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francisco goya 3 maggio 1808 vita oepre riassunto due minuti di arte1

Più volte, nell’ambito del Modulo “Educazione alla Pace” nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, abbiamo tenuto un seminario sulle coesistenti contrastanti tendenze umane. Abbiamo cominciato con la naturale considerazione che sia la storia della umanità che la storia personale dell’individuo mostrano ininterrottamente un doppio movimento, una doppia inclinazione: l’una verso la guerra ed equivalenti (rivoluzioni, violenza metropolitana in tempo “di pace”, conflitti –e si noti l’identità semantica‐ interiori e relazionali manifestati con competitività, litigiosità fisica e verbale –“ne ferisce più la lingua che la spada”‐, e guerre vere e proprie dove ci si chiede se la possibilità collettiva di esprimere la ferocia faccia diminuire i delitti comuni che invece sembrerebbero aumentati per un processo imitativo); l’altra verso la pace, politica, interiore, ampiamente relazionale, in una perenne ambitendenza. Tutti gli studi antropologici e psicologici dimostrano nell’uomo questa doppia realtà ancestrale, problema tuttavia risolto in maniera diversa dai vari modelli culturali. Secondo le teorie correnti, sia l’uomo che la società hanno o espresso in maniera diretta l’aggressività (nella espressione estrema, dare la morte attraverso l’omicidio punibile o attraverso azioni legittimate come la guerra e la pena di morte) o l’hanno trasformata attraverso vari meccanismi di difesa, quali scissione e proiezione, formazione reattiva, altruismo, umorismo e ironia, repressione, sublimazione, creatività, ambizione verso mete di successo inappropriato oppure commisurato alla dotazione reale (1), senza che la si possa nascondere dietro i sintomi (2) le paraprassi (3) i sogni (4)dove può essere rintracciata nel contenuto latente oppure può esplicitamente apparire, ad esempio nel sogno tipico della morte di persona cara. L’uomo che sarebbe felice solo se potesse uccidere il proprio simile, a partire da uno dei poli dell’edipo nell’accezione freudiana (5), non uccide per il freno interno superegoico, per il timore della punizione, e perché si misura con la forza dell’avversario, come ben si vede nelle azioni del branco, i ragazzi violenti che aggrediscono lo shyness, mentre è eccezionale la vittoria astuta del più debole come in Davide e Golia. Del resto la diversa inclinazione individuale all’aggressività, anche nello stesso individuo in momenti diversi, riposa senz’altro sul coacervo delle variabili bio‐psico‐sociali (6).

In campo psicologico gli scritti–chiave sul tema restano quelli di Freud. Prima di tutto ricordiamo l’introduzione, in psicologia, del concetto di “conflitto”, e lo spostamento graduale di attenzione dall’eros al thanatos negli scritti maturi (7). Senza dimenticare quanto questo accento fosse già posto da Nietzsche; e come Abraham sottolineasse la nozione già nello scandire la fase sadico‐orale che è il secondo semestre di vita, nella esperienza del Male dato dal dolore della dentizione, dal dolore provocato alla mammella con il morso, dal dolore del rifiuto della madre che retrae il capezzolo dolorante (8); e tutta la teoria adleriana dell’aspirazione naturale alla superiorità e della sua declinazione patologica (9). Val la pena di non dimenticare come l’incontro con l’America calvinista da parte degli psichiatri ebrei, in primis Alfred Adler, fosse campo di osservazione privilegiata di quelle forze umane volte all’autoaffermazione, sia nell’armonia della cooperazione sia nell’espressione dell’homo homini lupus dove si nascondono simbolicamente le tracce del cannibalismo ancestrale interdetto dalla cultura (10), visibile anche nei simboli (es. l’ostia nella religione) e nelle varie aggressività e patologie. Cosa che contribuì non poco a spostare l’asse dell’epistemologia psicologica dalla sessualità a detti contenuti sociali. Un interessante elemento generazionale è evidenziabile nella struttura delle espressioni aggressive: per esempio, nella guerra i genitori seppelliscono i figli, nella rivoluzione i figli uccidono i padri, Caino, emblema della competitività tra pari tanto importante nel pensiero adleriano (11), si esprime ben modernamente nelle realtà della corsa al successo e nel mobbing.
