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DAVID ERNEST OPPENHEIM (1881-1943)

Dalla psicoanalisi di Sigmund Freud alla psicologia individuale di Alfred Adler:

la coerenza di uno stile di vita.

 

Ugo Sodini  

 

 

Sappiamo tutti che sono stati sterminati

                                                                              sei milioni di ebrei, ma  questo numero è

                                                                              inconcepibile,  un’ astrazione.   Io   ho   la

                                                                             possibilità  di   descrivere   uno  di  loro in

 quanto  individuo. Ma  devo  affrettarmi:

                                                                            la cerchia delle persone che conoscevano

                                                                            David Oppenheim  si sta assottigliando. I

                                                                           pensieri e il lavoro di mio nonno saranno

 fatti rivivere da me,ora,o da nessun altro.

Peter Singer, 2003.

Premessa

Tra quanti nel 1911 lasciarono la società psicoanalitica di Vienna per seguire Alfred Adler - e dare vita alla società per la libera ricerca psicoanalitica che, poco più tardi, muterà  il nome in psicologia individuale - un posto di rilievo spetta a David Ernest Oppenheim, un pioniere della società psicoanalitica, della quale divenne membro all’inizio del 1910. In seguito alla controversia tra Adler e Freud (Sodini, 2014), egli rassegnò le dimissioni dal circolo freudiano e seguì Alfred Adler, con il quale mantenne rapporti di collaborazione e amicizia per molti anni. La vita di questo Autore, come quella di moltissime persone vissute nello stesso periodo storico, ebbe un epilogo tragico e fu spezzata in modo drammatico dall’avvento del nazismo. La vita di un uomo mite, di uno studioso appassionato del mondo classico e dei suoi rapporti con la psicologia del profondo, di un insegnante apprezzato, si concluse tragicamente a Theresienstadt. Nel paragrafo che segue sono riportate alcune informazioni sulla vita dell’Autore, al fine di favorirne una contestualizzazione immediata ma, al contempo, si segnala una minuziosa e documentata descrizione dell’uomo, della famiglia, dello studioso e del suo ambiente, redatta da Peter Singer, nipote di Oppenheim, da alcuni anni disponibile anche in lingua italiana, e a essa si rinvia il lettore interessato[1].

Cenni sulla vita

David Ernest Oppenheim nacque a Brno il 20 aprile 1881 da Joachim, segretario della comunità ebraica della città, e da sua moglie Ernestine. Tuttavia, fu Vienna la città in cui si svolse la parte più ampia della sua esistenza, dove condusse gli studi universitari conseguendo la Laurea in Lettere Classiche, dove esercitò l’attività d’insegnante e di studioso. I suoi interessi, inizialmente, lo condussero da Freud e, successivamente, da Adler. L’incontro con la psicoanalisi prima, e con Alfred Adler successivamente, ebbero un’importanza decisiva nella sua vita ma, per quanto siano stati determinanti, quello con Amalie Pollak[2], che divenne sua moglie, lo fu ancora di più. Oppenheim conobbe Amalie, probabilmente, nel corso del 1904 quando ancora era uno studente o, almeno, nell’estate di quell’anno iniziò la loro corrispondenza. Egli aveva ventitre anni e lei ventisei. Due anni più tardi, il 26 dicembre del 1906, la coppia contrasse il matrimonio (Singer, 2003, p. 79) dal quale nacquero due figlie, Kora[3] e Doris[4]. A loro è dovuto molto della conoscenza che abbiamo di David Ernest Oppenheim e di sua moglie. Oggi sappiamo della corrispondenza dei loro genitori all’epoca del fidanzamento, circa un centinaio di lettere - quelle di Oppenheim alla fidanzata perché le altre sembra siano andate perse - in quanto il loro nipote ne ha resa nota l’esistenza e, in parte, il contenuto: “Tutti i timbri postali sono del 1904, 1905 e 1906” (Singer, 2003, p. 25). Inoltre, sono state rinvenute altre lettere (circa un centinaio) che Oppenheim e la moglie scrissero alle loro figlie dopo che queste avevano lasciato l’Austria per sottrarsi alla persecuzione del nazismo e salvare le loro vite. Una raccolta di lettere è stata pubblicata da Adolf Gaisbaur, direttore della Biblioteca degli archivi di stato austriaci, con il contributo di Doris, la figlia secondogenita degli Oppenheim (Oppenheim, 2000). L’incontro tra Oppenheim e Freud avvenne nel 1906, anno in cui egli partecipò al ciclo di lezioni che il padre della psicoanalisi teneva all’Università di Vienna, mentre non sappiamo quando sia avvenuto quello con Adler. Tuttavia, nel gennaio del 1910, quando egli, su presentazione di Freud, fece richiesta per essere ammesso alla società psicanalitica di Vienna, il presidente era Alfred Adler. La carriera d’insegnante di questo Autore, sulla quale torneremo più avanti, inizialmente lo condusse a Nikolsburg, dove rimase fino al 1909, anno in cui venne nominato professore di lingue classiche all’Akademisches Gymnasium, la più prestigiosa tra le scuole pubbliche di Vienna, dalla quale molti anni dopo venne estromesso in seguito all’Anschluss. Nella controversia che si sviluppò tra Adler e Freud, sin dall’inizio egli si schierò con il futuro fondatore della psicologia individuale e, come abbiamo detto, fu tra quanti si dimisero dalla società psicoanalitica di Vienna, al termine della riunione dell’11 ottobre 1911 che: “Dichiarò inammissibile la contemporanea appartenenza ad entrambe le associazioni” (Numberg, Federn, 1974, pp. 282-83), quella freudiana e la neonata società adleriana. Insieme a Carl Furtmüller, Otto Kaus ed Erwing Wexberg, fu tra i fondatori della nuova società. Singer, citando Klemperer, riferisce come già nell’estate del 1911, quando Adler e sua moglie si incontravano con alcuni loro amici al Café Central: “Mio nonno era presente, assieme a Furtmüller e ad altre due o tre persone” (2003, p. 108). Ulteriori conferme della sua partecipazione alle attività del nuovo gruppo si evincono dai dibattiti della società, verbalizzati da Raissa Adler (1914), relativi agli anni 1912-1913. In particolare, negli incontri del 14, 21 e 28 novembre 1912, dopo che Adler lesse lo scritto Omosessualità e nevrosi, ne seguì la discussione che, tra gli altri, vide l’intervento di Oppenheim, sintetizzato come segue: “I punti di vista di Adler sono confermati dal fatto che Platone, il primo a difendere l’omosessualità, era anche interessato all’emancipazione delle donne! L’arte classica aveva dato alla bellezza femminile caratteristiche maschili (le lunghe gambe di Afrodite) e alla bellezza maschile caratteristiche femminili” (ibid., p. 144). In altra occasione egli ricorda come: “Albrecht Dietrich nel suo lavoro Il linguaggio delle immagini religiose sostiene che il genere umano cerca di unirsi con la Divinità per quanto profondamente ed intimamente possibile. L’anima è sempre femminile nelle relazioni con la Divinità. Il Cristianesimo usa la parola anima; i Romani, animus” (ibid., p. 145). A questi incontri, in cui egli espose le proprie idee, si deve aggiungerne almeno un altro che non risulta dai verbali della società. Si tratta di quello del 7 novembre del 1912, del quale siamo a conoscenza grazie a Lou Andreas Salomé che, dopo avervi assistito, riferì: “Con Adler alla conferenza di Oppenheim sul secondo Faust (seconda conferenza). Buona e interessante. Stimolante anche il dibattito provocato da Furtmüller (in che senso Faust per essere soddisfatto soltanto dall’irraggiungibile, si dimostri l’elemento compensato nella sua inferiorità) […] Questo gruppo di Adler avrebbe molte qualità stimolanti, se si mantenesse alla larga dalla psicoanalisi” (Andreas-Salomè, 1958, p. 52). Poiché Andreas Salomè riferisce di aver presenziato alla seconda parte della conferenza di Oppenheim, si deve ritenere che egli abbia tenuto un’altra conferenza anteriormente al 7 novembre 1912; tuttavia anche di essa non si ha notizia dai verbali della società redatti da Raissa Adler, né siamo a conoscenza che sia menzionata altrove (Adler, R. 1914). Evidentemente i verbali non riportano tutte le sessioni della società tenute in quel periodo (Sodini, Sodini Teglia, 2011, p. 137, Sodini, 2011). Oppenheim, come riferisce Singer, partecipò alle riunioni della società, in pratica, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, poiché altri documenti riferiscono che egli, dalla fine del 1913 alla prima metà del 1914, intervenne in altre tre occasioni: “Della Morte a Venezia, di Thomas Mann, della vita scritta da Plutarco, di Quinto Fabio Massimo […] e dell’opera teatrale del drammaturgo francese Edmond Rostan, Cyrano de Bergerac” (2003, p. 121). Oppenheim fu tra i principali esponenti della società adleriana: “teneva spesso delle conferenze faceva parte del comitato di redazione della International Zeitschrift für Individualpsychologie” (Singer, 2003, p. 148), come già in precedenza aveva fatto parte della commissione editoriale della Zentralblat für Psychoanalyse (ibid., p. 102). Il ruolo e l’importanza di Oppenheim nel gruppo adleriano aumentarono progressivamente nel tempo. Egli partecipò al primo congresso internazionale di psicologia individuale tenutosi a Monaco nel 1922 e a quello di Berlino del 1925. Quando, sempre nel 1925, la società istituì due gruppi di lavoro, uno per le questioni mediche e l’altro per la ricerca nell’ambito delle scienze umane, Oppenheim fu il responsabile di questo secondo gruppo e, infine, assieme ad Allers[5] divenne uno dei due vicepresidenti della società (ibid., p. 148). La considerazione che Adler aveva per lui è testimoniata anche dal fatto che Oppenheim lo aiutava nella sua corrispondenza. Al riguardo, è noto un episodio risalente all’ottobre del 1925. Adler ricevette una lettera da parte del dottor Josef Heymann, che gli contestava l’affermazione secondo cui le usanze religiose ebraiche svalutavano la donna. La lettera è stata rinvenuta tra le carte di Oppenheim assieme alla risposta che egli stesso redasse, in cui spiegava che Adler aveva chiesto a lui di rispondere in propria vece (ibid., pp. 172-3). Parecchi anni dopo la rottura avvenuta in seno alla società psicoanalitica di Vienna, maturano divergenze e valutazioni contrastanti anche nella società di psicologia individuale. La Bottome, riferisce di una contrapposizione tra due schieramenti nel gruppo viennese, da un lato vi erano alcuni aderenti più giovani, animati dalla determinazione di mettere in evidenza i punti in comune tra la psicologia individuale e il comunismo. Tra i maggiori esponenti di questo gruppo c’era Manés Sperber[6]. Dall’altro lato c’erano i partecipanti più anziani, quelli che prima della guerra erano stati socialdemocratici, e adesso erano fermamente contrari al comunismo[7]. Il professor Rudolf Allers e il dottor Oswald Schwarz[8], considerati anche i maestri di Viktor Frankl[9], all’epoca, furono certamente i più rappresentativi di questo gruppo (Bottome, 1957). La Bottome, riferisce di una controversia tra Sperber e Allers emersa durante una discussione della società, relativa all’ultimo libro pubblicato dal dottor Schwarz. La discussione fu tenuta per consentire a Schwarz di esporre i punti in cui differiva da Adler: “Il professor Allers reagì con contegno al rigido attacco di Manés Sperber, poi si volse ad Adler e gli chiese di prendere la sua difesa. Con lo sconcerto e lo stupore di tutti i presenti, Adler si alzò e disse ‘Ma forse il ragazzo ha ragione’ e tornò a sedersi senza ulteriore commento. Ci fu una pausa agghiacciante e dopo il professor Allers, il dr. Schwarz e diversi dei loro simpatizzanti uscirono risentiti dall’edificio senza più farvi ritorno”  (ibid., p. 171). Una descrizione di quegli avvenimenti è  riferita anche da Frankl, che all’epoca era un giovanissimo membro della società di psicologia individuale: “Nel 1927 arrivò la sera in cui Allers e Schwarz dovettero difendere e motivare coram publico il loro ritiro, già annunciato in precedenza, dalla Società di Psicologia Individuale. La riunione si svolse nell’aula magna dell’Istituto di Istologia dell’Università di Vienna. Nelle ultime file sedevano un paio di freudiani, che si godevano lo spettacolo sghignazzando sui guai altrui, vedendo che accadeva ad Adler ciò che in passato era accaduto a Freud, allorché Adler si era ritirato dalla Società viennese di Psicoanalisi. Si stava verificando una nuova ‘scissione’ […] quando Allers e Schwarz ebbero terminato la loro esposizione, l’aria era carica di tensione. Come avrebbe reagito Adler?” (Frankl, 2002, p. 60, 1998, pp. 229-39). Queste controversie non coinvolsero personalmente Oppenheim ma ebbero  egualmente una ripercussione su di lui che, dal 1930, iniziò ad allontanarsi dalla società. Non siamo in grado di formulare ipotesi per questa sua scelta ma, al riguardo, richiamiamo un’indicazione di Ringel[10]: “Oppenheim era una persona estramemente tollerante. Incarnava la tolleranza. Non nasconderò il fatto che questo minò la sua relazione con Adler tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta. Il conflitto tra Adler e Allers e specialmente quello tra Adler e Manés Sperber lo colpì profondamente – mettiamola così – il rude modo di procedere di Adler in qualche modo lo allontanò e lo oppresse” (Ringel, cit. in Singer, p. 161). Gli ulteriori sviluppi della vita di Oppenheim, e di sua moglie, furono pesantemente influenzati dal progressivo affermarsi del nazismo. Benché entrambi riuscissero a ottenere il visto per emigrare in Australia, concesso il 7 marzo del 1939 (Singer, 2003, p. 203), il loro espatrio non ebbe mai luogo. Su ciò influirono le condizioni di salute di Oppenheim, alcune vicende familiari e, soprattutto, la sottovalutazione del pericolo incombente. Il 2 agosto di quell’anno egli, infatti, dovette sottoporsi a un intervento chirurgico alla prostata, dal quale ne esitarono complicazioni impreviste. Il trasferimento degli Oppenheim in Australia era programmato con partenza da Napoli il 12 dicembre ma, a quanto sembra, troppo tardi, poiché il 6 dicembre Amalie era venuta a sapere che tutti i permessi d’ingresso in quel Paese erano stati cancellati e avrebbero dovuto essere richiesti nuovamente (ibid., 205-14). Tuttavia, sul tragico esito della vicenda, più di ogni altra cosa, influì la sottovalutazione di Oppenheim del rischio incombente. Al riguardo, sono ancora le parole di Ringel che aiutano a comprendere lo sviluppo degli eventi. Egli ha ricordato come all’epoca avesse implorato, senza alcun successo, il suo vecchio professore di lasciare l’Austria: “Ma Ringel, che idee hai, che cosa ti sei messo in testa? Non mi può accadere nulla. Ho rischiato la vita per questo paese. Ho la medagia d’oro al valore. Ho la medaglia dei feriti. Ho dato tutto per questo paese. Non possono farmi nulla” (Ringel cit. in Singer, 2003, p. 192). Gli inascoltati appelli a lasciare l’Austria, giunti a Oppenheim anche da altre persone, il 20 agosto del 1942 ebbero come drammatica conseguenza la sua deportazione, e quella di sua moglie, a Theresienstadt, dove egli morirà pochi mesi più tardi. Amalie, che riuscì a sopravvivere fino alla liberazione, il 12 giugno del 1945, poté scrivere alle figlie la triste notizia: “Il vostro amato padre non c’è più. E’ morto il 18 febbraio del 1943, dopo lunghe sofferenze e tuttavia con inaspettata fulmineità” (ibid., p. 257).

