuso di alcool e di droghe. (Cancrini, De Gregorio, Nocerino, 1994)

Chiudo il primo gruppo durato circa tre ore e chiedo a Felicia di far partecipare sua figlia.

Nell’ ultimo incontro, il gruppo è più sollevato, anche se alcune persone sono ancora bloccate nel dolore, il clima e’ accogliente consentendomi di poter continuare ad intervenire ad esempio su Maria, l’infermiera e che ininterrottamente, quasi in un sordo monologo, racconta di aver aiutato i bambini, curandoli (senza sapere dove stava, dove andava ma seguendo solo i corpi feriti).

 Ho ripetuto la cantilena che faceva nel raccontare i suoi ricordi, come un eco ripetevo agli altri ciò che sussurrava, fino a quando, mi ha guardata risvegliandosi dal torpore e mentre le lacrime uscivano ha detto:

“Ho vagato per tre giorni ininterrottamente; solo quando sono arrivati gli altri aiuti e mi hanno riportata qui mi sono accorta di avere una ferita lungo la gamba molto profonda che nel frattempo si era infettata”.

Ci mostra la cicatrice e prosegue:

“Io fino ad allora non avevo sentito dolore e non mi ero accorta del sangue che copriva la gamba, tanto ero accecata nel trovare i bambini”.

Da queste parole inizia un pianto irrefrenabile che il gruppo accoglie e chi le è vicino l’accarezza.

Mi ero accorta che nel gruppo c’era un’altra persona con gravi difficoltà, che piangeva, ma nel chiederle di quel pianto non mi rispondeva, scuoteva la testa facendomi capire che non voleva parlare.

Comprendo che ha la bocca bloccata e quindi con molta dolcezza le dico che vorrei aiutarla, perché penso che le parole non escano in quanto frenate, non so bene per cosa, se per paura di ascoltarsi, per timore che possa dire qualcosa che non vorrebbe dire, insomma utilizzo il sintomo come l’impossibilità di dire, lei mi sorride con le lacrime agli occhi, ma non parla. Mi avvicino e le tocco le spalle affettuosamente, le chiedo se c’e’ qualcuno con il quale vorrebbe parlare, lei con il capo mi dice di si, chiedo se con qualcuno del gruppo e lei mi dice no, allora prendo una sedia vuota e la metto davanti chiedendole di pensare che questa persona è lì davanti e può parlarci. Il gruppo è in silenzio e lei con un filo di voce inizia a parlare, facciamo fatica a capirla, afferma che non è possibile che una madre perda il figlio durante il salvataggio, le chiedo con chi sta parlando e dice con sua nipote. Racconta quindi, che si erano rifugiati tutti sul piano alto della casa, lei Maria, aveva stretto a sé la figlia maggiore di sua nipote e sono state le prime ad essere tratte in salvo con l’elicottero. La nipote aveva in braccio il figlio più piccolo di circa due anni ed erano in attesa di essere prelevati dal tetto con un’altro elicottero. Maria si rende conto che la nipote è in stato di shock e le grida di tenere stretto a sé il bambino, ma nel salvataggio madre e figlio vengono separati e il bambino non si ritroverà più. Maria non piange in quel momento è tesa ha i muscoli del viso in forte tensione è arrabbiata con la madre dei bambini, sua nipote, che è tutt’ora sotto shock ed e’ in trattamento psicologico. Continua a dire di non capire come una madre possa lasciare un figlio e piange, continua a parlare del bambino disperso negli aiuti e delle ricerche fatte invano per poterlo ritrovare. Molti bambini erano scomparsi, tanto che l’Unicef aveva fatto bloccare le estradizione dei bambini dal Venezuela.

Il gruppo ascolta, ma lentamente inizia ad aiutarla a riflettere su quanto in quei momenti è difficile mantenere la lucidità; un po’ per volta Maria inizia a rilassarsi con il corpo e parla più tranquilla.

Esperienze di gruppo di Marapa (19 partecipanti)

Nell’altro gruppo la modalità di intervento è la stessa e in breve tempo il signor Louis un amato e stimato rappresentante di quel villaggio, sicuramente più benestante degli altri in quanto proprietario di una copisteria, interviene per primo a nome del gruppo.

