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Indice articoli

 

 

 

 

 

Il volto e la chirurgia estetica.

Un’indagine esplorativa sulle implicazioni intersoggettive                                

 di Francesaca Fedele

 la ragazza con l orecchino

«Forse attraverso i suoi movimenti il corpo può esprimere i processi psichici con la stessa efficacia del viso, ma solo nel viso essi si coagulano in forme solide, capaci di rivelare l’anima una volta per tutte».

(Georg Simmel, tr. it. 1985, p. 46)

 

L’importanza del volto

Il noto sociologo Georg Simmel esalta il volto umano come parte del nostro corpo in cui «l’animo abita». Ma in che modo solo il volto è in grado di essere unico «luogo geometrico della personalità intima» di un individuo? Perché, secondo Simmel, il volto è l’unica “struttura” al mondo in grado di riunire una così vasta quantità di forme e superfici, da cui il volto è formato, in «un’incondizionata unità di senso»; in altre parole, il volto umano, proprio in virtù di quella molteplicità e varietà di forme e colori che lo compongono, diventa una completa unità, e non vi altra cosa al mondo che lo riesca ad eguagliare in questa sua capacità gestaltica. Dalla più assoluta individualizzazione dei suoi elementi riesce a raggiunge l’unità estrema, pur consistendo di singoli e differenti elementi si trova allo stesso tempo al di là di essi ed è solo grazie alla loro cooperazione.

Perché dunque trattare del volto? Per poter ri-conferirgli il suo giusto valore di “unità estrema” di cui parla Simmel, essendo da sempre il volto al centro delle indagini e degli studi in psicologia e nelle neuroscienze, ma da sempre scisso nelle sue singole dimensioni e mai colto per l’incondizionata unità di senso che rappresenta.

La psicologia e le neuroscienze infatti si sono da sempre interessante allo studio del volto, questo è fuori discussione. Tra i primi aspetti ad aver suscitato l’attenzione dell’uomo per uno studio rigoroso del volto vi è sicuramente la capacità comunicativa attraverso le espressioni facciali, dapprima con Darwin, grazie alla sua opera monumentale “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872), in seguito con autori quali Ekman (Ekman 1971; 1992; Sauter et al. 2010).

Vediamo poi il volto protagonista degli studi riguardanti la predisposizione innata dei neonati ad esso (Farroni et al. 2002; Meltzoff et al. 2002; Frank et al., 2009;); e come l’espressività del volto sia lo stimolo visivo più potente nell’esperienza del bambino, in cui lo sguardo costituisce la forma maggiormente attivante di comunicazione preverbale e la percezione delle espressioni facciali uno dei canali comunicativi più salienti (Ammaniti e Gallese, 2014; Dupierrix et al., 2014).

Non solo per i neonati, ma anche per gli adulti il volto continua a rappresentare lo stimolo per eccellenza che il nostro cervello è tenuto ad elaborare ogni giorno. Il volto infatti offre un vastissimo numero di informazioni indispensabili per l’interazione, quali il sesso, l’età, l’identità, le emozioni, la cui elaborazione e percezione sembrano richiedere l’attivazione di differenti e in parte distinti sistemi di elaborazione; la complessità del volto come stimolo si riflette dunque nella complessità della distribuzione del sistema neurale predisposto alla sua percezione (Haxby et al., 2002; Calder & Young, 2005; Bernstein & Yovel, 2015). Infine, legato alle indagini sul volto vi sono gli studi di Gallese sui neuroni specchio e la simulazione incarnata, meccanismo mediante il quale all’osservare un’emozione sul volto di qualcuno si generano in noi rappresentazioni interne e stati corporei associati a quella emozione, che aprono a nuove teorizzazioni e riflessioni sull’intersoggettività (Gallese et al. 2006; Gallese, 2007; Ammaniti & Gallese, 2014).

