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Gruppalità : tra Mente e Corpo

Dott.ssa Mara Napoli

Psicologo Psicoterapeuta, gruppo analista (membro CATG)

Responsabile U.O.S. Centro Diurno Distretto H5 (ASL RM6)

 

 

S.H.Foulkes sosteneva che il gruppo non è semplicemente la somma degli individui che lo compongono, egli parla di una “mente” di gruppo che ha una valenza sovraindividuale,  emerge dal contributo di tutti ed è espressione delle dinamiche interpersonali e transpersonali presenti tra i membri. Aggiungo che gli individui comunicano a vari livelli: verbale, non verbale, corporeo, conscio e inconscio. Ogni individuo è un’unità di mente e corpo. Nel gruppo la comunicazione passa anche attraverso il corpo, le emozioni che sono stimolate da immagini e parole sollecitano il corpo e attraverso di esso sono trasmesse ai partecipanti.

 Il gruppo stesso può essere considerato un corpo unico, parliamo dunque di un “corpo” di gruppo. Nell’individuo, come nel gruppo, mente e corpo non vanno intese come entità separate ma strettamente interagenti, due facce della stessa medaglia.

Paul Schilder (1886-1940) tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso si è interessato allo studio dell’interazione tra psiche e corpo sotto l’influsso della psicobiologia (Adolf Meyer), nel 1923 pubblicò uno studio in tedesco sull’argomento e nel 1935 scrisse l’opera “ The image and appearance of the human body”, tradotta in italiano nel 1950 con il titolo “ Immagine di sé e schema corporeo”. In questo lavoro studia l’interrelazione mente/corpo evidenziando come l’immagine che ognuno di noi ha del proprio corpo, della relazione tra le sue parti e della sua posizione nello spazio (modello posturale del corpo), non è semplice espressione della percezione degli stimoli provenienti dal corpo ma è qualcosa di più complesso, essa nasce dalla costruzione di schemi e rappresentazioni mentali la cui formazione è influenzata da fattori sociali e culturali. “ Lo schema corporeo è l’immagine tridimensionale che ognuno ha di se stesso: possiamo anche definirlo immagine corporea oppure……modello posturale del corpo”[2]. La percezione è collegata ad un’azione. Un corpo che percepisce non è passivo ma attivamente elabora ciò che sente. Ognuno di noi elabora gli stimoli sulla base della propria personalità. Inoltre il “modello posturale del corpo” è correlato all’esperienza che facciamo dei corpi altrui. Ogni corpo è legato ad altri corpi da metaforici elastici e deve gestire e modulare la relazione in un gioco continuo. L’autore sottolinea, inoltre, l’importanza delle emozioni che forniscono l’energia per attivare la costruzione dell’immagine corporea.

La gruppo analisi e gli approcci psicoanalitici relazionali sottolineano che il Sé, espressione dell’identità dell’individuo, nasce e si evolve per tutta la vita nella relazione. La potenza trasformativa del gruppo si manifesta nell’attivare e favorire l’eleborazione della conflittualità tra individuo e gruppo. L’esperienza di sé come soggetto unico in divenire in un continuum  non può prescindere dal  proprio corpo. Noi siamo il nostro corpo.

Daniel Stern nel suo scritto “ Il mondo interpersonale del bambino”(1985), osserva che nello sviluppo dell’identità l’esperienza senso-motoria ha un ruolo fondamentale, essa interviene in una fase dello sviluppo del sé detta del “sé nucleare”. Fin dal secondo mese di vita il bambino ha la sensazione di essere un individuo completo, unico, che si differenzia dagli altri anch’essi unici, attraverso alcune esperienze rilevanti:

  • Sentirsi autore delle proprie azioni.
  • Avere l’esperienza propriocettiva dell’atto motorio.
  • Sperimentare la prevedibilità delle conseguenze dell’atto motorio.

