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Per una fenomenologia del volto: vultus, facies e umanità

Abbiamo visto come nella cultura latina i termini utilizzati per parlare del volto permettevano di riferirsi alle diverse realtà che il volto offre; nel nostro linguaggio invece, seppur siano presenti diversi termini come viso, faccia, volto, essi indicano solo una dimensione del volto. Pertanto si utilizzeranno termini estrapolati dai contributi sopra esposti, per generare nuove realtà discorsive sul volto e permetterci di parlare di tutte le sue dimensioni.

Partiamo innanzitutto da facies. Il volto, nel concreto, nella sua forma sensibile, è facies, una “cosa fatta e finita”, appartenente all’ordine naturalmente delle cose. In questa dimensione di facies, il volto ci permette di essere riconosciuti dagli altri come un particolare individuo e per riconoscerci noi stessi come tali. Abbiamo visto infatti che nell’antica Roma la cognitio/notitia hominis, quello che noi oggi chiamiamo identità, si realizzava in questo essere riconosciuto dall’altro; e allo stesso modo oggi il nostro volto inteso come facies è ciò che permette di indentificarci, di dare forma concreta alla nostra identità e a quella degli altri.

Ma il volto non è solo facies, è anche vultus, luogo di comunicazione e di trasmissione di emozioni, luogo in cui si rivela la nostra interiorità. Il volto nel suo essere vultus gioca un ruolo centrale nella comunicazione e nell’interazione, ci permette di esprimere le nostre emozioni e comprendere quelle altrui.

Ma queste due dimensioni del volto non sono sufficienti da sole a comprenderne l’importanza nella sua unicità. La terza dimensione che si è individuata è quella dell’umanità. Attraverso il volto si realizza l’incontro con l’altro essere umano, in cui riusciamo a rispecchiarci e rivederci restituita una parte di noi, significa sentire di appartenere a una patria comune, sentire quel senso di vicinanza, familiarità e contatto nonostante non si conosca nulla dell’altro, è quella forma ambigua di una suprema presenza, di cui ci parla Lévinas, e che ci dice infatti che è a partire dal volto che l’essere entra in gioco nel rapporto tra gli uomini. Anche Gallese (2007), in riferimento del meccanismo della simulazione incarnata, ci parla del fatto che «quando ci troviamo di fronte all'altro ne esperiamo direttamente l’umanità. Assegniamo implicitamente all’altro lo status di “alter ego”, di altra soggettività che guardando a sé da dietro le spalle condivide con noi l’umana posizione di eccentricità. […] Grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione, l’altro è vissuto come un “altro sé”». È grazie al volto nelle sue dimensioni di facies e di vultus che ci si apre alla dimensione dell’umanità. A partire dalla sua forma sensibile, puramente fenomenica, il volto diventa forma ambigua di una suprema presenza, diventa manifestazione dell’umanità.

 

 La chirurgia estetica

A questo punto siamo chiamati a riflettere su un pratica ormai pienamente affermata, quella della chirurgia estetica, e cercare di comprendere le implicazioni nelle diverse dimensioni del volto. Il fenomeno della chirurgia estetica è difatti in continua espansione; secondo quanto riportato dall’American Society of Plastic Surgeons- ASP, dal 2000 al 2017 le procedure di chirurgia e medicina estetica eseguite in America sono incrementate del 137%.

Per la precisione, vi sono alcune operazioni di chirurgia estetica propriamente detta che sono andate diminuendo rispetto al 2000, tra cui la blefaroplastica, la ritidectomia, la rinoplastica e la mentoplastica. Il calo di queste operazioni tuttavia non equivale a una riduzione della richiesta di interventi alle parti del viso in questione; sono state elaborate infatti negli ultimi decenni nuove tecniche, meno invasive, ma che permettono di ottenere i medesimi risultati, ed è per tale motivo che si registra un drastico aumento rispetto agli anni 2000 dell’utilizzo della tossina botulinica, pari al 819%, e fillers, pari al 312%.

Si vuole inoltre precisare la differenza tra chirurgia estetica e chirurgia plastica, poiché nel linguaggio comune questi due termini vengo utilizzati in modo interscambiabile e incorretto. La Chirurgia Plastica è infatti la specializzazione più ampia che si divide in Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Chirurgia Plastica Estetica. La differenza fondamentale tra le due branche riguarda la domanda che sta alla base degli interventi; da una parte infatti vi è una richiesta basata su una necessità medica, dall’altra invece la richiesta arriva da una persona che dal punto di vista medico è sana, stravolgendo così il rapporto classico tra medico e paziente. Più semplice comprendere tale differenza se ci rifà ai termini utilizzati dal noto medico Italiano Gaspare Tagliacozzi, colui che ha scritto quello che si ritiene essere il primo trattato di Chirurgia Plastica della storia della medicina occidentale, ovvero il “De curatorum chirurgia per insitionem”, il quale parlava di  chirurgia curatorum e di chirurgia decoratoria. Da una parte perciò troviamo una chirurgia plastica “per curare” e dall’altra invece “per abbellire”.