Noto che il gruppo lo “riconosce” e lo rispetta come leader e Louis assume appieno questo ruolo.

Louis inizia a raccontare come lui sia impegnato a rimettere a posto il suo negozio e ringrazia Dio che la sua famiglia sia intera, ricorda che dopo averla messa in salvo ha aiutato la gente. Camminava nel fango e scavava con le mani per fare uscire le persone; tutti i presenti in questo gruppo avevano lavorato ininterrottamente per aiutare gli altri. Louis inizia a piangere e dice che non sa quando torneranno a rivedere il villaggio come era prima. La zona era stata molto colpita, sembrava rasa al suolo con dei muri mezzi crollati e vi erano persone che continuavano a vivere in case più o meno pericolanti. Lungo la strada avevo visto la gente ricostruire alcuni muri e la mia attenzione era caduta su un giovane che stava mettendo i mattoni su un terreno non spianato, la posizione del suolo era insicura, stava costruendo nello stesso posto in cui comparivano le macerie della casa distrutta. Ho pensato in quel momento quanto quell’ uomo sentisse necessario ricostruire su ciò che aveva perso. Mi sono detta che ciò era l’esempio di un uomo traumatizzato che in questo modo rischiava di rinnovare nel tempo la stessa perdita. Freud nel 1920 in “Al di là del principio del piacere” osservò che pazienti che avevano subito gravi shock in guerra rievocavano attraverso i sogni la stessa situazione traumatica contraddicendo chiaramente il principio di piacere. Freud spiegò questo fenomeno, apparentemente paradossale, come un tardivo tentativo dell’Io di dominare una situazione che lo aveva sopraffatto, con una stimolazione massiva e individuò il principio del “dominio retroattivo”, che è una qualità fondamentale dell’Io con il quale l’Io cerca di conservare il proprio equilibrio omeostatico. Freud postulò due ampi effetti del trauma sull’individuo: il primo comprende la fissazione del trauma, con tentativi di ricordare e ripetere il trauma e il secondo comprende una reazione di difesa di rimozione, con la quale si cerca di non ricordare né ripetere il trauma. (Freud,1986)

Comprendevo sempre più e pienamente la perdita e l’ansia della ricostruzione del dopo inondazione che serviva a mitigare la ferita degli uomini e della stessa terra.

Nel gruppo un altro giovane parla degli interventi dopo la catastrofe e lui fa parte del corpo di “defesa civil” (persone volontarie e addestrate, che intervengono in caso di disastri ). Miguel, questo è il suo nome per i tre incontri ha indossato sempre la tuta militare, non ha mai pianto e ha descritto con molta lucidità anche i momenti più cruenti che ha vissuto nel rimuovere le macerie e recuperare i cadaveri.

Da subito penso ad un forte estraniamento emotivo da quei ricordi e immagini che raccontava.

Con lui sono stata molto attenta informandolo di riconoscere i segnali di un malessere come: depressione, cinismo, stanchezza, fatica, senso di inutilità, irritabilità ed aggressività ed altri ancora che sembrano non avere alcun nesso con l’aiuto prodigato, ma che al contrario indicano il dolore e l’orrore che lui ha, chiuso dentro di se.

Avevo letto quanto potesse essere forte e devastante il trauma vicario che è tipico di chi è esposto per lavoro o per volontariato a vivere i traumi degli altri come la polizia, i vigili del fuoco e altre categorie lavorative (Sgarro, 1977). Nel gruppo molta gente piangeva in silenzio. Una maestra delle elementari ha raccontato di essersi rifugiata in una chiesa con dei bambini della sua scuola e che tutti pregavano. Al suo racconto ho colto degli sguardi e dei mormorii da parte del gruppo di non sostegno alla stessa.

In seguito e fuori dal gruppo alcuni di loro mi hanno raccontato invece di averla trovata da sola nella chiesa in ginocchio a pregare, ma che ha fatto di tutto per essere premiata simbolicamente come loro, per gli aiuti prodigati alla popolazione. Mi rendo conto che la fiducia tra i partecipanti al gruppo è limitata ed emergono dinamiche sulle quali dovrò lavorare pena la non efficacia del programma proposto.

