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Valerio Sciannamea [1]

Il Gruppo Gruppoanalitico

Un’esperienza di osservazione e supervisione

Presentiamo qui un’originale modalità di “formazione indiretta” che riprende un’esperienza didattica svolta direttamente con gli allievi di una Scuola di Psicoterapia.

Seguiremo le vicende di un gruppo terapeutico gruppoanalitico, focalizzando l’attenzione sui nuovi membri, per formarci un’idea dei disturbi che li affliggono, comprenderne la patogenesi e infine porre una corretta diagnosi strutturale della loro psicopatologia attraverso il modo in cui questa si configura nella rete famigliare di appartenenza. Ricordiamo sempre a tale proposito che per Foulkes il gruppo non è solo uno strumento terapeutico ma anche il metodo migliore per l’inquadramento diagnostico dei pazienti.

Il compito così definito verrà svolto attraverso due strumenti principali e in due fasi successive.

Il primo strumento è l’osservazione. Si tratta del resoconto di alcune sedute, così come è stato redatto dagli osservatori. Le sedute sono riportate solo parzialmente, in funzione del compito di definire il significato analitico di alcuni scambi comunicativi avvenuti nel gruppo e di delineare a grandi linee la struttura di personalità di alcuni dei membri.

Il secondo strumento è la supervisione. È un’elaborazione delle stesse sedute, ed in particolare degli scambi riportati nell’osservazione, che è stata successivamente condotta da un gruppo di psicoterapeuti in formazione.

La prima fase, qui riportata, consiste nella lettura attenta dell’osservazione al fine di sviluppare libere associazioni sulle comunicazioni del gruppo e poi riflessioni  consapevoli analiticamente orientate. Tale fase si conclude con l’invito al lettore di riflettere su alcuni aspetti dell’osservazione e possibilmente fornirne una ipotesi psicodinamica che tenga conto della matrice del gruppo.

La seconda fase, che sarà riportata nel prossimo numero di Attualità in Psicologia, consiste nella esposizione di quanto è emerso nel Gruppo di Supervisione, nell’intento di approfondire ove possibile il processo e il significato della comunicazione del gruppo.

Nota: nella esperienza didattica originale è seguita una discussione di gruppo sul compito assegnato, in particolare sulla diagnosi della psicopatologia di due dei membri del gruppo nelle sue dimensioni tipologica e strutturale. Ciò ha reso possibile il confronto sui contributi apportati da ciascuno degli allievi alla elaborazione psicodinamica dei casi.

PRIMA FASE

La struttura del gruppo

Prendiamo in considerazione questo gruppo di giovani adulti in un momento particolarmente interessante della sua storia, in cui la struttura si modifica in modo significativo nel breve volgere di alcune sedute per il rapido ricambio dei membri. Alcuni escono per vari motivi mentre altri entrano, dando l’avvio  ad un processo gruppoanalitico che cercheremo di seguire nei suoi aspetti sia di contenuto che di configurazione e “localizzazione” dei disturbi.

La storia del gruppo

Il gruppo di partenza, di tipo semiaperto, era formato da 9 giovani adulti: Daniele, Sandra, Elisa, Flavio, Fernando, Massimo, Mara, Giorgia e Luciano. Pian piano, si è andato riducendo di numero negli ultimi mesi, venendo sempre comunque ristrutturato attraverso l’ingresso di nuovi membri.

Flavio, che nel gruppo stava sempre zitto, ha fatto un drop-out; era un caso molto difficile, anche perché alle spalle c’è una rete famigliare “distruttiva”, completamente negativa, che ha remato pesantemente contro la terapia.

Fernando si è sposato, quindi apparentemente ha sistemato la sua vita; è felice  e sta bene.

Daniele sta terminando la terapia e negli ultimi tempi viene solo ogni tanto, ogni due o tre sedute, con l’accordo che terminerà prima dell’estate.

Anche Sandra sta lasciando il gruppo, non perché abbia finito, ma perché deve fare un corso a Milano, dove lavora anche il suo ragazzo, e quindi è agli sgoccioli con questo gruppo. Comunque, proseguirà la terapia là dove si sta trasferendo. 

Elisa è una paziente isterica che continua ad avere il suo sintomo di conversione, quella sorta di mal di gola per il quale spesso non riesce a parlare. Ha interrotto la terapia proprio nel momento in cui è entrato nel gruppo Massimo. Lei ha detto testualmente: “Oh!, un altro come me!”, aggiungendo poi: “Mi fa piacere perché non sono sola”; e poi non è più venuta al gruppo. Ha fatto una sorta “fuga in avanti” nella guarigione, riprendendo l’università e trovando anche lavoro come baby-sitter. Nonostante si fosse compensata in tanti aspetti, Elisa ha evidenziato la persistenza di una forte ambivalenza non sopportando l’ingresso nel gruppo di Massimo, per paura di trovare uno specchio nel quale riflettersi, una sorta di esperienza narcisistica gemellare alla Kohut, avvertendo il pericolo di una regressione più profonda di quella che lei è in grado di accettare.

Del gruppo originario sono rimasti dunque Massimo, Mara, Giorgia e Luciano; ad esso si sono aggiunti in un breve lasso di tempo i nuovi ingressi di Stefania, Nestore e Fabrizio, che facevano parte di un altro gruppo, e infine è arrivata anche Tara.

I membri del gruppo

Accenniamo brevemente alla storia dei pazienti attuali del gruppo, raccolta attraverso la conoscenza personale del conduttore, le sedute del gruppo originario ed i colloqui preliminari all’ingresso nel gruppo dei nuovi membri.

Stefania è una giovane donna di circa 25 anni, che da bambina ha sofferto di “piccolo male epilettico”. È stata curata bene da un famoso neurologo ed è asintomatica da anni.

Ha già fatto in passato psicoterapia, prima per un breve periodo in un gruppo condotto da una donna, una sorta di “maternage” terapeutico, e poi più a lungo in un altro gruppo con un uomo come conduttore.