 

 

 

 

L’incontro con la psicoanalisi

All’inizio del 1900 Freud, ogni sabato sera, per due ore, teneva un corso di psicoanalisi nell’aula Magna della clinica psichiatrica dell’Università di Vienna (Sachs, 1944, p. 29). Sachs - che fu uno dei partecipanti del piccolo gruppo di ascoltatori, riferisce di aver partecipato alle lezioni nell’inverno del 1904 - ricorda come Freud, rivolto agli astanti: “Indicando una fila di una decina di sedie a semicerchio davanti ai banchi, vicino alla cattedra, dove già sedevano alcuni, disse con il tono più cortese ‘Signori, volete avvicinarvi e sedervi? ’ ” (ibid., p. 30). Altre testimonianze riferiscono che il periodo in cui Freud tenne il corso a cui partecipò Sachs non sarebbe l’inverno del 1904, ma quello del 1906. A prescindere dalla data esatta, sappiamo da Klemperer, tramite Jones, quanti e chi fossero i partecipanti a quelle lezioni: “In una lista di coloro che vi parteciparono nel 1906 figurano i nomi di Carl Furtmüller, Franz Grüner, Gustav Grüner, Paul Klemperer (al quale devo questa notizia), H. Oppenheim[11], Emmy Pisco (futura signora Sachs), Hanns Sachs e Richard Wagner” (Jones, 1955, p. 31). Singer, ha confermato che: “Nell’inverno del 1906-1907 la ricerca di David del segreto dell’anima umana lo condusse, ogni sabato sera, al reparto psichiatrico dell’ospedale generale di Vienna. Lì si riuniva con altre sette persone, in un’aula ad anfiteatro semivuota, per ascoltare la serie di lezioni tenute da Sigmund Freud intitolate ‘Introduzione alla psicoanalisi’ ” (Singer, 2003, p. 89). Poiché, sia Jones che Singer, nel ricordare questi fatti si riferiscono al resoconto di Kemplerer si deve osservare, come ha fatto Singer, che il segretario e tesoriere della futura società di psicologia individuale, abbia collocato la sua partecipazione alle lezioni tenute da Freud nel 1906, rendendo noto che, nello stesso anno, tra i partecipanti vi erano sia Sachs che Oppenheim (ibid., p. 272). Singer, inoltre, porta a sostegno dell’esattezza di quanto riferito da Kemplerer: “che il 1906-1907 è l’unico anno in cui mio nonno avrebbe potuto partecipare, dal momento che avrebbe sicuramente menzionato Freud nelle lettere ad Amalie se avesse frequentato le sue lezioni nel 1904-1905, e durante l’inverno del 1905-1906 stava facendo il servizio militare a Brünn” (ibid., p. 273). Pertanto, appare plausibile posticipare il racconto di Sachs di due anni e contestualizzarlo all’inverno del 1906-1907, cioè dopo il matrimonio di Oppenheim. In seguito egli, dopo la conclusione del suo tirocinio di insegnante, venne trasferito alla scuola superiore di Nikolsburg dove vi rimase fino al 1909. Pur non volendo trascurare l’importanza della data in cui le persone sopra menzionate si trovavano riunite attorno a Freud nell’aula magna della clinica psichiatrica dell’Università di Vienna osserviamo, soprattutto, come cinque di quelle persone, in pratica, costituiranno il nucleo vitale della futura società di psicologia individuale: “tutti costoro, tranne Emmy Pisko, divennero quattro anni dopo membri della Società viennese, ma nell’ottobre dello stesso anno (1910)[12] tutti, meno Sachs e Wagner, rassegnarono le dimissioni insieme ad Adler” (Jones, 1955, p. 31). Non conosciamo le ragioni che indussero Furtmüller, i fratelli Grüner, Kemplerer e Oppenheim a frequentare le lezioni di Freud in quell’inverno del 1906. Non sappiamo se queste persone si conoscessero in precedenza, se si siano conosciute in quell’occasione, se ciascuno di loro abbia deciso di frequentare le lezioni di Freud per motivi propri, come riferisce di aver fatto Sachs, o per altre ragioni. Quello che è noto è che ciascuno di loro fece parte della società di psicoanalisi di Vienna, dalla quale successivamente - dopo che venne sancita l’incompatibilità per gli aderenti al gruppo di Adler di prendere parte alle riunioni della società di psicoanalisi - Furtmüller: “a nome suo e a nome di altri cinque membri (Dr. Oppenheim, Dr. Hilferding, Franz e Gustav Grüner, Paul Klemperer), annuncia le loro dimissioni dalla Società” (Nunberg, Federn, 1974, p. 283). Furtmüller e Oppenheim furono tra i fondatori della società per la libera ricerca psicoanalitica, mentre i fratelli Grüner e Klemperer furono tra i primissimi aderenti alla neonata società (Sodini, Sodini Teglia, 2011, p. 137). L’impatto delle idee di Freud lasciò certamente una traccia profonda nel giovane Oppenheim poiché egli, un paio di anni dopo averne frequentato le lezioni, inviò: “a Freud una copia di un saggio che aveva scritto, presumibilmente quello su Tibullo, con una dedica in cui esprimeva il suo apprezzamento per il lavoro del padre della psicoanalisi” (Singer, 2003, p. 92). A seguito di ciò, Freud propose a Oppenheim un rapporto di collaborazione per applicare le conoscenze, dalla prospettiva psicoanalitica, dello studio della mitologia. Dalla lettera di Freud a Oppenheim, in risposta al saggio con dedica che questi gli aveva inviato, si evince una prima opinione del padre della psicoanalisi: “Lo scritto che lei mi ha inviato mi ha colto di sorpresa. Diversi passaggi che lei ha sottolineato mi ricordano cose che mi sono familiari […] Sono stato a lungo tormentato dall’idea che i nostri studi sul contenuto delle nevrosi potrebbero essere destinati a risolvere l’enigma della formazione dei miti e che il nucleo della mitologia non sia niente altro che ciò che noi definiamo “complesso nucleare delle nevrosi” […] due dei miei allievi, Abraham a Berlino e Otto Rank a Vienna si sono avventurati nel tentativo di invadere il territorio della mitologia e fare conquiste con l’aiuto della tecnica della psicoanalisi e dalla sua prospettiva. Ma noi siano dilettanti e abbiamo tutte le ragioni per temere di commettere errori […] Così stiamo cercando qualcuno […] che abbia una conoscenza specializzata e voglia applicarla all’arsenale psicoanalitico che noi metteremo felicemente a sua disposizione” (Freud, 1909, cit. in Freud, S., Oppenheim, D. E., 1958, pp.13-4). Come è noto, Oppenheim accolse l’invito formulato da Freud e i due uomini devono essersi incontrati per discutere la proposta, tra il 28 ottobre 1909, giorno in cui Freud scrisse la lettera con l’invito a Oppenheim e il successivo 11 novembre, giorno in cui Freud comunicò a Jung l’avvenuto incontro. Infatti, Freud, in una lettera a Jung dell’11 novembre 1909, rende noto il suo incontro con Oppenheim: “Il caso mi ha fatto incontrare recentemente un professore di ginnasio che si occupa di mitologia con idee analoghe ma con una cartella ben riempita. Anche lui si chiama Oppenheim, è veramente intelligente […] Al nostro primo incontro sono venuto a sapere da lui che Edipo originariamente dovrebbe essere stato un demone fallico come i Dattili idei (!), il suo nome vuol dire semplicemente: erezione. Inoltre, che il focolare è un simbolo del grembo materno (femminile), perché gli antichi concepivano la fiamma come un fallo. Le vestali erano come vere monache sposate con questo fallo del focolare ecc.” (Freud, Jung, 1990, p. 279). Della lettera che Freud scrisse a Jung sull’incontro con Oppenheim colpisce che non vi sia alcun accenno al fatto che i due uomini si fossero conosciuti qualche anno prima, cioè quando Oppenheim frequentò le lezioni di Freud nell’inverno del 1906. Nella lettera, infatti, Freud si riferisce all’incontro con  Oppenheim del 1909 come: “Al nostro primo incontro”, scrivendo: “Allora non sia meravigliato se la mia curiosità mi conduce a domandare come io mi sia procurato l’onore che lei mi ha mostrato e se io posso riconoscere in lei un lettore dei miei lavori che, al di là di tutti i miei diversi scritti, ha intuito il loro senso più profondo” (Freud, 1909 cit. in Freud, Oppenheim, 1958, p.13). La circostanza sembra ulteriormente avvalorata dalla domanda che Freud rivolse espressamante a Oppenheim: “Lei cosa conosce della psicoanalisi?” (Freud, 28 ottobre 1909, cit. in Freud, Oppenheim,  1958, p. 14). Nella riunione del 12 gennaio 1910, fu lo stesso Freud a proporre l’iscrizione di Oppenheim alla società psicoanalitica di Vienna; ciò sostiene la buona opinione che egli aveva maturato di lui e che, poco dopo, porterà i due Autori a una più stretta collaborazione (Freud, Oppenheim, 1958). Incidentalmente, all’epoca in cui Oppenheim presentò la domanda d’iscrizione alla società di psicoanalisi di Vienna, il presidente era Alfred Adler e, in tale veste, rese noto che: “Il prof. Freud propone il dr. Oppenheim per l’iscrizione” (Nunberg, Federn, 1967, p. 382n). Due settimane più tardi Oppenheim, per la prima volta, prese parte alle riunioni della società (ibid., p. 404), società di cui fece parte per poco meno di due anni, fino a quando, nel corso della riunione dell’11 ottobre 1911, assieme ad altri, rassegnò le proprie dimissioni (Nunberg, Federn, 1974, p. 283). La sua partecipazione alle riunioni fu costante[13] (prese parte a trentasette incontri) e attiva, sia per i punti di vista espressi sui vari argomenti durante le diverse sessioni, sia per essere stato egli stesso uno dei relatori. Si deve osservare come in questo arco di tempo la moglie di Oppenheim, in tre occasioni, prese parte agli incontri della società come ospite: il 26 ottobre, il 14 e il 21 dicembre del 1910. Il dato depone anche per la comunanza e la condivisione d’interessi dei coniugi Oppenheim. Tra le riunioni a cui prese parte David Oppenheim, ricordiamo quella del 20 aprile 1910, quando egli tenne una presentazione dal titolo ‘Il suicidio nell’infanzia’ (Nunberg, Federn, 1967, pp. 481-91). L’idea che la società dedicasse un incontro alla discussione di questo argomento fu di Stekel che la propose - dopo aver ascoltato le considerazioni di Oppenheim sul suicidio tra gli allievi delle scuole superiori - nel corso della riunione del 16 marzo 1910 (Nunberg, Federn, 1967, p. 456). La relazione fu tenuta da Oppenheim, come abbiamo detto, nella riunione del 20 aprile 1910 e da essa si sviluppò un dibattito che, su proposta di Adler, venne aggiornato alla riunione successiva, affinchè ci fosse il tempo necessario per una discussione completa sull’argomento. La collaborazione di Oppenheim con Freud incluse anche un piccolo volume scritto in comune dai due Autori, dal titolo “Sogni nel folklore” (Freud, Oppenheim, 1958), volume che ha avuto una storia travagliata prima di essere dato alle stampe. Infatti, venne scritto nel corso del 1911 ma - complice la rottura tra Adler e Freud con la conseguente scissione avvenuta in seno alla società, lo scoppio della prima guerra mondiale e il progressivo affermarsi del nazismo (con la tragica conseguenza che ebbe per Oppenheim) - fu pubblicato solo nel 1958. Cioè molti anni dopo la morte di entrambi gli Autori, e dopo aver rischiato di andare perduto.