Queste esperienze consentono al bambino di sperimentare un senso di “ sé agente”. L’azione, l’azione sul mondo è fondamentale per riconoscersi ed essere riconosciuti, di qui inizia il processo di differenziazione. P. Schilder nel suo lavoro ci dice che le esperienze psichiche passano attraverso il corpo: “ Non c’è nessuna esperienza psichica che non si rifletta nella motilità e nelle funzioni vasomotorie del corpo”[4] . Nelle relazioni interpersonali possono attivarsi processi patologici che investono il corpo, quali ad esempio l’identificazione per cui l’individuo può prendere parti del corpo degli altri e sentirle come proprie  (appersonizzazione) o ritirare le energie libidiche dall’immagine corporea                ( spersonalizzazione). Nell’isteria il corpo diviene teatro in cui si rappresentano conflitti emotivi. Questi esempi presi dalla psicopatologia ci dicono che non vi è dicotomia tra corpo e mente. I percorsi di cura, volti a promuovere processi di cambiamento ed evoluzione dell’identità dell’individuo, devono tener conto di quest’unità e del potenziale curativo insito nel sociale che si manifesta attraverso la dialettica individuo/gruppo.

La gruppo analisi utilizza il gruppo come strumento di cura e studia i suoi fattori terapeutici.

A questo proposito vorrei sinteticamente rilevare l’importanza di due fattori che ci permettono di capire “cosa fa” il gruppo, “come agisce” sul singolo: il processo e i livelli di comunicazione.

Dennis Brown nel suo articolo “ How does group analysis work?” [6]

Questa descrizione ci consente anche di osservare l’azione dei cinque livelli di comunicazione presenti nel gruppo:

  1. Livello corrente: riguarda le esperienze relazionali superficiali che gli individui fanno nel gruppo terapeutico, nel gruppo sociale allargato, nella comunità.
  2. Livello di transfert:relazioni transferali, ripetizione nel gruppo di modelli comportamentali appresi in famiglia, nella rete sociale di appartenenza.
  3. Livello proiettivo, fenomeni speculari: nel gruppo vengono proiettati oggetti interni, il mondo intrapsichico viene condiviso nella matrice di gruppo.
  4. Livello corporeo: la comunicazione passa attraverso il corpo, le emozioni sono somatizzate, è messa in gioco la propria immagine corporea, il gruppo è vissuto come un corpo unico con cui interagire.
  5. Livello primordiale: emergono nel gruppo immagini e fantasie arcaiche che si possono ricondurre all’inconscio collettivo.

 Il processo di comunicazione attraversa i diversi livelli in una spirale in movimento dall’alto   verso il basso e viceversa, passando via via da un livello più profondo ad uno più superficiale, in un continuo scambio circolare tra conscio e inconscio.

J.Ondarza Linares (1989)[8] tenendo conto della mia storica formazione come gruppoanalista.

Ho iniziato questa formazione perché sentivo l’esigenza di esplorare quella dimensione in cui psiche e soma interagiscono, in cui le emozioni trovano una loro espressione attraverso il gesto, il rito, in una situazione gruppale.  Nella cultura popolare la ritualità ha una funzione catartica ed è utilizzata per alleviare le sofferenze fisiche e psichiche. Oggi si riconosce sempre di più la valenza terapeutica dell’espressione artistica (pittura, teatro, musica, danza) in quanto essa si esplicita in un contesto gruppale restituendo al sociale la sua funzione terapeutica.                                                                                    

 La DMT mette in gioco il corpo in un contesto di gruppo, il danzatore è stimolato ad interrogarsi            su come usa il suo corpo, su come si relaziona con gli altri, su come usa lo spazio, s’interroga su

chi è , sulle sue possibilità, i suoi limiti e le sue risorse. Lavorare sul corpo è lavorare sull’identità.

Racconterò due esperienze cliniche. Nella prima mi sono cimentata come dmterapeuta in un gruppo di donne, in un Centro di Salute Mentale, nella seconda sono stata osservatrice partecipante in un laboratorio di DMT espressivo relazionale con pazienti psicotici in riabilitazione in un Centro Diurno, alcuni dei quali partecipavano ad un gruppo di psicoterapia verbale da me condotto.

Esperienza clinica 1. Dmt ER con un gruppo di donne in un C.S.M.

Il gruppo è costituito da otto donne di età compresa tra 28 e 62 anni. Le sessioni di DMT sono state quattordici e hanno avuto una frequenza settimanale, da marzo a giugno 2012. Si sono svolte nei locali del C.S.M., in un ampio salone ben illuminato e accogliente. Sei donne sono in trattamento farmacologico e psicoterapico individuale, due partecipano ad un gruppo di psicoterapia, un’altra frequenta solo il laboratorio di DMT. Le pazienti sono in cura per stati depressivi e ansiosi, impulsività comportamentale, disturbo dell’umore, disturbo dipendente di personalità, disturbo post-traumatico da stress, tratti caratteriali. Quattro di esse nel periodo settembre/dicembre 2011 hanno partecipato a dieci sessioni di DMT condotte dalla sottoscritta, quattro sono alla prima esperienza.