La psicologia dunque ha ben chiara la peculiarità del volto, ma esso viene pressoché considerato come “oggetto”, spezzettato nelle sue singole parti e capacità e analizzato in laboratorio, non approcciandosi dunque ad esso come fenomeno unitario della nostra esperienza quotidiana. Per raggiungere tale scopo non si farà quindi riferimento alla psicologia o alle neuroscienze, ma ad altre discipline quali la filosofia e la filologia, che meglio permettono di avvicinarci al volto come «incondizionata unità di senso». Si affronterà infine il tema della chirurgia estetica del volto, in quanto fenomeno ormai largamente diffuso nella nostra società, che comporta una modificazione più o meno massiccia e drastica del volto. L’obiettivo sarà quello di riflettere sulle possibili implicazioni di una scelta personale come questa alla luce però della nuova prospettiva sul volto che viene qui proposta.

 

 

Due facce di una stessa medaglia: vultus e facies.

L’importanza del volto nella cultura latina   

 

Abbiamo visto come fin dalla nascita l’uomo presenti una particolare predisposizione al volto, allo stesso modo si può dire che fin dalla nascita della nostra civiltà ritroviamo la stessa attrazione. Attraverso il lavoro svolto da un noto filologo italiano, Maurizio Bettini, dal titolo “Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche”, si approfondirà come presso la cultura degli antichi Romani il volto assumeva significati che noi oggi forse abbiamo perso, ma la cui conoscenza è fondamentale per comprendere il valore del volto e le sue diverse dimensioni.

All’interno della cultura romana la faccia risulta essere un oggetto assai importante; dalla poesia alla scultura, dalle riflessioni filosofiche al riconoscimento sociale, la faccia per i Romani presentava un valore del tutto particolare e la ricchezza dei termini utilizzati per indicarlo ne è una prova.

Per riferirsi al volto i Romani utilizzavano differenti parole, ognuna delle quali rimandava a differenti aspetti e peculiarità che il volto umano offre.

Innanzitutto, i Romani erano soliti utilizzare la parola os, il cui significato proprio è quello di bocca. Tuttavia questo termine veniva usato in maniera metaforica per differenziare il volto umano da quello animale attraverso la caratteristica che, forse più di ogni altra, differenzia l’uomo dagli altri animali: il linguaggio. Il termine os, inteso come volto, indicava, infatti, una faccia/bocca parlante, mentre per gli animali il termine che si utilizzava era rostrum, da rodere ovvero mangiare, e quindi quella degli animali era riconosciuta unicamente come faccia/bocca mangiante. Il volto, in questo caso, è rappresentante della superiorità dell’essere umano rispetto agli altri animali. Il volto parlante diventa così simbolo di identità, non tanto personale, quanto di specie.

 Sono tuttavia i termini vultus e facies a rappresentare un’affasciante intuizione rispetto all’importanza del volto. Per quanto il termine os fosse quello maggiormente utilizzato, non era sufficiente per rivolgersi alle altre dimensioni del volto, era perciò necessario per i Romani servirsi di altri termini per poter parlare delle altre “facce” del volto. In particolar modo, vultus sembrava essere utilizzato per potersi riferire al volto come espressione dell’interiorità.  Nell’antica Roma, perciò, si parlava di vultus quando ci si voleva riferire a quel mondo interiore che il volto accoglie e delimita, che lascia trasparire dalle espressioni e dagli occhi, specchi dell’anima. Se os indicava il volto dell’uomo esaltando la sua capacità di parlare, vultus esalta il volto umano per la sua capacità di essere «luogo in cui l’animo abita». Non essendo inoltre vultus inteso come parte anatomica, come insieme di forme, può essere falsificato, simulato, e dunque può ingannare, il che lo rende contemporaneamente luogo sincero e maschera, al tempo stesso può mostrare passioni oneste e mascherare le vere intenzioni.

