Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

 

 

 

L’INTERPRETAZIONE IN PSICOANALISI 

  Valerio Sciannamea

 

Esistono tre interpretazioni coerenti e integrate del cambiamento psicoanalitico che possono essere isolate a scopo di studio e paragone: la teoria pulsionale, la teoria evolutiva e la teoria relazionale. Esse non divergono soltanto su punti specifici, ma proprio nelle premesse fondamentali a proposito della natura stessa della mente e dell'interazione umana.

I modelli teorici

La teoria delle pulsioni è la struttura concettuale che accoglie tutte le idee di Freud: su di essa è basata la “metapsicologia” psicoanalitica classica. La mente è essenzialmente monadica e il suo sviluppo è assicurato e strutturato sotto lo stimolo di pressioni endogene. L’uomo è animato da impulsi fisici che urgono in lui sotto forma di desideri sessuali e aggressivi, ma questi trovano impedimento nelle esigenze secondarie imposte dalla società che lo costringono ad erigere delle barriere interne per contenerli, le cosiddette difese. La difesa centrale è la rimozione, con la quale le fanta­sie a base pulsionale sono bandite dalla consape­volezza e inibite nell'accesso all'azione, restando sepolte nel profondo della psiche.

La teoria evolutiva pone l'accento maggiore sulla primitiva relazione del bambino con la madre. Colloca quindi i concetti delle relazioni oggettuali prima della formazione delle pulsioni e del conflitto strutturale, combinando ipotesi interattive e ipotesi monadiche nella spiegazione della vita psicologica.

L'esperienza primitiva del bambino viene considerata eminentemente interattiva. La struttura psichica si forma attraverso scambi diadici in un campo interpersonale costituito dal bambino e da chi si prende cura di lui. Se le reazioni emotive e l’ambiente affettivo sono adeguati, assistiamo alla crescita del Sé e al mantenimento di un senso di integrità, continuità, vita­lità e coerenza. Se queste funzioni non sono disponibili, il processo di matu­razione naturale rallenta fino ad arrestarsi. I processi mentali diventano allora fortemente monadici. Il centro vitale della persona, il nucleo “vero” della sua soggettività, si fissa nel tempo venendo a contatto solo in modo attutito con i nuovi elementi del campo interpersonale.

Le istanze relazionali introdotte mediante l’inclinazione evolutiva tendono ad essere non conflittuali o preconflittuali; se l’ambiente non procura opportunità di relazione, ciò che ne risulta non è il conflitto ma la privazione. I bisogni precoci insoddisfatti si conservano in un guscio protetto da difese, che sono centrate sulla dissociazione anziché sulla rimozione; invece di una scissione orizzontale tra coscienza e pul­sioni sepolte, si immagina una mente divisa da scissioni verticali tra stati del Sé diversi che non sono stati integrati. Il bambino che è den­tro l'adulto trasferisce i desideri infantili su ogni nuova interazione in una continua ricerca di ciò  che non ha avuto. Le configurazioni relazionali for­mate grazie all'interazione diventano invarianti, con forze intrinseche che danno forma a tutte le esperienze successive. Strutture psicologi­che “false” e superficiali crescono intorno a questo nucleo sepolto, ma non possono essere considerate reali.

La teoria relazionale considera i rapporti personali, e non le pulsioni, come l’elemento fondamentale della vita psichica. L’uomo è inevitabilmente inglobato in tutta una serie di relazioni e lotta continuamente sia per mantenere i suoi legami con gli altri sia per differenziarsi da loro. La mente è composta da configurazioni relazionali e il desiderio è vissuto sempre nel contesto delle relazioni, che ne definiscono il significato. La mente è essenzialmente diadica e interattiva, ricercando il contatto con altre menti, solo attraverso il quale si sviluppa e si struttura.

Di nuovo in primo piano è l'universalità del conflitto, che questa volta non è tra pulsioni e difese quanto piuttosto tra le diverse rela­zioni e identificazioni nonché all’interno di esse. Il legame e la devozione nei confronti di un genitore vengono in parte vissuti come una minaccia per il legame e la devozione verso l'altro genitore. Fino a che punto queste diverse connessioni e fedeltà divengano conflittuali dipende fortemente dalle dinamiche familiari. Sono tollerati diversi tipi di relazione? Si creano partiti opposti? Si richiedono fedeltà esclusive? Ma soprattutto il conflitto esiste all'interno di ogni relazione intima. La qualità temporale delle relazioni intime le rende estremamente dinamiche impli­cando sempre una tensione attiva e un conflitto tra l'apertura verso l'altro e la definizione di sé, tra le pretese dell'altro e il bisogno di confini. Il conflitto è implicito nella relazionalità (Mitchell). Tutte le relazioni umane importanti sono necessariamente conflittuali poiché hanno significati complessi e simultanei rispetto alla definizione di sé e al legami con gli altri, all'autoregolazione e alla regola­zione del campo.

