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Indice articoli

 

 

 

 

 

Il volto e la chirurgia estetica.

Un’indagine esplorativa sulle implicazioni intersoggettive                                

 di Francesaca Fedele

 la ragazza con l orecchino

«Forse attraverso i suoi movimenti il corpo può esprimere i processi psichici con la stessa efficacia del viso, ma solo nel viso essi si coagulano in forme solide, capaci di rivelare l’anima una volta per tutte».

(Georg Simmel, tr. it. 1985, p. 46)

 

L’importanza del volto

Il noto sociologo Georg Simmel esalta il volto umano come parte del nostro corpo in cui «l’animo abita». Ma in che modo solo il volto è in grado di essere unico «luogo geometrico della personalità intima» di un individuo? Perché, secondo Simmel, il volto è l’unica “struttura” al mondo in grado di riunire una così vasta quantità di forme e superfici, da cui il volto è formato, in «un’incondizionata unità di senso»; in altre parole, il volto umano, proprio in virtù di quella molteplicità e varietà di forme e colori che lo compongono, diventa una completa unità, e non vi altra cosa al mondo che lo riesca ad eguagliare in questa sua capacità gestaltica. Dalla più assoluta individualizzazione dei suoi elementi riesce a raggiunge l’unità estrema, pur consistendo di singoli e differenti elementi si trova allo stesso tempo al di là di essi ed è solo grazie alla loro cooperazione.

Perché dunque trattare del volto? Per poter ri-conferirgli il suo giusto valore di “unità estrema” di cui parla Simmel, essendo da sempre il volto al centro delle indagini e degli studi in psicologia e nelle neuroscienze, ma da sempre scisso nelle sue singole dimensioni e mai colto per l’incondizionata unità di senso che rappresenta.

La psicologia e le neuroscienze infatti si sono da sempre interessante allo studio del volto, questo è fuori discussione. Tra i primi aspetti ad aver suscitato l’attenzione dell’uomo per uno studio rigoroso del volto vi è sicuramente la capacità comunicativa attraverso le espressioni facciali, dapprima con Darwin, grazie alla sua opera monumentale “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872), in seguito con autori quali Ekman (Ekman 1971; 1992; Sauter et al. 2010).

Vediamo poi il volto protagonista degli studi riguardanti la predisposizione innata dei neonati ad esso (Farroni et al. 2002; Meltzoff et al. 2002; Frank et al., 2009;); e come l’espressività del volto sia lo stimolo visivo più potente nell’esperienza del bambino, in cui lo sguardo costituisce la forma maggiormente attivante di comunicazione preverbale e la percezione delle espressioni facciali uno dei canali comunicativi più salienti (Ammaniti e Gallese, 2014; Dupierrix et al., 2014).

Non solo per i neonati, ma anche per gli adulti il volto continua a rappresentare lo stimolo per eccellenza che il nostro cervello è tenuto ad elaborare ogni giorno. Il volto infatti offre un vastissimo numero di informazioni indispensabili per l’interazione, quali il sesso, l’età, l’identità, le emozioni, la cui elaborazione e percezione sembrano richiedere l’attivazione di differenti e in parte distinti sistemi di elaborazione; la complessità del volto come stimolo si riflette dunque nella complessità della distribuzione del sistema neurale predisposto alla sua percezione (Haxby et al., 2002; Calder & Young, 2005; Bernstein & Yovel, 2015). Infine, legato alle indagini sul volto vi sono gli studi di Gallese sui neuroni specchio e la simulazione incarnata, meccanismo mediante il quale all’osservare un’emozione sul volto di qualcuno si generano in noi rappresentazioni interne e stati corporei associati a quella emozione, che aprono a nuove teorizzazioni e riflessioni sull’intersoggettività (Gallese et al. 2006; Gallese, 2007; Ammaniti & Gallese, 2014).