Ciò che invece per i Romani non può essere né falsificato né assunto in modo ingannevole da qualcun altro per rubare l’identità ad una persona è la facies. Se infatti si tentasse nell’antica Roma di rubare l’identità a qualcuno si dovrebbe cercare di imitarne la voce, l’andatura e il volto inteso come vultus (essendo questi i tre elementi che permettevano di riconoscere qualcuno nell’antica Roma) ma non si potrebbe imitarne la facies. Essa, infatti, identifica il viso come forma fatta, immutabile, «appartenente all’ordine della natura» e dunque essenzialmente diverso dal vultus. Facies ha proprio a che vedere con il concreto, il tangibile; deriva infatti da facere (fare): la facies è una cosa fatta, precisa, di una certa forma. Si riferisce a come il volto è fatto, ai tratti somatici, alle forme concrete del viso, ed è per questo che per i romani esso ha a che vedere con la natura, con ciò che è “naturalmente così” e non può essere mutato.  Gli antichi Romani parlavano di facies per riferirsi al volto come rappresentante l’identità di una persona e fissarla; ed è per questo che la facies stabilisce un nesso tra la persona e la possibilità di essere riconosciuta come tale. Questo perché nell’antica Roma il costrutto di identità era differente da come lo possiamo intendere oggi; si parlava infatti cognitio/notitia hominis, un aspetto che cade per lo più nella dimensione sociale-politica e che era determinato, soprattutto, dalla possibilità di “essere riconosciuto dall’altro”.

Bettini ipotizza inoltre che l’identità somatica e facciale presso gli antichi Romani oscillasse tra due poli: da quello del movimento, quando intendono il volto come os e come vultus, a quello dell’immobilità, inteso invece come immutabile facies. Così Bettini scrive:

«(Per i romani) Identificare la persona significa da un lato assimilarla all’immobilità della statua o della figura artificiosa, dall’altro enfatizzare le sue risorse di esser vivente e mutevole. Immagine che si muove, statua che parla, facies “naturale” che ha però il potere di mutare espressione, la persona fisica dell’uomo – il suo “esserci” sulla scena del mondo – lancia alla cultura una continua sfida linguistica: descrivimi»

 Volto: forma ambigua di una suprema presenza. Il pensiero di Lévinas

La sfida di cui ci parla Bettini si può dire essere stata colta da un grandissimo filosofo: Emanuel Lévinas. Quest’autore può essere considerato colui che maggiormente ha contribuito attraverso le sue opere a dare una rilevanza del tutto particolare al volto e ha fatto di esso il punto focale del proprio pensiero. Bisogna sottolineare che il volto in Lévinas non è da intendersi esclusivamente in termini concreti-fisionomici, per utilizzare i termini romani di “facies”, tuttavia è solo grazie alla peculiarità del volto in quanto tale che è possibile, a partire da esso nel concreto, nella sua forma, poter andare poi oltre, al-di-là e teorizzare rispetto alla natura dell’essere umano. Nessun’altra parte del nostro corpo, e nemmeno il corpo nel suo complesso, ci offre questa straordianria opportunità, questa apertura verso “qualcos’altro”. Come l’autore stesso scrive nel suo libro “Totalità ed Infinito. Saggio sull’esteriorità” (1971, tr. it. 2016, p. 203), infatti:

«Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza. E, però, questa nuova dimensione si apre nell’apparenza sensibile del volto. L’apertura permanente dei contorni della sua forma nell’espressione imprigiona in una caricatura questa apertura che fa esplodere la forma».

Già da questa citazione si può osservare l’enorme potenziale del volto: partendo dai limiti della sua forma sensibile, quell’insieme di elementi che vediamo e ri-conosciamo, ci porta al di là della sua sensibilità, e ci conduce in una dimensione nuova che ha a che vedere con la relazione, la parola e l’eticità (argomenti cardine del pensiero levinassiano). In questo suo disfarsi della propria forma concreta il volto si rifà presentandosi come Altro. In questa sua nuova dimensione, come “Altro”, il Volto può significarsi, ovvero dotarsi di senso, e parlarci; dal suo esser-ci e presentarsi come immagine-forma muta e diviene presenza dell’esteriorità (Altro).

