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LIVIA

Crisi del mondo, crisi del corpo

 

 

Noi siamo vicini alle cose

Lorenzo Calvi

Occorre che i fatti precedano le teorie

Mario Galzigna

Io, come uomo, l’uomo che ha in sé

il mondo, anche il mondo che ignora

Enzo Paci

Arrivo a conoscere Livia al principio dell’inverno dello scorso anno.

Un collega cognitivo-comportamentale mi accenna al caso raccontandomi che la ragazza, a suo parere, abbisogna, dopo un periodo trascorso sotto le sue cure, di un intervento di marca differente. Di una terza via[2], la capacità di trascinare il corpo verso la meta[4], che aveva nel tempo preso completo possesso della sua persona, del suo Körper, dell’abituale corpo fisico[6] contro intenzionalità disperante[8].

Chi spera ha tempo da giocare e giocarsi, non ha fretta; sa che nulla dipende dal suo impegno, il risultato sperato non ha a che fare direttamente con esso. La speranza è affidata al caso, per questo passiva e apatica, ma in ogni caso luminosa attesa, piena di Altro. lontana dal sentire patico, angoscioso che invece è proprio, tra gli altri, dell’attesa (si noti qui bene che è il vissuto del tempo ad essere profondamente differente tra le due situazioni esistenziali):

“Il tempo della speranza è animato dall’avvenire, dal futuro, nel quale il passato e il presente rifluiscono senza discontinuità; e la speranza non ha in sé le tracce di ansia e di angoscia, di inquietudine e di timore, di tristezza e disperazione, di perplessità e di insicurezza, che si affiancano nell’attesa. L’attesa e la speranza si confrontano, così, in modo diverso con il futuro; che è vissuto nella sua dimensione ambigua e dilemmatica nell’attesa, e nella sua dimensione radicalmente aperta e luminosa nella speranza” (E. Borgna 2005, 51).

L’esperienza dell’attesa è quindi profondamente diversa da quella della speranza.

Il regno dell’attesa è un regno d’ombra, di timore e nebbia, di incertezza angosciosa. Un regno che è stato in un primo momento rischiarato dal fare, dal colpire e dal decidere, e che è andato poi oscurandosi nell’attesa di un’eco al proprio fare, al proprio essersi esposti, al proprio colpire e decidere[10].

In questo senso si intende come, nell’esperienza dell’attesa, l’angoscia abbia il suo posto privilegiato, l’angoscia di chi conosce cosa lo attende, di chi sa quanto ha fatto e quanto invece non ha fatto perché l’altro, se pensiamo all’incontro clinico o interumano, arrivi, lo raggiunga e quindi si faccia vivo, vedere magari sul piano trascendentale[12].

IL LUOGO DEL CAMBIAMENTO

NOTE FENOMENOLOGICHE SULLA CORPOREITÀ

Livia lamentava, a suo dire da quando aveva avuto inizio il quarto anno di scuola, problemi soprattutto a livello organico, conati di vomito, sensazioni di dolore fisico, percezioni bizzarre e complesse. A scuola, i professori non riescono più a far fronte alle mattinate di lamenti, piccole urla e uscite dalla classe per il bagno o il corridoio, causate dai dolori che la colgono durante le ore di lezione.

Questa era stata d’altronde la problematica portata dai genitori quale disagio percepito dalla ragazza (insieme alla preoccupazione per il presente scolastico e per il futuro di vita della stessa Livia).

I lamenti principali erano i seguenti:

- prurito sul collo

- piedi scivolosi

- dolore alle unghie

- dolori a livello epidermico

- dolore alle articolazioni superiori (polso e gomito su tutti)

- dolore agli arti inferiori

- dolore e strane sensazioni alla gengiva destra

A queste sensazioni, comunque non estranee del tutto alla maggioranza della popolazione e quindi ad un sentire che possiamo definire comune, si andavano aggiungendo anche esperienze di modificazione corporea e di abnorme esperienza del proprio corpo, del sé (ben descritte ad esempio da Morselli, 1962), come le seguenti:

- vissuti di alterata grandezza del proprio corpo (sono diventata più alta, etc.)[14].