Senonché poi, dopo alcuni anni, è come rimbalzata, ripiombata in una condizione di malessere…non lavora ed ha una specie di ricerca ossessiva del rapporto sessuale. Non ha mai fatto l’amore, ne ha voglia e lo fantastica continuamente, ma allo stesso tempo predilige rapporti “trasgressivi” che in qualche modo glielo impediscono; ha scelto infatti un partner improponibile, una specie di guappo o di bullo romanaccio, che lei “mette al posto suo” ogni volta che tenta un approccio.

La famiglia di Stefania è di umili origini e di basso livello culturale, con il padre conducente dell’ATAC  e la madre casalinga. La madre ha una specie di “personalità sensitiva”, nel senso di Kretshmer; arrossisce tremendamente appena si mette seduta, è una eritrofobica, quasi avesse una emotività invasiva, un investimento affettivo somatico molto intenso, una specie di variante neurovegetativa dell’isteria. All’epoca della malattia Stefania era una “pupetta” molto bellina, carina, una piccola bomboletta, ma anche molto dipendente, immatura… S’è creata così una specie di iperprotezione di questa bambina, una ipersollecitudine che circola nella famiglia, quasi una sorta di feedback positivo che induce il sospetto che la “personalità epilettica” si possa configurare a volte come un disturbo di rete. Stefania usa naturalmente tutto questo per non essere autonoma da una parte e per trasgredire dall’altra.

Fabrizio è anche lui nuovo del gruppo, ha 24 anni ed è un paziente impegnativo con una nevrosi ossessiva-compulsiva grave... ha tutta una serie di rituali ossessivi, tra i quali andare al bagno; lui interrompe qualsiasi cosa, anche la terapia, e deve andare al bagno.

All’età di sei anni ha avuto per un lungo periodo di tempo accessi epilettici a tipo “grande male”, che poi sono stati controllati con terapie specifiche. Adesso ha ancora il drenaggio, una derivazione ventricolo-peritoneale, ma l’elettroencefalogramma è tornato praticamente normale.

È un ragazzo intelligente, sensibile, con un certo insight, che si sa inserire bene nell’ambiente di lavoro. Ha una famiglia apparentemente coesa, con una madre gravemente ansiosa, iperprotettiva, che si colpevolizza per la sua malattia. Una volta un famoso neurologo le avrebbe detto : “Lei è il motivo della epilessia di suo figlio!”. In qualche modo, c’è in questo una parte di verità, nel senso che lei è più o meno colpevole di un coinvolgimento eccessivo; non tanto per il sentimento di fondo, ovviamente quello di una madre addolorata e preoccupata, quanto per il fatto di non essere riuscita ad elaborare il lutto con l’evolvere positivo della malattia e per il suo comportamento di eccessiva sollecitudine, stando sempre e solo col suo figlio unico tutto il tempo, ansiosamente, mostrando grande preoccupazione e sofferenza.

Luciano ha 26 anni ed ha ormai compiuto un percorso impegnativo che è finito bene… è uno di quei pazienti che rendono felici il suo terapeuta. All’inizio era un molto grave, un borderline chiaramente… Era venuto nel gruppo di terapia in condizioni di totale isolamento e ritiro sociale, con una incapacità di comunicare ed una storia di pseudologia fantastica. In famiglia raccontava che studiava, che dava esami e che li superava brillantemente, fino all’approssimarsi di una laurea inventata... Nel gruppo, non ha proferito parola per almeno due mesi! Infine, si è come svegliato e pian piano ha recuperato il terreno perduto, la regressione ha invertito la sua direzione, per così dire, e ha iniziato a parlare, a raccontare di sé. Ci sono voluti più di due anni, nei quali ha lavorato su di sé ma anche per il gruppo, con generosità, con sacrificio personale perché a lui costa molto venire al gruppo sia economicamente sia come distanza, perché viene da fuori… Ed ora ha trovato una ragazza, un lavoro e sta per laurearsi, anche se ancora ha delle difficoltà con lo studio.

Massimo è l’altro paziente che ha un dolore di tipo isterico, oltre a Emanuela che ha interrotto proprio quando lui è entrato nel gruppo. È un artista di circa 30 anni. La sua situazione esistenziale è in qualche modo “scolastica”, molto chiara. I genitori  sono separati e lui vive da anni col padre; tutto andava bene, anche con una produttività artistica discreta, solo che un rapporto con una donna l’ha messo in crisi e allora lui è tornato dalla madre, che è “l’unica che lo può comprendere e aiutare in questo momento”. Con lei non aveva avuto rapporti, se non molto occasionali, negli ultimi dieci anni circa. La madre è una personalità psicopatica che dice di avere col figlio un rapporto fusionale, come un cordone ombelicale, e non capisce proprio come mai lui abbia deciso di andarsene col padre pur sapendo che sono e saranno sempre una cosa sola. Proprio in questo momento di difficoltà, lui si è accorto di avere un varicocele e questo ha come concretizzato il fantasma della castrazione. Sta facendo la terapia medica, ma c’è uno stiramento del funicolo con qualche algia, che però lui accentua molto, esagera, anche con vissuti interni ipocondriaci ecc... Ora è impaurito della castrazione in termini reali, concreti, perché gli hanno prospettato un intervento al testicolo. Quindi Massimo sta come vivendo la sua battaglia edipica in primo piano.

Mara è uno dei vecchi membri del gruppo, poco più che trentenne, preside di una scuola. È venuta per un disturbo d’ansia, con attacchi di panico ed inibizioni in vari campi, che poi ha elaborato bene nel gruppo. Il fatto è che ha un nucleo narcisistico un po’ difficile da scalfire, che le impedisce di entrare nella giusta dimensione, un nucleo fatto di invidia e aggressività. Spesso impiega difensivamente i suoi sogni, come una specie di “meccanismo esclusivo” di comunicazione col terapeuta, adopera il sogno come una messaggio diretto a lui, che poi è necessario tradurre in favore della matrice del gruppo. Da tempo è nell’aria la terminazione della sua analisi, ma rimane come sospesa tra finire e non finire, con fantasie edipiche e ritorni fusionali, un po’ come in un’eterna giovinezza.