Una giovane donna racconta di avere trascorso più di una settimana in attesa che la sua famiglia si ricongiungesse e che era andata a prendere i figli in un centro di prima accoglienza dove erano stati accolti durante i soccorsi. Il signor Louis, nel ripercorrere le fasi in cui aiutava le persone e ricordandosi altri episodi inizia a ridere e a descrivere una scena in cui due persone cercavano di aiutarsi tenendosi ad un palo. Nel materiale che avevo portato con me vi erano degli articoli inglesi che parlavano di gruppi terapeutici con persone che lavorano in situazioni di emergenza e vi è una fase terapeutica, in cui il ridere di situazioni particolari e buffe, che avvengono durante i salvataggi, diventa un mezzo utile per allentare la tensione (Moran, ).

Louis riesce a contagiare tutti descrivendo alcune situazioni ed altri riescono a ricordarne altre. Nell’ultimo incontro la responsabile: Balabay, ha parlato di sé, del dolore di abbandonare la casa allagata e di aver perso tutti i suoi oggetti, documenti e quant’ altro.

Altri membri del gruppo, lamentano non solo di aver perso tutto, ma di dover inoltre vigilare di notte e di giorno le macerie della loro casa, perché alcune persone trafugavano gli oggetti.

 Buona parte dell’incontro finale è stato dedicato ai maestri della scuola presenti nel gruppo, hanno parlato dei bambini, dei loro comportamenti a scuola, ad esempio: un bambino guardava fuori dalla finestra per tutto l’orario scolastico. Il lavoro con gli insegnanti proseguì anche nella fase della formazione sostenendoli nella comunicazione con i bambini spronandoli ad usare qualsiasi modalità di linguaggio e soprattutto quello espressivo come il disegno libero, individuale e di gruppo.

I partecipanti si sono coinvolti raccontando quello che è avvenuto, gli amici e i parenti persi, racconti di immagini che consentono di ripercorrere la tragedia per potersi riappropriare dei ricordi e delle emozioni vissute.

La prima fase del lavoro si concluse con l’apprezzamento delle autorità e dei partecipanti.

Chiudiamo quest’ultimo incontro con Felicia che sorride e dice che i suoi nipoti sono ritornati a scuola, dopo aver parlato con la figlia, la situazione si è sbloccata e stanno riprendendo la normalità della loro vita. Felicia stessa dirà, alla fine di tutti gli incontri di formazione, che è riuscita ad andare da sola a Caracas e non lo faceva dall’evento tragico.

Ricerche teoriche hanno approfondito il processo di verbalizzazione emotiva centrata sull’evento definita in termini di eventi, emozioni, pensieri e raggiungimento della scarica emozionale. (Crocq 2000)

La procedura del debriefing si pone come obbiettivo l’integrazione dell’immagine traumatica attraverso il linguaggio, il ristabilire il controllo sulle emozioni attraverso la parola, la ricostruzione dell’integrità psichica e del sentimento di appartenenza umana e sociale.

Il Debriefing “classico”, detto anche “Critical Incident Stress Debriefing/Psycological Debriefing (CISD/PD) ha un complesso protocollo del “Critical Incident Stress Management” (CISM) e dovrebbe essere rivolto esclusivamente a gruppi relativamente omogenei di soccorritori, ed è composto in sette fasi distinte (Mitchell, Everly, 1996).

Normalmente viene svolta tra le 24 ore o 96 ore che seguono l’avvenimento ovvero quando l’esperienza si è potuta strutturare psicologicamente almeno un minimo, ma non si è potuta ancora cristallizzare del tutto nel vissuto delle persone coinvolte. In letteratura scientifica però esiste un ampio dibattito sul tema del “timing” migliore per l’intervento, tema tecnico e controverso. Il CISD permette, attraverso lo sguardo strutturato e “significante” dell’esperienza gruppale, di ridurre le possibili conseguenze negative di un avvenimento traumatico a livello psichico, come ad esempio l’insorgere della PTSD (sindrome da stress post- traumatico dall’inglese Post Traumatic Stress Disorder) ed altre sindromi collegate ancora più complesse. Nel corso della terapia di gruppo/lavoro di gruppo, attraverso le varie fasi, si affrontano progressivamente fatti, pensieri emozioni e sintomi, al fine di proporre una prima rielaborazione e ristabilire una migliore comprensione dell’avvenimento, affinché lo si possa reinserire nel corso della propria esistenza dandogli almeno un parziale significato, coerente e condiviso con gli altri membri del gruppo.