Il suicidio nell’infanzia

Nella riunione della Società psicoanalitica di Vienna del 16 marzo 1910, Oppenheim si riferì a uno scritto di Swoboda[14], la cui tesi sosteneva che la causa del suicidio risiedesse sempre nella vita sessuale, sia iper che ipo gratificata, pur non motivando dettagliatamente la sua affermazione. La posizione di Oppenheim non è contraria a sospettare l’esistenza di una relazione tra il suicidio e la vita sessuale ritenendo, tuttavia, che vi possano essere implicati anche fattori esterni, come il fallimento scolastico e la suggestione. Stekel propose di organizzare una serata di discussione sull’argomento del suicidio, particolarmente quello tra i giovani. La discussione venne organizzata per il successivo 20 aprile, giorno che incidentalmente coincideva con il ventinovesimo compleanno di Oppenheim, ed egli ne fu il relatore. Oppenheim prese le mosse dal libro del dottor A. Baer “Der Selbstmord im Kindlichen Lebensalter”. Espose gli elementi salienti contenuti nel volume, rilevando come l’aumento della frequenza dei suicidi nei bambini non fosse parallelo a quello di un aumento della frequenza negli adulti. L’età dei soggetti considerati era compresa tra i dieci e i quindici anni. Venne osservato come il fenomeno non fosse tipicamente austriaco, ma si trovasse anche in Germania, Svizzera, Italia, Francia e Inghilterra. Fu osservato, altresì, che su 979 suicidi compiuti da ragazzi sotto i quindici anni, nel periodo tra il 1884 e il 1898, l’8,07% di questi fossero soggetti mentalmente ammalati. I motivi presi in esame furono la paura della punizione o uno stato patologico come la depressione. Fu esaminata l’influenza della famiglia sul suicidio dei bambini e il ruolo dell’imitazione, della suggestione e quello della stampa. Oppenheim considerò che dalla prospettiva freudiana si potrebbe sospettare l’esistenza di un conflitto erotico - in riferimento ai casi descritti del volume riferiti al suicidio di una ragazza e di un ragazzo - rispettivamente per il padre e la madre, in cui l’istinto di vita sarebbe sopraffatto dall’istinto sessuale biologicamente equivalente. Oppenheim trovò poco convincenti le considerazioni di Baer secondo cui l’incremento dei suicidi dei bambini veniva messo in relazione alla precocità crescente della gioventù. Osservò come la scuola secondaria non avesse un ruolo specifico nel suicidio e, successivamente alla discussione che ebbe luogo, espose due categorie di suicidi: quelli in cui il motivo ovvio appare essere pienamente sufficiente, come nei casi dei suicidi eroici di cui è piena la storia e la finzione, e quelli che non si possono ricondurre a tale ambito. Affermò che questi ultimi richiedono una profonda indagine psicologica e dette luogo a una riflessione sull’opportunità o meno di poter distinguere le due categorie in tale modo. Il dibattito venne aggiornato alla riunione successiva, con la proposta di Adler di raccogliere e pubblicare quanto stava emergendo dalla relazione e dal dibattito (Nunberg, Federn, 1967, p. 497). Nella riunione del 4 maggio 1910, tra le altre cose, venne: “proposto che Oppenheim scriva un capitolo introduttivo sul suicidio degli studenti. Come capitolo conclusivo, venne programmata una discussione di Furtmüller circa la relazione tra la pedagogia e il suicidio”  (ibid., p. 508). Oppenheim espresse alcune perplessità al riguardo ma, infine, si disse favorevole alla proposta a condizione che egli potesse scrivere sotto pseudonimo. Così è stato. Infatti, oggi è possibile leggere il suo contributo sotto il nome Unus multorum[15]. Anche l’altro insegnante del gruppo, Carl Furtmüller[16], nel firmare il proprio scritto su questo argomento optò per l’uso dello pseudonimo. La ragione di queste scelte non è del tutto chiara, ma si può formulare l’ipotesi che essendo entrambi insegnanti, Oppenheim e Furtmüller non volessero rendere noto il loro punto di vista su un argomento così tanto rilevante come il suicidio nella scuola; inoltre, potrebbero anche aver voluto tenere riservata al più ampio pubblico la loro collaborazione con l’allora ancor tanto ‘discusso’ Sigmund Freud (Singer, 2003). La pubblicazione dello scritto di Oppenheim (che appare sotto il nome di Unus Multorum) è, in pratica, un’ampia revisione di quanto egli espose durante l’incontro del 20 aprile. Si tratta di una difesa appassionata della scuola, che Oppenheim intende sottrarre al ruolo di imputato al quale la stampa vorrebbe relegarla. Viene affermato come l’espressione “suicidio dello studente” abbia finito per soppiantare quella di “suicidio in età giovanile” ed è lamentato il fatto che si ometta di dire come i suicidi avvengano anche tra i giovani che non frequentano la scuola, ma il mondo del lavoro. Si sottolinea come una spiegazione sufficientemente adeguata per i suicidi tra gli adulti possa non essere altrettanto adeguata a spiegare i suicidi infantili. Suicidi che non sono un fenomeno sociale dei tempi attuali, poiché presenti anche nei periodi storici passati, e come l’area di diffusione non debba essere circoscritta a Vienna o alla sola Austria, ma vada estesa al mondo culturale moderno, includendo la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Italia e l’Inghilterra. Pertanto, le ragioni del suicidio non devono essere ricercate in ambiti temporali e spaziali ristretti, né debbano mettersi in relazione alle istituzioni scolastiche, poiché vi è un elevato numero di suicidi anche nei giovani che non frequentavano la scuola al momento in cui si suicidarono. Oppenheim osserva come una punizione impartita in famiglia possa indurre al suicidio e che vi può essere una relazione tra il suicidio e una malattia psichica di chi lo commette; inoltre, come il facile accesso dei giovani alle armi da fuoco possa suggerire l’idea di attuare un suicidio. Pertanto, avanzò l’idea (in linea con i successivi sviluppi della scuola adleriana) di iniziare una profilassi nell’ambito della famiglia e di promuovere una forma di collaborazione tra la scuola e le famiglie degli alunni. Allo scritto di Oppenheim fanno seguito quelli di Reitler, Friedjung, Sadger, Stekel, Adler, Furtmüller, oltre a una breve conclusione di Freud, il cui pensiero, in sintesi, può riassumersi con queste sue parole: “Signori, avete tutti udito con grande soddisfazione la perorazione di un pedagogista che non intende lasciare sotto il peso di un’accusa destituita di fondamento l’istituzione che gli sta a cuore [...] Non tutti gli argomenti dell’oratore precedente mi sembrano centrati. Se i suicidi giovanili non riguardano soltanto gli allievi delle scuole secondarie ma anche apprendisti e altri, questa circostanza di per sé non assolve la scuola secondaria [...] La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi [...] Signori, ho l’impressione che, nonostante tutto il prezioso materiale qui presentato non siamo giunti a una soluzione del problema che ci interessa [...] Rimandiamo dunque il nostro giudizio fino a quando l’esperienza non avrà risolto questo problema”  (Freud, 1910, pp. 301-2). Quanto esposto da Oppenheim sull’argomento e la valutazione espressa da Freud anticipano la divergenza di opinione tra i due uomini che l’anno successivo si concretizzò nelle dimissioni di Oppenheim dalla società psicoanalitica di Vienna.  