Quelle appena descritte si potrebbero definire come esperienze di depersonalizzazione somatopsichica[16] della ragazza, è stato piuttosto utile (e forse in qualche modo curativo), sino a che è potuto durare il nostro rapporto terapeutico, definirle e trattarle anche quali rappresentazioni corporee della mancata trasformazione della realtà emotiva della ragazza in pensieri, rappresentazioni corporee dell’assalto del mondo alla posizione vitale di Livia.

È certo, come inoltre testimoniato dai gesti quotidiani della ragazza, che tali esperienze hanno reso il corpo della stessa non più disponibile al mondo, non più utilizzabile per il contatto con gli altri e con se stessa (almeno per una sua buona parte, si direbbe, ascoltando e osservando la ragazza, l’emiparte destra).

Affermazioni come “Ho capito, sento che il mio braccio pesa!” dicono di una riflessività accentuata oltre il limite - di quella che Sass (2013) definisce come iper-riflessività patologica - dicono di un pensiero che ha sospeso il vissuto naturale delle cose, e quindi di se stesso, per scoprire, svelare dolorosamente la verità delle cose che la gente comune riesce invece naturalmente a mettere da parte.

Dicono in sostanza di una epochè psicopatologica avvenuta e in corso.

Se tutti noi infatti fossimo costretti a sentire, renderci conto del peso delle nostre membra, se quindi riuscissimo a sentirle pesare per quanto in realtà pesano, faremmo molta più fatica a compiere i gesti quotidiani che compiamo in maniera automatica e senza darcene il minimo pensiero. Faremmo molta fatica a non pensare alle nostre membra, al peso che ci portiamo dietro. Il nostro corpo non sarebbe certo più lo stesso, così come il nostro mondo. È un momento tragico quello che stiamo vivendo, non siamo più le stesse in un mondo, in un luogo che non è e che non sarà più lo stesso, per me e per i miei familiari[18].

Il corpo di Livia si è fatto in questo modo incomprensibile per la stessa ragazza, si è trasformato in una domanda, in un’occasione drammatica di messa in discussione della propria vita, nel momento in cui il mondo-proprio sta per essere messo in discussione per quello che è stato sino ad ora (il termine delle scuole superiori):

“Si comprende bene, allora, come Merleau-Ponty dovesse concludere, per vie affascinanti e impossibili da riassumersi qui, che la cosa è tutt’uno con il corpo che la incornicia, e che il corpo è tutt’uno con il mondo ed è, insieme, incorniciato dal mondo: mondo a cui fa da supporto, per un verso, e corpo a cui fa da cornice, per un altro; corpo in cui è inscritto l’orizzonte del mondo, e mondo nel cui orizzonte è inscritto il corpo, in un’oscillazione inestricabile che risolve in sé la condizione di tutte le condizioni e la verità di tutte le verità” (Leoni 2008, 138).

Così, sulla base di una condizione esistenziale sul limite del cambiamento catastrofico (Bion), condizione esterna sentita al limite tra l’ambiente, le sue risorse e la sua persona, anche il corpo di Livia s’è fatto incomprensibile, nel senso di imprevedibile (proprio come il destino del suo stesso mondo).

Un corpo e quindi un mondo così fatto, o non fatto[20].

In condizioni di questo genere si rischia, e si è rischiata, una condizione difficilmente tollerabile per la mente e il corpo della ragazza, momenti durante i quali è stata opportunamente ritirata per alcuni giorni dalla scuola perché non in grado neppure di muoversi autonomamente.

Ci rivolgiamo qui naturalmente alla distanza tra il corpo vissuto (Leib), corpo che siamo, corpo-vivo ed il corpo fisico (Körper), corpo che abbiamo, misurabile e osservabile:

“Il nostro unico intento è quello di illustrare la distinzione, troppo spesso trascurata, fra il corpo com’è descritto nei libri di medicina (il corpo che abbiamo) e il corpo in quanto gioca una parte nella non scientifica, non ‘gnostica’, ma soprattutto ‘patica’, vita ‘preriflessiva’ dell’uomo (il corpo che siamo)” (Van den Berg 1955, 2015, 32).