Le sette fasi classiche del protocollo di Mitchell sono:

1.  Introduzione (alla situazione ed al lavoro di gruppo)

2.  Discussione dei Fatti (ricostruzione degli eventi occorsi, attraverso le narrazioni e le prospettive multiple dei partecipanti)

3.  Discussione dei Pensieri/Cognizioni (che i partecipanti hanno avuto durante l’evento)

4.  Discussioni delle emozioni (condividendo quelle provate durante l’evento, e comprendendo così che è “legittimo e normale” sentirsi a disagio dopo un evento critico, e che anche altri colleghi possono avere esperienze simili alle proprie)

5.  Discussione dei sintomi (eventualmente provati nelle ore o nei giorni successivi all’evento critico)

6.  Fornire informazioni(sulle reazioni post-traumatiche ed eventuali “punti di contatto” in caso di necessità personali di contatto future)

7.  Conclusione (che “chiude” l’esperienza, sfumando dopo, a volte, verso una chiusura anche informale, spesso bevendo e mangiando qualcosa insieme per rinsaldare i legami sociali di gruppo dopo l’evento critico e la “fatica emotiva” del Debrifing)

In alcuni approcci europei si aggiunge tra la sesta e la settima fase una fase aggiuntiva, detta del “Rito” di particolare valore simbolico. Generalmente il Debriefing è preceduto da un incontro di Defusing, soprattutto con gli specialisti dell’aiuto (infermieri, pompieri, soccorritori etc.; se svolto al termine del servizio in cui si è verificato l’evento critico).

Il Defusing (disinnescare) è un breve colloquio di gruppo, solitamente ma non sempre condotto da uno psicologo, che si tiene dopo un intervento particolarmente critico o impegnativo condotto da membri di servizi di salvataggio, di soccorso o di cure, che si sono trovati quindi a vivere situazioni drammatiche o addirittura traumatiche (a volte è detto “demobilization” intervento utile affinché i soccorritori possano essere aiutati a ritornare alla normalità quotidiana, dopo aver vissuto emozioni complesse nelle pratiche d’aiuto date.)

Il primo protocollo di debriefing proposto è stato in seguito criticato e modificato da autori, in cui vi è una maggiore attenzione clinica ai processi psicologici sottostanti, l’autore delinea il Process Debriefing in cui le dinamiche interattive del gruppo non vengono ignorate ma costituiscono gli assetti principali di lavoro (Dyregrov, 1977).

Anche la “Scuola di Val-de-Grace” (la psichiatria militare francese ad orientamento psicodinamico) apporta delle modifiche al protocollo seguendo gli aspetti dinamici e di processo del debriefing. Vi è in conclusione un ripensare alla tecnica che deve adattarsi alla realtà dei processi psicolgici delle persone coinvolte e non è la tecnica ad essere prioritaria sull’intervento.

Formazione

Le riunioni d’equipe consentono a tutti di riflettere e apprendere, di riorganizzare gli strumenti di lavoro e farli tradurre. I colleghi il Prof.re Hugo Rodriguez e la dott.ssa Gloria Riveros dopo aver seguito con me gli incontri e aver riflettuto insieme, si preparano, come da progetto, ad essere presenti quotidianamente per alcune ore nei due moduli (presidi) per i colloqui terapeutici individuali e azioni di supporto alle responsabili dei due centri.

 In poco tempo, mi sento già inserita nel contesto: il buon lavoro di rete e il clima creatosi nei tre incontri mi dà fiducia e mi spinge a progredire pensando alle tappe successive.

La fase formativa ha previsto l’utilizzo di strumenti e studi che ancora una volta potevano essere facilmente utilizzati comprendendone il valore e l’utilità.