Sogni nel folklore

Un altro contributo di rilievo venne offerto da Oppenheim nelle riunioni della società psicoanalitica di Vienna del 16 e 23 novembre 1910 (Nunberg, Federn, 1974, pp. 58-73), dove egli espose proprie considerazioni relativamente al materiale proveniente dal folklore che aveva interesse per il simbolismo nei sogni. Sottolineò come questi facessero uso del simbolismo sessuale e si chiese se potevano essere interpretati in accordo con gli insegnamenti di Freud (Nunberg, Federn, 1974, p. 62 e 64). Il punto di vista di Oppenheim fu accolto con favore dallo stesso Freud, tanto che nella terza edizione della “Interpretazione dei sogni” (1899), in una nota, egli si riferisce esplicitamente a questo lavoro: “Il professor Ernest Oppenheim di Vienna mi ha mostrato, basandosi sul folklore, che vi è una classe di sogni in cui il significato profetico è stato eliminato persino nella credenza popolare e che possono essere perfettamente ricondotti a desideri e bisogni che emergono durante il sogno. Egli darà presto un resoconto dettagliato di questi sogni che, per solito, sono narrati sotto forma di storielle allegre”[17] (Freud, 1899, p. 565). La citazione non comparve più nell’edizioni successive del volume e ciò, evidentemente, perché Oppenheim, alla fine del 1911, aderì alle idee di Alfred Adler e si dimise dal circolo freudiano. Infatti, la valutazione che di lui aveva Freud - tale da indurlo a progettare ed attuare un lavoro in comune, evento assai raro per il padre della psicoanalisi (ricordiamo la collaborazione con Joseph Breuer, Freud, Breuer, 1895) - non poteva essere cambiata in un così breve periodo di tempo. A ulteriore conferma di ciò, dobbiamo ricordare quanto Freud diceva di Oppenheim, ancora il 30 marzo del 1911, in una sua lettera a Jung: “Per il secondo tomo sto preparando con il nostro Oppenheim, un filologo classico molto valente e serio, un piccolo lavoro che deve rappresentare la prima scorreria nel folklore” (Freud, Jung, 1990, p. 442). Un mese più tardi, in una lettera del 2 maggio, Freud confermò a Ferenczi che stava lavorando: “Al piccolo studio folkloristico con Oppenheim” (Freud, Ferenczi, 1992, p. 282). Incidentalmente, l’omissione del riferimento al lavoro di Oppenheim nelle edizioni successive de “L’interpretazione dei sogni”, richiama e anticipa quanto accaduto più tardi a Otto Rank. Infatti, le edizioni dalla quarta alla settima dello stesso volume includevano anche due saggi di questo Autore dal titolo ‘Sogno e poesia’ e ‘Sogno e mito’, che vennero omessi nelle successive edizioni, cioè dopo che Rank si era allontanato da Freud. Il trattamento che Freud riservò a Oppenheim, dopo che la collaborazione tra i due fu interrotta, non differisce in niente da quello riservato a coloro che, prima e dopo di lui, avevano fatto, e fecero, analoga scelta (Sodini, 2014, Stekel, 1950, Wittels, 1924,). Questa sua condotta era nota a quanti gli furono abbastanza vicini da poterne prendere atto: “Freud era stato spesso accusato d’intolleranza, e forse con qualche ragione, verso coloro che seguivano concetti psicoanalitici diversi dai suoi” (Weiss, 1970, p. 35, Sodini, 2014). “Nella vita di Freud ogni rottura con un antico amico era definitiva […] non ho mai notato che si sentisse incline a fare un passo verso una riconciliazione” (Sachs, 1944, p. 74). Un ulteriore esempio del fatto che Freud non mantenne alcun tipo di rapporti con quanti si allontanarono da lui, è il seguente: “Paul Klemperer dichiarò che Freud non lo aveva degnato di uno sguardo incontrandolo per strada, comportamento che ricalca quello di Freud con Breuer” (Archivi Jones, cit. in Roazen, 1975, p. 258). In ogni caso, la collaborazione tra Freud e Oppenheim si protrasse abbastanza da consentire che i due scrivessero in comune il volumetto dal titolo “Sogni nel folklore” (1958), al quale entrambi lavorarono nella primavera del 1911. In quell’anno maturò anche la prima scissione in seno alla società psicoanalitica di Vienna e in seno al più ampio movimento psicoanalitico. Oppenheim, che all’epoca doveva avere presso di sé il manoscritto, se ne andò con gli adleriani, ed evidentemente questo dovette rimanere presso di lui. Del lavoro non si ebbero più notizie per moltissimi anni, benchè: “diversi analisti, incluso il Dr. Ernest Kris, avessero saputo dell’esistenza di questo manoscritto per un numero di anni ma non erano consapevoli della sua collocazione e incerti circa gli esatti contenuti” (Pacella, 1958, p. 9). Date le circostanze, si sarebbe potuto ritenere che fosse andato perso, anche senza considerare la tragica fine occorsa a Oppenheim, che prima ancora di perdere la vita nel campo di concentramento di Theresienstadt, aveva perso la casa e ogni sua proprietà. Tuttavia, i coniugi Oppenheim riuscirono a salvare, non è chiaro come, ma possiamo ritenere con la collaborazione di persone fidate, la copiosa corrispondenza risalente al tempo del loro fidanzamento, libri e altri documenti, tra cui il prezioso manoscritto che infine venne fuori in Australia nel 1956, dove lo aveva portato Amalie Oppenheim quando vi si trasferì per ricongiungersi alle figlie. Singer, in riferimento a una parte della documentazione salvatasi, parla di: “Un mucchio di carte, che peseranno quasi sette chili, di e sul padre di mia madre, David Oppenheim” (2003, p. 13). In ogni caso, il manoscritto si era salvato, sia dalla distruzione accidentale, sia da quella volontaria di Freud che, con poche eccezioni, distrusse ogni suo manoscritto anteriore al 1914, quando trasferì il suo studio (Pacella, 1958, p. 8). Nel 1956, l’anno successivo alla morte di Amalie, che non voleva rendere noto il manoscritto fino a quando fosse stata in vita, Doris, la figlia secondogenita degli Oppenheim, ne rese nota l’esistenza e successivamente prese contatto con gli Archivi Sigmund Freud di New York ai quali era sua intenzione vendere il manoscritto stesso affinchè potesse rimanere di proprietà pubblica. Cosa che, infine, fece o, come precisa Singer, credette di avere fatto. In realtà, secondo quanto ha ulteriormente scoperto, e reso noto, il nipote di Oppenheim quando egli stesso cercò di visionare il manoscritto originale tramite la Library of Congress di Washington dove, in suo luogo, vi trovò solo una fotocopia. L’ulteriore ricerca lo condusse dal dottor Bernard L. Pacella, ex presidente dell’associazione psicoanalitica americana, che aveva scritto la prefazione al volume, pubblicato per la prima volta nel 1958, con la traduzione inglese e il testo tedesco a fronte. Il dottor Pacella rese noto come all’epoca fosse stato lui ad acquistare il manoscritto, e non gli Archivi Sigmund Freud. Egli, successivamente, lo dette a sua figlia e al genero, il dottor John Oldham di New York, presso il quale poté, infine, essere visionato. In merito a ciò dobbiamo notare, come ha sottolineato Singer, l’incongruenza tra quanto riferito da Pacella allo stesso Singer, cioè di essere stato lui ad acquistare il manoscritto, e quanto egli scrive nella sua prefazione al libro: “noi fummo in grado di acquistare lo scritto per gli Archivi Freud” (Pacella, in Freud, Oppenheim, 1958, p. 9), affermazione in linea anche con quanto scrive Strachey nella sua introduzione al volume: “il manoscritto fu acquisito in nome degli Archivi Sigmund Freud dal Dr. Bernard L. Pacella” (1958, p. 19). Tuttavia, nelle pagine iniziali del testo si legge: “Copyright 1958, by Bernard L. Pacella, M. D.”. Lo scritto, da tempo, è presente anche nella traduzione italiana dell’opera omnia di Freud (Freud, Oppenheim, 1958), e a esso si rinvia il lettore.