La complessità dell'esperienza umana è spiegata da Melanie Klein come lotta appassionata tra istinto omicida e senso di amore e gratitudine verso l’Altro; dalla Mahler come dialettica diffusa tra il bisogno di autonomia e il desiderio di fusione con l’Altro. Winnicott crede nella lotta tra l'espressione autentica del “Vero Sé” e il bisogno di condiscendenza del “Falso Sé”. Kohut descrive la tensione esistente fra il biso­gno di riconoscimento e il bisogno di idealizzazione degli Oggetti-Sé. Le passioni descritte da questi Autori caratterizzano desideri e paure fondamentali delle relazioni umane, dall'infanzia alla senescenza. I loro diversi contributi sono applicabili all'esperienza umana in tutti i momenti del ciclo di vita e ci presentano la matrice relazio­nale come struttura motivazionale fondamentale dell'indagine psicodinamica, ciascuna sottolineando aspetti diversi di tale matrice.

I sintomi nevrotici non sono prodotti del conflitto tra desideri e difese, ma fili sciolti, configurazioni relazionali conflittuali, incapaci di essere tessute in sintonia con i temi dominanti nella composizione della personalità, e che trovano forme di espressione contorte, sostitutive, mascherate.

 

 

 

La teoria della tecnica

Nel modello pulsionale classico la situazione psicoanalitica è concettualizzata come un campo di battaglia. L'analista, la cui funzione è quella di indagare e scoprire, lotta contro le resi­stenze che tentano di proteggere e tenere nascosti i desideri e le brame infantili. Lo scopo ultimo della psicoanalisi è superare la resistenza, “rintracciare la libido (...) ritirata nel suo nascondiglio” (Freud), domare i desideri infan­tili portandoli a galla attraverso il ricordo.

La resistenza rappresenta la manifestazione delle difese originarie nell’ambito situazione terapeutica, situazione nuova e pericolosa in cui il rimosso viene evocato; è il sabotaggio del ricordo e dell'insight. La principale delle resistenze è il transfert, cioè l’esperienza compiuta di nuovo di desideri e paure infantili originarie che il paziente ora vive nei confronti dell’analista: invece di ricordare ciò che provava per suo padre e sua madre, il paziente trasferisce i suoi desideri storici nella relazione con lui. Questi desideri vanno necessariamente frustrati, “il trattamento si deve svolgere nell'astinenza” (Freud), perché il transfert viene impiegato dalla resistenza come alternativa al ricordo. 

Lo stru­mento terapeutico primario è l'“interpretazione”, in cui viene reso chiaro il conflitto tra gli impulsi infantili rimossi e le difese contro quegli impulsi. Le interpretazioni di transfert in particolare, ricollocando i sentimenti e le immagini nel loro contesto originario, forniscono informazioni mancanti fondamentali favorendo quella che Glover chiama un'“esperienza affettiva, un ponte che collega il pas­sato al presente”. E’ il cosiddetto insight, la leva fondamentale del cambiamento psicoanalitico che, allentando la rimozione, libera energie rimosse e facilita la rinuncia ai desideri infantili.

Nel modello evolutivo la situazione psicoanalitica è concettualizzata come holding, contenimento, rispecchiamento, idealizzazione e così via. L’analista opera  per guarire la paralisi e le distorsioni prodotte dalle inter­ferenze nella prima relazione madre-bambino, con un’accentuazione degli aspetti non interpretativi della relazione psicoanalitica e una vaolorizzazione dell'espe­rienza che si crea piuttosto che delle informazioni comunicate. L'esperienza reale con l'analista supplisce alle funzioni genitoriali mancanti o almeno gli somiglia abbastanza da stimolare la ripresa del processo evolutivo abortito. Senza queste esperienze, afferma Winnicott, non può accadere nient'altro.

L'interpretazione corretta facilita il ritorno e l'attualizzazione di stati infantili precoci. Ciò che è importante non è tanto il contenuto dell'interpretazione e la sua capacità di generare insight, quanto il modo in cui l’interpretazione permette al paziente di vivere la relazione con l'anali­sta nei termini della relazione madre-bambino.“Ogni volta che comprendiamo il paziente in modo profondo e mostriamo di farlo con un'interpretazione corretta e data al momento giu­sto, in realtà stiamo sostenendo (holding) il paziente, e prendiamo parte a una relazione in cui il paziente in qualche modo è regredito e dipendente”.

Nel modello relazionale, mentre non viene sottovaluta l'importanza dell'espansione della coscienza e del fornire esperienze precoci mancanti, il meccanismo centrale del cambiamento psicoanalitico viene tuttavia individuato in una modificazione della struttura fondamentale del mondo relazionale dell'analizzando. La situazione psicoanalitica è pertanto concettualizzata come una rinnovata esperienza di conflittualità relazionale, con valenze trasformative. In linea di massima l'analista, che è inevitabilmente vissuto come oggetto cattivo, diventa attraverso il processo dell'interpretazione un tipo diverso di oggetto. L'interiorizzazione di questa espe­rienza consente al paziente di sciogliere il suo legame costrittivo con forme passate di relazione, trasformando il territorio intrapsichico della sua matrice relazionale. Non soltanto egli vive sé stesso come una persona diversa, ma si vive come abitante in un ambiente umano profondamente differente.