Tornando a Freud, gli scritti più importanti sull’argomento iniziano nel 1915, prima guerra mondiale, apparizione del problema a livello internazionale. La Biblioteca Bollati Boringhieri, come è noto, li raccoglie nella pubblicazione “Perché la guerra”. Nella Prefazione, come si ricorderà, figura una lettera del 25 novembre 1914, relativa alla prima guerra mondiale, alla discepola Lou Andreas von Salome: “L’umanità, non ne dubito, si rimetterà anche da questa guerra; tuttavia sono certo che né io né i miei coetanei rivedremo mai più un mondo felice. Tutto è troppo orribile; ma quel che è più triste è che le cose vanno esattamente come avremmo dovuto immaginarcele in base a quanto la psicoanalisi ci ha insegnato sulla natura e il comportamento degli uomini. Questo atteggiamento nei confronti del genere umano mi ha sempre impedito di condividere il Suo lieto ottimismo” (12). Il succo del testo, che raccoglie scritti del 1915 e del 1932, è dunque sempre sostanzialmente l’inestirpabilità degli impulsi animali aggressivi, selvaggi e malvagi, in qualche modo assimilabili all’Ombra junghiana. Si dimostra che l’intelligenza non solo non riesce a contrastarli, ma addirittura si discute (ancor oggi) se alcune sue produzioni, quali cultura e ricchezza, non li alimentino, accendendo avidità, invidia, emulazione, distruttività. E la guerra delle cosiddette nazioni civili ne sarebbe la prova. Il libriccino racchiude 3 scritti. Nel primo, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte (1915), Freud cerca una prima spiegazione al problema: che la nostra civiltà ha preso su di sé le redini del mondo elevandosi con cultura, scienza, raffinatezze, tecnica e morale in una presunta superiorità sulle culture altre, tema del resto rivisitato nei celebri scritti di Lévi‐Strauss (13), Mircea Eliade(14) e altri grandi antropologi e filosofi.
Questa rigidità avrebbe nello stesso tempo lasciato implosi gli istinti aggressivi che in condizioni slatentizzanti esploderebbero nella guerra o equivalenti, collettivi e individuali. Riaffiorerebbe allora quel Male ineludibile che già permea l’opera di Agostino (15), incluso in quella caratteristica relazionale che è l’ambivalenza, l’odio e l’amore, la bipolarità che nella teoria degli opposti sarà precipuamente sviluppata dall’allievo di Freud, Jung, in proporzioni che dipendono da un organizzatore costituzionale e dagli stimoli ambientali attraverso la madre e tutte le altre figure significative, compreso il mithos familiare degli estinti (16), sia che si considerino, alla maniera freudiana, solo i primi 5 anni di vita, sia che in maniera meno deterministica ci si apra a considerare le influenze subite in tutto l’arco della vita (17). Del resto in quest’ottica è più facile spiegare il singolo individuo. “Io non so proprio che cosa dire” scriveva Freud su un altro punto, e cioè perché i popoli, le nazioni, tra loro si odiano, si disprezzano. Come nella nostra epoca del resto ben si vede, anche al di fuori degli eventi bellici, nella xenopatia della società multietnica (18), dove l’altro, lo straniero, è lo strano, l’alien, l’inquietudine, è colui che può depredarci del nostro territorio, dei nostri beni, della nostra tradizione consolidata. La parte umana andrebbe ad offuscarsi. Prevarrebbe il tratto crudele animale, e la guerra lascerebbe “riapparire l’uomo primitivo”. Non si dimentichi che Freud è il positivista cui non rimane che sperare in un ulteriore passo evolutivo che modifichi questo istinto. Nello stesso scritto parla di un concetto immanente alla guerra, la Morte, incontrata qui come attrazione per il rischio, fascinazione per l’eroismo, idealità, riconoscimento, masochismo, depressione, come lutto per la morte dei cari, come sentimento di colpa dei sopravvissuti nei confronti dei morti. Nel secondo scritto, Caducità (1915), si sottolinea l’impellenza del risveglio dello spirito malvagio nell’uomo che non si riesce a debellare nei secoli nonostante l’educazione intellettuale ed etica, e anzi forse aggravato proprio, come si diceva, da questa evoluzione, coltivando competitività, aspirazione alla superiorità fino alla sopraffazione, con un affinamento esponenziale delle armi manipolative volte al fine dell’autoaffermazione. L’etologia ci dimostra del resto come la sopraffazione è al servizio della sopravvivenza. Si potrebbe dire che all’antica violenza muscolare umana per sopravvivere se ne sia sostituita una culturale per sovrabbondare. E ancora, che nell’espressione della protesta virile, si vada attenuando lo iato tra l’antica prevalenza maschile in cui l’uomo uccideva i suoi piccoli, e la madre che li difendeva, verso commistioni sempre più sottili e intense di possibilità comportamentali ed esistenziali, maschili e femminili.