Perché dalla parte di Adler

Singer avanza alcune ragioni, che riportiamo di seguito in modo sintetico, per spiegare lo schieramento di suo nonno con Adler, nella storica controversia (Sodini, 2014). In particolare egli, potendosi avvalere di fonti privilegiate, ha reso noto come molti anni dopo la scissione, Oppenheim ebbe a dire alle sue figlie: “Ammiravo Freud ma amavo Adler” (Singer, 2003, p. 108). Pertanto, benché non sia del tutto chiaro il senso della frase, viene avanzata l’ipotesi che uno dei motivi che indussero Oppenheim a schierarsi con Adler, sia stata una sorta di amore che egli aveva per il fondatore della psicologia individuale. Al riguardo, non siamo in grado di dire molto, se non che, con tutta probabilità, il rapporto tra i due uomini deve essere stato molto partecipato, non solo sul piano scientifico ma anche su quello dell’amicizia, o così sembra potersi evincere anche da un episodio che ci ha tramandato la Bottome, episodio legato, parrebbe, allo scarso successo che avrebbe avuto la pubblicazione del libro di Oppenheim (1926). tra gli psicologi adleriani: “Il professore Oppenheim era un altro membro erudito del gruppo profondamente fedele ad Adler; questa amicizia arrivò alla fine con una rottura eclatante. Il professor Oppenheim correva per le strade di Vienna con le lacrime che fluivano sulle sue guance dichiarando a voce alta a tutti gli amici che incontrava, come Adler era stato crudelmente scortese con lui e aveva tradito la loro amicizia” (Bottome, 1957, p. 170). Incidentalmente, al racconto della Bottome si riconduce anche Singer che ne contesta le ragioni per le quali sarebbe accaduto, riferendo della recensione positiva che ebbe il volume di suo nonno, a firma di Rudulf Pick Seewart, comparsa sulla International Zeitschrift für Individualpsychologie (Singer, 2003, p. 159). Egli, tuttavia, non esclude che l’episodio possa essere accaduto per altre ragioni, come precisa: “Se sia mai successo qualche altro evento collegato a Adler o al libro che l’ abbia fatto correre [Oppenheim] in lacrime per le strade di Vienna, non lo so” (ibid., p. 159). Quello che sembra certo, è che i rapporti tra Adler e Oppenheim non s’interruppero nel 1926, ma  anni dopo, dal momento che Singer ha reso noto come Adler, tra il 1927 e il 1929, scrisse diverse cartoline a Oppenheim durante i suoi viaggi negli Stati Uniti. Tra queste, in particolare, una dove si legge: “Al Professor D. Oppenheim, con devota stima, il suo eccellente compagno d’armi nei momenti di bisogno. Dottor Alfred Adler, New York, 26 marzo 1929” (ibid., p. 159). Una seconda ragione è individuata nel sentimento d’inferiorità che avrebbe caratterizzato Oppenheim e da lui stesso reso noto in una sua lettera scritta durante il servizio militare, quando non venne incluso tra quanti inizialmente ebbero una promozione. All’epoca, egli riferì come questi sentimenti d’inadeguatezza: “non sono mai assenti” (ibid., p. 108). Inoltre, sappiamo  di un suo vissuto d’inadeguatezza, che egli esplicita nell’ambito della comprensione dei testi greci (dove pare che ancora giovane studente universitario ne avesse la stessa padronanza del suo insegnante), ambito in cui, tuttavia, dubita di poter produrre risultati apprezzabili: “L’unico compito interessante che potesse prefissarsi era di portare avanti la ricerca in lettere classiche […] ma ora i dubbi sulle proprie capacità rispetto al greco antico gli hanno fatto capire che il mondo non ha bisogno soltanto di docenti universitari, ma anche di professori di scuola qualificati” (ibid., p. 36). Tuttavia, pure in merito allo svolgimento di una tale futura professione egli lascia emergere comunque dubbi e insicurezza: “Sarei in grado di farlo? […] Una persona timida, persino ansiosa come me è poco adatta a tenere a bada una banda di ragazzacci” (Oppenheim, cit. in Singer, 2003, p. 36). Aver esperito su di sé l’esistenza di una tale inadeguatezza può averlo indotto a schierarsi con Adler che poneva in posizione centrale l’importanza della compensazione all’inferiorità. La terza ragione viene individuata nei crescenti dubbi di Oppenheim per alcune idee di Freud. Già quando affrontò l’argomento del suicidio nell’infanzia, egli non ne ricondusse le motivazioni esclusivamente alla sessualità, ma le estese a includervi altri aspetti, quali il ruolo della famiglia, il facile accesso dei giovani alle armi da fuoco e la malattia psichica. Lo spostamento, o ampliamento, dell’attenzione dalla sessualità al contesto ambientale, lo indusse a sottolineare l’importanza di una profilassi da attivarsi nell’ambito della famiglia e tramite la collaborazione tra la scuola e le famiglie degli alunni. In questa impostazione, appare evidente, l’eco della psicologia individuale è predominante se comparato con quello della psicoanalisi. Il quarto motivo, infine, viene ricondotto al modo con cui Freud trattò l’intera vicenda che condusse alle dimissioni di Adler dalla Società. Tale modo, fu affermato da più parti, violava la libertà della scienza e a esso Oppenheim vi reagì. Le ragioni addotte da Singer, a sostegno della scelta compiuta da suo nonno, hanno una loro coerenza e sono certamente plausibili benché, in definitiva, appaiono modi diversi con cui, per così dire, si annuncia uno stesso fenomeno: lo stile di vita di David Oppenheim. Al riguardo, infatti, avanziamo la tesi secondo cui la scelta di questo Autore di schierarsi con Adler non fu propriamente una scelta, ma l’espressione di una coerenza tra la sua concezione del mondo e il modo di agire. In definitiva, quindi, fu l’espressione coerente del suo stile di vita (ancor prima che Adler introducesse questo concetto in psicologia) [18]; quella che - per usare le stesse parole dell’Autore –  compie il filosofo genuino. Apprendiamo di questa espressione fatta da Oppenheim tra ‘filosofo genuino’ e ‘professore teoretico’, dal lavoro di sua figlia Doris[19]. In particolare, egli: “distingueva tra ‘il filosofo genuino’ che cerca d’integrare il suo insegnamento con la vita e il ‘professore teoretico’ che si preoccupa solo della posizione accademica e della reputazione personale” (Singer, 2003, p. 14). Riteniamo della massima importanza questa distinzione operata da Oppenheim per ricostruire le motivazioni che lo indussero, nel 1911, a schierarsi con Adler. Quanto scrisse molti anni dopo il fondatore della psicologia individuale, benchè non in riferimento a Oppenheim, aiuta a chiarire il punto in esame: “Non appena una produzione scientifica è offerta al mondo, essa si rivolge agli individui, sia profani che scienziati, con una tendenza mentale simile a quella del suo Autore e fornisce loro una base rigorosa per un atteggiamento verso la vita che essi avevano già acquisito in precedenza” (Adler, 1935, p. 213). Questa frase sostiene la nostra tesi secondo cui l’orientamento mentale di Oppenheim era assai simile a quello di Adler e, quindi, potremmo anche dire che egli, semplicemente, finì per aderire a quanto di se stesso ritrovò in Adler. In questo senso Oppenheim non scelse di schierarsi con il fondatore della psicologia individuale ma, semplicemente, anche in quella circostanza, scelse di vivere la propria vita di ‘filosofo genuino’. Fu questo che, forse, più di ogni altra cosa, lo portò ad aderire a un sistema scientifico che riconosceva e affermava principi e valori che erano anche i suoi, quello a cui dette vita più compiutamente Alfred Adler, e che già nel 1911 era ben delineato e fondamentalmente diverso da quello di Freud. Riteniamo che l’assonanza tra Oppenheim e la psicologia individuale, scuola di cui fu uno dei primi e più autorevoli esponenti, emerga in tutta evidenza se ci riferiamo alla sua concezione della donna e del rapporto tra i sessi come criterio ispiratore nella vita. Al riguardo, appare utile ricondurci a una lettera di Oppenheim alla fidanzata, della primavera del 1905, da cui riprendiamo alcuni brani che contengono la sua proposta di matrimonio, avanzata in modo tutt’altro che diretto, e con parole che lasciano intuire quanto rispettoso dei sentimenti degli altri, forse anche timido e gentile, doveva essere chi sapeva esprimersi in un tal modo: “Avere una persona la cui professione, per così dire, è capirmi, un’osservatrice istruita e informata del mio carattere […] questo pensiero è molto importante per me adesso e la sua realizzazione punta probabilmente nella direzione del gamos […] La benevolenza amichevole con cui lei mi appoggia, assieme alla puntuale conoscenza della mia natura che ho cercato di farle vedere, attribuirà al suo giudizio la più grande importanza per la mia decisione” (Oppenheim, 1905, cit. in Singer, 2003, pp. 42-3). Per certi aspetti, queste parole appaiono del tutto in accordo con quanto Adler scriverà molti anni dopo: “La situazione dell’amore e del matrimonio, più dei problemi ordinari di adattamento sociale, richiede una comprensione eccezionale e una capacità straordinaria d’identificarsi con l’altra persona. Se poche persone, ai nostri giorni, sono preparate in modo adeguato per la vita familiare è perché le persone non hanno mai imparato a vedere con gli occhi, ascoltare con le orecchie e sentire con il cuore di un altro” (Adler, 1929b, p. 167). La scelta di Oppenheim di sposarsi, e di sposarsi in età piuttosto giovane, nella interpretazione che ne diamo anticipa, e lascia intuire, il suo orientamento nel mondo e l’ulteriore sviluppo della sua vita. Infatti, pare esserci una sufficiente concordanza di dati che indicano come il giovane Oppenheim fosse uno studente molto brillante e, in quanto tale, avrebbe potuto aspirare legittimamente a una carriera universitaria, scelta a cui, tuttavia, non dedicò il tempo necessario. Infatti, è noto che egli: “rifiutò una borsa di studio che gli avrebbe consentito di compiere un viaggio di studio in Grecia. Il motivo del suo rifiuto fu che avrebbe ritardato di un anno la nomina a un posto di insegnante. Il suo professore fu sconcertato dalla decisione […] David aveva solo ventiquattro anni, e se non avesse avuto fretta di sposarsi sarebbe diventato un Dozent fiducioso di ottenere prima o poi una cattedra  […] Evidentemente la prospettiva di vita con Amalie deve aver avuto un significato ancora più grande (Singer, 2003, p. 75). Un aspetto importante è proprio questo, privilegiare la scelta del matrimonio a discapito di una carriera universitaria. Per Oppenheim, a quanto sembra, il matrimonio e la carriera universitaria (o ciò che la carriera universitaria richiedeva) apparvero in contrasto, e fu il matrimonio che egli privilegiò. Consideriamo adesso  questa sua scelta riconducendoci a ciò che più tardi Adler ha chiamato le richieste della vita o i tre legami sociali, cioè l’occupazione, il comportamento verso gli altri, l’amore e il matrimonio. Egli scrive: “I tre legami che vincolano gli esseri umani riguardano i tre problemi della vita; ma nessuno di questi problemi può essere risolto separatamente; ciascuno di essi richiede una soluzione valida degli altri due” (Adler, 1931, p. 189) affermando - con specifico riferimento al terzo di questi problemi o compiti a cui assolvere - che: “Per risolvere in modo positivo il problema dell’amore e del matrimonio è necessaria un’occupazione che contribuisca alla divisione del  lavoro, come pure un cordiale e amichevole contatto con gli altri esseri umani” (ibid., p. 190).  Se guardiamo alla scelta compiuta da Oppenheim, dalla prospettiva della psicologia individuale, rimaniamo sorpresi di vedere quanto essa ne rappresenti, seppure ante litteram, una manifestazione, e come si accordi con quanto, molti anni dopo, scriveranno anche i coniugi Ansbacher sull’argomento: “la soluzione ai problemi della vita, del sesso, del matrimonio non va risolta individualmente, dal momento che l’umanità sopravvive se ciascun individuo ne trae beneficio […] Adler vide la soluzione in una cooperazione stretta tra due individui di sesso diverso affidata non a una erronea ‘autoattualizzazione’ ma cercata attraverso un’attualizzazione di ciascuno con l’altro e, attraverso i bambini, con il futuro dell’umanità” (Ansbacher, 1982, pp. 29-30). Alcune informazioni relative alla concezione che Oppenheim aveva della donna e del rapporto tra i sessi, come abbiamo visto, si ricavano dal suo modo di rapportarsi con la futura moglie e dalla proposta di matrimonio fattale, come si legge nella sua lettera del 1905, ad Amalie, richiamata sopra. Inoltre, tra il 1923 e il 1925, Oppenheim dedicò particolare attenzione allo studio della relazione tra i sessi - affrontato dalla prospettiva della teorizzazione adleriana - come si evince dalla sua partecipazione al congresso di Berlino del 1925 (Singer, 2003, p. 177) dove egli, aprendo la sessione ‘Storia culturale e religione’, tenne una conferenza dal titolo “La lotta della donna per la sua posizione sociale come appare nella letteratura classica”. La conferenza inizia con le seguenti parole: “La lotta delle donne per la posizione sociale è un’espressione d’insoddisfazione per le condizioni che l’uomo ha creato, secondo la sua prospettiva, riguardo ai rapporti tra i sessi. Nella convinzione che la donna sia fisicamente, mentalmente e moralmente un essere inferiore, la tiene in perenne schiavitù” (Singer, 2003, pp. 177). Come non riconoscere echi di queste parole in quanto scriverà più tardi Adler? Nello specifico – ricordando l’influenza che sul rapporto tra i sessi nel pensiero di Adler ebbe l’opera di Bachofen (1861), filtrata probabilmente dal lavoro di Bebel (1879) –  richiamiamo questo passo dagli scritti del fondatore della psicologia individuale: “Se ci proponiamo di ricercare l’origine storica di questo fenomeno, dobbiamo constatare, per la verità, che alla prevalenza maschile non possono essere attribuiti i caratteri di un dato di fatto naturale. Il predominio dell’uomo, infatti, ha