La psicologia dunque ha ben chiara la peculiarità del volto, ma esso viene pressoché considerato come “oggetto”, spezzettato nelle sue singole parti e capacità e analizzato in laboratorio, non approcciandosi dunque ad esso come fenomeno unitario della nostra esperienza quotidiana. Per raggiungere tale scopo non si farà quindi riferimento alla psicologia o alle neuroscienze, ma ad altre discipline quali la filosofia e la filologia, che meglio permettono di avvicinarci al volto come «incondizionata unità di senso». Si affronterà infine il tema della chirurgia estetica del volto, in quanto fenomeno ormai largamente diffuso nella nostra società, che comporta una modificazione più o meno massiccia e drastica del volto. L’obiettivo sarà quello di riflettere sulle possibili implicazioni di una scelta personale come questa alla luce però della nuova prospettiva sul volto che viene qui proposta.

 

 

Due facce di una stessa medaglia: vultus e facies.

L’importanza del volto nella cultura latina   

 

Abbiamo visto come fin dalla nascita l’uomo presenti una particolare predisposizione al volto, allo stesso modo si può dire che fin dalla nascita della nostra civiltà ritroviamo la stessa attrazione. Attraverso il lavoro svolto da un noto filologo italiano, Maurizio Bettini, dal titolo “Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche”, si approfondirà come presso la cultura degli antichi Romani il volto assumeva significati che noi oggi forse abbiamo perso, ma la cui conoscenza è fondamentale per comprendere il valore del volto e le sue diverse dimensioni.

All’interno della cultura romana la faccia risulta essere un oggetto assai importante; dalla poesia alla scultura, dalle riflessioni filosofiche al riconoscimento sociale, la faccia per i Romani presentava un valore del tutto particolare e la ricchezza dei termini utilizzati per indicarlo ne è una prova.

Per riferirsi al volto i Romani utilizzavano differenti parole, ognuna delle quali rimandava a differenti aspetti e peculiarità che il volto umano offre.

Innanzitutto, i Romani erano soliti utilizzare la parola os, il cui significato proprio è quello di bocca. Tuttavia questo termine veniva usato in maniera metaforica per differenziare il volto umano da quello animale attraverso la caratteristica che, forse più di ogni altra, differenzia l’uomo dagli altri animali: il linguaggio. Il termine os, inteso come volto, indicava, infatti, una faccia/bocca parlante, mentre per gli animali il termine che si utilizzava era rostrum, da rodere ovvero mangiare, e quindi quella degli animali era riconosciuta unicamente come faccia/bocca mangiante. Il volto, in questo caso, è rappresentante della superiorità dell’essere umano rispetto agli altri animali. Il volto parlante diventa così simbolo di identità, non tanto personale, quanto di specie.

 Sono tuttavia i termini vultus e facies a rappresentare un’affasciante intuizione rispetto all’importanza del volto. Per quanto il termine os fosse quello maggiormente utilizzato, non era sufficiente per rivolgersi alle altre dimensioni del volto, era perciò necessario per i Romani servirsi di altri termini per poter parlare delle altre “facce” del volto. In particolar modo, vultus sembrava essere utilizzato per potersi riferire al volto come espressione dell’interiorità.  Nell’antica Roma, perciò, si parlava di vultus quando ci si voleva riferire a quel mondo interiore che il volto accoglie e delimita, che lascia trasparire dalle espressioni e dagli occhi, specchi dell’anima. Se os indicava il volto dell’uomo esaltando la sua capacità di parlare, vultus esalta il volto umano per la sua capacità di essere «luogo in cui l’animo abita». Non essendo inoltre vultus inteso come parte anatomica, come insieme di forme, può essere falsificato, simulato, e dunque può ingannare, il che lo rende contemporaneamente luogo sincero e maschera, al tempo stesso può mostrare passioni oneste e mascherare le vere intenzioni.