Il contesto teorico proposto è stata la Famiglia multiproblematica ((Cancrini, De Gregorio, Nocerino, 1994), in quanto consentiva di far comprendere l’ottica con la quale guardare e prendere informazioni sui gruppi familiari che gli operatori, avrebbero incontrato. I temi affrontati sono stati:

modalità di comunicazione;

scarsa delimitazione dei sottosistemi (con insufficiente delimitazione dei confini generazionali);

difficoltà nello svolgimento dei ruoli (spesso in quello genitoriale e nell’assunzione della leadership);

tendenza all’instabilità psico - sociale nei singoli individui e nei sottosistemi per una carenza di costanza nell’organizzazione strutturale;

piú membri familiari presentano o denunciano problemi.

Nelle situazioni traumatiche o post-traumatiche, le famiglie che sono disorganizzate all’interno e che presentano già dei problemi sono più a rischio per il manifestarsi di comportamenti di maggiore e profondo malessere psico - sociale dopo l'evento traumatico.

La ricerca psico - sociale ha dimostrato con chiarezza nel corso di questi anni che le “situazioni di sofferenza” costituiscono la base per la domanda di droghe e alcool. Il potere dell’alcool così come delle droghe in genere é di alleviare momentaneamente i disagi psico - emotivi della persona.

A maggior ragione in caso di crisi la domanda aumenta e si instaurano forme di vera tossicomania. E` anche per questa ragione, che rivolgiamo molta attenzione al contesto familiare nel quale spesso si abusa di alcool.

Allo stesso tempo é necessario osservare e valutare le relazioni sociali del soggetto e le relazioni intrafamiliari.

Esiste spesso confusione, tra i ruoli generazionali all’interno di questo tipo di famiglia, che crea squilibri e che spesso conduce a una protratta adolescenza di giovani coppie con figli che vivono all’interno delle famiglie di origine. Nelle famiglie incontrate ad esempio, la nonna riveste un ruolo genitoriale a tutti gli effetti come: sostengo emotivo e organizzativo per i propri figli, che si allontanano da casa per lavorare lasciando alle cure di questa i nipoti e spesso inoltre, si occupa anche dei figli dei vicini di casa.

La nonna continua ad avere competenze genitoriali con i figli e con i nipoti. Questo può creare sovente deresponsabilizzazione nei giovani adulti e/ o sconferme nel ruolo genitoriale.

Gli strumenti di lavoro proposti nella formazione sono stati: la cartella informativa e l'utilizzo delle mappe familiari.

La cartella informativa è stato un valido strumento alla base della formazione in quanto, i partecipanti avrebbero dovuto raccogliere quante più informazioni possibili e rilevare i disagi delle piccole comunità, compito assegnatogli dall’Ente locale FUNDACOMUN.

 La cartella informativa usata, chiamata modulo Coress era in uso ad un gruppo terapeutico del Prof. L. Cancrini e Dottor F. Colacicco, (che ringrazio in quanto mi hanno sostenuta per questa esperienza consigliandomi dei materiali di studio e consentendomi di svolgere questa attività durante il training della scuola di specializzazione IEFCoS di terapia familiare), è stata studiata insieme ai miei colleghi locali apportando qualche modifica ed inserita quindi, nella formazione.

Il modulo raccoglie informazioni in modo sistematico, per ambiti di intervento. L’uso di questo materiale ha una diversa valenza e utilità, in quanto in questi luoghi di accoglienza non esistono dei raccoglitori di informazioni sulla popolazione locale. Durante l’alluvione è stato difficilissimo dare il numero preciso dei dispersi, proprio perchè non vi è stata la possibilità di risalire tramite censimento ad un numero più o meno esatto.

L’organizzazione sociale di questi piccoli centri è molto semplice e il sostegno e l’aiuto è delegato a persone che nella comunità sono individuate come “l’ amigo/a del vicino”.

La cartella informativa è stata presentata sia a tutela dei dati personali del paziente che dei rischi nel lavoro psicosociale dell’ operatore stesso.