Nel corso delle sedute di psicoterapia sentivo queste donne prigioniere della depressione, intimorite dalla vita che ha riservato loro dolore e profonde ferite narcisistiche. Vedevo i loro corpi appesantiti, irrigiditi dall’inibire, reprimere, trattenere emozioni ed energia vitale. I loro sguardi tristi e sfuggenti mi comunicavano sentimenti d’impotenza, angoscia, profonda tristezza, delusione, sensazioni di costrizione, bisogno di fuggire. Propongo loro questo percorso di DMT Espressivo- Relazionale per favorire la liberazione di energia vitale, far ritrovare la gioia di vivere, far sentire, attraverso il movimento, la possibilità di scoprire nuove opportunità, aprire nuove strade, lasciar andare il dolore cui alcune si sono aggrappate come unica possibilità di vita. Ho proposto a Giovanna e Franca,  due membri del gruppo di psicoterapia, di partecipare al laboratorio poiché pensavo fosse opportuno utilizzare il canale corporeo per aiutare Giovanna a prendere consapevolezza dell’aggressività che agiva nel gruppo e che la portava ad avere comportamenti impulsivi e le rendeva difficile ascoltare gli altri ed essere ascoltata, e Franca a volersi più bene, partendo da una maggiore consapevolezza del corpo, nel tentativo di contrastare la depressione, le spinte autolesionistiche che l’hanno portata all’alcolismo e sostenere l’autostima in questo periodo in cui ha iniziato una cura per disintossicarsi.       

Il lavoro, nel corso delle sessioni di DMT, si è concentrato su i seguenti aspetti:

  • Sviluppare la percezione cinestesica, il controllo del movimento e l’autocoscienza del corpo.
  • Far sperimentare il senso d’appartenenza al gruppo e la relazione con l’altro.
  • Stimolare l’iniziativa e l’assertività (posso esistere, non mi debbo sentire in colpa per questo).

A scopo esemplificativo illustro, in breve, come, in questa esperienza ho strutturato la sessione di DMT esprel :

Apertura: in cerchio, in piedi, i partecipanti, si presentano con il proprio nome e successivamente presentano le persone che sono accanto a loro, si possono effettuare giochi, utilizzando vari materiali( palla, nastri), per rendere più dinamica e divertente questa fase di conoscenza e favorire lo scambio interattivo. L’assetto in cerchio, contenitivo e rassicurante può essere alternato alla libera circolazione nella sala, che favorisce la differenziazione e l’esplorazione (chi sono io nello spazio in mezzo agli altri). In questa fase si cerca di promuovere un clima ludico e un’atmosfera rilassante. Il rituale del saluto (sostenuto dal ritmo dello jambè e caratterizzato da un gesto rivolto a sé e un altro rivolto alla comunità) introdotto alla quinta sessione e mantenuto fino alla fine dell’esperienza, ha come obiettivo quello di favorire la coesione del gruppo, sostenere il senso di appartenenza e condivisione, incoraggiando la formazione della matrice.