Ciò che invece per i Romani non può essere né falsificato né assunto in modo ingannevole da qualcun altro per rubare l’identità ad una persona è la facies. Se infatti si tentasse nell’antica Roma di rubare l’identità a qualcuno si dovrebbe cercare di imitarne la voce, l’andatura e il volto inteso come vultus (essendo questi i tre elementi che permettevano di riconoscere qualcuno nell’antica Roma) ma non si potrebbe imitarne la facies. Essa, infatti, identifica il viso come forma fatta, immutabile, «appartenente all’ordine della natura» e dunque essenzialmente diverso dal vultus. Facies ha proprio a che vedere con il concreto, il tangibile; deriva infatti da facere (fare): la facies è una cosa fatta, precisa, di una certa forma. Si riferisce a come il volto è fatto, ai tratti somatici, alle forme concrete del viso, ed è per questo che per i romani esso ha a che vedere con la natura, con ciò che è “naturalmente così” e non può essere mutato.  Gli antichi Romani parlavano di facies per riferirsi al volto come rappresentante l’identità di una persona e fissarla; ed è per questo che la facies stabilisce un nesso tra la persona e la possibilità di essere riconosciuta come tale. Questo perché nell’antica Roma il costrutto di identità era differente da come lo possiamo intendere oggi; si parlava infatti cognitio/notitia hominis, un aspetto che cade per lo più nella dimensione sociale-politica e che era determinato, soprattutto, dalla possibilità di “essere riconosciuto dall’altro”.

Bettini ipotizza inoltre che l’identità somatica e facciale presso gli antichi Romani oscillasse tra due poli: da quello del movimento, quando intendono il volto come os e come vultus, a quello dell’immobilità, inteso invece come immutabile facies. Così Bettini scrive:

«(Per i romani) Identificare la persona significa da un lato assimilarla all’immobilità della statua o della figura artificiosa, dall’altro enfatizzare le sue risorse di esser vivente e mutevole. Immagine che si muove, statua che parla, facies “naturale” che ha però il potere di mutare espressione, la persona fisica dell’uomo – il suo “esserci” sulla scena del mondo – lancia alla cultura una continua sfida linguistica: descrivimi»

 Volto: forma ambigua di una suprema presenza. Il pensiero di Lévinas

La sfida di cui ci parla Bettini si può dire essere stata colta da un grandissimo filosofo: Emanuel Lévinas. Quest’autore può essere considerato colui che maggiormente ha contribuito attraverso le sue opere a dare una rilevanza del tutto particolare al volto e ha fatto di esso il punto focale del proprio pensiero. Bisogna sottolineare che il volto in Lévinas non è da intendersi esclusivamente in termini concreti-fisionomici, per utilizzare i termini romani di “facies”, tuttavia è solo grazie alla peculiarità del volto in quanto tale che è possibile, a partire da esso nel concreto, nella sua forma, poter andare poi oltre, al-di-là e teorizzare rispetto alla natura dell’essere umano. Nessun’altra parte del nostro corpo, e nemmeno il corpo nel suo complesso, ci offre questa straordianria opportunità, questa apertura verso “qualcos’altro”. Come l’autore stesso scrive nel suo libro “Totalità ed Infinito. Saggio sull’esteriorità” (1971, tr. it. 2016, p. 203), infatti:

«Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza. E, però, questa nuova dimensione si apre nell’apparenza sensibile del volto. L’apertura permanente dei contorni della sua forma nell’espressione imprigiona in una caricatura questa apertura che fa esplodere la forma».

Già da questa citazione si può osservare l’enorme potenziale del volto: partendo dai limiti della sua forma sensibile, quell’insieme di elementi che vediamo e ri-conosciamo, ci porta al di là della sua sensibilità, e ci conduce in una dimensione nuova che ha a che vedere con la relazione, la parola e l’eticità (argomenti cardine del pensiero levinassiano). In questo suo disfarsi della propria forma concreta il volto si rifà presentandosi come Altro. In questa sua nuova dimensione, come “Altro”, il Volto può significarsi, ovvero dotarsi di senso, e parlarci; dal suo esser-ci e presentarsi come immagine-forma muta e diviene presenza dell’esteriorità (Altro).