Le tecniche che suggeriscono precisi atteggiamenti e posi­zioni psicoanalitiche da cui l'analista dispensa interpretazioni, in base a con­cetti quali “neutralità”, “alleanza terapeutica” e “atteggiamento empatico”, presup­pongono che l'analizzando veda sin dall’inizio l'analista come una persona che parla dall'esterno della sua configurazione di transfert. Piuttosto, l'analista diventa le diverse figure nella matrice relazionale dell'analizzando, assumendo le loro caratteristiche e parlando con le loro voci. L'analista e l'analizzando gra­dualmente riscrivono il racconto del passato attuale, trasformando quei personaggi in una dire­zione che consentirà maggiore intimità e più possibilità di esperienze diverse. Non ci si trova mai completamente al di fuori delle configura­zioni di transfert-controtransfert; invece, si lotta continuamente per emergere da esse.

 

 

 

 

                                                                                            L’INTERPRETAZIONE

   Metodologia. Metapsicologia. Epistemologia

L'interpretazione è sempre stata considerata l'attività essenziale dell'ana­lista, la leva fondamentale che produce il cambiamento. Tuttavia il suo significato si è gradualmente trasformato nella storia del pensiero psicoanalitico. Sono emerse importanti differenze nei tentativi di comprendere ciò che accade quando l'analista interpreta, che cosa esattamente nel processo interpreta­tivo permette il cambiamento.

Nel modello classico, l'interpretazione ha il suo effetto nell'economia psichica interna dell'analizzando; l'informazione comunicata dall'interpretazione rivela un contenuto nascosto, solleva le bar­riere della rimozione e perciò sposta l'equilibrio interno delle forze psichiche.

Nel modello dell'arresto evolutivo, l'interpretazione ha il suo effetto nell’espe­rienza che produce nel paziente, il quale sente che qualcuno prova un profondo interesse per lui e lo capisce; non è il contenuto, l'informazione comu­nicata, ma il tono affettivo e il suo impatto emotivo a stimolare il processo evolutivo bloccato.

Nel modello del conflitto relazionale, sia il contenuto informativo che la tonalità affettiva sono considerati centrali, ma in modo un po' diverso in quanto l’interpretazione ha il suo effetto principale nel posizionare l'analista in rapporto all'analizzando. Un'interpretazione è un evento relazio­nale complesso, non primariamente perché altera qualcosa all'interno dell'ana­lizzando o perché riavvia un processo evolutivo bloccato, ma perché dice qualcosa di molto importante sulla posizione dell'analista di fronte all'ana­lizzando, sul tipo di rapporto possibile tra loro.

 

Metodologia della interpretazione: sul contenuto, tempo e luogo dell’interpretare.

 

Freud afferma molte cose diverse sul processo psicoanalitico, ma è sempre molto chiaro su quello che a suo parere è il meccanismo centrale del cambia­mento: l'eliminazione della rimozione attraverso l'insight prodotto dall'interpretazione.

I suoi immediati successori, Anna Freud e gli psicologi dell'Io, migliorano alcuni aspetti della tecnica freudiana in funzione della più avanzata concezione strutturale della psiche. L’analista cioè deve affrontare la su­perficie e penetrare solo per gradi negli strati più profondi della psiche. L’atteggiamento primario dell’Io è quello di respingere gli interventi dell'analista, per cui le interpretazioni devono indirizzarsi solo alle resistenze e al materiale già emerso nel preconscio. L'Es deve essere raggiunto solo passando per l'Io,

La “teoria degli oggetti interni” sviluppa invece una tecnica apparentemente più vicina alla “psicologia dell’Es” freudiana. La Klein infatti raccomanda interpretazioni profonde immediate del conflitto pulsionale e delle angosce psicotiche, che hanno un importante effetto rassicurante perché il pa­ziente si sente pienamente capito. Gli analisti kleiniani – si dice – “parlano direttamente all'inconscio”.

La chiave per capire la differenza fra queste due diverse teorie della tecnica è il transfert e il diverso modo di concepirlo.

Per Freud il transfert è uno spostamento temporale. Quando ascolta le associazioni del paziente, ode i conflitti tra le pulsioni e le difese, e le pulsioni che individua sono i desideri sessuali e aggressivi risa­lenti alla vita infantile. Il paziente vive l'analista come nell'infanzia ha vissuto gli oggetti edipici; desi­dera ricevere da lui gratificazioni che sono appropriate solo nella situa­zione della prima infanzia.

Per la Klein invece il transfert è primariamente uno spostamento dall'interno all'esterno. Questo cambia il contenuto, il tempo e il luogo delle interpretazioni. Il contenuto delle interpretazioni è riferito ai conflitti tra parti diverse del paziente. La Klein non ode pulsioni sessuali o aggressive attaccate a og­getti proibiti del passato, ma relazioni attuali di parti del Sé organizzate attorno a sentimenti potenti di amore e di odio con presenze interne fantasticate attuali, trasferite nell'ambiente rappresentato dalla situazione psicoanalitica. Come dice la stessa Klein, “Freud si riferisce all'oggetto di una meta pulsionale, mentre io intendo, oltre a questo, una relazione oggettuale che coinvolge le emozioni, le fantasie, le angosce e le difese del bam­bino”.