Il corpo che Livia lamenta è quello che lei sente non essere più disponibile e a disposizione per la vita che sta vivendo e per quella che dovrà vivere. È lo stesso corpo che ad un osservatore esterno non appare cambiato di una virgola, ma che Livia sente, osserva e vive invece come terribilmente modificato e modificantesi (non poche volte ci siamo dovuti fermare nel mezzo delle sedute perché la ragazza lamentava acuti dolori e sensazioni strane, che la facevano, e mi facevano, trasalire).

È il corpo preriflessivo quello di cui Livia si lamenta, di cui parla e al quale fa continuamente cenno senza che alcuno riesca a comprenderla davvero a fondo; nessuno infatti soffre dello stesso male che affligge da qualche tempo Livia.

Il calore che lei prova, gli occhiali appannati, il polso che sente ruotare, i piedi che non la supportano più nel contatto con il terreno, tutto deve farci porre l’attenzione sulla immagine, sul corpo-mondo che viene fuori dalle precise descrizioni di Livia.

Livia, arrivata al quinto anno delle scuole superiori, sta perdendo pian piano il suo corpo; non il corpo organico, non sta morendo, sta perdendo il corpo proprio, lo sta sentendo modificarsi. Livia, al limitare della età adulta, non si riconosce più.

Il corpo di Livia è sintonizzato con il suo mondo vissuto, mondo che si sta avvicinando alla tragica disgregazione di quel che è stata una infanzia direzionata dai genitori, nell’orizzonte tranquillizzante dalle scuole dell’obbligo[22].

Le braccia non sono più le stesse, le gambe neppure, il polso, i denti, gli occhiali e i piedi, nulla risponde più come una volta; le nausee di cui Livia sente di soffrire spesso dicono della presenza di quello che potrei definire come un mal di mare trascendentale (che è un mal di mare esistenziale del quale soffrono gli stessi genitori della ragazza al pensare al futuro che l’attende oltre le Colonne d’Ercole delle scuole dell’obbligo).

Livia, a mio avviso, è stata colta da una epoché, da una sospensione del giudizio patologica quindi, perché improvvisa e passiva, non ricercata come di solito fa il filosofo o l’artista, ma invece subita.

Il dono (per come lo definisce Calvi 1993, 2015) che ha colpito Livia è di marca dolorosa e passivizzante (Livia non può fare a meno di sentire ciò che sente, non è più libera), è una scoperta che la svantaggia ulteriormente rispetto ai pari età e agli altri in genere che sembrano (ed infatti così per loro fortuna è) vivere la propria vita senza curarsi delle cose ‘ovvie’, del proprio corpo ‘ovvio’.

Livia ha invece spesso sospeso la normalità delle cose ‘banali’, ha dovuto costruirsi una propria norma funzionale fatta di gesti lenti, domande sul da farsi, richieste strane basate sulle sue bizzarre esperienze corporee, cenestetiche, su vissuti particolari e non certo da tutti comprensibili. Tutto ciò l’ha resa ancora più distante dagli altri, dal sentire medio dei coetanei e da quello degli adulti inconsapevolmente inseriti nella naturale marea del mondo e delle cose[24].

In una situazione del genere si comprende benissimo come il percorso di cura vada affrontato per gradi, per minimi accenni e tracce da ricercare e tenere quindi in massimo conto[26], quindi, una visione, alla quale tutti abbiamo la possibilità di accedere, solo riuscissimo a dimenticarci momentaneamente del nostro corpo muto, del nostro mondo solito, per ritrovare finalmente il senso celato nel corpo vivo di Livia. Il suo senso unico.