Che cos’è dunque il Volto per Lévinas? Volto è un modo straordinario di presentarsi dell’Altro, non più dunque insieme di qualità che formano un’immagine, ma è Volto in quanto concreto manifestarsi della assoluta alterità di altri. Come si diceva all’inizio, presentarsi come volto significa imporsi al di là della forma, manifestata e puramente fenomenica, ovvero sensibile. Quindi, per volto il filosofo francese non intende la forma concreta del viso costituito da occhi, bocca, naso, fronte, ma non intende nemmeno un’idea, un concetto o un ideale. La peculiarità del volto, nella prospettiva lévinassiana, ha proprio a che vedere con questo slittamento continuo tra astrazione e concretezza; Volto è facies – utilizzando la terminologia latina , ma oltrepassa la sua forma concreta, va oltre alla mera rappresentazione del volto, tuttavia non diventando mai pura idea. Nel volto Lévinas riconosce allo stesso tempo la massima concretezza dell’assolutamente altro e la massima astrazione di ciò che non può essere contenuto. Per questo non può essere com-preso, né inglobato, né tanto meno può essere «visto, né toccato – poiché nella sensazione visiva o tattile, l’identità dell’io nasconde l’alterità dell’oggetto che appunto diventa contenuto (1971, tr. it. 2016, p. 199)». Questa impossibilità di essere posseduto da me è data dal fatto che il volto è la concreta presenza dall’altro uomo, dell’altro essere umano, è una presenza viva, testimonianza della vera essenza dell’uomo.

 Il Volto si esprime nel sensibile attraverso la facies, come “cosa” al pari di tutte le altre “cose”, ma è solo grazie a questa sua forma sensibile, questo sue essere oggetto, che il Volto può fare a pezzi il sensibile e aprirsi un varco in questa sua forma che lo de-limita, e affacciarsi a una nuova dimensione e mostrarsi, infine, come Altri, oltrepassando l’immagine plastica che lascia; infatti il volto è «immediatamente significante al di là delle forme plastiche che continuamente lo nascondono come una maschera con la loro presenza nella percezione (Lévinas, 1991, tr. it. 1998, p. 182)».

Volto è proprio questa eccezionale presentazione di sé da parte di sé, è un manifestarsi assistendo alla propria manifestazione, ed invoca l’interlocutore ad esporsi alla sua risposta e alla sua domanda, «il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza (1971, tr. it. 2016, p. 203)». Il volto, dunque, diventa comunicazione, linguaggio, parola; «il volto parla, la manifestazione del volto è già discorso (1971, tr. it. 2016, p. 64)». Attraverso le sue parole Lévinas è in grado di trasmetterci concretamente questa forza dirompente del volto, che seppur così de-limitato è in grado di trascinarci altrove, in questa nuova dimensione e solo il volto è in grado di compiere questa impresa.

Un’ulteriore caratteristica di cui ci parla Lévinas è la “nudità” del Volto. Abbiamo detto che il volto è la presenza dell’assolutamente altro, e questa presenza è per l’autore «nuda» presenza. Per capire meglio questo volto nudo utilizziamo le parole dello stesso autore (1971, tr. it. 2016, p. 73):

«La nudità del volto non è ciò che si offre a me perché lo sveli, e che, perciò, verrebbe ad essere offerto a me, al mio potere, ai miei occhi, alle mie percezioni in un luce esterna. Il volto si è rivolto a me e questa, appunto, è la sua nudità».

La nudità del volto non è da intendersi in opposizione a qualcosa da scoprire – nel senso di svelare. Questa sua nudità Lévinas la intende «il non rimando ad altro»; il volto è nudo perché è ciò che ha esaurito ogni possibile rimando ad altro, senza però dissolversi in questo esaurimento. La nudità del Volto, questa assenza di rinvio, è perciò presenza stessa dell’altro in quanto altro. Volto è nudo, è immediato e semplice, e in questa immediatezza e semplicità può solo accogliermi o rifiutarmi. Per concludere, Lévinas ci dice (1971, tr. it. 2016, p. 307):

«Partire dal volto come una fonte in cui appare ogni senso, dal volto nella sua nudità assoluta, nella sua miseria di testa che non trova un luogo in cui riposarsi, significa affermare che l’essere entra in gioco nel rapporto tra gli uomini» 