Il tempo delle interpretazioni non è più il passato del paziente che vive negli oggetti edipici del suo deside­rio per via della coazione a ripetere, quanto piuttosto il presente in cui la storia del paziente è stata interiorizzata in presenze dinamiche che si tro­vano tra loro in relazioni attive di amore e di odio intensi. Le associazioni libere contengono complesse fantasie inconsce in cui il paziente sposta di continuo differenti parti del Sé e differenti tipi di oggetti, che ora sono dentro il Sé, ora sono nel mondo esterno. Il materiale da scoprire non è statico e sepolto, ma fluido e accessibile. C'è un punto di vista drammatico che è intrinseco alla metapsicologia kleiniana: “L'Io e i suoi oggetti interagiscono attraverso personificazioni, assumono dei ruoli, hanno intenzioni, sperimentano sensazioni e sentimenti personali, e portano avanti azioni significative (la trama del dramma)”. L'obiettivo dell'interpretazione kleiniana non è una ricostruzione del lontano passato, ma un continuo commento della fantasia dinamica attuale. Il passato diventa  un veicolo per comprendere il presente ed è solo attraverso la comprensione del presente che il paziente si libera dei suoi modi patologici di affrontare l'angoscia. “Il paziente si trova ad affrontare conflitti e angosce nuovamente sperimentati ri­guardo all'analista, con gli stessi metodi del passato. Vale a dire, si distoglie dall'analista così come aveva tentato di distogliersi dagli oggetti primari; tenta di scindere le relazioni con lui, considerandolo sia un oggetto buono che un oggetto cattivo: sposta alcuni dei sen­timenti e degli atteggiamenti che vive nei suoi confronti, su altre persone della sua vita at­tuale”.

Il luogo della interpretazione infine è molto più circoscritto. Mentre i freudiani sono soliti combinare le interpretazioni del transfert (quelle che Strachey considerava interpretazioni “mutative”) con altri tipi di interpretazioni, che possono rendersi necessarie, sia della vita passata che della vita attuale del paziente al di fuori della relazione psicoanalitica, i kleiniani si concentra­no sempre più esclusivamente sull'interpretazione del transfert; il paziente può parlare infatti del passato o di quanto gli accade fuori dall’analisi per evitare di affrontare intensi sentimenti attuali riguardo all'analista. Mentre il luogo dell'interpretazione si sposta dal passato al presente, e dall'esterno all'interno della relazione psicoanalitica, la distribuzione temporale dell'interpretazione passa dalla rico­struzione a un costante commento.

 

 

Metapsicologia della interpretazione: fra  relazione e interazione

Nel corso dei decenni molte sono le sfide presentate alla visione freu­diana dell'insight come leva terapeutica fondamentale dell'analisi. Una delle più incisive è quella elaborata da James Strachey all'inizio degli anni trenta.

Strachey sottolinea che i contributi di Freud sulla tecnica (basati sul prin­cipio dell'interpretazione che produce insight), sono stati scritti negli anni dieci. Successivamente Freud ha introdotto il concetto di Super-io, nel 1922, rendendo enorme­mente più ricca la nostra visione delle dinamiche psichiche. Tuttavia non ha  modificato la sua teoria della tecnica in modo da tenerne conto. Che differenza comporta il concetto di Super-io?

Con il Super-io Freud introduce senza dubbio un alleato prezioso per la rimozione. Questa è istituita e mantenuta non soltanto perché le pulsioni proibite sono pericolose (e questo riguarda l'Io), ma per­ché il bambino pensa che siano sbagliate, malvage, cattive (e questo riguarda il Super-io). Che cosa succede al Super-io quando l'analista fa un'interpreta­zione? Se le pulsioni proibite vengono sottratte alla rimo­zione ma il Super-io rimane intatto, la cura sarà soltanto temporanea, perché il Super-io, rimasto immutato, con il tempo assoggetterà di nuovo alla rimo­zione le pulsioni proibite. Perciò l'analisi per essere efficace deve avere un'influenza permanente sul Super-io. Deve esserci qualcosa nel metodo psicoanalitico che permette non soltanto di sottrarre alla rimozione il materiale inconscio, ma anche di sconfermare le aspettative più profonde del paziente, interrom­pendo il ciclo proiezione-introiezione, e portare così alla modificazione del Super-io. Strachey pensa che  questo succeda grazie al consueto processo di interpretazione del trans­fert. Quando l'analista dice al paziente: “I sentimenti e gli atteggiamenti che lei vive con me sono in realtà i sentimenti e gli atteggiamenti che ha vissuto molto tempo fa con il suo genitore”, gli comunica con forza anche un altro messaggio implicito: “Io sono una persona diversa dall'immagine che lei ha del suo genitore; non provo e non credo le cose che lei mi sta attribuendo”. In questo modo, mentre il messaggio esplicito nell'interpretazione è la rive­lazione di qualcosa del passato del paziente, il messaggio implicito consiste nel definire l'analista come un tipo di persona diversa nel presente (interrom­pendo così il ciclo proiezione-introiezione che serve a mantenere il Super-io). E’ questo doppio impatto, che crea un ponte tra passato e presente, a fare delle interpretazioni di transfert l'unica leva davvero in grado di produrre il cambiamento psicoanalitico. Questo non avviene semplicemente perché pulsioni e fantasie vengono sottratte alla rimozione, ma deriva anche in gran parte dall'accettazione di alcuni aspetti della relazione reale con l'analista.