Giorgia è anche lei della vecchia guardia, con una strutturazione della personalità certamente di livello alto, nevrotico, ma molto, molto rigida. La sua difesa principale è la razionalizzazione, indice di buona intelligenza ma con scarsa apertura alla comunicazione quando questa scende a livelli “più bassi” di quello transferale, con proiezioni e vissuti corporei che lei dice di “non capire”. Comunque, l’ingresso nel gruppo di Tara sembra aver riattivato in lei alcune cose, che si configurano nel gruppo come una rivalità edipica, in una sorta di triangolazione fra Giorgia, Tara e Luciano. È probabile che questo possa aprire uno spazio di comunicazione nel gruppo.

Per quanto riguarda gli ultimi due membri del gruppo, Tara e Nestore, non diciamo nulla perché saranno proprio loro i protagonisti principali sia dell’osservazione che della supervisione, nei brani di seguito riportati. Di loro sappiamo inizialmente poco, essendo nuovi del gruppo, e dovremo cercare di delinearne in qualche modo il livello ed il tipo di personalità. Questo è uno dei compiti e degli scopi del lavoro, insieme ad altri che scopriremo strada facendo.

OSSERVAZIONE DEL GRUPPO

Prima Seduta

Tara (si presenta al gruppo, parlando di sé e dei suoi problemi) – ho già fatto un periodo di analisi di gruppo con il Terapeuta, circa due anni fa, ma ho dovuto interromperlo. Quando mia madre è venuta a saperlo mi ha detto che ero pazza e che non mi avrebbe mai pagato la terapia; io non avevo i soldi e quindi ho dovuto smettere. Ora che ho trovato un lavoro, ho la possibilità di pagarmi da sola la terapia e quindi sono tornata.

Ho molte difficoltà con mia madre, che non mi capisce, che non vede certe cose, il mondo che cambia. Malgrado tutto questo, provo un forte senso di colpa nei suoi confronti perché so che lei non vorrebbe che fossi qui.

Silenzio prolungato.

Terapeuta – non è che il gruppo debba accogliere o fare i convenevoli a Tara come suo nuovo membro ma ognuno potrebbe cercare di dire che cos’è che gli impedisce di parlare, cioè parlare della sua sensazione di non voler parlare.

Giorgia – non si tratta né di disagio né di imbarazzo; è solo che ultimamente il gruppo è molto cambiato, è come “rigenerato”, e mi devo ancora abituare.

Stefania – con il tempo andrà sicuramente meglio perché ci faremo l’abitudine.

Tara – se si aspetta di fare l’abitudine ad una cosa, allora il tempo dell’analisi è già passato.

Mara – ho pensato molto al gruppo durante la settimana, a ciò che era successo nella seduta precedente. Ho fatto anche un sogno. Vedo l’immagine di mio fratello, alla quale però si sovrappone parzialmente quella di Fabrizio; penso che anche io, come Fabrizio, ho l’epilessia e che siccome siamo fratelli ed entrambi malati, la colpa deve essere per forza di mia madre. Ricordo la sensazione di rabbia che ho provato verso di lei al risveglio; sono stata molto male per questo, mi sento in colpa, un po’ come Tara. Il fatto è che non ricordo un gesto affettuoso di mia madre, né per me né per mio fratello, mentre adesso lei è molto affettuosa con il nipotino. È questa frustrazione, la carenza dell’affetto da parte di mia madre, che mi fa sentire molto vicina a mio fratello.

Terapeuta – la “epilessia” che accomuna Mara al fratello è forse la rabbia verso la madre, rabbia per la nascita del fratello stesso, poi spostata sul nipotino al quale la madre ha dato l’affetto negato a loro. Qui nel gruppo, Fabrizio rappresenta per Mara la figura del fratello e la sua rabbia è indirizzata anche al terapeuta-madre che ha introdotto questo nuovo fratello nel gruppo, che lo ha “rigenerato” come diceva prima Giorgia.

Mara – non ho un ricordo di mia madre che mi veste, nemmeno una volta; non è questa una esperienza di frustrazione? Sono sicura che tutti voi avete invece almeno un ricordo di questo tipo nella vostra infanzia.

Tara – neanch’io ricordo di essere stata mai vestita da mia madre. Anche mio padre è molto freddo e distante; per lui l’unico dovere è quello di mantenere la famiglia, per cui niente affetto, tenerezza ecc. Non so cosa voglia dire uno scambio affettuoso con lui. Ricordo di averlo abbracciato una sola volta in vita mia, quando piangeva sconsolato per la morte del  fratello; la prima e unica volta che l’ho visto diverso, vulnerabile.

Giorgia – io invece ricordo bene mia madre mentre mi veste; come figlia unica sono stata anche troppo vezzeggiata da lei.

Terapeuta – perché sta sorridendo? – dice rivolto a Luciano. Forse ha qualcosa da dire?

Luciano – sto pensando a questa storia dell’essere vestiti. Mi torna in mente una scena con la mia ragazza perché, dopo aver fatto l’amore, abbiamo giocato a rivestirci, anzi è lei che ha voluto rivestirmi ed essere poi rivestita da me. Io l’avevo presa così, come una cosa divertente, come un gioco, ma ora la vedo in modo un po’ diverso, alla luce di quello che è stato detto, come una cosa un po’ più seria, che ha un significato forse più profondo.

Giorgia – come va con questa ragazza?

Luciano – bene, decisamente bene.  Ci facciamo un sacco di risate insieme. Sotto questo aspetto, mi sento ora abbastanza completo, non sono più solo uno studente. Prima o non ero niente o ero solo uno studente, mentre ora sono qualcosa di più, di diverso. Certo, so che sto studiando poco e questo è un problema che devo ancora affrontare, una dimensione con la quale mi dovrò confrontare prima o poi.

Giorgia – è per vedere la ragazza che non studi quanto dovresti? Ma lei sta ancora con quell’altro, oltre che con te? Non sei geloso per questo?