Ma è noto che il più importante contributo di Freud alla questione è il carteggio con Einstein del 1932, pubblicato l’anno successivo, ultimo saggio del volumetto sopracitato “Perché la guerra”. Si erano incontrati una sola volta a Berlino nel 1927. Quando la Società delle Nazioni promosse un dibattito sul problema “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” dato che nessun tentativo nella storia dell’uomo è approdato alla realizzazione di questo desiderio ubiquitario, interpellò Einstein che, sia per l’assoluta autorevolezza di Freud sia per il comune destino di ebrei perseguitati dal nazismo, propose il nome di Freud quale suo interlocutore. Già una differenza di fondo s’intravede in un vago atteggiamento più ottimista in Einstein che pensa che la costituzione di un organismo politico sovranazionale, i cui decreti tutte le nazioni devono rispettare, possa arginare l’istinto umano alla guerra e garantire la pace, rendendosi però conto che a livello capillare bisognerebbe riuscire ad estirpare sete di potere e vantaggi economici, personali e nazionali. Chiede poi a Freud come mai le masse sono così influenzabili fino a vivere la “psicosi collettiva” della guerra, e perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. “Sarebbe della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte perché tale esposizione potrebbe indicare la strada.” Intanto Freud, che effettivamente si occupa del problema anche in altri suoi scritti (19) trova insufficiente l’organismo politico insistendo sull’unica (e comunque scettica) speranza nell’evoluzione darwiniana.
Freud premette di auspicare che Einstein non si aspetterà da lui soluzioni pratiche che spettano ai politici, ma semmai solo un parere di conoscitore dell’animo umano, prima di tutto complimentandosi perché Einstein lo ha preceduto nel soffrire l’evidenza delle forze umane verso l’aggressività, come se da quella fisica preistorica essa si fosse solo trasformata in quella intellettuale e tecnica nel cammino e nel disagio della civiltà. “E’ un istinto” sostiene Freud. Pulsione di morte che comporta la morte e i suoi equivalenti che si dislocano in altro senza nominarla. Quindi la guerra “biologicamente è assai poco eliminabile”. L’umanità non può pertanto contare su un processo d’incivilimento se non con uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e lo sviluppo del meccanismo di difesa della sublimazione dell’istinto aggressivo (già descritta in Nietzsche). Nacque una calda corrispondenza tra i due grandi che cambiarono la storia della cultura del mondo.
L’immanenza della tendenza ancestrale all’aggressività è ripresa da molti autori contemporanei. Del resto basti pensare come in Omero (20), in Virgilio (21), la guerra, ancorché insensata, è sentita come ineliminabile, finanche a livello celeste. E il moderno non offre certo visioni più rassicuranti. Del resto nel venir meno della capacità raffrenante di alcune istituzioni come la Chiesa per le sue troppe contraddizioni interne e quindi per una decrescente credibilità, il percorso non apparirebbe ottimistico. Si pensi anche all’ambiguità del cristianesimo nell’indicare, sì, Amore e perdono, ma nello stesso tempo nell’offrire l’immagine cruenta della Croce e la crudele punizione del peccato con tutte le aggressività dell’inferno. E’ stato peraltro notato come anche nel cinema la violenza raccapricciante oggi ha sostituito il morboso dell’eros. D’altra parte film di guerra sono sempre piaciuti, osserva il critico Mario Sesti (22). Una sua acuta osservazione è rivolta al film emblematico “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, ambientato nella II guerra mondiale, perché andrebbe a sommuovere le istanze profonde dell’uomo continuamente trasportandolo in immedesimazioni con la vittima e con il carnefice.