dovuto ricorrere a leggi per consolidarsi. Prima di questa codificazione, i privilegi maschili non erano poi tanto sicuri. Intendiamo riferirci ai tempi del matriarcato: allora la donna, la madre, assumeva un ruolo predominante specie nei confronti dei fanciulli e gli uomini delle tribù si sentivano obbligati a rispettare questa situazione” (Adler, 1927, p. 117). Naturalmente, non si tratta di attribuire ruoli di primogenitura a tali aspetti, né siamo a conoscenza di elementi che potrebbero sostenere ciò; semplicemente ci limitiamo a osservare che il passaggio dalla conferenza tenuta da Oppenheim è di due anni anteriore a quanto scrive Adler in ‘La conoscenza dell’uomo’ ed è del tutto in linea con esso; ciò a conferma dell’affinità di prospettiva che vi era tra questi due Autori in merito alla relazione tra i sessi e alla visione del ruolo della donna nella società. A distanza di tanti anni possiamo osservare quanto fosse emancipata la concezione della donna secondo quella visione e come il rapporto tra i sessi venisse considerato un rapporto tra due persone, basato prioritariamente sulla compartecipazione emotiva, la cooperazione e l’uguaglianza tra i sessi. In questa sede non vogliamo attardarci su come precorresse i tempi una tale visione e su quanto sia attuale, tuttavia un richiamo alla coerenza tra ciò in cui si crede e ciò che si fa ci sembra opportuna. In merito alla concezione della donna non solo nel più ampio contesto d’inizio 1900, ma anche con specifico riguardo alle idee di quanti aderivano alla società psicoanalitica di Vienna, si ricorda Margarete Hilferding[20] e la sua iscrizione alla società. Ella fu proposta da Federn nella riunione del 6 aprile 1910 (Nunberg, Federn, 1967, p. 463) e presentata nella riunione del successivo 14: “Federn propone la dottoressa Hilferding e propone una modifica affinché tutti i candidati per l’iscrizione possano frequentare gli incontri da ospiti prima della loro definitiva accettazione” (Nunberg, Federn, 1967, p. 477). Freud sottolinea gli svantaggi possibili alla partecipazione degli ospiti agli incontri, mentre Sadger e Steiner si oppongono all’ammissione di donne alla società. Adler: “Considera questo suggerimento importante e meritevole di approvazione […] ed è favorevole ad ammettere donne medico come anche donne seriamente interessate alla materia e vogliono collaborare con noi” (Nunberg, Federn, 1967, p. 477). Nella riunione del 27 aprile il risultato della votazione per ammettere la Hilferding è: “di dodici sì e due no” (Nunberg, Federn, 1967, p. 499). E’ degno di nota, e forse anche dei tempi, che uno dei due voti contrari sia stato espresso da Carl Furtmüller. Della Hilferding, Freud più tardi scrivendo a Jung dirà: “Noi viennesi non abbiamo nulla da mettere accanto al soave essere femminile che Lei porta da Zurigo. La nostra unica dottoressa partecipa alla rivolta adleriana, da vera masochista, e non credo che sarà presente” (Freud, Jung, 1990, p. 475).  Ritornando al modo che Oppenheim aveva di concepire il rapporto tra i sessi e il  matrimonio, o gamos come egli preferì definirlo, si possono cogliere alcuni aspetti del suo stile di vita che ci appaiono strutturali. Pur nella consapevolezza di muoversi su un terreno complesso come quello della sessualità, non possiamo lasciare inesplorato, o anche solo sullo sfondo, ciò a cui una persona attribuisce la maggiore importanza nella relazione tra i sessi e nella scelta del partner, poiché questo è espressione del suo stile di vita. Nella relazione tra i sessi e nel matrimonio, se la più grande importanza viene assegnata all’attrazione fisica, allora sarà conseguenza naturale che la scelta venga compiuta unicamente, o soprattutto, su tale base. L’idea è tutt’altro che nuova e la troviamo espressa adeguatamente, per esempio, nel consiglio che l’amico dette a Richard Tull: “Sposa la tua ossessione sessuale: quella cui continui a ritornare, quella che non sei mai riuscito a esaurire completamente: sposa quella […] Non la bellezza, non l’intelligenza  […] Sposa quella che te lo fa diventare più duro. Sposa quella. Ti stuferai a morte ma lo stesso succederebbe con la neurochirurga, ma lo stesso succederebbe con la fata sognatrice, prima o poi ”(Amis, 1995, p. 83). Procedendo lungo questa linea, non sorprende che il matrimonio fondato su tale presupposto, con il trascorrere del tempo, sia destinanto a complicarsi o anche a naufragare. Questa non è la sede per addentrarci in un tale ambito, né vogliamo correre il rischio di banalizzare o includere in spazi angusti l’importanza della sessualità nelle relazioni sentimentali. Il nostro, principalmente, vuole essere un tentativo di comprendere, storicizzandolo, il pensiero di Oppenheim sull’argomento, soprattutto per la sintonia che riteniamo presenti con quello di Adler, in particolare per il rapporto tra le donne e gli uomini (Sodini, 2014). La scelta di Oppenheim di sposare Amalie, appare fondata primariamente sulla comprensione reciproca, la comunanza di vedute, la cooperazione e l’uguaglianza. Per quanto possiamo comprendere, questa scelta ebbe evidenti ripercussioni anche nell’affrontare e risolvere l’altro legame o compito sociale, quello dell’occupazione. Una tale connessione, già all’epoca, era in accordo con quanto Adler affermerà compiutamente più tardi, quando scrisse che ciascuno dei tre problemi della vita deve trovare la propria soluzione in accordo, e non disgiuntamente, con gli altri due. Per questo riteniamo che la scelta di Oppenheim in quel frangente della propria vita, relativa al suo matrimonio – compiuta in armonia con le richieste della propria dimensione erotica, ma senza assegnare a questa l’intero (o prevalente) compito di stabilirne la direzione - rappresenti un’espressione compiuta della sua personalità e, almeno in nuce, deponga per il suo futuro schieramento dalla parte di Adler nella controversia con Freud. Se la sua scelta di sposarsi sia stata la migliore non sappiamo dirlo ma, in ogni caso, il matrimonio di Oppenheim sembra che fu un matrimonio ben riuscito: “Si rivelò essere ‘un matrimonio esemplare. Un matrimonio meraviglioso’. Così lo descriveva Hilde Koplening, figlia del primo cugino di David. Tutti quelli che li conoscevano erano d’accordo” (Singer, 2003, p. 84). Quello che possiamo dire è che la motivazione alla base della scelta compiuta si coniuga perfettamente con la prospettiva della psicologia individuale prima ancora che questa avesse un’esistenza reale, compiuta e strutturata. Inoltre, si presta adeguatamente a esemplificare le parole di Adler sull’amore e il matrimonio, intesi come la devozione più intima verso una persona: “espressa nell’attrazione fisica, nel cameratismo, e nella volontà di avere figli. Si può facilmente dimostrare che l’amore e il matrimonio sono solo un aspetto della cooperazione; non una cooperazione volta al solo benessere di due persone, ma una cooperazione rivolta anche al benessere dell’umanità” (Adler, 1931, p. 207). La concezione che Oppenheim aveva dell’essere umano e, più in generale del mondo, si evince da una sua lettera alla fidanzata, e questa ci appare assai più vicina a quella di Adler che non a quella di Freud. Ciò, in definitiva, ci appare come un motivo più che valido per spiegare la sua scelta di schierarsi con il primo: “Per me c’è soltanto un grande segreto, il segreto dell’anima umana. Portarlo alla luce, per quanto consentano i miei  poteri limitati, è il lavoro della mia vita. Incessante osservazione della mia anima e infaticabile ricerca in quelle degli altri sono gli strumenti che uso a questo scopo, che siano vissuti migliaia di anni fa, o che siano i miei contemporanei più vicini. La mia impresa è santa, e le cose sante, così insegna un vecchio saggio, possono essere mostrate solo a persone sante. Ma io considero santo un essere umano debole che lotta per un nobile obiettivo[21]” (Oppenheim, cit. in Singer, 2003, p. 65). Anche questo passaggio anticipa e richiama molto da vicino quanto scrisse Adler nel 1928: “L’ideale tipico del nostro tempo è ancora l’eroe solitario per il quale gli esseri umani sono oggetti […] la vana grandezza di un generale vittorioso. I sentimenti sociali richiedono un diverso ideale, quello del santo[22], depurato dagli eventi fantastici e straordinari derivati dal credere in un mondo magico” (Adler, 1928, p. 171). Oppenheim, dunque, operò la distinzione tra ‘filosofo genuino’ e ‘professore teorico’, e si riconobbe tra coloro che si annoverano nella prima espressione. Anche noi, assumendo questa sua distinzione, riteniano che egli sia stato un ‘filosofo genuino’ e, quindi, abbia cercato di tradurre nella pratica le proprie opinioni e vivere conformemente a esse. Ciò induce, come fa lo stesso Singer, a chiedersi se: “Esiste un conflitto tra l’agire in modo etico e l’agire in conformità all’interesse personale” (2003, p. 20), che dalla  prospettiva della psicologia individuale, secondo la nostra interpretazione, significa chiedersi se vi sia conflitto tra le aspirazioni di una persona e l’interesse comune. Siamo consapevoli di quanto sia complesso, e rischioso, avvicinarci a questo terreno che apre a incursioni nel mondo dell’etica. Tuttavia, si ritiene utile, pur con le cautele del caso, non lasciare inevasa la domanda, ricordando come questo sia anche il punto crucis della teorizzazione adleriana, affrontato ed esposto da Adler con l’introduzione del concetto di sentimento comunitario[23]. In un’epoca dove l’attenzione veniva posta pressochè unicamente alla dimensione sessuale, lo studio del comportamento etico non raccoglieva un interesse specifico, se non nei termini in cui gli imperativi etici potevano produrre i loro effetti sulle persone. Nel gruppo di quanti inizialmente fecero parte della società psicoanalitica di Vienna, fu Furtmüller (1912, Sodini, 2016), anche lui schieratosi con Adler, a dedicare attenzione al comportamento etico, considerato non una restrizione della natura umana ma una forma di espressione in accordo con una tendenza naturale. In questo senso, egli scrisse: “l’etica e l’igiene mentale sono tra loro in stretto rapporto, ma non si deve pensare che la prima sia uno strumento per conseguire la seconda, quanto piuttosto il contrario: è l’igiene mentale a essere forse un requisito essenziale per l’etica” (Furtmüller, 1912, p. 156). Le idee di democrazia, eguaglianza, reciprocità e cooperazione non suscitavano particolarmente l’interesse di Freud, mentre ebbero la massima importanza per Adler, come ha mostrato più tardi, e oltre ogni evidenza, la sua teorizzazione del sentimento comunitario. Tali idee, caratterizzano la concezione del rapporto tra gli esseri umani e, a maggior ragione, il più intimo di questi: quello tra i partner, dove la capacità di cooperare per il benessere di due persone e per contribuire al benessere della società, ne è l’asse portante: “La lotta più antica dell’umanità è quella volta a far sì che gli uomini si associno, giacchè è attraverso l’interesse per i nostri simili che sono stati compiuti tutti i progressi della nostra razza. La famiglia è un’organizzazione in cui l’interesse per gli altri è essenziale; e per quanto indietro possiamo risalire nella nostra storia, troviamo questa tendenza degli esseri umani a raggrupparsi in famiglie […] C’è nello sposarsi una certa responsabilità, dato che si tratta di un compito atteso da tutta la società, giacché tutta la società è interessata a che nascano figli sani, che possano essere allevati nello spirito della cooperazione […] i mezzi usati dalle società primitive, i loro totem, e i loro elaborati sistemi per controllare i matrimoni possono ora sembrarci ridicoli; ma la loro importanza a quell’epoca difficilmente potrebbe essere sottovalutata, giacché il loro scopo reale era quello di accrescere la cooperazione umana” (Adler, 1931, p. 199). Esplicativo di una tale visione sono queste ulteriori parole di Adler, in cui viene riferita la consuetudine di certe popolazioni tedesche per verificare l’affinità di due fidanzati in vista della loro futura vita coniugale: “Prima dello sposalizio lo sposo e la sposa vengono portati in una radura dove c’è un tronco d’albero che è stato abbattuto. Qui agli sposi viene data una sega con due manici, ed essi devono segare il tronco. Questa prova serve a verificare fino a che punto i fidanzati sono disposti a cooperare. Trattandosi infatti di un compito affidato a due persone, se tra i due non c’è affiatamento, ognuno tirerà dalla propria parte ed essi non concluderanno niente. Se uno dei due vorrà dirigere il lavoro e fare tutto da solo, allora, anche se l’altro lo lascia fare, il compito richiederà il doppio del tempo. Perché tutto vada bene essi devono entrambi prendere l’iniziativa, ma le loro iniziative devono essere concordi. Questi contadini tedeschi si sono resi conto che la cooperazione è il più importante pre-requisito del matrimonio” (Adler, 1931, p. 207). Le scelte compiute concretamente da Oppenheim, come è naturale che sia, ebbero così tanta rilevanza per la sua vita. Naturalmente, non è possibile dire, e neppure immaginare, come questa sarebbe stata se egli avesse scelto di dedicarsi alla carriera universitaria (posticipando o non contraendo il matrimonio con la sua fidanzata) e rimanere nel circolo freudiano, anziché schierarsi con Adler. Più semplicemente, possiamo dire che non sono state quelle, ma altre, le sue scelte, ed esse furono la coerente espressione del suo stile di vita. Alla conclusione di questo articolo, ci torna alla mente una frase di Adler: “Un sistema psicologico non è scindibile dalla filosofia di vita di chi lo ha formulato” (Adler, 1935, p. 504) alla quale, idealmente, vorremmo aggiungere, dopo questa breve disamina del pensiero e della vita di Oppenheim: né lo è da quella di chi lo riconosce come proprio.