Sviluppo: i giochi proposti in questa fase sono di riscaldamento e interattivi. Essi favoriscono il contatto con il proprio corpo e il rilassamento; si tratta di automassaggio che aiuta a sentire la muscolatura, le ossa, contattare i confini del proprio corpo. Sono stati proposti anche esercizi di mobilizzazione di varie parti del corpo ( testa/bacino- gambe/braccia- testa/torace/bacino-mani/braccia/spalle-piedi/gambe/anche) per aumentare la consapevolezza del corpo e del collegamento tra le parti al fine di  promuovere una vera e propria riappropriazione di  sé. Sono stati proposti giochi di riscaldamento che hanno permesso l’esplorazione dello spazio della sala nei vari livelli ( alto/medio/basso), l’esplorazione del proprio modo di muoversi nello spazio (andatura veloce/lenta), della sensazione di pesantezza o leggerezza nel movimento. Sono stati proposti giochi che aiutavano a percepire i confini dello spazio occupato dal proprio corpo ( chinesfera) e i confini dello spazio occupato dai corpi altrui. I partecipanti hanno potuto sperimentare come ognuno utilizza la propria chinesfera, può aprirsi/chiudersi, utilizzare poco o tanto spazio, come ognuno si relaziona alle chinesfere altrui. I giochi interattivi hanno impegnato i partecipanti in coppia                ( specchio, eco, filo della relazione) in sottogruppi (attraversamenti della sala con diverse andature, domino) o in gruppo (catena coreografica). I giochi in coppia attivano l’ empatia, l’ascolto, il  rispecchiamento. Si passa da una dimensione simbiotica nell’eco ( io faccio l’eco ad un tuo gesto e tu lo fai al mio), ad una empatica nello specchio ( io sono lo specchio del tuo gesto tu del mio), ad una più relazionale che implica una maggior differenziazione e ascolto dell’altro, nel filo della relazione ( io e te danziamo, contemporaneamente o in alternanza, uniti  da un filo di cotone, della lunghezza di un braccio, che deve rimanere sempre teso tra di noi). I giochi in sottogruppi o in gruppo attivano l’incontro del singolo con la dimensione transpersonale del gruppo. Il gruppo si muove come un tutt’uno, le coreografie che emergono comunicano quello che il gruppo è in un dato momento, e sono il frutto delle proposte di ognuno. In alcuni giochi i partecipanti sono stati sollecitati a prendere l’iniziativa facendo proposte al gruppo che gli altri dovevano accogliere e ripetere. I partecipanti si sono sperimentati nel ruolo di capo. Questo per favorire l’assertività.

Conclusione:  le proposte coinvolgono tutto il gruppo in coreografie ( dalla 1°alla 9° sessione) o rituali (dalla 10° alla 14° sessione) che hanno una funzione integrativa. Nelle coreografie i partecipanti comunicano liberamente, attraverso il gesto, l’ esperienza vissuta. Vengono utilizzati materiali che facilitano l’espressione artistica per la loro funzione evocativa ( nastri, tulle, bastoni). Nella catena coreografica e nel domino, che si svolgono in assetto circolare, ognuno , con il suo gesto, propone uno stimolo che viene raccolto e modificato dal contributo degli altri. Il gruppo racconta la sua storia. Si enfatizza la relazione individuo/gruppo nel gioco figura/ sfondo.  Il rituale conclusivo, invece, è una danza (delle direzioni o dei quattro venti).

I partecipanti si dispongono nella sala in ordine sparso, uno accanto all’altro. La danza rituale mette alla prova  il partecipante rispetto all’orientamento raggiunto nei confronti di sé stesso e del mondo che lo circonda. Lo obbliga, infatti, a rimanere in contatto con sé stesso e le proprie radici facendo attenzione ad orientarsi tenendo conto delle persone che ha intorno. Ognuno si muove intorno a se stesso disegnando un cerchio di 360°, seguendo linee diritte ( danza delle direzioni) in avanti e indietro (andare verso il mondo e tornare), girandosi verso destra ( la direzione del futuro) ogni volta di 90°. Nella danza dei quattro venti il percorso è circolare. Questi rituali di conclusione evocano il continuo divenire dell’essere umano nel corso del trascorrere del tempo della vita e sono rappresentativi dell’esperienza evolutiva  e di cambiamento che il partecipante ha fatto nel corso delle sessioni. Dove egli è ora rispetto a se stesso e agli altri?.

La sessione termina con una breve verbalizzazione finale centrata sul qui ed ora dell’esperienza fatta.         

Osservazioni sulla dinamica del gruppo

In una prima fase il gruppo era diviso, giacché alcune persone si conoscevano tra loro avendo condiviso una precedente esperienza di DMT, mentre altre non si conoscevano ed erano alla prima esperienza. Questa è una situazione in cui mi trovo abitualmente nei gruppi di psicoterapia verbale. Anche in questo contesto la conformazione del gruppo si è rivelata una risorsa anziché un impedimento come temevo all’inizio. I pazienti storici si sono ritrovati, con gioia a riprendere un’esperienza che ricordavano gradevole, ciò ha favorito la creazione di un clima positivo e rassicurante per i nuovi, fin dalla prima seduta.

La tendenza iniziale a interagire maggiormente tra le persone che si conoscevano è stata superata abbastanza facilmente, anche grazie a proposte che coinvolgevano tutto il gruppo (livello transpersonale) e ad interventi ridistributivi del conduttore. Il gruppo ha risposto positivamente agli input dati, c’è stata una circolazione dell’interazione tra tutti i partecipanti.