Circa la influenzabilità delle masse, che oggi è approcciata anche con la teoria dei neuroni specchio, è bene però non dimenticare anche i sistemi di massa di pace, pensieri influenti come quello di Francesco di Assisi, di papa Francesco, personalità carismatiche come Giovanni Paolo II o Gandhi, affinché la cultura possa orientare verso la cosiddetta scelta del bene o del male, compresi i contributi accademici sulla formazione delle coscienze giovanili, come presumiamo possa rappresentare anche il “Modulo di Educazione alla Pace” organizzato in diversi anni accademici, con seminari tenuti anche da docenti della facoltà di Medicina ed esperti in varie discipline, dalla prof.ssa Maria Luisa Angrisani presso la Facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma. Si sa che anche l’Arte, se da un lato è un potente registratore della realtà, dall’altra è un terreno di portata sociale incommensurabile, con la sua possibilità d’influire su di essa, fomentando una tendenza oppure il suo contrario. Gli esempi sono infiniti, quantunque ci sembri di poter affermare come gli apici moderni vengano raggiunti in questo tema dalla letteratura russa, dove il conte Lev Tolstoj nel suo capolavoro (23) affresca piuttosto la guerra politica (napoleonica) indicando nel sublime (l’Amore e la Morte sacrificale) il senso della vita (24) e il superamento della guerra, mentre Dostoevskij nei Demoni (25) esprime a livello psicologico insuperato gli abissi umani delle due tendenze alla guerra e alla pace.
Si potrebbe annotare che se nel singolo aggressività, conflitti, possono essere gestiti con vari strumenti psicologici (dall’autoriflessione e l’autocontrollo ai farmaci, psicoterapie, misure coercitive, TSO), la guerra in senso stretto è più complessa e problematica, e infine, come si è visto, le teorie restano dubitative, narrative, indimostrabili. Ma se una parte dell’uomo aspira alla realtà della pace e se la cultura potrebbe avere un ruolo nell’educare verso questa meta, sentita anzi come dovere esistenziale da molti intellettuali, potendo additarsi in alcuni casi proprio in questo una sorta di “compito della vita” (26), nel campo della Psicodinamica è opportuno rimandare ad alcuni filoni che attingendo all’aristotelica e voltairiana nozione di Uomo animale sociale considerano le possibilità naturali e culturalmente educabili verso l’espressione della nostra più piena umanità immanente alla condizione appunto “cosiddetta umana”, con attribuzione di valore elevato alla parola stessa.
Difatti questo si dimostra anche esaminando l’antica etimologia indoeuropea relativa all’Uomo e che alterna il suo etimo con il radicale esprimente il concetto di ‘terra’. Dall’osco *humus la lingua latina conia homine, l’umbro *homonus collettivizza la *coviria (lat. curia) federata nell’esito latino di hominibus.
E’ ancora il termine humus, indicante la ‘terra’ ad estendersi nella designazione dell’ “essere umano”, propriamente “nato dalla terra” o “terrestre” (27) Da qui l’espressione biblica filius hominis, calco greco ripreso dalla lingua armena, e le designazioni cristiane di homo dei, homo dei et Christi (28). La lingua della Chiesa ha creato humano‐as per tradurre άνδρόω “cambiare in uomo” e soprattutto humanatus da άνθρωπότης “incarnato, divenuto uomo”, da cui humanatio “incarnazione”. In rapporto con humus “terreno” (luogo basso, poco sollevato) si sviluppa l’accezione semasiologica di “privo di valore, scarso, insignificante”; nella sfera sociale e politica come significante di “bassa origine, scarsa cultura, povertà, mancanza di potere e di lustro”; in quella morale di “basso, indegno, di condizione spregevole, pusillanime, vile”. Nella lingua letteraria humilis diventò una delle definizioni più usate per indicare lo stile inferiore (29).
E’ Agostino ad attuare una μετάνοια concettuale del termine: negli argomenti della letteratura cristiana, essendo tutti grandi ed elevati, l’ “umile” che essa ha occasione di toccare, diventa per se stesso importante (30). All’aggettivo humilis toccò l’onore di definire l’Incarnazione del Figlio di Dio. La molteplice irradiazione semantica arrivò ad illustrare con questo termine (“socialmente inferiore, incolto, esteticamente semplice”, addirittura “ripugnante”) l’ “avvilimento volontario” del Mistero dell’Incarnazione, attuata fra poveri di materia e di spirito fino al suo coronamento, il modo oltraggioso e crudele della Passione del Cristo. Da ciò si sviluppò l’insistenza sulla corporeità del Maestro, alla quale si congiungeva la dottrina della Resurrezione fino alla Resurrezione Universale di tutti i nati da donna.
L’Humanitas designerà quindi la sintesi dell’ethos con l’ ethnos del civis, sottolineando l’aspetto interiore della virtù.