Ma in che modo l'analista diventa un tipo di oggetto diverso, che porta a tipi diversi di interiorizzazioni? Che cosa, nella relazione fra paziente e analista, fa sì che questo sia possibile? La risposta a questa domanda ci porterà molto lontano.

Tanto per cominciare, l’esperienza clinica ha dimostrato che il contenuto dell'interpretazione dell'analista può essere più o meno corretto e pertinente in un senso o nell'altro, ma ciò che importa soprattutto è il modo in cui il paziente vive e interiorizza l'interpretazione (cioè la relazione della paziente con l'interpretazione). Ad esempio, l'analista fa una interpretazione sul masochismo della paziente pensando di favorire un insight, ma la paziente vive l’interpretazione come una sorta di attacco sadico al quale si sottomette continuando a mettere in scena la sua dinamica centrale. Mentre sembra che stia accadendo qualcosa di nuovo - un'interpretazione che dovrebbe creare insight e produrre un cambiamento psichico - in realtà la paziente sta rimettendo in scena la sua antica resa masochistica agli uomini, questa volta sottomettendosi all'analista e alla sua interpretazione.

L'esempio illustra molto bene quello che è il problema centrale di ogni analisi. L'analista arriva a comprendere gli schemi attraverso i quali il pa­ziente organizza il suo mondo soggettivo e perpetua i suoi principali con­flitti dinamici, e comunica questa comprensione in forma di interpretazione. Ma il paziente è in grado di ascoltare l'interpretazione soltanto come qual­cosa d'altro, inserendola proprio in quelle categorie che l'analista sta cer­cando di fargli utilizzare per pensare e per comprendere. L'analista fa un'in­terpretazione sul modo in cui il paziente erotizza le interazioni, e il paziente vive l'interpretazione stessa come una seduzione erotica. L'analista fa un'in­terpretazione sul modo in cui il paziente trasforma ogni interazione in uno scontro, e il paziente la vive come un'operazione di potere. E così via.

Si ritiene che le interpretazioni debbano ti­rare fuori i pazienti dalla loro psicopatologia, ma esse sono profondamente immerse proprio in quella patologia per curare la quale le utilizziamo. Deve esserci qualcos'altro su cui l'analista può far leva, una base alla quale agganciarsi per svincolare i pazienti dalle loro abituali orbite psicodinamiche.

Il modello classico elude il problema dell’esistenza di una tale “base” supponendo che le interpretazioni aprano un canale diretto tra l'analista e il paziente, canale che ne aggira in qualche modo la dinamica. Anche nel modello kleiniano si suppone che le interpre­tazioni dell'analista riescano a passare, malgrado le difese e le resistenze dell'Io: l'inconscio è infatti in risonanza con la corretta com­prensione dell'analista. I neo-kleiniani dal canto loro concordano che l'organizzazione difensiva del paziente crei un muro attraverso il quale le interpretazioni dell'analista non possono penetrare; ammettono tuttavia l’eccezione della “metainterpretazione”, cioè una interpretazione della relazione del paziente con le interpretazioni attraverso la quale l'analista deve mostrare al paziente che sta sperimentando le sue interpretazioni come pericolose, e le sta elaborando allo scopo di neutralizzarle. Anche per la psicologia del Sé classica di Kohut esiste un canale diretto, vale a dire l'atteggiamento empatico dell'analista che fornisce l'ambiente necessario ad aggirare i conflitti del paziente e raggiungere i suoi desideri evolutivi bloccati.

La vana ricerca del canale diretto, che ha contraddistinto così tante teorie all'interno delle diverse tradizioni della letteratura psicoanalitica, è stata motivata in parte dalla speranza di eludere i problemi confusi e intricati dell’influenza dell’analista nell'interazione terapeutica. Se l'analista ha a disposizione una modalità di partecipazione per raggiungere il paziente direttamente - interpretazioni improntate a neutralità, rispecchiamenti empatici, metainterpretazioni delle relazioni con le interpretazioni - allora si può ipotizzare qualcosa di nuovo, un punto d'appoggio garantito che sia differente da quella “suggestione” che Freud per primo aveva voluto eliminare nella tecnica psicoanalitica. In caso contrario, occorre passare per le forche caudine della interazione in psicoanalisi, con la sua conseguente trasformazione in una psicologia bipersonale (Baranger).