Luciano – certo, è per questo che non studio tanto. Lei sta ancora con lui ma non ne sono geloso; vado per la mia strada, poi si vedrà. Penso che molto dipenda da me, se sarò all’altezza tutto andrà bene, lei lo lascerà e resterà solo con me. A proposito, ho fatto un sogno che vi voglio raccontare. Mi trovo nel letto con mia madre e accanto a me c’è il generale Clark, quello che lancia le bombe sulla Serbia, cioè che comanda le operazioni belliche della NATO; ad un certo punto, lui mi scavalca, mi passa proprio sopra, e va da mia madre che deve cedere, perché lui è il generale Clark ed è troppo potente, non gli si può dire di no; io sono lì accanto a loro, frustrato ma impotente e come rassegnato perché non posso farci nulla.

Giorgia e Mara ridono di gusto.

Terapeuta – perché ridete?

Silenzio.

Terapeuta – perché ridete?... È così difficile rispondere senza pensarci molto su?

Giorgia – rido perché sono contenta per Luciano che finalmente ha trovato quello che cercava, perché la sua storia con la ragazza va bene.

Mara – non mi va di rispondere…  – e poi farfuglia  qualcosa che non ha molto senso.

Segue un silenzio prolungato.

SECONDA SEDUTA

Tara – credo di aver capito una cosa del mio carattere. Mi capita spesso di arrabbiarmi col mio ragazzo e di farlo soffrire, ma stranamente provo piacere per questo. È come se la sua sofferenza mi dimostrasse di essere importante per lui, e questo mi da sicurezza. Ultimamente, riflettendoci sopra, mi è venuto in mente di quando ero piccola e del rapporto che avevo con mio padre. Lui si arrabbiava e mi rimproverava, io cercavo di rispondergli e di dire la mia ma poi non ci riuscivo e scoppiavo a piangere; allora lui, come soddisfatto per questo, mi lasciava stare. Ho sempre pensato che quello fosse il modo che aveva mio padre di chiedermi affetto, la prova che gli volevo bene, perché con lui non c’è mai stato un vero scambio affettivo, non ha mai dimostrato di volermi bene, almeno direttamente. E allora penso che adesso faccio con il mio ragazzo quello che faceva mio padre con me, cioè lo provoco e lo faccio soffrire per essere sicura che mi vuole bene.

Giorgia – mi sembra un po’ “elaborato”. Anch’io mi arrabbio col mio ragazzo, ma non penso di farlo apposta, cioè non è che voglio farlo soffrire per essere sicura del suo affetto. Tante volte mi arrabbio perché lui fa delle cose che mi danno fastidio, semplicemente.

Tara – si, hai ragione… non è sempre così come ho detto, alle volte anch’io mi arrabbio per motivi reali, ma lo faccio un po’ troppo spesso... fino a poco fa non ci facevo caso, mentre adesso pongo maggiore attenzione a quello che faccio e mi chiedo se mi sto arrabbiando per una cosa giusta oppure per il motivo che ho cercato di spiegare. Così, giusto per farvi capire meglio la difficoltà del rapporto con mio padre… qualche anno fa ho fatto un sogno nel quale lo vedevo come un gigante ed io stavo di fronte a lui, piccola piccola e senza difesa...

Giorgia – mi sembra troppo elaborato, questo fatto di riportare tutto al rapporto con tuo padre...

Terapeuta – cosa intende per “elaborato”?

Giorgia – beh!... ecco… non so bene come dirlo…

Terapeuta - che vuol dire elaborato? Certo, in linea di massima noi siamo qui per elaborare le cose. Non che siamo per forza alla ricerca dell’inconscio di Freud, ma Tara sente un po’ in questo modo e sta cercando di dircelo...

Luciano – non riesco a capirti, Giorgia. Ma allora, tutto quello che ci siamo detti qui non conta... il rapporto con mio padre, che non mi è stato mai vicino, ed anche il tuo con tuo padre! Come, proprio tu dici queste cose? Allora da ‘sta recchia non ci vuoi proprio sentì!?

Giorgia – non è la stessa cosa, io non ho avuto di questi problemi con mio padre, caso mai qualche volta li ho avuti con mia madre. E poi in ogni caso ero io che la provocavo, che la facevo arrabbiare.

Terapeuta – è come se Giorgia non volesse accettare l’idea che questo possa succedere con i genitori; anzi, caso mai è lei che provocava, come per un profondo desiderio di controllo della situazione. Ma è poi vero che nel rapporto con il genitore è il bambino che controlla, oppure è una fantasia successiva che in qualche modo ricostruisce deformandola una situazione di sofferenza inaccettabile? 

Giorgia – comunque questo adesso non succede più, da parecchio tempo con i miei sono più tranquilla... non so perché, forse sono cambiata, non so neanch’io come. Non con il mio ragazzo però, con lui mi succede ancora, mi arrabbio spesso. Quasi sempre si tratta di stupidaggini, mi arrabbio per delle stupidaggini.

Luciano – veramente i litigi che hai riportato qui nel gruppo non erano assolutamente stupidaggini, erano invece tutte cose piuttosto serie.

Terapeuta – perché non ci racconta una di queste “stupidaggini”?

Giorgia – beh, ad esempio… una sera in cui gli ho fatto una scenata di gelosia. Lui, con il lavoro che fa, riceve tantissime telefonate… questo lo so e ormai non me la prendo più di tanto se ci interrompono ecc. Quella sera però dovette chiamare la nipote, che ha 22 anni e con la quale ha un buon rapporto, sono molto uniti. Dopo aver risolto il problema di lavoro, hanno continuato a parlare a lungo di fatti loro e poi lui l’ha salutata chiamandola “passerina”. Io allora sono sbottata, gli ho fatto una scenata di gelosia che è durata per delle ore. Poi però ho capito che era una stupidaggine, che aveva esagerato, e la mattina dopo ripensandoci mi sono vergognata molto per quello che avevo fatto.

Luciano – di nuovo, a me sembra una cosa piuttosto seria!

Giorgia– no, era una stupidaggine! Lo so che è fatto così, ormai lo conosco. È distratto, non ci pensa a queste cose, per lui è normale agire così...

Luciano – io credo invece che lui ci dovrebbe pensare. E poi, se va bene che lui sia distratto, allora ci sta anche che tu sia gelosa. Siete pari. Sono tutt’e due cose serie.

Giorgia – no, no… non è giusto fare una scenata per una cosa così. La mattina dopo mi sono vergognata molto perché ha capito che aveva ragione lui.