L’Humanitas, educazione intesa ad associare i valori familiari con l’ideale collettivo, presenta, rispetto alla paideia, una sua specificità nell’elemento della pietas, ossia nella considerazione per i segni divini e la fede nella loro provvidenza. La humus costituisce la stessa sostanza umana, una marcatura che delimita la vita con la morte, perché è il Tempo, la percezione del “prima” e del “dopo” che dona ad essa un senso fino all’estensione teorizzata dalla filosofia della Scolastica di “carattere dell’uomo” inteso come un “insieme dei caratteri comuni a tutti gli uomini” .
Per questa ambizione di un mondo dove sia realizzabile la “umanizzazione della umanità” (31), di una civiltà che giustamente Freud vedeva come ancora (per lui, forse mai…) da venire, ci sembra molto attuale la valorizzazione a livello psicodinamico, accademico, scolastico e divulgativo del pensiero della Fenomenologia e dell’Analisi esistenziale (32), e del pensiero più aperto, finalistico, pregno di speranza se non di ottimismo, rispetto ad altre Scuole, di Alfred Adler che d’altra parte, è noto, con detto pensiero esistenziale mostra molti punti di contatto se non di anticipazione. Pensiero certamente molto moderno, quello adleriano, dove la possibilità di educare all’equilibrio tra le capacità creative e autoaffermative e il sentimento comunitario espresso come cooperazione e solidarietà (33, 34) ‐armonia che consente la non degenerazione verso la distruttività e la malattia‐, lo sviluppo e l’affinamento sin dall’età pediatrica del sentimento comunitario e del coraggio, appaiono sicuramente la via culturale preferenziale ed ottimale per una elevata educazione dell’Uomo alla civiltà e alla pace, in una prospettiva d’interiorizzazione che di generazione in generazione cammini verso la spinoziana sub specie aeternitatis (35). Non dimentichiamo come la relazionalità è intesa da Adler una qualità primaria della psiche (36), e come l’incrementare un sentimento comunitario smisurato sia l’idea‐guida per arginare se non abolire l’ebbrezza del potere. Del resto ci sembra importante ricordare prima di tutto con Ellenberger (37) che l’atteggiamento relazionale di Adler, il concetto di “sentimento comunitario”, ha aperto perentoriamente la strada a una Weltaschauung che superando il dominio intrapsichico di Freud e passando per i teorici delle Relazioni oggettuali, del Sé e dell’Interpersonalità di Sullivan, giunge a quella Intersoggettività (e comunque all’importanza della relazione che trascende i modi del transfert classico (38), che è bisogno primario, sistema motivazionale organizzatore di comportamenti ed eventi mentali (39) oggi ineledubile anche presso gli psicologi di matrice freudiana, ma a nostro avviso proposta con un’arroganza culturale che appare quasi una determinazione (difensiva?) a non citare quasi mai, attingendovi invece plenis manibus, la pregnante lezione di Adler, e che è addirittura anacronistica in una fase di epistemologie fecondamente critiche e pluralistiche in tema di Psicoterapia. Ma ci sembra ancora più importante, solo per fare qualche parallelo, la somiglianza tra la sottolineatura di Sullivan sulle frustrazioni che determinano “un senso di cattiveria”, e anche tra il concetto kohutiano che pone l’aggressività come prodotto della disintegrazione del Sé per relazioni “cattive” reali piuttosto che come relazione oggettuale interiorizzata strutturale, con le precisazioni in Adler sulla volontà di autoaffermazione (positiva, creativa) e la degenerazione aggressiva. Va del resto riconosciuto a questo proposito che Kohut è tra i pochi autori che dichiara il proprio tributo alla influenza adleriana, come ad esempio, nella Prefazione de “La guarigione del Sé” (40). Si rifletta inoltre su quanto dette teorizzazioni aprano a sentieri fertili di ricerca sulla concettualizzazione e la gestione dei movimenti aggressivi in ambito micro e macrosociale, confortate, per esempio, anche dagli studi sui neuroni‐specchio. Del resto val la pena di ricordare, infine, che l’opposizione alla teoria freudiana della pulsione di morte è stata espressa in modo penetrante già da Otto Fenichel nel 1935 (pubblicato postumo, 41) e condivisa da molti psicoanalisti impegnati nella rivoluzione sociale, per i quali la guerra era considerata un aspetto del capitalismo che sarebbe scomparsa con il socialismo.