 

Per una fenomenologia del volto: vultus, facies e umanità

Abbiamo visto come nella cultura latina i termini utilizzati per parlare del volto permettevano di riferirsi alle diverse realtà che il volto offre; nel nostro linguaggio invece, seppur siano presenti diversi termini come viso, faccia, volto, essi indicano solo una dimensione del volto. Pertanto si utilizzeranno termini estrapolati dai contributi sopra esposti, per generare nuove realtà discorsive sul volto e permetterci di parlare di tutte le sue dimensioni.

Partiamo innanzitutto da facies. Il volto, nel concreto, nella sua forma sensibile, è facies, una “cosa fatta e finita”, appartenente all’ordine naturalmente delle cose. In questa dimensione di facies, il volto ci permette di essere riconosciuti dagli altri come un particolare individuo e per riconoscerci noi stessi come tali. Abbiamo visto infatti che nell’antica Roma la cognitio/notitia hominis, quello che noi oggi chiamiamo identità, si realizzava in questo essere riconosciuto dall’altro; e allo stesso modo oggi il nostro volto inteso come facies è ciò che permette di indentificarci, di dare forma concreta alla nostra identità e a quella degli altri.

Ma il volto non è solo facies, è anche vultus, luogo di comunicazione e di trasmissione di emozioni, luogo in cui si rivela la nostra interiorità. Il volto nel suo essere vultus gioca un ruolo centrale nella comunicazione e nell’interazione, ci permette di esprimere le nostre emozioni e comprendere quelle altrui.

Ma queste due dimensioni del volto non sono sufficienti da sole a comprenderne l’importanza nella sua unicità. La terza dimensione che si è individuata è quella dell’umanità. Attraverso il volto si realizza l’incontro con l’altro essere umano, in cui riusciamo a rispecchiarci e rivederci restituita una parte di noi, significa sentire di appartenere a una patria comune, sentire quel senso di vicinanza, familiarità e contatto nonostante non si conosca nulla dell’altro, è quella forma ambigua di una suprema presenza, di cui ci parla Lévinas, e che ci dice infatti che è a partire dal volto che l’essere entra in gioco nel rapporto tra gli uomini. Anche Gallese (2007), in riferimento del meccanismo della simulazione incarnata, ci parla del fatto che «quando ci troviamo di fronte all'altro ne esperiamo direttamente l’umanità. Assegniamo implicitamente all’altro lo status di “alter ego”, di altra soggettività che guardando a sé da dietro le spalle condivide con noi l’umana posizione di eccentricità. […] Grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione, l’altro è vissuto come un “altro sé”». È grazie al volto nelle sue dimensioni di facies e di vultus che ci si apre alla dimensione dell’umanità. A partire dalla sua forma sensibile, puramente fenomenica, il volto diventa forma ambigua di una suprema presenza, diventa manifestazione dell’umanità.

 

 La chirurgia estetica

A questo punto siamo chiamati a riflettere su un pratica ormai pienamente affermata, quella della chirurgia estetica, e cercare di comprendere le implicazioni nelle diverse dimensioni del volto. Il fenomeno della chirurgia estetica è difatti in continua espansione; secondo quanto riportato dall’American Society of Plastic Surgeons- ASP, dal 2000 al 2017 le procedure di chirurgia e medicina estetica eseguite in America sono incrementate del 137%.

Per la precisione, vi sono alcune operazioni di chirurgia estetica propriamente detta che sono andate diminuendo rispetto al 2000, tra cui la blefaroplastica, la ritidectomia, la rinoplastica e la mentoplastica. Il calo di queste operazioni tuttavia non equivale a una riduzione della richiesta di interventi alle parti del viso in questione; sono state elaborate infatti negli ultimi decenni nuove tecniche, meno invasive, ma che permettono di ottenere i medesimi risultati, ed è per tale motivo che si registra un drastico aumento rispetto agli anni 2000 dell’utilizzo della tossina botulinica, pari al 819%, e fillers, pari al 312%.