BIBLIOGRAFIA

  • Dizionario di Medicina, Treccani, 2010.
  • E. Borgna, L’attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano, 2005.
  • L. Calvi, Prospettive antropofenomenologiche, in G. B. Cassano (a cura di), Trattato Italiano di Psichiatria (Cap. 2, Fondamenti teorici della Psichiatria, a cura di R. Rossi), Masson, Milano, 1 ed., 1993, p. 97; 2 ed. (con alcuni ampliamenti), 1999, pag. 77; ora in A. Ballerini, B. Callieri, L. Calvi, L. Del Pistoia, Il paradigma erlebnis, a cura di Di Petta G., Colavero P., EUR, Roma, 2015.
  • L. Calvi, Il piano eidetico dell’incontro, Comprendre VIII, La Garangola, Padova, 2008.
  • U. De Giacomo, G. E. Morselli et al., Le psicosi sperimentali, Feltrinelli, Milano, 1962.
  • M. Galzigna, Che ci fa un filosofo nella casa dei pazzi?, POL, YouTube, 4.12.12.
  • S. J. Lec, Pensieri spettinati, Bompiani, Milano, 2001.
  • F. Leoni, Habeas corpus, Mondadori, 2008.
  • P. Lorenzi, Il corpo vissuto, SEID, Firenze, 2009.
  • C. Michelstaedter, Dialogo sulla salute, Formiggini, Genova, 1912.
  • E. Paci, Diario fenomenologico, Bompiani, Milano, 1961.
  • E. Paci, Funzione delle scienze e significato dell’uomo, Il Saggiatore, Milano, 1963.
  • M. Quartu, E. Rossi, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, Milano, 2012.
  • R. Stout, I ragni d’oro, Neri Pozza, Vicenza, 2015.
  • J. H. Van den Berg, Il metodo fenomenologico in psichiatria e psicoterapia, Fioriti, Roma, 2015.

[2] I traccianti sono speciali proiettili modificati per ospitare una piccola carica pirotecnica alla base. La carica si accende all'atto dello sparo e genera una luce molto intensa che rende il proiettile visibile a occhio nudo durante la sua traiettoria. In questo modo, è possibile comprendere immediatamente il percorso coperto dai proiettili sparati e l'eventuale scostamento rispetto ai bersagli, in modo da poter aggiustare immediatamente il tiro.

[4] “Il ‘corpo che sono’ è silente ed è strettamente correlato al mio ‘sentirmi’, di cui costituisce un trasparente veicolo di apertura verso il Mondo”, P. Lorenzi, Il corpo vissuto, SEID, Firenze, 2009, pag. 13.

[6] L’intenzionalità è già per sua natura orientata, non può che essere quindi sperante (tesa a, in attesa di un oggetto). Nel definire quella materna come intenzionalità disperante, invece, applichiamo evidentemente una piccola forzatura all’idea che si debba sperare sempre e solo il bene, forzatura che ci permette però di intuire quanto la figura genitoriale femminile abbia influito negativamente, almeno da un certo momento della vita in poi, nella vita di Livia. L’intenzionalità materna infatti, condizionata certamente da una importante componente personologica ossessiva e da una certa zavorra melanconica, è in attesa di uno stop, di un blocco, del cadere delle speranze paterne, del limite. In definitiva della fine.

[8] Il passaggio dalla speranza all’attesa, quindi dalla pura passività al momento invece attivo, è chiaramente significato con ironia in questa storiella ebraica: “Un anziano Rabbino polacco, di nome Moshe, si trova in cattiva situazione economica e prima di morire ha un unico desiderio: andare a visitare i figli negli Stati Uniti d’America dove vivono. Entra nella Sinagoga e prega Dio: "Dio, per favore, aiutami, fammi vincere una lotteria, una qualsiasi delle tante che ci sono. Così posso andare a trovare la mia famiglia prima della mia morte". Viene il giorno dell’estrazione, ma Moshe non vince. La settimana dopo ritorna nella Sinagoga: "Dio, per favore, sono disperato, se non vinco morirò senza rivedere i miei figli. Fammi vincere alla lotteria". Ma anche questa volta non vince nulla. La storia si ripete per varie settimane senza che Moshe vinca nulla. Un giorno di alcune settimane dopo, all’ennesima preghiera nella Sinagoga Dio si fa vivo con lampi e tuoni ed esclama: "Moshe, insomma, io ti voglio aiutare, ma vienimi incontro: compra almeno un biglietto!” (Massimo Simeone Hassan, comunicazione personale, 2009).

[10] “Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna”. Andare a cercare qualcuno di cui non si hanno notizie o che non aderisce all'invito di chi lo cerca. In senso lato, procurarsi da sé qualcosa che ci si aspettava da altri, o intervenire in una situazione che si pensava si risolvesse da sola”, Dizionario dei modi di dire, Corriere della Sera. In qualche modo forzare la speranza.

[12] “Ci te speranza vive, desperatu more”, detto popolare salentino.