Come è noto, Adler, nella sua vera e propria passione per l’emancipazione umana, era attratto dall’aspetto “pacifico, umanitario, non violento” del programma socialista, mosso dal richiamo ideale di una pacificazione universale possibile attraverso la convinzione del carattere profondamente educativo della Psicologia Individuale(42). Anche lui si sentì spinto a scrivere dopo gli orrori della prima guerra mondiale. E diceva: “Quanto a noi non c’è punto di vista che riveli l’immagine degli smarrimenti del nostro tempo in modo più puro e più chiaro della Psicologia Individuale, una scienza che già prima della guerra proclamava come scopo il conseguimento di un futuro sistema di vita, basato sul rafforzamento del realismo, sulla responsabilità e sulla eliminazione dell’odio latentemente serpeggiante tra gli uomini, attraverso la benevolenza reciproca” (43).
Bibliografia
1) Coccanari de’ Fornari M. A., Lezioni di Psicoterapia psicodinamica, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2004
2) Freud S., Introduzione alla Psicoanalisi, Boringhieri, Torino 1983
3) Freud S., Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri, Torino 1983
4) Freud S., L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma 1977
5)Freud S., Metapsicologia, Boringhieri, Torino 1978
6)Erikson E.H., Infanzia e società, Armando, Roma 2001
7)Freud S., L’Io e l’Es, Boringhieri, Torino 1978
8) Ellenberger H. F., La scoperta dell’inconscio, Boringhieri, Torino 1976
9)Adler A., Aspirazione alla superiorità e sentimento comunitario, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2008
10) Lusetti V., Cannibalismo e evoluzione, Armando, Roma 2008
11) Adler A., La conoscenza dell’uomo, Newton Compton, Roma 1975
12) Freud S., Perché la guerra, Bollati Boringhieri, Torino 1975
13) Levi‐Strauss C., Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano 1964
14) Mircea Eliade, I riti del costruire, Jaca Book,Milano 1990
15) Agostino, Confessioni, Garzanti, Milano 1994
16) Schutzenberger A. A., La sindrome degli antenati, Di Renzo, Roma 2004
17) Erikson E. H., Gioventù e crisi d’identità, Armando, Roma 2201
18)Galzigna M., La sfida dell’altro, Marsilio, Venezia 1999
19) Freud S., Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Bollati Boringhieri, Torino 1975
20) Omero, Iliade, Newton Compton, Roma 2008
21) Virgilio, Eneide, Rizzoli, Milano 2007
22) Sesti M., In quel film c’è un segreto, Feltrinelli, Milano 2006
23) Tolstoj L., Guerra e pace, Newton Compton, Roma 2004
24) Frankl V. E., Un significato per l’esistenza, Città Nuova, Roma 1990
25) Dostoevskij F., I demoni, Rizzoli, Milano 1981
26) Adler A., Il senso della vita, De Agostini, Novara 1990
27) A. Ernout – A. Meillet, Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine – Histoire des Mots, Paris 1987, s.v.
28)W. Meyer‐ Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1972, s.v.
29) A. Blaise, Dictionnaire Latin‐Français des Auteurs Chrétiens, Turnhout 1954. Sintesi teologica a cura di Henri Chirat, Faculté de théologie catholique de Strasbourg, ed. Brepols, Turnhout, Belgique.
30) Augustinus, Epist.ad Volus., class. III 137,18. Cfr. De doctrina IV 6.
31) Coccanari de’ Fornari M. A., La vera casa di Caio, Aletti, Roma 2006
32) Callieri B., Quando vince l’ombra, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2001
33) Adler A., La Psicologia Individuale, Newton Compton, Roma 1995
34) Rovera G.G., Fassino S., Ferrero A., L’esperienza analitica: collettività ed individuo, Saiga, Torino 1988
35) Spinoza, Ethica, UTET, Milano 2005
36) Ferrigno G., Editoriale, Riv. Psicol. Indiv., 47, 2000
37) Ellenberger H. F., Op. cit.
38) Kernberg O., Teorie delle relazioni oggettuali e tecnica psicoanalitica, in Psicoanalisi (a cura di Person E.S., Cooper A.M., Gabbard G.O), Cortina, Milano 2006
39) Stern D., Intersoggettività, in Psicoanalisi (Op. cit.)
40) Kohut H., La guarigione del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1980
41)Fenichel O., A rewiew of Freud’s analysis terminable and interminable, in International Review of Psychoanalysis, 1, 1974
42)Marzolini M., Su “Bolscevismo e Psicologia” di Alfred Adler, Riv. Psicol. Indiv., 50, 2001
43) Adler A., Bolschewismus und Seelenkunde, Internationale Rundschau, 4, 1918

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