Nel corso di tutta l’esperienza i partecipanti hanno potuto sperimentare, in alternanza, lo stare in cerchio e la libera esplorazione dello spazio della sala (centro/periferia). Bisogni esplorativi e di contenimento presenti nei membri del gruppo si sono espressi nell’uso dello spazio, nelle interazioni e nell’uso delle parti del corpo. Nei primi incontri vi era la tendenza a girare in cerchio appiattendosi alle pareti della stanza, successivamente il gruppo ha occupato tutto lo spazio della sala, esplorando anche il centro e attraversando. Nei giochi interattivi in gruppo o in coppia le proposte stereotipate e ripetitive hanno lasciato il posto ad una maggiore creatività, i partecipanti hanno sentito l’esigenza di personalizzare le loro proposte, in un gioco empatico di risonanza e rispecchiamento. Nell’attivazione del corpo l’uso prevalente delle braccia e delle gambe, utilizzate per definire e difendere lo spazio personale, è stato accompagnato dalla mobilizzazione di altre parti del corpo: bacino, tronco, spalle, anche, testa. La scoperta del piacere di sentire il corpo in movimento ha permesso di sperimentare la possibilità di liberarsi da rigidità e blocchi.       

Una certa rigidità e resistenza al lavoro  è stata espressa da alcuni partecipanti, che, nelle fasi iniziali dell’esperienza, hanno manifestato una tendenza ad isolarsi, a seguire il gruppo con distacco. I primi quattro/cinque incontri sono stati caratterizzati da un senso di lentezza e pesantezza, ciò era espressione di una difficoltà a lasciarsi andare ad un’esperienza vissuta come insolita e un po’ “folle” anche se eccitante, specialmente dai nuovi membri. L’eccitazione talvolta si è manifestata attraverso commenti verbali che esprimevano imbarazzo e timore del giudizio. 

Per superare questa fase è stato importante l’intervento del conduttore che ha ribadito l’importanza di rimanere a contatto con il vissuto corporeo, sperimentando un livello non verbale di comunicazione e il contenimento esercitato da tutto il gruppo stimolato dai membri più esperti che attraverso la ripetizione si sono lasciati andare alla ricerca di nuove possibilità accompagnando anche chi aveva qualche difficoltà. Il gruppo, nella seconda metà del lavoro è diventato più flessibile, la pesantezza ha lasciato il posto alla leggerezza, la chiusura all’apertura, anche se ansie persecutorie sono presenti in questo gruppo.

Esse si sono espresse al termine della settima sessione tra due giovani donne, nel corso del gioco in coppia del “filo della relazione”, entrambe hanno manifestato difficoltà a modulare le proposte motorie tenendo conto l’una dell’altra, ognuna cercava di tirare l’altra dalla sua parte non sentendosi ascoltata e nella verbalizzazione finale hanno espresso questo disagio colpevolizzandosi a vicenda, proiettando sull’altra la propria difficoltà. Una delle due, Giovanna, ha agito il proprio disagio uscendo bruscamente dalla sala al termine dell’incontro. Il gruppo ha riconosciuto nell’accaduto l’espressione di una difficoltà relazionale che accomunava molte di loro: “ siamo qui per conoscere i nostri problemi e poter migliorare, non bisogna spaventarsi” “dobbiamo andare avanti non bisogna rovinare l’armonia del gruppo”. Il gruppo ha “compreso” e sostenuto le protagoniste invitandole a proseguire l’esperienza e a trarre insegnamento dall’increscioso incidente. Una conflittualità, espressione di un disagio relazionale delle pazienti di questo gruppo si

è “localizzata” , si è passati da un livello di comunicazione corporea ad un livello proiettivo e transferale. Quest’esperienza ha permesso a Giovanna di avere un insight del proprio comportamento aggressivo e impulsivo, di quanta rabbia proiettava sugli altri. Questi aspetti sono stati approfonditi nelle sedute di psicoterapia di gruppo nel corso delle quali la paziente ha avuto modo di contattare e condividere la sofferenza fisica e psichica che ha accompagnato la difficile relazione con la sua famiglia. Ora Giovanna riesce a gestire meglio le sue emozioni nei rapporti con i colleghi sul lavoro e con la madre.