La prospettiva della teoria psicoanalitica classica riconosce come unità fondamentale di studio l’individuo; tutto ciò che è interpersonale deve quindi essere alla fine riportato alle vicissitudini della pulsione e della difesa, o comunque all’intrapsichico e all’ambito della psicologia monopersonale. Persino il transfert non implica una vera interazione fra paziente e analista ma è solo una visione distorta dell’uno da parte dell’altro, in quanto spostamento dal suo passato individuale.

La prospettiva della teoria relazionale è invece che i desideri e conflitti apparentemente infantili non sono tanto residui del passato personale del paziente quanto riflessi della interazione reale con quello specifico singolo analista, con tutte le sue caratteristiche particolari. La personalità dell’analista influenza non soltanto l’alleanza terapeutica ma anche lo stesso transfert, che in termini di psicologia bipersonale è basato sul contributo di entrambi i partecipanti alla relazione analitica.

 

 

Il difficile passaggio concettuale dalla psicologia monopersonale a quella bipersonale può essere utilmente seguito attraverso l’evoluzione del modello kleiniano relativamente ai due concetti chiave dell’identificazione proiettiva e del controtransfert.  Per alcuni aspetti, l'approccio tecnico della Klein è l'ampliamento più radicale della prospettiva unipersonale: l'unico centro di attenzione sono i recessi più remoti dei conflitti pulsionali del paziente, che l'analista interpreta da una posizione di neutralità. La Klein rimane fedele a tale prospettiva anche quando i suoi seguaci cominciano a interes­sarsi all'interazione. Resta dubbiosa circa l'ampliamento operato da Bion del concetto di identificazione proiettiva in vista di un'esplorazione degli stati emotivi dell'analista, mentre la rivoluzionaria esplorazione degli aspetti utili del contro­transfert compiuta da Paula Heimann ha una parte importante nell'allontanamento tra loro. Ma è proprio il modo di intendere l’identificazione proiettiva ed il controtransfert l'innovazione fondamentale che segna il passaggio dal periodo kleiniano classico all'approccio kleiniano odierno.

Per la Klein l'identificazione proiettiva è, al pari di ogni altro meccanismo di difesa, una fantasia nella mente del paziente. Bion comincia a concepirla anche come un evento interpersonale, fino a farne una forma di comunicazione tra il neo­nato e la madre e quindi un'interazione evolutiva cruciale. Il bambino proietta la confusione caotica e intollerabile delle prime esperienze, dominate da angosce psicotiche, sulla madre, la quale riceve, contiene e riorganizza questo contenuto psichico in modo da tranquillizzare il bambino, che può allora reintroiettarlo. Nella relazione analitica l'aspetto centrale è ancora la scoperta dei contenuti più profondi della mente del paziente, ma dopo che il concetto di identificazione proiet­tiva viene reso interpersonale accade che spesso i contenuti psichici del paziente vengano a trovarsi nell'esperienza dell'analista.

All'interno di questa impostazione i ruoli rimangono comunque ben definiti e molto asimmetrici. Il paziente fa le proiezioni, l'analista le riceve e le contiene. L'analista vuota la sua mente da ogni contenuto psichico, da ogni “memoria e desiderio”, e molte delle esperienze che si pre­sentano durante la seduta sono state depositate dalle proiezioni del paziente. Dunque l'analista non esercita alcuna influenza sul processo psicoanali­tico, e l'autonomia del paziente è così protetta.

Alcuni Autori tuttavia, e Racker in particolare, hanno tentato di porre una maggiore attenzione al controtransfert, considerandolo come il più importante strumento che l'analista ha a disposizione per esplorare le dinami­che del paziente. L’analista è capace di ricevere e sperimentare le proiezioni del paziente solo attraverso le sue po­tenti identificazioni con esse. Gli stati mentali primitivi che il paziente vive come situati nell'analista corrispondono ad analoghi stati mentali primitivi nel mondo interno dell'analista stesso. Tutti noi viviamo da bam­bini angosce intense e avvolgenti, e queste angosce, queste pulsioni, queste configurazioni primitive del Sé in relazione a oggetti potenti e spesso terro­rizzanti, tutta questa massa pulsante di desideri e terrori infantili, è viva in ognuno di noi e viene regolarmente suscitata dalle proiezioni del paziente. Dunque l'analista non accoglie le proiezioni del paziente la­sciando in sospeso i propri ricordi e i propri desideri, ma scopre quali dei pro­pri ricordi e dei propri desideri sono stati suscitati e attivati. È la questione cruciale del posto delle dinamiche dell'analista, della sua soggettività idiosincratica, nell'interazione che costituisce il processo psicoanalitico. Per Freud l'analista è uno schermo vuoto su cui il paziente proietta il suo transfert. Per Bion lo schermo diventa un conteni­tore; le proiezioni si trovano non sulla superficie dell'analista ma all'interno della sua esperienza. Per Racker l’analista può sperimentare il paziente solo attraverso identificazioni rese possibili da analoghe esperienze sue per­sonali.