Tara – forse te la sei presa proprio per la parola che ha detto, per come ha chiamato la nipote! Perché forse era te invece che doveva chiamare così...

Giorgia – si, è così… anzi in realtà lui mi ha chiamato veramente così una volta o due, forse è per questo...

Luciano – mi ricordo dell’ultima volta che ho fatto una scenata del genere. Quando era piccolo mi arrabbiavo molto, ho fatto tante scenate “isteriche”. È che allora volevo cose che non potevo avere, ma non lo capivo, non me ne rendevo conto, poi sono cresciuto e ho smesso di arrabbiarmi. Credo che le volte che l’ho fatto ancora si possono contare sulla punta delle dita, almeno in questi ultimi anni.

Silenzio prolungato.

Teraputa – una parte del gruppo è silenziosa, sembra che non partecipi molto. So che questo può sembrare un po’ forte, può essere recepito come una imposizione a parlare, ma in realtà non vuole essere questo, non è che si debba per forza partecipare esprimendo una opinione... forse però uno può dire come si sente, cosa pensa così in generale, quello che gli passa per la testa anche se non ha alcuna attinenza con l’argomento di cui si parla...

Breve silenzio.

Nestore – io capisco perfettamente Tara... con un padre così non è facile. Anch’io ho difficoltà a parlare con mio padre, che non mi ha mai dato dimostrazioni di affetto, che crede come il padre di Tara che il suo unico dovere sia di mantenere la famiglia... ma non è solo di questo che un figlio ha bisogno! A me è mancato molto l’affetto di un padre, ho come un vuoto dentro. Non so spiegarlo... È come quando la casa ha un problema nelle fondamenta; se c’è un difetto nella casa, questa si può aggiustare, le stanze, i balconi ecc. si possono rifare, ma se il problema è nelle fondamenta allora c’è poco da fare, quello rimane lì per sempre. Quel vuoto che ho dentro non può toglierlo più nessuno, nessuno può ridarmi quello che ho perso. Per questo capisco benissimo Tara e condivido quello che ha detto, anche quando ha raccontato quel sogno del gigante; è così che mi sento anch’io di fronte a mio padre. In genere, mi sento insicuro e questo mi crea dei problemi nei rapporti con il maschio, cioè con gli altri uomini; questo soprattutto sul lavoro, dove mi trovo a dover competere con loro e sono in difficoltà perché non sono sicuro, mentre loro lo sono, almeno il 90% degli uomini sono sicuri di sé stessi... – sorride compiaciuto

TerapeutaNestore sta dicendo che è sicuro di essere insicuro. È sicuro di appartenere a quel 10% che non è sicuro... perché se il 90% è così, rimane il 10% che non lo è, che come lui vive questo senso di vuoto. La mia impressione è come se effettivamente al vuoto che c’è da una parte corrispondesse dall’altra un pieno, l’insicurezza di una parte fosse compensata da una sicurezza dell’altra, cioè come se da una parte ci fosse il vuoto del rapporto con il padre, dall’altra però il pieno del rapporto con la madre, di cui non ci ha ancora parlato, e che questo un po’ compensi in fatto di sicurezza...

Nestore – certo, è così! Con mia madre ho un buon rapporto... e per fortuna che è così, altrimenti non so che fine avrei fatto. Lei lo capisce e mi è stata sempre molto vicina – parla a lungo del suo rapporto con la madre.

Silenzio prolungato.

TERZA SEDUTA

Tara – nell’ultima seduta non sono riuscita a trovare il mio spazio; volevo dire delle cose e non ci sono riuscita perché nel gruppo si è parlato di altro. Poi però sono stata male per questo. Mi sono chiesta perché, e mi è venuto in mente che in questo momento anche a casa ho un problema di spazio. È solo nella mia stanza che mi sento bene e faccio le cose che mi piacciono. Mia madre però non mi lascia in pace neanche lì; in modo un po’ ossessivo mi chiede continuamente cosa faccio, oppure entra nella stanza con una scusa per controllarmi. La sento un po’ invadente.

Silenzio prolungato del gruppo.

Terapeuta – evidentemente Tara non trova un suo spazio neanche qui, visto che il gruppo non sembra disposto a concederglielo. Forse lei stessa può dire qualcosa di più...

Tara – con mia madre sono in difficoltà perché la sento intrusiva ma non ho il coraggio di dirglielo. So che questo le farebbe male, che le dispiacerebbe.

Giorgia – tua madre sicuramente lo fa per affetto – sorride compiaciuta

Terapeuta – cosa vuole dire?

Giorgia – la madre ossessiva è quella che si preoccupa della figlia perché le vuole bene, ha attenzione per quello che fa, si interessa di lei.

Terapeuta – per Tara non è proprio così. Sembra che lei senta la madre invasiva e che nello stesso tempo abbia paura di ferirla dicendoglielo.

Giorgia – questo non è possibile, almeno per me non è così visto che se c’è una cosa di cui sono sicura è proprio l’affetto di mia madre. Posso litigare con lei, discuterci anche animatamente, ma ci vogliamo molto bene, anzi  lei dice che non ci può essere affetto più certo di quello della madre per un figlio.

Tara – anche per me è così, certo. So che i miei genitori mi vogliono molto bene. Il problema è il modo in cui me ne vogliono, è questo che mi mette in difficoltà, perché io non lo capisco, non lo condivido e con loro non riesco a trovare il mio spazio. Mia madre mi invade, mentre mio padre fa esattamente il contrario e fra noi due ce n’è anche troppo di spazio! Io vorrei avvicinarlo, ma non ci riesco perché lui è freddo, distante emotivamente.

Nestore – perché non provi a parlarci con tua madre? Dopo tutto vi volete bene, in fondo il vostro rapporto è buono e quindi parlandone potreste risolvere il problema. Purtroppo, questo non è certamente il caso mio. Ho tante difficoltà con mio padre ma non posso assolutamente parlargliene perché ho una grande paura di lui. Mio padre è violento, si arrabbia facilmente e non si sforza assolutamente di capirmi. Certe volte mi si avvicina come per tentare uno scambio affettivo, ma non c’è niente da fare, non riesco a parlargli neanche allora. È che sono stato abituato così fin da bambino, a non avere con lui un buon rapporto, un dialogo, e anche adesso che sono grande queste cose ormai le ho dentro e non ci posso fare proprio niente. Per esempio, mio padre non sa che vengo in analisi; non riesco a dirglielo, anzi a dire la verità neanche lo voglio; perché dovrei farlo, è una cosa mia in cui lui non c’entra. È la terza volta che faccio analisi e a mio padre non l’ho mai detto.