Questo episodio mi ha mostrato chiaramente quanto i membri del gruppo avessero bisogno di rassicurazione, accoglimento, riconoscimento.  Sentivo che un processo che favorisse l’autonomia e la differenziazione dovesse essere graduale e   non  potesse non passare per una sperimentazione più approfondita di un livello più empatico d’interazione. Nelle ultime sessioni il lavoro si è concentrato su proposte che privilegiavano il livello interpersonale e transpersonale, ho proposto giochi quali lo specchio e l’eco in coppia e in gruppo o lavori in sottogruppi. Ciascuno ha avuto la possibilità di esprimersi e sentirsi parte di una “tribù” che lo accoglieva e lo accettava, così anche chi tendeva a rimanere più isolato si è sentito coinvolto. Le due “contendenti” hanno continuato l’esperienza e dopo un iniziale esitazione reciproca hanno manifestato segnali di apertura l’una verso l’altra. Nei giochi è stata data la possibilità di utilizzare la voce per accompagnare il gesto, questo è stato accolto con piacere dal gruppo e ha permesso di canalizzare tensione emotiva. Il rituale finale: la danza delle quattro direzioni e successivamente  quella dei quattro venti, hanno consentito di integrare il percorso individuale con quello del gruppo, ognuno ha potuto sperimentare il suo grado di sintonia con il “coro” gruppale. Il suo grado di orientamento rispetto a se stesso e agli altri. La cosa più importante è stata che chi si è sentito più in difficoltà in questo lavoro, ha potuto vivere tale difficoltà senza timore del giudizio,  senza sviluppare eccessivi atteggiamenti autocritici, sentendosi in ogni caso parte di un gruppo, che va avanti nel suo percorso. Il gruppo ha manifestato un buon grado di coesione si è costituita una “matrice ” caratterizzata da bisogni di appartenenza e individuazione, desiderio e timore dell’altro. Essa esplicita il bisogno dei singoli di accedere a relazioni in cui si possa accettare il rischio di confrontarsi con la “diversità” dell’altro, senza la paura di essere annientati.

Espongo di seguito alcune considerazioni delle partecipanti nel corso delle verbalizzazioni:

D. “ sento la testa leggera e il corpo più pesante, è piacevole sentire la leggerezza nella testa”

M. “ mi sento più rilassata, è stato piacevole sentire il contatto delle mani e le diverse sensazioni, alcune erano più fredde altre più calde è stato piacevole sentire la spinta delle mani, la sensazione è che c’è sempre qualcuno cui ti puoi appoggiare, che ti sostiene.”  

C. “ mi è piaciuto molto il gioco in cui ci muovevamo in uno spazio grande e piccolo, a me piace muovermi negli spazi ampi, non mi sento a mio agio in quelli piccoli , mi rendo conto che non sempre abbiamo a disposizione spazi grandi e dobbiamo adattarci ad avere un piccolo spazio” .

A.“ mi è piaciuto potermi permettere di lasciarmi andare, in questi giochi mi sento fluttuare è una sensazione piacevole di leggerezza a cui mi rendo conto ho difficoltà ad abbandonarmi, sento che mi trattengo, non me lo permetto”.

P. “ ho avuto qualche difficoltà a prendere il ritmo con i piedi, ma poi ho sentito che il contatto dei piedi sul terreno mi consentiva di scaricare tensione, mi sono liberata”.

G.” mi sono sentita bene, mi è piaciuto danzare movendo le parti del corpo, ho immaginato di fare parte di una tribù e di danzare insieme agli altri”.

F. “ ho provato piacere quando la compagna esplorava con la pallina la forma del mio corpo, mi sembrava che qualcuno si stesse prendendo cura di me “…….“ ho fatto una bella scoperta, io esisto, ci sono e faccio parte di questo mondo. Spero, piano, piano di imparare ad amarmi, stimarmi e non avere paura”.

E. “ mi trovo a mio agio con il gruppo, i giochi mi hanno aiutato a stare bene come stessa, a rilassarmi e scaricare un po’ di tensioni nervose”.