Si vuole inoltre precisare la differenza tra chirurgia estetica e chirurgia plastica, poiché nel linguaggio comune questi due termini vengo utilizzati in modo interscambiabile e incorretto. La Chirurgia Plastica è infatti la specializzazione più ampia che si divide in Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Chirurgia Plastica Estetica. La differenza fondamentale tra le due branche riguarda la domanda che sta alla base degli interventi; da una parte infatti vi è una richiesta basata su una necessità medica, dall’altra invece la richiesta arriva da una persona che dal punto di vista medico è sana, stravolgendo così il rapporto classico tra medico e paziente. Più semplice comprendere tale differenza se ci rifà ai termini utilizzati dal noto medico Italiano Gaspare Tagliacozzi, colui che ha scritto quello che si ritiene essere il primo trattato di Chirurgia Plastica della storia della medicina occidentale, ovvero il “De curatorum chirurgia per insitionem”, il quale parlava di  chirurgia curatorum e di chirurgia decoratoria. Da una parte perciò troviamo una chirurgia plastica “per curare” e dall’altra invece “per abbellire”.

Le motivazioni che portano un individuo a volersi sottoporre a un intervento di chirurgia estetica del volto sono molteplici e derivano generalmente dall’insoddisfazione personale per la propria apparenza, a cui si cerca di porre rimedio attraverso il bisturi (Von Soest et al 2006; Babadi et al., 2017). Talvolta questa scelta sembra ben consapevole e pensata, altre volte invece è dettata da una sofferenza psichica che non troverà mai pace nei bisturi, come il caso delle persone che presentano un Disturbo di Dismorfismo Corporeo (Sarwer et al. 2003; Panayi et al., 2015; Dey et al. 2015; Ribeiro, 2017).  

La letteratura si è focalizzata inoltre sullo studio degli effetti positivi e/o negativi dell’utilizzo della chirurgia estetica su coloro che decidono di sottoporsi a interventi di questo tipo. Non vi sono risultati univoci, alcuni studi riportano ad esempio un maggior benessere della persona, una maggiore autostima e senso di autoefficacia (Fatemi et al. 2012; Reilly et al. 2015; Yin et. al., 2016), altri studi invece si sono incentrati maggiormente sulle conseguenze negative della tossina botulinica sulla capacità espressiva e sulla comprensione degli stimoli emotivi, in riferimento alla teoria dei feedback facciali (Bamustier et al. 2016; Davis et al. 2010; Havas et al. 2010). La non univocità dei risultati degli studi dipende in parte dal fatto che le operazioni a cui una persona può sottomettersi sono diverse e numerose e talvolta gli studi indagano solo un tipo di operazione e solo determinate variabili.

La maggior parte degli studi indaga perciò il punto di vista della persona che ha preso la decisione di ricorrere alla chirurgia estetica. Ma siamo sicuri che le conseguenze riguardino solo le persone che si sottomettono agli interventi? Se da una parte tale scelta è sicuramente personale, dall’altra è anche vero che, data proprio l’importanza dell’interazione faccia-a-faccia, il proprio volto è anche “affare” dell’altro – per richiamare Lévinas, nella misura in cui è all’altro che si rivolge. Come ci insegna Lévinas, quando si parla di Volto, si parla dell’assolutamente Altro, dunque un discorso sulla chirurgia estetica del volto non può prescindere dalla considerazione dell’Altro a cui questi volti si rivolgono.

 

 Facies e re-facies: un’indagine esplorativa

Per indagare l’effetto delle chirurgia estetica sugli altri è stata svolta un’indagine esplorativa che aveva l’obiettivo di indagare l’esperienza e i vissuti dei soggetti alla visione di volti naturali (facies) e volti “modificati dalla chirurgia estetica” (re-facies), cercando di far emergere le tre dimensioni del volto, ovvero quella di vultus, facies e umanità.