Conclusione

Più eventi hanno contribuito a scongiurare un immeritato oblio della vita e del lavoro di questo Autore. Fra tutti, primariamente, riteniano di dover sottolineare il lavoro della figlia Doris, che ha anche scritto una tesi di Master (Oppenheim, D. 1988) sull’opera del proprio padre e ha curato, insieme a Adlolf Gaisbauer, l’edizione delle lettere tra il 1938 e il 1942 (Oppenheim, 2000). In seguito, il nipote di Oppenheim, Peter Singer, come abbiamo ricordato più volte in questo articolo, ha dato alle stampe un pregevole volume sulla vita e il lavoro del nonno che, riteniamo, abbia contribuito molto a scongiurarne l’oblio (2003). Chi scrive - nell’ambito della propria formazione adleriana e degli studi condotti in tale ambito, molti anni fa ebbe il piacere di ascoltare una conferenza di Ringel (che, nell’occasione, era accompagnato da una delle due figlie di Oppenheim, probabilmente la secondogenita)  su questo Autore[24] - più  semplicemente ha ritenuto di ricordare, oltre al lavoro, la coerenza del ‘filosofo genuino’ di Oppenheim, così come è stato capace di comprenderla, ispirata al criterio della cooperazione tra i sessi. La coerenza di uno studioso che, insieme a Carl Furtmüller (Sodini, 2016) e pochi altri, fu tra i fondatori della società di psicologia individuale e tra i suoi esponenti più autorevoli.

 

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                       School, London, George Allen & Unwin Ltd.