Abbiamo trattato questi due argomenti insieme, perché é necessario che sia chiaro il significato e l’utilità di usare degli strumenti di lavoro e che servono:

per avere dei parametri di riferimento quanto più precisi e utili;

per tutelare la persona che ascoltiamo;

per tutelare gli stessi operatori che guidano l’intervista ricca sovente di significati emotivi;

La cartella informativa é uno strumento di lavoro che permette di avere una “guida” per la raccolta delle informazioni.

In tutti i settori della scienza, e quindi anche nelle scienze umane, lo stesso fenomeno oggetto di studio può essere osservato, descritto e spiegato in modi di volta in volta diversi, in quanto diversi sono i modi di pensare che inducono inevitabilmente a scegliere punti diversi di osservazione.

Diversi punti di osservazione producono dunque diverse spiegazioni dei fenomeni e per gli operatori l’uso di uno schema strutturato di intervista permette in primo luogo di tenere ben presente i dati essenziali da raccogliere, evitando di essere fuorviati dalla pressione della richiesta, spesso in un clima emotivamente coinvolgente.

Un sociologo partecipante al gruppo di Marapa, condivise con noi la Mappa familiare (Quiroz, utilizzata all’Università Centrale: facoltà di Psichiatria sezione di Terapia Familiare, contenente una varietà di simboli ed indicazioni nella loro lingua.

Familograma. “Terapia Familiar”Immagine_2.JPG

 

 

La collaborazione di un membro del gruppo alla condivisione del lavoro da intraprendere è emozionante ed è la spinta necessaria per far intendere a tutti e due i gruppi l’importanza di conoscere oltre la persona che evidenzia il sintomo, il gruppo familiare al quale appartiene. L’utilità della mappa familiare fu proprio quella di raccogliere e capire meglio anche per me la costituzione dei nuclei familiari e ovviamente delle relazioni all’interno, cogliere le differenze tra i nuclei familiari italiani e i loro.

Ogni passaggio della ricerca e del lavoro è stato sempre concordato e accettato dal gruppo formativo stesso, indicazioni e perplessità: loro erano la mia guida, lo stesso gruppo impegnato nella formazione divenne il vero esperto delle relazioni umane nel proprio territorio in quanto capace di ascoltare e sostenere le difficoltà della loro gente.

Alla formazione teorica sono state proposte esercitazioni sulle mappe familiari: ognuno di loro costruiva la mappa familiare all’altro compagno ed è stato utilizzato il role-play per le interviste e i colloqui. I due gruppi hanno collaborano tantissimo, indicatore di questo è la puntualità agli incontri e la presenza fino alla fine.

Propongo due esempi di mappe familiari prodotte dai partecipanti, nella delimitazione interna della mappa vengono individuate le persone che vivono nella stessa casa.

In molte coppie, analizzate in questo lavoro, il legame non è regolarizzato né dallo Stato civile, né dalla Religione.

Il clima di lavoro è tranquillo e soprattutto caldo e ospitale, come ritengo tipico di questa popolazione. A turno uno o più persone, nelle pause, preparano per tutti bevande al mango, altri frutti tropicali e pietanze locali come le impanade, (impasto con farina di mais ripieni di carne e quant’altro) ed altri piatti locali.

Gusto con piacere la cultura venezuelana e penso che vi siano diversi modi di raccontare di un viaggio, l’esperienza culinaria ad esempio è molto interessante, ad esempio come conoscere che ingredienti usano e mischiano e come si sta insieme a tavola.

I report da consegnare alla Dottora Falcon del PNUD, valutatore economico delle azioni dell’intero progetto e le riunioni d’equipe consentivano di sostenere la comunicazione tra le parti e sentirsi insieme.

I dati dei colloqui ci hanno permesso, in incontri di lavoro in ufficio con la dott.ssa Gloria Riveros e il Prof.re Hugo Rodriguez, di riflettere su alcune situazioni, abbiamo capito ad esempio quanto i fattori pre-morbosi: precedenti traumi, malattie, problemi familiari ed altro, incidano rendendo difficile una sana rielaborazione del trauma recente, in quanto i soggetti sono già vulnerabili ed un ulteriore stressor, mette a dura prova le difese dell’Io.