Franca, ha sperimentato nel corso delle sessioni di DMT l’esperienza del piacere nella relazione con l’altro e del piacere nel sentire il proprio corpo. Ha apprezzato, in modo particolare, il contatto dei piedi con la terra, si sente più stabile e presente a se stessa. Ora si muove con maggior scioltezza e nei giochi interattivi sperimenta senza vergogna le possibilità comunicative che le offre il suo corpo. Questi stimoli hanno modificato anche il suo stile relazionale nel gruppo di psicoterapia verbale, è diventata più disponibile a condividere i suoi pensieri e sentimenti, gradatamente ha superato la vergogna. Questo le ha consentito di attivare nel gruppo verbale un percorso di consapevolezza personale più approfondito e dare nuovi stimoli al processo comunicativo.  Il lavoro con utenti in contesti gruppali paralleli ( DMT e psicoterapia verbale), stimola creatività e flessibilità nella matrice dinamica del gruppo verbale. Ho osservato questo anche nel lavoro riabilitativo con pazienti psicotici.

Esperienza clinica 2.  Utenti di un Centro Diurno per la riabilitazione psichiatrica

Prima di esporre questa seconda esperienza clinica descrivo brevemente il contesto in cui si è sviluppata. Mi occupo di riabilitazione psichiatrica in un C.D. di una ASL della provincia di Roma. Lo svolgimento dell’attività riabilitativa si ispira ai principi metodologici della gruppo analisi foulkesiana. Si privilegia il gruppo come strumento di cura. Il gruppo di utenti, operatori, familiari si arricchisce dell’apporto di altri gruppi presenti sul territorio: volontari, studenti, insegnanti, associazioni culturali e sportive, centri di formazione professionale, cooperative sociali. Insieme creiamo percorsi riabilitativi volti a favorire il miglioramento della qualità della vita e l’integrazione sociale dell’utente.  Conduco, nei locali del C.D., un gruppo di psicoterapia verbale una volta la settimana, ogni lunedì. Il gruppo è costituito da 10/15 persone, sono presenti utenti e operatori. S’incontrano pazienti che sono a diversi livelli del loro percorso riabilitativo, alcuni di essi sono all’inizio, altri in una fase intermedia, altri ancora stanno facendo esperienze di tipo lavorativo o di formazione lavoro. Ognuno porta la propria esperienza di vita.

Alcuni utenti partecipano, parallelamente, al laboratorio di DMT esprel del mercoledì o a quello che si tiene il sabato a scuola (condotti da una dmterapeuta)  Queste due diverse esperienze (gruppo psicoterapia verbale/gruppo dmt) s’integrano e rafforzano a vicenda poiché si lavora su due livelli diversi di comunicazione che interagiscono tra di loro in modo circolare, favorendo un processo d’integrazione: l’esperienza di sé come essere unico ed integrato. Ho potuto osservare gli effetti positivi sugli utenti: S., una paziente con marcati vissuti persecutori che rendevano difficoltosa la sua integrazione sociale, racconta nel gruppo di psicoterapia verbale che danzare e giocare insieme agli altri l’ha fatta sentire parte di un gruppo, si è sentita come gli altri. Quest’esperienza di appartenenza vissuta a livello corporeo ha avuto la possibilità di essere comunicata e condivisa nel gruppo verbale, ciò ha permesso alla paziente di effettuare un cambiamento che le ha consentito di partecipare con più tranquillità alle attività del C.D. e dare il suo contributo continuando a partecipare al gruppo di psicoterapia.

Il setting di gruppo si pone come spazio sociale protetto dove le persone possono intraprendere delle relazioni umane più armoniche e soddisfacenti, sperimentando il  senso di appartenenza, la condivisione, la reciprocità. Esse ricevono un beneficio perché hanno la possibilità di esprimere e valorizzare le parti sane. La stima di sé e la fiducia migliorano, consolidando l’identità.

L’evoluzione della matrice dinamica in questo gruppo di utenti impegnati in un percorso terapeutico- riabilitativo si colloca in una prospettiva intersoggettiva e  ha a che vedere con il lavoro di elaborazione, trasformazione di esperienze e vissuti che gli utenti fanno in gruppo e attraverso esso. L’esperienza che i pazienti fanno nel gruppo di DMT influenza la matrice dinamica   intervenendo sul processo di comunicazione attraverso l’uso dello strumento espressivo-corporeo.  

Il modello psicoanalitico relazionale considera la “mente” espressione di “ modelli transazionali e strutture interne derivate da un campo interattivo interpersonale”(Mitchell). Esso considera le relazioni sociali processi motivazionali fondamentali con una radice biologica e genetica.

In un “campo intersoggettivo”[10] ; ma affinché tale potenziale si esprima è necessario che il gruppo curante sia un “corpo mediamente sano”, non necessariamente immune da conflitti, ma capace di comunicare, mettersi in discussione, affrontare i conflitti, in un continuo scambio di esperienze e pensieri, dotata di potenziale creativo ed energia positiva.