[1] Un’ampia quantità di notizie su questo Autore, e sulla sua famiglia, sono disponibili grazie al pregevole lavoro del nipote di Oppenheim, Peter Singer, figlio di Kora, la figlia primogenita dei coniugi Oppenheim ed Ernest Singer. Il volume è una vera e propria miniera di dati storici e biografici tratti anche da moltissime lettere autografe di Oppenheim, oltre che dai ricordi dei familiari (particolarmente della moglie e delle due figlie, ma anche di persone che lo conobbero e lo frequentarono), pertanto, a esso si rinvia per una visione esaustiva del tempo e del contesto in cui visse e operò David Oppenheim. Il libro è senz’altro un modo appropriato per ricordare la memoria, e il lavoro, di questo Autore, e contribuisce con forza a scongiurarne un immeritato oblio. Come ha ricordato lo stesso Singer: “I pensieri e il lavoro di mio nonno saranno fatti rivivere da me, ora, o da nessun altro” (Singer, 2003, p. 21).
[2] Amalie Pollak, 1878-1955. Figlia di Marcus Pollak, rabbino di Holleschau, e di Minna Pollak, figlia di Isak Lew Freistadt, cofondatore della Schiffschul, una delle sinagoghe più grandi di Vienna. Amalie, quindi, era figlia di due ebrei ortodossi e ciò è confermato anche dal fatto che i suoi genitori ebbero quattordici figli, di cui due morti successivamente alla nascita e due durante l’infanzia. Amalie era la penultimogenita dei dieci figli rimasti. All’epoca in cui conobbe il futuro marito, suo padre era morto da nove anni e lei viveva con la propria madre al numero 5 della Malzgasse, nel II distretto di Vienna, una zona abitata dalla piccola borghesia. Incidentalmente, l’abitazione di Amalie, come si può vedere ancora oggi, era poco distante dalla Kraftgasse dove, al numero 3, i coniugi Oppenheim andarono a vivere dopo il matrimonio e dove rimasero fino a poche settimane prima della loro deportazione. Amalie Pollak, fu la trentanovesima donna a laurearsi all’Università di Vienna, dove vi conseguì la laurea  in Matematica e Fisica, facoltà a cui si era iscritta nel 1899, cioè  due anni dopo che le donne vennero ammesse agli studi universitari. Anche per lei, come fu per David Oppenheim, la decisione di sposarsi ebbe un impatto tale da determinare un rilevante cambiamento alla direzione della propria vita. Ella, inizialmente aveva programmato (1905) di trascorrere un anno a Berlino dove, all’epoca insegnava fisica Max Planck. Di fatto, quella scelta, che avrebbe potuto avere conseguenze non facili da prevedere, evidentemente fu considerata non compatibile con quella di sposarsi, né preferibile a essa, e Amalie non la realizzò. David Ernest Oppenheim e Amalie Pollak si sposarono nel 1906, ebbero due figlie, ed entrambi trascorsero il resto della loro vita a Vienna, fino a quando non vennero deportati nel campo di concentramento di Theresienstadt, al quale sopravvisse solo Amalie. In seguito, ella si riunì alle sue figlie che da tempo vivevano in Australia, dove concluse la propria esistenza.       
[3] Kora Oppenheim, sposata Singer, è nata il 12 dicembre 1907 a Vienna ed è morta il 7 agosto 2000, a  Melbourne. Condotti gli  studi di medicina, ha lavorato come medico internista all’ospedale generale di Vienna. Sposata con Ernest Singer il 30 maggio 1937, riuscì a emigrare in Australia insieme al marito dove, in seguito, continuò la professione medica. Ha avuto due figli, Joan e Peter. Anche a sostegno della tesi che avanziamo nel nostro scritto, la parità tra i sessi come criterio ispiratore di vita di Oppenheim, riportiamo la valutazione di Singer, figlio di Kora e nipote di Oppenheim: “Non solo mia madre lavorava […] ma era anche un medico in un’ epoca in cui le donne che esercitavano questa professione erano rare. La sua scelta della carriera e il suo impegno di continuare a lavorare dopo il matrimonio e la nascita dei figli riflettevano la posizione dei suoi genitori riguardo alla parità sessuale” (Singer, 2003, p. 179). La sottolineatura è nostra.
[4] Doris Oppenheim, sposata Liffman, è nata  l'8 marzo 1919 a Vienna. Nella primavera del 1938  è stata iscritta alla facoltà di Filosofia dove, prima di essere espulsa, ha seguito corsi di Storia dell'Arte. Emigrò a Londra nel settembre dello stesso anno, dove ha lavorato come cameriera con un permesso di soggiorno temporaneo. Alla fine del 1938 ricevette il permesso per emigrare in Australia, a Melbourne, dove viveva la sorella Kora. Prima di esercitare la professione di assistente sociale, ha svolto diversi lavori, tra cui quello di segretaria e di traduttrice. Nel 1941 si fidanzò  con Herbert Liffman (1908-1989) e si sposò il ​​13 marzo 1942. Ha avuto un figlio, Michael. Il nome di Doris Oppenheim è riportato nel Memoriale agli emarginati, emigrati e uccisi al Kunsthistorisches Institut, al campus dell'Università di Vienna. La mostra tenutasi al Dipartimento di Storia dell'Arte dell'Università di Vienna dal 22 gennaio al 14 maggio 2010 fu dedicata alla sua memoria e a quella degli altri ex studenti dell'Università di Vienna. All’Hof 9 è stato posto il monumento per la loro commemorazione, un tavolo circolare spezzato con le sedie attorno. Tra le due parti del tavolo è collocata la targa con il nome delle persone, tra cui quello di Doris Oppenheim. Nel corso della sua vita si è dedicata a far conoscere la figura e il lavoro del proprio padre, scrivendo e partecipando a conferenze. 
[5]  Rudolf Allers, 1883-1963. Psichiatra e filosofo. Primogenito di una famiglia di origine ebraica, venne battezzato pochi giorni dopo la nascita. Il padre Markus era un medico e la madre Auguste Grailich, proveniva da una famiglia di scienziati. Fu docente alle Università di Praga, Monaco e Vienna. Si avvicinò alla psicoanalisi ma in seguito aderì alla società di psicologia individuale dalla quale, più tardi, si dimise. Con l’annessione dell’Austria al terzo Reich emigrò negli Stati Uniti di America dove, da prima, fu docente alla Catholic Universisy of America di Washington e, successivamente, alla Georgetwon University. 
[6]Manés Sperber, !905-1984. Scrittore e saggista si interessò a lungo di psicologia. Fu allievo e collaboratore di Alfred Adler. All’inizio degli anni ’30 i rapporti tra i due uomini s’interruppero per le diverse opinioni relative ai rapporti tra il marxismo e la psicologia individuale. Fu autore di una biografia del padre della psicologia individuale (1926).
[7] L’adesione al partito socialdemocratico del giovane Adler è cosa nota, ma si deve ricordare il contesto in cui maturò. Al riguardo, riteniamo chiarificatrici le parole del figlio Kurt: “Nel 1888 Adler era uno studente di medicina dell’Università di Vienna, attratto dalle idee sociali e marxiste che frequentava le associazioni socialiste studentesche […] (va tenuto presente che alla fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo i socialdemocratici erano l’unico partito esistente: la divisione tra bolscevici e menscevichi non si era ancora attuata). A quel tempo gli ideali e gli scopi perseguiti dai socialdemocratici erano l’abbattimento della monarchia, la democrazia, la repubblica, l’eguaglianza, le riforme sociali, l’umanesimo, la solidarietà con i lavoratori che assieme al socialismo rappresentavano un sogno lontano” (Adler, K. A. 1993, pp. 43-4). Immediatamente dopo la presa del potere in Russia da parte dei bolscevichi, Adler espresse con chiarezza il proprio pensiero: “Il governo bolscevico è basato sul possesso del potere: perciò il suo destino è segnato. Questo partito e i suoi sostenitori ricercano come mete ultime quelle che sono anche le nostre, subendo però il fascino della supremazia e della forza” (Adler, 1918, p. 600). 
[8]Oswald Schwarz,  1883 – 1949. Ha insegnato Urologia all'Università di Vienna. Fu un esponente della psicologia individuale, società da cui si dimise nel 1927. Di origine ebraica, nel 1934 emigrò in  Inghilterra.
[9] Viktor Emil Frankl, 1905-1997. Medico, neurologo, psichiatra e filosofo. Per venticinque anni ha diretto il Policlinico neurologico di Vienna. Sin da giovanissimo si interessò alla psicoanalisi di Freud ma fu rapidamente attratto dalle idee di Alfred Adler e divenne uno dei membri della società di psicologia individuale. Per un anno curò l’edizione di una rivista della società: Der Mensch im Alltag, ma 1927 venne espulso. E’ sopravvissuto ai diversi campi di concentramento in cui venne internato in seguito all’affermarsi del nazismo. Ha fondato la scuola di Logoterapia e analisi esistenziale, che è stata definita, dopo la psiconalisi di Freud e la psicologia individuale di Adler, la terza scuola viennese di psicoterapia. Dopo la sua morte, la città di vienna gli ha dedicato un parco nei pressi della sua abitazione che si trova al numero 1 di Mariannengasse, oggi casa museo.   
[10]Erwin Ringel (1921-1994). Uno dei più autorevoli adleriani contemporanei. Durante gli studi liceali fu allievo di Oppenheim, con il quale intrattenne rapporti anche negli anni successivi. Dopo la sua morte, la  città di Vienna gli ha intitolato un parco, con un suo monumento alla memoria.
[11]In realtà si tratta di David Ernest Oppenheim, forse qui il nome è confuso con Hermann Oppenheim (1858-1919), un neurologo di Berlino.
[12] Si presume che sia stato indicato erroneamente l’anno 1910, in luogo dell’anno 1911.
[13] Oppenheim partecipò a trentasette incontri della società psicoanalitica di Vienna. Nel corso dell’anno 1910: 26 gennaio, 23 febbraio, 9 e 16 marzo, 6, 14, 20 e 27 aprile, 4, 11, 18 e 25 maggio, 1, 8 e 15 giugno, 19 e 26 ottobre, 2, 9, 16 e 23 novembre, 14 e 21 dicembre. Nel corso dell’anno 1911: 4, 11 e 18 gennaio, 1 e 15 febbraio, 1, 8, 15, 22 e 29 marzo, 26 aprile, 3 e 24 maggio, 11 ottobre.
[14]L’articolo era pubblicato su Österreichische Rundschau, vol. XXII, 1910.
[15] Über den Selbstmord insbesondere den Schülerselbstmord, in Diskussionen des Wiener psychoanalytischen Verein, Zentralblatt für Psychoanalyse, Verlag J. F. Bergmann, Wiesbaden, 1910, vol. I. “Il dibattito fu promosso da una lettera firmata unus multorum di un sedicente studente di latino. In realtà si trattava del professore di materie classiche Ernest Oppenheim” (Avvertenza editoriale, Freud Opere, vol. VI, p. 299). 
[16]Carl Furtmüller (1880-1951), educatore e socialista. Fu presentato da Adler alla Società psicoanalitica di Vienna e prese parte alle sue riunioni dal 3 novembre 1909. Nel 1911 lasciò il circolo freudiano in seguito alla rottura tra Adler e Freud e fu tra i fondatori della società di psicologia individuale. Dopo la fine della prima guerra mondiale, egli fece parte della commissione per la riforma scolastica istituita dal ministro dell’educazione della nuova Repubblica Austriaca e, successivamente, venne nominato sovrintendente per l’educazione secondaria. In seguito alla presa del potere da parte dei fascisti austriaci, insieme alla moglie Aline, lasciò Vienna e nel 1941, grazie a un visto concesso personalmente dal presidente Roosvelt, raggiunse gli Stati Uniti. Nel 1947 poté ritornare a Vienna e l’anno successivo divenne direttore dell’Istituto pedagogico. E’ Autore di una  biografia su Alfred Adler. La città di Vienna ha dedicato a questo Autore e a sua moglie il Furtmüllerhof in Ziegelofengasse 12-14, e una targa commemorativa.
[17]  Il riferimento  è al volume “Sogni nel folklore” (1958).
[18] Questa espressione è stata introdotta in psicologia da Adler che la riprese da Max Weber. Ciò che indica è uno dei concetti più a lungo rimeditati nell’ambito della psicologia individuale (Sodini, 1993a). Esso si rifà alla legge del movimento dell’individuo secondo cui: “Ognuno nella vita si comporta come se avesse un’opinione molto precisa sulla propria forza e sulle proprie capacità, come se già all’inizio delle proprie azioni avesse chiara o meno la difficoltà di un caso che deve affrontare [...] il suo comportamento scaturisce dalla sua opinione. Ciò non può meravigliare in quanto con i nostri sensi non possiamo recepire dei fatti, ma soltanto un’immagine soggettiva, un riflesso del mondo esterno. ‘Omnia ad opinionem suspensa sunt’ […]ognuno di noi ha una sua ‘opinione’ di se stesso e dei compiti della vita, una linea di vita e una ‘legge dinamica’, che lo blocca senza che se ne renda conto. Questa legge nasce nello spazio ristretto dell’infanzia e si sviluppa attraverso scelte poco limitate, utilizzando, senza il condizionamento di un’azione matematicamente formulabile, delle forze innate e delle impressioni del mondo esterno. La direzione e relativa utilizzazione degli  ‘istinti’, ‘pulsioni’, impressioni del mondo esterno e dell’educazione è l’opera d’arte del bambino, che è possibile capire ricorrendo alla ‘psicologia dell’uso’, non a quella del ‘possesso’” (Adler, 1933, pp. 23, 27). “Quando il prototipo – cioè la prima personalità che modella la meta – è formato, la linea di direzione viene stabilita e l’individuo diviene orientato definitivamente […] Le appercezioni dell’individuo da allora in poi sono destinate a cadere in un solco stabilito dalla linea di direzione” (Adler, 1929, p. 62). Senza pretesa di esaustività, avanziamo una definizione sintetica di stile di vita: “Il modo unico che una persona ha di comportarsi allo scopo di conseguire il proprio obiettivo, in una situazione data. Tale comportamento deriva dall’opinione che il soggetto ha di se stesso e del mondo esplicitato nel suo movimento coerente verso la meta, e questa può rimanere, almeno parzialmente, non conosciuta al soggetto stesso” (Sodini, 2009, p. 114).
[19] Si viene a conoscenza di questa distinzione fatta da Oppenheim, in un saggio della figlia Doris (David Ernst Oppenheim 1881 - 1943: the man, his time, his work, Monash University, 1988) che riprende uno scritto del padre su Seneca, citato da noi in Singer, 2003, p. 14, poiché, nonosatante i ripetuti tentatativi condotti, non siamo riusciti a consultare lo scritto di Doris Oppenheim. 
[20] Margarete Hilferding, nata Hönigsberg (1871-1942). Nel 1904 si sposò con Rudolf Hilferding, socialdemocratico, deputato e ministro delle finanze della Repubblica di Weimar. Fu tra le prime donne austriache a laurearsi in medicina e la prima donna a essere ammessa alla società psicoanalitica di Vienna. All’epoca della controversia tra Adler e Freud, si schierò con il fondatore della psicologia individuale, società nella quale per un periodo rivestì anche la carica di presidente. Tra i suoi lavori, si deve ricordare il volume sul controllo delle nascite (1926). Morì il 21 settembre, durante il viaggio dal campo di concentramento di Theresienstadt a Maly Trostenets. La città di Vienna le ha dedicato una targa commemorativa e intitolato il Margarethe Hilferding Hof, a Favoriten, nel X distretto di Vienna.
[21] La sottolineatura è nostra.
[22] La sottolineatura è nostra.
[23] Adler introdusse questo concetto, che più di ogni altro caratterizza la sua teorizzazione, nel 1918 e ne dette la prima vera definizione quattro anni più tardi, a cui seguirono aggiunte e precisazioni negli anni succesivi. Incidentalmente, la traduzione inglese della parola tedesca con cui venne indicato questo concetto (Gemeinschaftsgefül) ha dato luogo a una certa confusione, portando al convincimento errato che le espressioni inglesi community feeling e social interest fossero sinonimi. Va ad Ansbacher il merito di aver chiarito l’equivoco (1992). Riprendiamo alcuni brani dagli scritti di Adler sia per mostrare la progressiva evoluzione del concetto, sia per proporne una sua definizione sufficientemente esaustiva: “Esso sta alla base di ogni  relazione  del bambino con uomini, animali, piante ed oggetti in genere. E’ il vincolo che ci unisce alla vita, è la sua affermazione e la riconciliazione con essa. La presa di posizione di un uomo nei confronti della vita, cioè la sua vita psichica, si realizza solo attraverso la collaborazione del sentimento sociale [comunitario], nelle sue ricche differenziazioni (amore genitoriale,  filiale e  sessuale, amore per la patria, amore per la natura,  l’arte, la scienza, amore per uomini) con la pulsione aggressiva” (Adler 1914, p. 58).  “Il sentimento comunitario […] significa sentire con l’intero, sub specie aeternitatis, sotto l’aspetto dell’eternità. Significa aspirare a una forma di organizzazione sociale che deve essere pensata come duratura, come potrebbe essere se l’umanità avesse raggiunto la meta di perfezione. Non è mai una  comunità o una società di oggi né una forma politica o religiosa, piuttosto è la meta che è più adatta per la perfezione intesa come la comunità ideale di tutta l’umanità. L’ultima realizzazione del processo evolutivo […] Devo ammettere che coloro che trovano  una componente metafisica nella psicologia individuale hanno ragione […] tutte le idee innovative si trovano al di là dell’esperienza immediata […] Se questo viene chiamato speculazione o trascendentalismo allora non c’è scienza che non entri nel regno della metafisica e io non vedo alcuna ragione per temere la metafisica […] Noi non possediamo il dono della verità assoluta e per questa ragione siamo autorizzati a enunciare teorie per noi stessi, per il nostro futuro, per i risultati delle nostre azioni e via dicendo. Noi concepiamo l’idea dell’interesse sociale e del sentimento comunitario come l’ultima forma dell’umanità, una condizione in cui immaginiamo come risolti tutti i problemi della vita, tutti i rapporti con il mondo esterno. E’ un ideale normativo, una  meta che dà la direzione. Questa meta di perfezione deve contenere la meta di una comunità ideale perché ogni cosa che troviamo di valore nella vita, ciò che esiste e rimarrà, è per sempre un prodotto di questo sentimento comunitario” (Adler, 1979, pp. 77-8). “Se ci proponessimo di valutare un individuo, ispirandoci al metro di un tipo umano ideale, questo modulo di giudizio avrebbe valore solo se rapportato alla collettività e da questa ritenuto utile e valido […] un individuo, insomma, dotato di un elevato senso sociale che, per usare una frase di Furtmüller, ‘Si conformi alle regole del gioco della società umana’” (Adler, 1927, p. 48).
[24]  18° International Congress of Individual Psychology (1990, Abano Terme), Erwin Ringel tenne una conferenza dal titolo: Ernest David Oppenheim als schuler von Freud und Adler.
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