Andando avanti lungo questa linea, la successiva questione importante riguarda la natura di quelle prime esperienze intensamente conflittuali del­l'analista che gli permettono di accogliere le proiezioni del paziente. Essa viene risolta con l’assioma che da bambini tutti noi viviamo alcune esperienze uni­versali che conducono a relazioni oggettuali interiorizzate comuni. Così anche in queste formulazioni gli aspetti idiosincratici della storia personale e del carattere dell'analista vengono in definitiva esclusi dalle interazioni con il paziente. La situazione psicoanalitica ha un significato inconscio prefissato e universale per tutti i pazienti. E’ questo il principio che continua a distinguere i freudiani e i kleiniani attuali dalle principali tendenze degli orientamenti relazionali.

In particolare, nella tradizione kleiniana si ritiene che la situazione psicoanalitica costituisca una ricreazione della relazione del paziente con l'oggetto primario, il seno. Le interpretazioni dell'anali­sta possono essere molte altre cose, ma sono anche, al livello più profondo, il latte materno che il paziente disperatamente cerca e di cui ha bisogno. A causa delle angosce suscitate dalla sua dipendenza dall’analista come oggetto primario, il paziente farà qualunque cosa per distruggerne la bontà. Gli sforzi per indurlo ad abbandonare l'atteggiamento psicoanalitico tradi­zionale rivelando la propria esperienza, fornendo informazioni sulla propria vita, esaudendo i desideri del paziente con mezzi diversi dalle interpretazioni, sono tutti tentativi di danneggiarlo come oggetto primario, di distruggere la sua possibilità di offrire il nutrimento-interpretazioni che il paziente desidera così ardentemente.

Questo è un assunto forte: gli analisti sanno che cosa significano le loro azioni, universalmente e inevitabilmente, per i loro pazienti, nonostante qualunque cosa i pazienti possano pensare in proposito. Se si condivide questo assunto, è perfettamente sensato mantenere la cornice psicoanalitica lungo le linee tradizionali, pretendendo che l'analista comprenda l'alto valore della neutralità e dell'obiettività.

 

 

 

 

Epistemologia dell’interpretazione: dal positivismo al costruttivismo.

Il concetto di interpretazione, come abbiamo detto, è andato incontro ad un cambiamento sostanziale nel passaggio dalla teoria pulsionale a quella relazionale. Esiste tuttavia una differenza importante fra la svolta metapsicologica e quella epistemologica, che consiste nel passaggio dal positivismo al prospettivismo-costruttivismo.

Quest’ultima è sostenuta dagli interpersonalisti e condivisa da molti degli Autori relazionali di oggi, come Mitchell. Essi considerano il significato dell'analista per il paziente non come dato e universale e noto, ma come individualmente costruito, sviluppato e negoziato nella situazione analitica; sottolineano cioè con forza la «reciprocità» tra i partecipanti alla relazione terapeutica.

 

 

I due paradigmi clinici alternativi della psicoanalisi, il modello intrapsichico più tradizionale e il modello interpersonale, rispondono essenzialmente a due domande diverse Il primo è collegato soprattutto con la domanda: “Che cosa significa?”; il secondo, il modello interpersonale, con la domanda: “Che cosa sta succedendo qui?”. Non è che la domanda: “Che cosa significa?” non abbia più senso, ma è or­mai inclusa nella seconda: “Che cosa sta accadendo qui?”. La prima domanda non ha più alcun senso da sola.

In accordo con alcune cor­renti più generali del pensiero postmoderno, oggi gli analisti “relazionali” tendono ad af­frontare le considerazioni sul significato solo contestualizzandole. Sono consapevoli di portare nel processo psicoanalitico un diverso tipo di interazione e un diverso tipo di esperienza di sé, rendendo possibile un uso della propria soggettività che è pecu­liare e irripetibile. La loro diversaa modalità di accostarsi all'interazione riflette almeno in parte le tradizioni psicoanalitiche a cui si ispirano: quella freudiana, quella delle relazioni oggettuali o quella interpersonale.

Secondo i “relazionalisti freudiani” l'analista porta nel processo terapeutico un elaborato mondo speculare, in cui si riflettono importanti aspetti delle di­namiche del paziente. Le loro descrizioni cliniche sono straordinariamente ricche nel dettagliare il modo in cui vengono suscitati nell'analista ricordi, affetti e stati del Sé, in ge­nere provenienti dal lontano passato dell'analista, che sono immagini specu­lari delle configurazioni relazionali centrali del paziente. A causa della loro formazione nella teoria classica della tecnica, mantengono tuttavia una tradizionale sottovalutazione dell'utilizza­zione costruttiva del controtransfert. Nel complesso, tengono per sé le esperienze controtransferali, utilizzandole solo per ampliare e approfondire la loro comprensione delle dinamiche del paziente. La ricchezza e l'intensità che queste generano nel mondo controtransferale speculare dell'analista sono in definitiva solo un veicolo per comprendere meglio il paziente. In questo senso, l'uso silen­zioso che fanno del controtransfert è perfettamente coerente con il loro progetto psicoanalitico, che rimane quello tradizionale, con lo sviluppo da parte del paziente di insight sulle proprie dinamiche e i propri conflitti infantili.