L’indagine, a cui hanno partecipato 25 persone (16 femmine e 9 maschi), si strutturava in tre consegne, suddivise a loro volta in differenti domande. Le foto oggetto delle domande, per un totale di 20 foto, ritraevano 10 persone prima e dopo l’intervento di chirurgia estetica (questo aspetto sarà rivelato però ai partecipanti solo nell’ultima consegna) – in diversi gradi di cambiamento, da quelli in cui il cambiamento non era troppo drastico a quelli in cui invece il volto è stato completamente stravolto; tale scelta è stata dettata dalla volontà di osservare se anche nei cambiamenti minori vi fossero delle differenze in ciò che il soggetto della foto poteva suscitare ai partecipanti. Attraverso una serie di domande si è cercato di indagare la capacità espressiva e comunicativa dei volti, ovvero la dimensione di vultus; la dimensione di umanità, intesa come senso vicinanza e della relazionale e possibilità rispecchiarsi nell’altro; e la dimensione di facies, in riferimento all’unicità e all’identità del volto. Nello specifico, nella prima consegna si chiedeva al partecipante di scegliere la foto, tra le 20 disposte davanti, che più l’aveva colpito in positivo e quella che l’aveva colpito maggiormente in negativo, fornendo una motivazione. Rispetto alle due foto scelte si chiedeva inoltre di riflettere sulle emozioni e sensazioni che la foto aveva suscitato in lui, quali emozioni secondo il partecipante la persona della foto stava provando e infine si chiedeva se sarebbero stati invogliati a conoscere questa persona e perché. La prima domanda aveva l’obiettivo di far riflettere il partecipante su se stesso, sulle emozioni, sensazioni e vissuti; con la seconda domanda si cercava invece di indagare la capacità espressiva e comunicativa dei volti in questione e dunque l’attenzione era focalizzata maggiormente sull’altro; infine, con l’ultima domanda si cercava di indagare l’aspetto della vicinanza e della relazionale che il volto offre e in questo caso si chiedeva di pensarsi in interazione con l’altro, ponendo dunque l’attenzione su entrambi i termini contemporaneamente. Le dimensioni che si è cercato di elicitare attraverso le tre domande sono quella del vultus, dunque la dimensione dell’emotività, e quella dell’umanità, quest’ultima indagata soprattutto con la terza domanda, in cui si cerca di fare emergere la dimensione della vicinanza e della familiarità.

La seconda consegna invece era suddivisa in sei domande; si chiedeva di scegliere una persona per i seguenti quesiti (il partecipante poteva scegliere la medesima persona più volte):

  1. A chi confideresti un aspetto intimo della tua vita, o ti rivolgeresti per un consiglio?
  2. A chi invece non lo confideresti o non ti rivolgeresti?
  3. Con chi avresti piacere a passare il tuo tempo libero?
  4. Con chi invece non lo passeresti?
  5. Chi, secondo te, potrebbe diventare/potrebbe essere un buon genitore?
  6. Chi invece secondo te non lo sarebbe/è?

Le prime due domande vertevano fondamentalmente sul costrutto della fiducia-sfiducia e coinvolgevano direttamente il partecipante; anche la seconda coppia di domande coinvolgeva direttamente il partecipante ma in questo caso ciò che si elicitava era il pensarsi in una situazione di piacevolezza/spiacevolezza con le persone delle foto e quindi in una relazione simmetrica. Le ultime due domande non coinvolgevano il partecipante direttamente, ciò che si voleva osservare era quale volto esprimeva maggiormente un senso di responsabilità e di affidabilità e quale al contrario non esprimeva tali aspetti. La decisione di porre le domande in questa forma è stata dettata dalla possibilità di favorire un maggior coinvolgimento emotivo dei partecipanti, che in questo si sono trovati a dover immaginare le persone delle foto nella propria quotidianità.