Luciano – ma cosa sa tuo padre dei tuoi problemi, delle tue difficoltà?

Nestore – in parte li conosce, certo, ma non del tutto. Sa solo del mio primo periodo di analisi individuale, che ho fatto quando avevo 15 anni, ma non del secondo, sempre di terapia individuale, che è durato circa tre anni, e non sa nemmeno di questo. Del primo periodo di analisi lo ha saputo perché avevo dei problemi a scuola, e questo non potevo nasconderlo. Così mio padre consentì alla terapia perché voleva che prendessi il diploma; per lui era importante che lo ottenessi in modo che poi avrei potuto trovare un lavoro. Ed infatti si presentò l’occasione di prendere una licenza per fare il tassista, e lui voleva a tutti i costi che accettassi. Ma io non potevo… pensavo. “Come fa a propormi una cosa del genere… sa che io ho il problema che non guido, che non so guidare”. Quando gli ho detto di no, che non potevo farlo, mi ha detto soltanto che ero pigro, che non mi andava di lavorare e che dovevo invece svegliarmi e fare... Mi rimprovera soltanto e non mi aiuta in fondo a superare il mio problema, più che altro insomma lo peggiora. Da allora i rapporti con mio padre sono peggiorati e non gli ho più parlato neanche dell’analisi; se è da solo che me la devo cavare, allora lo faccio veramente, senza contare su di lui. Mio padre non vuole saperne di me, mi ritiene uno scansafatiche che semplicemente non vuole lavorare. Quando sente parlare delle mie paure, non vuole ascoltare, si arrabbia oppure si alza e ne va. Io perciò ho paura di parlarci, ho paura di mio padre! – lo dice con un sorriso pieno e compiaciuto sul volto

Terapeuta – lei dice di aver paura di suo padre, ma lo dice ridendo. È come se il corpo parlasse per lei e dicesse una cosa diversa, e cioè che è il padre che deve aver paura di lei, della sua paura, ovvero che lei attraverso le sue paure cerca di spaventare suo padre.

Nestore sembra molto colpito da questa riproposizione inversa della verità in cui ha sempre creduto. Guarda verso il Terapeuta, poi verso i membri del gruppo quasi a cercare una mano che lo possa aiutare in questo momento difficile. Poi si chiude in un prolungato silenzio.

Terapeuta – la paura di Tara è diversa, non è paura per sé stessa ma per la madre, come se lei temesse veramente di poterla distruggere dicendo che ha bisogno del suo spazio. Sembra veramente un conflitto fra desiderio di fusione ed aspirazione all’autonomia che lei sta vivendo nella relazione con la madre.

Tara – di recente ho detto a mia madre che voglio andare a vivere con il mio ragazzo, ma lei si è subito dispiaciuta e risentita chiedendomi se non sto bene a casa, lì con lei. “Se te ne vuoi andare, è certo per questo, vuol dire che non mi sopporti e che vuoi allontanarti da me”, e si dispera per questo. Quando poi ho parlato dello stesso proposito a mio padre, lui mi ha detto soltanto che allora dovevo sposarmi. Gli ho detto che la mia intenzione è quella di andare solo a convivere, e lui ha mostrato un profondo imbarazzo, certamente in previsione del momento in cui avrebbe dovuto dirlo alla gente, ai familiari ecc.; la sua vera preoccupazione era solamente questa! Non capisco questo atteggiamento, non condivido queste preoccupazioni; mi sembrano tutte cose “assurde”.

Luciano – anch’io di recente ho provato un po’ d’imbarazzo nel dire a mia madre che mi sono fidanzato. Poi però la cosa è andata liscia, anzi meglio di come pensavo. Mia madre è stata affettuosa e interessata, anzi con mia sorpresa mi ha anche chiesto come fosse fisicamente. È stato un po’ difficile dargliene una descrizione fisica, tanto che penso di portarle una fotografia la prossima volta. Quando poi siamo usciti di casa, mia sorella maggiore, che aveva assistito al colloquio, mi ha manifestato le sue perplessità; secondo lei mamma era invece rimasta turbata dalle mie confidenze e dovevo stare attento perché prima o poi mamma avrebbe fatto qualcosa in proposito. Non mi è sembrato così, ma può anche essere.

Tara – perché mai tua madre dovrebbe rimanere turbata per questo?

Luciano – è che il mio rapporto con mamma è un po’ particolare… in realtà è solo da poco e grazie all’analisi che ho cominciato a staccarmi un po’ da lei. Questa di adesso è la prima donna con la quale ho un rapporto, prima c’eravamo solo io e mamma. Quando le farò vedere la foto della mia ragazza dovrò essere molto affettuoso, perché per lei sarà difficile, doloroso... o forse no, forse sono solamente io che penso questo, magari a  mia madre poi non farà un grande effetto… è che lei mi emoziona sempre. Magari potresti fare anche tu così – dice rivolto a Tara –, cioè mostrare affetto a tua madre nel dirle che vuoi andartene, in modo da farle sentire che non è perché stai male lì con lei che vuoi farlo.

Mara – perché non l’abbracci tua madre mentre le mostri la foto?

Luciano – abbracciarla proprio mi sembra veramente troppo – mostrando incredulità e imbarazzo. Non l’ho mai fatto... certo, mi piacerebbe, ma sarebbe terribilmente emozionante. La verità è che per me mamma è stata veramente tutto, la mia vita ha come girato sempre intorno a lei. Con mio padre non ho mai avuto un gran rapporto, lui si arrabbia subito. Non è che sia violento fisicamente, questo no per fortuna, ma spesso dà in escandescenze, almeno a parole. Oppure, se gli gira bene e l’argomento non è troppo coinvolgente sul piano personale, allora dice delle battute, un sacco di battute, anche simpatiche, spiritose. Comunque, anche se il rapporto rimane in questi termini, mio padre sa che vengo in analisi. Non avrei potuto non dirglielo, e credo che sia un problema serio il fatto che invece Nestore non ne parli a suo padre.