[14] Tra le numerose e diverse manifestazioni, esperienze di dolore fisico, Livia inserisce anche una localizzazione esterna al proprio sé che tanto esterna, a pensarci, poi non è, quando afferma durante una delle numerose enumerazioni di sintomi: “Anche le lenti dei miei occhiali sono un po’ sporche”. A parte la denuncia dell’ampiamento dei propri confini corporei agli oggetti di uso comune, come occhiali, vestiti, scarpe etc., si fa qui strada un possibile pensiero sulla questione della opacità del corpo (e della vista). È come in qualche modo, colpita dalla eccessiva sporcizia delle proprie lenti mondane, Livia le avesse tolte e avesse visto per la prima volta il proprio corpo in trasparenza al mondo vissuto (corpo-proprio). Rimettere su gli occhiali sporchi, con le loro lenti opache, acquista qui il senso terapeutico di tornare ad una visione ovvia delle cose, per cui viviamo senza chiederci della chiarezza o meno delle cose, dei confini reali delle cose stesse, della liceità della nostra lettura del nostro mondo, dei nostri affari mondani. Rimettere le lenti acquista qui il senso di smettere l’atteggiamento fenomenologico che ipotizziamo Livia abbia acquisto malgré soi. Una percentuale di oscurità, di opacità, fa parte della nostra mondana, e quindi aproblematica, lettura del mondo che viene messa quindi in crisi grazie alla mossa e all’esercizio dell’epochè (ricercata o subita); come direbbe a questo proposito Enzo Paci (1961, 46): “Aprire gli occhi. Imparare a vedere. Non credere di vedere già”.

[16]Processo psichico che porta alla formazione di simboli, nonché al concepimento e all’espressione di nozioni, concetti, sentimenti, mediante simboli”, Dizionario di Medicina, Treccani 2010.

[18] Come spiega lo stesso Husserl: “Già in partenza il fenomenologo vive nel paradosso di essere costretto a considerare l’ovvio come problematico ed enigmatico”. Livia si è fatta suo malgrado fenomenologa. La cura consiste innanzitutto del prendere il controllo della propria possibilità di fare epochè e quindi riuscire a smettere la sospensione e tornare in contatto con il mondano in atteggiamento naturalistico.

[20] “Se vogliamo sapere l’effetto che ha su di lei una malattia, il metodo migliore non è di chiederle le sue sensazioni soggettive: la risposta sarà insignificante. Possiamo avere un’idea più precisa del suo cambiamento solo quando le chiediamo come le appaia il mondo. È questo ciò che si chiama Patografia Extrospettiva, Una patografia cioè che non si limita a enumerare ciò che il paziente può osservare retrospettivamente in se stesso come ‘sensazione cosciente’, ma che consiste in una descrizione della fisionomia patologica del mondo, ossia in una descrizione di quei mutamenti che il malato osserva con maggior forza e immediatezza”, J. H. Van den Berg (1955), Il metodo fenomenologico in psichiatria e psicoterapia, Fioriti, Roma, 2015, pag. 26.

[22] “Già nel 1935 Buytendijk e Plessner sostennero la teoria che il comportamento fisico dell’uomo e dell’animale rimane incomprensibile se non partiamo dal chiederci in qual mondo essi vivono. Gli autori definiscono il comportamento fisico la risposta dell’uomo e dell’animale al loro mondo, e considerano il rapporto tra corpo e mondo come una continua ‘conversazione’”, J. H. Van den Berg, Ibidem, pag. 33.

[24] Spesso è successo che Livia si spostasse sulla sedia o la cambiasse perché sentiva scottare il cuscino su cui era seduta.

[26] “La prassi libera dal mondano è apertura al mondo come orizzonte universale (…) Questo vivere insieme deve essere inteso anche come esplicitazione di una vita nascosta. L’esplicitazione di ciò che nascosto è la ragione vivente. È il destarsi dall’assopimento. È il passare dall’inconscio alla ‘coscienza desta del mondo’. La coscienza desta del mondo è una facoltà: è una facoltà che diventa attività, prassi, sullo sfondo di un passivo ‘avere il mondo’”, E. Paci, Op. Cit, 1963, pag. 59.

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