Infine, nella terza consegna si specificava che le 20 foto mostrate appartenevano in realtà a sole 10 persone (posizionando le foto del “prima” e del “dopo” una accanto a l’altra) e si esplicitava il ricorso alla chirurgia estetica delle stesse, fino a quel momento non nominata; si chiedeva ai partecipanti di riportare una propria riflessione personale alla luce di ciò. In questo caso la dimensione che maggiormente si è cercato di far emergere è quella di facies, esplicitando il confronto tra le facies e le refacies e stimolando il partecipante a riflettere sull’unicità e identità della specifica persona. Si è deciso di non porre una domanda diretta sul confronto tra i volti naturali e non naturali  per osservare se la dimensione di facies  emergeva spontaneamente e osservando così anche altri possibili spunti.

Seppur si tratti di un’indagine esplorativa, i risultati hanno permesso di dare sostanza a quanto approfondito a livello teorico. Ciò che emergeva dalle risposte della maggior parte dei partecipanti era proprio una preferenza per i visi naturali per quelle domande a valenza “positiva”, come ad esempio la prima domanda, in cui si chiedeva di scegliere la foto che aveva colpito in positivo, o le domande della seconda consegna in cui si chiedeva chi ispirava maggiormente fiducia, senso di responsabilità e con cui si avrebbe passato del tempo assieme. Queste facies permettevano di comprenderne le emozioni, i vissuti e provare un certo senso di familiarità e vicinanza, vedendosi restituire qualcosa; emergevano categorie semantiche quali “serenità”, “genuinità”, “fiducia”, “familiarità”, per citarne alcune. Di contro, alle domande a valenza negativa, come la foto che ha colpito in negativo e le rimanenti tre domande della seconda consegna, si è osservato una prevalenza nella scelta di volti innaturali (per diversi gradi di cambiamento), con associate categorie semantiche quali “distacco”, “inaffidabilità”, “inespressività”, “incomunicabilità”; questi volti portavano ad esperire sensazioni di lontananza, di smarrimento, come se non ci si riuscisse a rispecchiare e ritrovarsi in essi.

Infine, la maggior parte dei partecipanti, una volta chiarito che si trattava delle stesse persone prima e dopo l’intervento della chirurgia estetica, si sono sentiti turbati; turbati dal non essersi accorti, in molti casi, che si trattassero delle stesse persone, e quindi scossi dal vedere come la chirurgia possa stravolgere l’identità di una persona, facendo venire meno l’unicità che ogni volto custodisce, in virtù di canoni di bellezza che hanno il gusto amaro del conformismo.

L’utilizzo di foto sicuramente rappresenta un’esperienza di altra natura rispetto alla relazione faccia a faccia vera e propria, tuttavia quest’indagine ha permesso di far emergere quanto prima teorizzato. Il ricorso alla chirurgia estetica non modifica solo “l’estetica” di un volto; ne può modificare la facies, intaccandone l’unicità, ma si può spingere anche più in là, nella dimensione di vultus, ovvero la nostra capacità di comunicare le nostre emozioni, fino a raggiungere l’apice quando inizia a scalfire la dimensione di umanità, e quel volto che prima era patria comune e ci reclamava, ora invece ci distanzia.


 

 Conclusioni

 Concludendo, la considerazione del volto secondo la prospettiva qui riportata presuppone uno studio degli effetti della chirurgia estetica del volto non incentrata esclusivamente sul soggetto, ma in cui anche l’Altro sia parte integrante del processo. Il volto infatti è una parte del nostro corpo essenzialmente differente da tutte le altre e assume significati che vanno al di là della dimensione puramente individuale, per abbracciare quella intersoggettiva. Come abbiamo visto il volto è la parte del nostro corpo che più ci rappresenta come individui unici e irripetibili, ci aiuta a definire chi siamo, e ancora, è la parte del nostro corpo che permette la relazione faccia-a-faccia (la relazione per antonomasia), e più ci rappresenta come esseri umani. Quando si parla del volto, perciò, non si può prescindere dall’Altro a cui il volto si rivolge, e l’indagine rivolta ad esso deve prendere in considerazione questi Altri a cui la persona presenta la sua refacies; solo in questo modo si potrà avere una valutazione più completa ed esaustiva degli effetti della chirurgia estetica del volto.

 

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