Giorgia – ma almeno tua madre lo sa, Nestore?

Nestore – certo, con lei non ho problemi, anzi siamo molto uniti. Ma in che modo, Luciano,  hai detto a tuo padre della decisione di venire in analisi?

Luciano – è una storia un po’ lunga, che risale al periodo immediatamente precedente l’inizio di questa terapia di gruppo. Sono arrivato alla soglia di una laurea fantasma, prima di decidermi a comunicare le mie difficoltà. Dicevo ai miei genitori che facevo gli esami, che andavano bene, e questo per anni. In realtà, non studiavo e non davo esami, ma pian piano questa situazione era diventata insostenibile per cui alla fine glielo ho detto. Mamma non si è arrabbiata, ha capito subito che c’era un problema più serio. Mio padre invece non aveva voluto neppure ascoltarmi; comunque, ormai lo sapeva. Piuttosto, voglio di nuovo dire a Nestore che mi sembra un problema serio questo fatto che non ne parli a tuo padre.

Nestore – ho paura di dirglielo, e poi in fondo non lo voglio neanche per una questione di orgoglio. Mio padre in realtà non si è mai interessato a me, ai miei problemi; l’unica cosa che gli interessava era che prendessi il diploma perché potessi lavorare. È che io e mio padre siamo proprio diversi, come due mondi a parte, e quindi non possiamo capirci.

Luciano – a me invece sembrate proprio uguali! Forse la verità è che siete troppo simili... Tu agisci come tuo padre quando ha paura di te e per questo eviti di parlarci, è come se camminassi sulle sue orme.

Nestore – non mi sembra di somigliare a mio padre, lui è violento, irascibile ecc. – ancora una volta mentre lo dice un sorriso compare sul suo volto

Terapeuta – vediamo come il problema di Nestore si è sviluppato nella comunicazione del gruppo. Lui ha parlato molto bene del suo rapporto con la madre mentre ha come svalutato la figura del padre. Tuttavia, come Luciano ha notato, Nestore sembra molto unito a quel padre, simile sotto certi aspetti, se non identico. Quel padre è per Nestore come un’“ombra” che lo accompagna, che fa parte della sua personalità, un’ombra che forse è dentro ognuno di noi e con la quale tutti dobbiamo in qualche modo confrontarci.

QUARTA SEDUTA

Nestore – sono molto ansioso perché mi hanno offerto un lavoro. Vorrei accettare, ma non so proprio come fare. Mi sveglio la mattina e mi assale subito l’ansia per quello che devo fare, la giornata mi si presenta davanti come una montagna da scalare… Poi, se esco di casa, mi prende subito la depressione, mi sento confuso, cominciano gli attacchi di panico. Come posso fare in queste condizioni ad accettare quel lavoro… dovrei anche andarci in macchina! – dice ridendo. Non è pericoloso guidare nelle mie condizioni?

Terapeuta – …sembra che la sola idea sia talmente assurda da farla ridere!

Nestore – si… Sono entrato in agitazione. Avevo bisogno di risposte alle mie domande e allora sono andato dalla psicoterapeuta che mi faceva la terapia individuale… mi dispiace ma è stato più forte di me! Comunque, non è servito a niente perché giustamente la dottoressa mi ha detto che la decisone spetta a me e che devo scegliere autonomamente. Lo sapevo che finiva così. Ma non credo proprio di essere ancora in grado di lavorare; è meglio che prima risolva i miei problemi. Se la ditta sarà ancora disposta a prendermi, bene; altrimenti, troverò qualcos’altro.

Terapeuta – come sente il fatto di essere andato dalla dottoressa di prima? Non per un motivo moralistico, ma solo per vedere che cosa gli ha impedito di parlare qui nel gruppo di queste sue difficoltà.

Nestore – non voglio che mi venga di nuovo un esaurimento nervoso, come è successo già due volte, a 17 e 25 anni. Sono caduto in depressione ed è stato molto brutto. L’ultima volta, poi, è durata a lungo, fino ad un paio di mesi fa, quando ho deciso di venire al gruppo. Passavo le giornate a letto e mi sono ingrassato molto. Sono sempre stato un po’ sovrappeso ma ultimamente sono aumentato troppo, da 90 a 120 Kg, e questo è veramente troppo. Mi muovo a fatica, ho l’affanno… Si, sono grasso, ciccione… e non crediate che questo mi faccia piacere! È per questo che voglio prima risolvere i miei problemi, perché così non ce la faccio a lavorare. Vorrei solo vivere una vita normale, niente di eccezionale, fare quello che fanno tutti. Non è una questione di volontà, è proprio che ho troppa ansia e non ce la faccio. E se devo lavorare per forza ma non ce la faccio, che devo fare?

Conclude il suo lungo sfogo. Il gruppo resta in silenzio per un po’

Tara – sto facendo fatica a venire al gruppo e durante la seduta mi sento confusa. Questa mattina ho pensato che il gruppo non mi aiuta come che mi aspettavo.

Luciano – mi meraviglia quello che dici, perché ho sempre avuto l’impressione che tu fossi molto più attiva, più... nel gruppo, no... fossi molto presente nel gruppo, che lavorassi, al contrario di Mara e Giorgia, ad esempio, che rappresentano il modo di come non si fa l’analisi.

Tara – mah, le due... queste ultime due volte non era così, non è stato così per me; è vero, io parlavo ecc., però nelle ultime due sedute non è stato così.

Luciano – è vero, le ultime due volte sei intervenuta di meno, ma la condizione indispensabile per avere l’aiuto dal gruppo è esserci e partecipare. Io la mia prima... le prime avvisaglie che potevo essere aiutato dal gruppo le ho avute dopo cinque o sei mesi dall’inizio della terapia.