Per i “relazionalisti oggettuali” la caratteri­stica distintiva della relazione psicoanalitica è invece il fatto che l'analista offre sé stesso come contenitore delle proiezioni e degli aspetti dis­sociati dell'esperienza del paziente. L'analista cede la sua soggettività al processo psicoanalitico, ma diversamente dalle prime nozioni di identificazione proiettiva in cui l'analista è, o almeno aspira ad essere, un contenitore pulitissimo delle proie­zioni del paziente, l'idea di base è che questo processo sia profondamente interattivo. Sono all'opera due menti attive. Ogni analista ospita e dà espres­sione, nella sua distinta e personale maniera, alle esperienze proiettate del pa­ziente attraverso il complesso prisma interno costituito dalle sue esperienze, dalle sue associazioni e dai suoi ricordi. Ogden in particolare ha introdotto questo sviluppo nel suo pensiero sul processo terapeutico con il termine “terzo psicoanalitico”. Egli descrive la co-creazione, da parte dell'analista e del paziente insieme, di una soggettività “terza” che non ap­partiene a nessuno dei due individualmente ma richiede a entrambi di emer­gere nei rispettivi ruoli. “Io non considero il transfert e il controtransfert come entità separate che sorgono una in reazione all'altra, ma piuttosto in riferimento ad aspetti di un'unica totalità intersoggettiva vissuta separatamente (e individualmente) dall'analista e dal paziente”. I conflitti e le dinamiche del paziente, e perfino il suo passato, vengono dunque creati in maniera irripetibile in ogni coppia psicoanalitica. Poiché è in parte attraverso la soggettività dell'analista che si animano il presente e il passato dissociati del paziente, il processo psi­coanalitico è in definitiva profondamente interattivo e interpersonale. Molto lentamente, nel tempo, l'analista si sforza di verbalizzare le esperienze affettive incipienti che entrambi vivono insieme nel terzo psicoanalitico che hanno creato. Idealmente, quando l'analista è in grado di comunicare la sua comprensione dell'esperienza del paziente, attraverso la graduale verbalizzazione della sua esperienza controtransferale, vengono superate le zone di scis­sione primitiva e di dissociazione presenti nel paziente. Ogden tuttavia tiene molto a far notare che nel suo approccio all'interazione psicoanalitica è scarso lo svelamento verbalizzato di sé riguardo al controtransfert: “La mia tecnica prevede raramente di discutere direttamente con il paziente il controtrans­fert. Invece, il controtransfert viene implicitamente presentato nel mio modo di compor­tarmi come analista, per esempio nella gestione della cornice psicoanalitica, nel tono, nella formulazione e nel contenuto delle interpretazioni e in altri interventi, nel privilegiamento della simbolizzazione rispetto all'azione intesa a dissipare la tensione ecc.”. Per Ogden l'aspetto più importante della partecipazione dell'analista consiste nell'evocazione, nel contenimento e nella graduale simbolizzazione degli elementi più profondi e primitivi del mondo oggettuale interno del paziente. La verbalizzazione dello svelamento funziona probabilmente come una distra­zione e una fuga dal lavoro silenzioso e spesso solitario della lotta contro i de­moni che sono stati evocati nella matrice di transfert e controtransfert.

L'approccio dei “relazionalisti interpersonali” all'interazione è ancora diverso, molto più radicato nel presente ed in contatto con il paziente nel “qui e ora”: invece di analogie e di risonanze, ci parlano di confini e di margini. La tradizione clinica è stata fortemente influenzata da Fromm, la cui attenzione era prevalentemente rivolta all'urgenza esistenziale della situazione psicoanalitica. Noi siamo ciò che facciamo con gli altri, e nascondere al paziente le reazioni dell'analista significa deprivarlo proprio dell'insight che avrebbe potuto trovare più utile nel comprendere la propria esperienza. Il controtransfert è utilizzato al meglio con l'attività e la verbalizzazione, non nel silenzio. L'opzione tecnica centrale è lo svela­mento di sé da parte dell'analista. L'assunto è che le sue esperienze affettive di legame e di rottura del legame di fronte al paziente contengono probabilmente informazioni vitali che possono essere importanti per il paziente stesso. Sebbene gli interpersonalisti non rivelino la loro esperienza controtransfe­rale in modo impulsivo o indiscriminato, l'onere della prova sembra l'opposto di quello che è per gli altri relazionalisti: sarebbero necessarie ragioni eccezio­nali per non esprimere questi svelamenti. Il controtransfert viene raramente elaborato prima di es­sere agito in qualunque modo, attribuendo grande va­lore proprio alla condivisione delle reazioni non elaborate. II “confine intimo” diventa idealmente il punto del massimo contatto riconosciuto in un determinato momento di una relazione senza fusione, senza violazione della separatezza e dell'integrità di ciascuno dei partecipanti.

 

Vai all'inizio della pagina