Mappe familiari prodotte nella fase di formazione

 

 

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Ma valutare i sintomi pre-morbosi, ovvero le patologie che l’individuo presentava ancor prima del trauma, non è un’indagine facile.

 Abbiamo considerato quante persone precedentemente traumatizzate da episodi della loro vita vivessero i sintomi in modo amplificato con attacchi d’ansia, crisi di pianto e stati depressivi più o meno forti, insonnie e come in loro riemergevano ricordi o frammenti del trauma precedente in tutta la loro intensità emotiva. Uno tra i vari casi trattati a colloquio dal Prof.re Hugo Rodriguez costituisce un esempio: una signora racconta ad Hugo l’aborto terapeutico che ha dovuto subire e che solo adesso si rende conto di non aver mai superato. La tragedia dell’inondazione ha come risvegliato quei ricordi producendo una profonda disperazione e depressione.

Ricordo inoltre che esistono alterazioni post-traumatiche di personalità e del comportamento chiamati Complex PTSD o DESNOS (Disorders of Extreme Stress Not Otherwise Specified) che interessano difficoltà interpersonali, disregolazione negli affetti e a volte gravi turbe dell’identità (Sgarro,1977).

L’intero lavoro del progetto psicoemoziolale è durato due mesi, pensavo di aver fatto il viaggio da sola, in realtà portavo in grembo mio figlio Federico che aveva bisogno della mia attenzione e protezione. Ha vissuto con me alcune rischiose avventure nell’esplorazione dei posti esposti al pericolo d’infezioni, non ancora del tutto cessato.

 Il Cins, l’Organizzazione Non Governativa (ONG), al quale devo la felice esperienza, ha ottenuto la prorogato del progetto per altri due mesi per averne riconosciuto l’efficacia ed i risultati raggiunti. Ha proseguito il lavoro un mio collega italiano portandolo a buon fine.

Il distacco dai due gruppi e’ stato per me carico di emozioni positive, di soddisfazione reciproca e ognuno dei due gruppi ha salutato l’intera equipe a modo proprio. La gente di Via Eterna ha organizzato una grande festa con striscioni e un pranzo con i piatti tipici locali, preparati dal gruppo stesso e a Marapa lo stesso gruppo dei partecipanti ci ha insignito di una onorificenza, consegnandoci un diploma a nome del comitato di Marapa che dice:

“Per il valido lavoro nella comunità, nel momento più critico della nostra vita, con pazienza, esperienza e sapienza per il nostro riscatto e recupero del nostro stato emotivo”.

Ai due gruppi formati: il responsabile della Cooperazione italiana (persona attenta e sensibile) Dottor Antonio Conte e la Dottoressa Ivonne Falcòn del PNUD hanno consegnato un attestato a dimostrazione dell’impegno della popolazione locale.

Osservazioni conclusive

L’impegno di tutti è stato ripagato dalle buone relazioni che siamo riusciti a costruire consentendoci di arrivare ad alcuni, pochi obiettivi comuni, ma soprattutto quelli più profondi e personali che significavano riemergere dal dolore del trauma per avviare una vera e propria ricostruzione ritrovando l’energia e le risorse dentro sè.

Il materiale raccolto è molto interessante, utile ad approfondire la conoscenza dei nuclei familiari incontrati, la costruzione delle mappe familiari e i dati clinici riportati dalle cartelle compilate in Venezuela, sono stati utilissimi nelle riunioni con i colleghi venezuelani Hugo e Gloria consentendoci di seguire insieme alcuni casi che richiedevano delle analisi approfondite dei sintomi per aiutare le persone e le famiglie coinvolte nel trattamento.

L’attività formativa inizialmente vissuta da me, con timore, ha ottenuto ottimi risultati sia riguardo il gradimento ma anche l’ utilità, riscontrata da parte degli operatori.

L’attività stessa ha consentito in seguito, di far nascere negli ambienti del presidio di Via Eterna una scuola dell’infanzia per poter accogliere i bambini delle famiglie numerose.