Espongo alcune esperienze significative prese dalla pratica clinica quotidiana. Il gruppo di psicoterapia si riunisce una volta la settimana, descrivo sinteticamente l’evoluzione della matrice dinamica espressione del lavoro dei soggetti che hanno partecipato al gruppo e ad altre attività.

 Nelle sedute dei primi mesi emerge un senso della propria identità “diluito” nella malattia che genera indifferenziazione tra sé e l’altro. I sentimenti presenti sono di impotenza, confusione, colpa, dolore, rabbia, quest’ultima, proiettata all’esterno, rende la realtà persecutoria, vi è timore delle critiche che possono venire dagli altri, paura e rifiuto della malattia. La partecipazione ai laboratori artigianali sollecita alcune considerazioni sull’importanza del “darsi delle regole” interne ed esterne per organizzare la propria giornata e dare ordine alle proprie esperienze. Attraverso il “fare insieme” si possono sperimentare i propri limiti, esplorare le proprie risorse, sperimentare lo scambio e la reciprocità per costruire, consolidare la propria identità. Nel processo di gruppo viene frequentemente affrontato il tema della malattia mentale: sua accettazione o rifiuto, cosa significa reagire alla malattia. Ci si chiede quanto la malattia rende inabili. Alcuni membri del gruppo cominciano a fare esperienze lavorative protette. Emerge il desiderio di essere persone attive e responsabili sperimentandosi in un impegno lavorativo. Il gruppo oscilla tra: attività-passività, autonomia- dipendenza, individuazione- indifferenziazione. In alcune fasi del processo il gruppo oscilla tra fasi depressive di chiusura, in cui i soggetti tendono a ritirarsi, interagendo meno tra di loro e fasi più dinamiche e creative. Talvolta il gruppo dei curanti deve intervenire per stimolare i singoli ad emergere e accompagnarli nella relazione con gli altri. Vi è desiderio e timore di attuare dei cambiamenti. Nel 2005 alcuni utenti frequentano un laboratorio di DMT ER. Questa attività gli permette di accedere ad un livello di esperienza di sé corporea, in cui si dà spazio alla creatività e all’espressione artistica; ciò ha un effetto stimolante, attivando e contenendo le emozioni, favorendo la circolarità della comunicazione, orientando verso il cambiamento. Con il tempo si osserva nei pazienti una maggior integrazione corporea e cognitiva. Attraverso il linguaggio del corpo il paziente accede con spontaneità e immediatezza ad una dimensione interattiva ed interpersonale. Si passa dall’espressione attraverso il gesto simbolico ad una maggiore comprensione dei propri pensieri, sentimenti ed ad una più chiara espressione attraverso il linguaggio. F. Dalal, citando Elias, sostiene che linguaggio e pensiero si radicano nell’azione. “ I primi processi di ‘pensiero’ hanno avuto luogo tra le persone” …” il linguaggio, per definizione, contiene rappresentazioni dell’esperienza umana così come si è evoluta nell’interazione. In altre parole, il linguaggio è conoscenza: essi sono un’unica e la stessa cosa”Paul Schilder “ Immagine di sé e schema corporeo”

  1. Dennis Brown in Rivista di Group analysis Dec.2006 pagg.477-493 articolo “ How does group analysis work?”
  2. J.Ondarza Linares “ Riflessioni sull’uso e significato del concetto del self nella pratica gruppo analitica” estratto da “Narcisismo: Nomos, Trasgressione” Castrovillari, Teda Edizioni, 1989
  3. F. Paparo- G. Nebbioso “ in che modo cura la psicoterapia di gruppo” in “Esperienze del sé in gruppo “ di I.N.H. Harwood- M.Pines ed. Borla 2000
  4. F. Dalal “ Prendere il gruppo sul serio” ed. Raffaele Cortina 2002


[2] Op.cit. pag.39

[4] Paul Schilder op.cit. pag.209

[6]Dennis Brown op.cit pagg. 482-483

[8]Secondo il programma di formazione in Danzamovimentoterapia espressivo relazionale della Scuola di Arti Terapie (accreditata APID) del Dott. Vincenzo Bellia ,Direttore del corso.

[11] F. Dalal “ Prendere il gruppo sul serio” ed. Raffaele Cortina 2002

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