Tara – in effetti forse l’aiuto me lo aspettavo dal gruppo, cioè da tutto il gruppo, anche dal Terapeuta, anzi in particolare da lui… Perché per me è come una figura paterna, e da lui mi aspetto quello che ci si aspetta da un padre…  Non so dire poi quale aiuto, no... un aiuto che mi faccia stare bene… Sento che si ripete la storia della mia vita…

Luciano – qual è questa storia?

Tara – beh, mio padre si è sposato una prima volta ed ha avuto un figlio maschio. La moglie però è morta prematuramente, per cui lui è andato a vivere dalla sorella insieme con il figlio. Successivamente ha conosciuto mia madre, si è sposato ed ha avuto due figlie femmine; io sono la maggiore. Il primo figlio però è rimasto dalla zia, che non è sposata; praticamente, lo ha allevato lei… Il fatto è che io non dovevo proprio nascere! Mi chiedo spesso perché sono nata! Se la prima moglie non fosse morta così giovane mio padre non si sarebbe risposato e io non ci sarei…

Luciano – sei gelosa perché tuo padre dà il suo affetto al primo figlio maschio invece che a te?

Tara – no, no… mio padre non si è mai occupato veramente di lui, non ho mai sentito che lo preferisse a noi, anzi il contrario… stava sempre con noi e a lui ci pensava quasi solo la sorella. Non è per questo che non mi sento accettata da mio padre. Più che altro ho sempre pensato che lui volesse un maschio e non una femmina, che quindi mi abbia sempre un po’ rifiutata. Io facevo di tutto per attrarre la sua attenzione, ma senza grosse speranze per  questa convinzione, no, che lui volesse un maschio e che quindi non avrei mai potuto avere veramente il suo affetto.

Luciano – allora tu hai un padre sessista! E il suo rapporto con tua madre com’è? Cioè, rispetto alle donne... è uno che non ama le donne?

Tara – no, con mia madre è affettuoso, ma con... è diverso con mia madre e con me. Con lei è molto più affettuoso che non nei miei confronti – comincia a piangere

Nestore – Beata te che riesci a piangere! Significa che puoi andare avanti, significa che in effetti qualcosa, un muro lo hai rotto, no, e che quindi forse puoi andare avanti nell’analisi… tu sei riuscita a piangere, cosa che invece io non... Quanto ti capisco rispetto all’aggressività paterna! Anch’io vivo questa condizione... almeno tu riesci a piangere per questo, io no, non ci riesco. Con mio padre non riesco neanche a parlarci perché mi faccio prendere da quest’ansia, un’ansia che ormai coinvolge tutta la mia vita. Non ho l’ansia soltanto se faccio una cosa, ma ce l’ho per qualsiasi cosa devo fare; è qualcosa che sovrasta la mia vita, e quindi insomma non è... perché se fosse per una cosa sola sarebbe più facile superarla, no, ma per tutto non è possibile – ride mentre lo dice. Tu invece hai individuato qualcosa di molto significativo e anche più limitato, mentre io non so da dove cominciare. Perché il padre è quello che ti da... ti mette... ti fa entrare nel mondo, nella società, e questo mio padre me l’ha impedito. La madre ti cura, ti nutre, ti tiene più così… però dopo c’è il padre che ti deve guidare!

TerapeutaNestore dice a Tara che la sua analisi procede bene, perché il pianto è come una liberazione, un passo avanti nel suo percorso di crescita. Lui invece è fermo, come paralizzato dalla sua ansia che tutto avvolge. Può essere importante allora che Nestore dica come sta procedendo la sua di analisi, come si sente veramente nel gruppo.

Nestore – certo, provo delle difficoltà a parlare liberamente e ad esprimermi, ma non voglio assolutamente mollare. Mi sento come uno squalo che quando ha addentato la preda non la lascia più andare!

Terapeuta – beh, certo! Lo squalo è un chiaro simbolo di aggressività… anche se si dice che basta alle volte un gesto, un calcione per spaventarlo e farlo fuggire – Nestore sorride. Ad un livello, Nestore sente di essere lo squalo, ma forse ad un altro livello le cose possono essere diverse, per esempio lo squalo potrebbe essere il gruppo e lui invece la preda! – Nestore sembra non capire, poi sembra si distende e sorride divertito.

La fase di osservazione del gruppo si conclude, come premesso, con l’invito al lettore di riflettere su alcuni aspetti dell’osservazione e possibilmente fornirne una ipotesi psicodinamica che tenga conto della matrice del gruppo.

Cercate di associare liberamente, riflettere e quindi interpretare in senso analitico alcuni aspetti salienti delle sedute di osservazione:

1)  il “senso di colpa” di Tara nei confronti della madre, denunciato nella prima seduta, anche alla luce delle sue comunicazioni successive circa la mancanza di spazio in casa, l’intrusività della madre, la storia famigliare e la discussione che avviene nel gruppo intorno a questo

2)  la dinamica della rete famigliare di Tara

3)  il sogno che Luciano riporta nella prima seduta e la reazione di alcuni membri del gruppo

4)  l’atteggiamento di Giorgia nella seconda seduta verso le comunicazioni iniziali di Tara

5)  la metafora di Nestore della casa e delle sue fondamenta durante la seconda seduta

6)  l’autoironia di Nestore che sorride o ride apertamente nel comunicare alcune delle sue insicurezze e delle sue paure, rispetto alla sicurezza degli altri uomini, all’aggressività del padre ecc.

7)  la dinamica della rete famigliare di Nestore

8)  l’immagine che Nestore porta al gruppo dello squalo che non molla la preda

Una volta analizzati questi aspetti, cercate di descrivere sinteticamente la struttura di personalità di Tara e di Nestore, tenendo conto sia del livello evolutivo che dello stile difensivo, inquadrandoli quindi da un punto di vista diagnostico e prognostico. Cogliete poi gli aspetti dinamici essenziali delle rispettive reti famigliari, anche nelle loro interrelazioni con la comunicazione del gruppo.

Le riflessioni fatte dal lettore potranno trovare riscontro o meno nella seconda fase di questo processo di “formazione indiretta”, nella quale sarà riportato ciò che è emerso nel Gruppo di Supervisione.

 



[1]    Medico, Gruppoanalista, Presidente CATG.

 

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