L’approccio sistemico familiare mi è stato utilissimo in quanto, consentiva di osservare e lavorare con il singolo, comprendendo le dinamiche familiari sbloccando così delle situazioni di sofferenza e d’impasse che l’intero gruppo viveva. Così come guardare ai gruppi mi permetteva di individuare i livelli di autonomia dei singoli individui rispetto al gruppo familiare.

A livello umano e personale il mio pensiero ogni volta va alle popolazioni danneggiate dallo Tsunami, dagli uragani e terremoti, al dolore ed alla sofferenza che le persone provano. La guarigione è un percorso lungo ed è necessario il supporto psicologico per consentire alla popolazione di riavvicinarsi alla propria terra come la “buona madre”, allo stesso modo come è stato riaccettato per i venezuelani il grande fiume Rio che straripò causando la perdita di tante vite umane.

Gli aiuti e i supporti umanitari sono importantissimi per le sorti delle popolazione sopravvissute, ma in tempi veloci è utile dare il supporto psicologico per poter smuovere quelle risorse emotive bloccate dallo shock e utilissime per la fase della riorganizzazione del ripristino della normalità che consente alla popolazione stessa di partecipare alla ricostruzione.

Gli studi hanno evidenziato che, anche nella tragedia dell’11 Settembre, la popolazione ha vissuto un lungo e forte impatto psicologico: la paura di violenza negli Stati Uniti è aumentata, così come il senso di vulnerabilità a causa degli attacchi terroristici esterni. L’impatto psicologico ha cambiato il modo di percepire alcuni problemi nazionali, vi è stato lo spostamento di fondi dal sistema sanitario alla sicurezza nazionale. Un altro effetto causato dall’attacco dell’11 Settembre è stato l’aumento di crisi nei pazienti con epilessia e si evidenzia inoltre aumenti di aritmia in pazienti cardiaci. Certamente questi sintomi sono stati riscontrati dai medici in pazienti considerati a rischio dopo il terremoto avvenuto recentemente in Abruzzo, anche se occorrerà del tempo per conteggiare i danni sanitari, psicologici ed economici che la catastrofe ha causato.

L’aiuto e l’intervento psicoterapeutico è necessario ed importante come strumento preventivo, avendo anche una ricaduta significativa da un punto di vista economico, sanitario e ovviamente umano.

Bibliografia

1.  Bateson, G. Verso un’ecologia della mente (1977) p.203/206 Adelphi

2.  Curra Arciniegas, N. Que son los circulos femeninos populares (1999) Caracas

3.  Powell, T. Free Yourself From Harmful Stress (1997) New York,NY:DKPublishing,Inc. Fonte: FEMA (Federal Emergency Managment Agency)

4.  Cancrini,L.;De Gregorio, F.;Nocerino, S. (1994) Las Familias Multiproblematicas, in Colacicco, F. Prevencion y terapia de la toxicodipendencia en laciudad de Palermo, in W Palermo Viva, Nis Roma

5.  Freud, S; (1986) Al di là del principio del piacere. Mondatori Milano

6.  Sgarro, M. Post Traumatic Stress disorder. Aspetti clinici e psicoterapie.(1997) Kappa

7.  Moran, C.C. Does the use of humor as a copyng strategy affect stressor associated with emergency work? Internetional Journal of Mas Emergencies and disaster, 8 (3) 361-377

8.  Crocq, L. (2000), Collective Behaviours, in Disaster Mental Health, Module n°4 of the Master of Disaster Medicine. San Marino

9.  Mitchell, J.T, Everly, O. S. (1996). Critical Incident Stress Debrifing: an Operations Manual. Ellicott City, MD Chevren

10. Dyregrov, A.; (1997) The Process of Psychological Debrifing. Journal of Traumatic Stress 10, 589-604

11.       Quiroz, F. Familograma. Tema elaborado para la asignatura:“Terapia Familiar”, de 2 ano del Postgrado de Psiquitria, Escuela de Medicina J.M. Vargas, Fac. De Medicina, U.C.V.



[1]    Psicologa  e psicoterapeuta in ambito  clinico, organizzativo, civile-penale minorile. Responsabile di più progetti per il CeIS don Mario Picchi.

 

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