Che cos’è dunque il Volto per Lévinas? Volto è un modo straordinario di presentarsi dell’Altro, non più dunque insieme di qualità che formano un’immagine, ma è Volto in quanto concreto manifestarsi della assoluta alterità di altri. Come si diceva all’inizio, presentarsi come volto significa imporsi al di là della forma, manifestata e puramente fenomenica, ovvero sensibile. Quindi, per volto il filosofo francese non intende la forma concreta del viso costituito da occhi, bocca, naso, fronte, ma non intende nemmeno un’idea, un concetto o un ideale. La peculiarità del volto, nella prospettiva lévinassiana, ha proprio a che vedere con questo slittamento continuo tra astrazione e concretezza; Volto è facies – utilizzando la terminologia latina , ma oltrepassa la sua forma concreta, va oltre alla mera rappresentazione del volto, tuttavia non diventando mai pura idea. Nel volto Lévinas riconosce allo stesso tempo la massima concretezza dell’assolutamente altro e la massima astrazione di ciò che non può essere contenuto. Per questo non può essere com-preso, né inglobato, né tanto meno può essere «visto, né toccato – poiché nella sensazione visiva o tattile, l’identità dell’io nasconde l’alterità dell’oggetto che appunto diventa contenuto (1971, tr. it. 2016, p. 199)». Questa impossibilità di essere posseduto da me è data dal fatto che il volto è la concreta presenza dall’altro uomo, dell’altro essere umano, è una presenza viva, testimonianza della vera essenza dell’uomo.

 Il Volto si esprime nel sensibile attraverso la facies, come “cosa” al pari di tutte le altre “cose”, ma è solo grazie a questa sua forma sensibile, questo sue essere oggetto, che il Volto può fare a pezzi il sensibile e aprirsi un varco in questa sua forma che lo de-limita, e affacciarsi a una nuova dimensione e mostrarsi, infine, come Altri, oltrepassando l’immagine plastica che lascia; infatti il volto è «immediatamente significante al di là delle forme plastiche che continuamente lo nascondono come una maschera con la loro presenza nella percezione (Lévinas, 1991, tr. it. 1998, p. 182)».

Volto è proprio questa eccezionale presentazione di sé da parte di sé, è un manifestarsi assistendo alla propria manifestazione, ed invoca l’interlocutore ad esporsi alla sua risposta e alla sua domanda, «il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza (1971, tr. it. 2016, p. 203)». Il volto, dunque, diventa comunicazione, linguaggio, parola; «il volto parla, la manifestazione del volto è già discorso (1971, tr. it. 2016, p. 64)». Attraverso le sue parole Lévinas è in grado di trasmetterci concretamente questa forza dirompente del volto, che seppur così de-limitato è in grado di trascinarci altrove, in questa nuova dimensione e solo il volto è in grado di compiere questa impresa.

Un’ulteriore caratteristica di cui ci parla Lévinas è la “nudità” del Volto. Abbiamo detto che il volto è la presenza dell’assolutamente altro, e questa presenza è per l’autore «nuda» presenza. Per capire meglio questo volto nudo utilizziamo le parole dello stesso autore (1971, tr. it. 2016, p. 73):

«La nudità del volto non è ciò che si offre a me perché lo sveli, e che, perciò, verrebbe ad essere offerto a me, al mio potere, ai miei occhi, alle mie percezioni in un luce esterna. Il volto si è rivolto a me e questa, appunto, è la sua nudità».

La nudità del volto non è da intendersi in opposizione a qualcosa da scoprire – nel senso di svelare. Questa sua nudità Lévinas la intende «il non rimando ad altro»; il volto è nudo perché è ciò che ha esaurito ogni possibile rimando ad altro, senza però dissolversi in questo esaurimento. La nudità del Volto, questa assenza di rinvio, è perciò presenza stessa dell’altro in quanto altro. Volto è nudo, è immediato e semplice, e in questa immediatezza e semplicità può solo accogliermi o rifiutarmi. Per concludere, Lévinas ci dice (1971, tr. it. 2016, p. 307):

«Partire dal volto come una fonte in cui appare ogni senso, dal volto nella sua nudità assoluta, nella sua miseria di testa che non trova un luogo in cui riposarsi, significa affermare che l’essere entra in gioco nel rapporto tra gli uomini» 

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