Le motivazioni che portano un individuo a volersi sottoporre a un intervento di chirurgia estetica del volto sono molteplici e derivano generalmente dall’insoddisfazione personale per la propria apparenza, a cui si cerca di porre rimedio attraverso il bisturi (Von Soest et al 2006; Babadi et al., 2017). Talvolta questa scelta sembra ben consapevole e pensata, altre volte invece è dettata da una sofferenza psichica che non troverà mai pace nei bisturi, come il caso delle persone che presentano un Disturbo di Dismorfismo Corporeo (Sarwer et al. 2003; Panayi et al., 2015; Dey et al. 2015; Ribeiro, 2017).  

La letteratura si è focalizzata inoltre sullo studio degli effetti positivi e/o negativi dell’utilizzo della chirurgia estetica su coloro che decidono di sottoporsi a interventi di questo tipo. Non vi sono risultati univoci, alcuni studi riportano ad esempio un maggior benessere della persona, una maggiore autostima e senso di autoefficacia (Fatemi et al. 2012; Reilly et al. 2015; Yin et. al., 2016), altri studi invece si sono incentrati maggiormente sulle conseguenze negative della tossina botulinica sulla capacità espressiva e sulla comprensione degli stimoli emotivi, in riferimento alla teoria dei feedback facciali (Bamustier et al. 2016; Davis et al. 2010; Havas et al. 2010). La non univocità dei risultati degli studi dipende in parte dal fatto che le operazioni a cui una persona può sottomettersi sono diverse e numerose e talvolta gli studi indagano solo un tipo di operazione e solo determinate variabili.

La maggior parte degli studi indaga perciò il punto di vista della persona che ha preso la decisione di ricorrere alla chirurgia estetica. Ma siamo sicuri che le conseguenze riguardino solo le persone che si sottomettono agli interventi? Se da una parte tale scelta è sicuramente personale, dall’altra è anche vero che, data proprio l’importanza dell’interazione faccia-a-faccia, il proprio volto è anche “affare” dell’altro – per richiamare Lévinas, nella misura in cui è all’altro che si rivolge. Come ci insegna Lévinas, quando si parla di Volto, si parla dell’assolutamente Altro, dunque un discorso sulla chirurgia estetica del volto non può prescindere dalla considerazione dell’Altro a cui questi volti si rivolgono.

 

 Facies e re-facies: un’indagine esplorativa

Per indagare l’effetto delle chirurgia estetica sugli altri è stata svolta un’indagine esplorativa che aveva l’obiettivo di indagare l’esperienza e i vissuti dei soggetti alla visione di volti naturali (facies) e volti “modificati dalla chirurgia estetica” (re-facies), cercando di far emergere le tre dimensioni del volto, ovvero quella di vultus, facies e umanità.

L’indagine, a cui hanno partecipato 25 persone (16 femmine e 9 maschi), si strutturava in tre consegne, suddivise a loro volta in differenti domande. Le foto oggetto delle domande, per un totale di 20 foto, ritraevano 10 persone prima e dopo l’intervento di chirurgia estetica (questo aspetto sarà rivelato però ai partecipanti solo nell’ultima consegna) – in diversi gradi di cambiamento, da quelli in cui il cambiamento non era troppo drastico a quelli in cui invece il volto è stato completamente stravolto; tale scelta è stata dettata dalla volontà di osservare se anche nei cambiamenti minori vi fossero delle differenze in ciò che il soggetto della foto poteva suscitare ai partecipanti. Attraverso una serie di domande si è cercato di indagare la capacità espressiva e comunicativa dei volti, ovvero la dimensione di vultus; la dimensione di umanità, intesa come senso vicinanza e della relazionale e possibilità rispecchiarsi nell’altro; e la dimensione di facies, in riferimento all’unicità e all’identità del volto. Nello specifico, nella prima consegna si chiedeva al partecipante di scegliere la foto, tra le 20 disposte davanti, che più l’aveva colpito in positivo e quella che l’aveva colpito maggiormente in negativo, fornendo una motivazione. Rispetto alle due foto scelte si chiedeva inoltre di riflettere sulle emozioni e sensazioni che la foto aveva suscitato in lui, quali emozioni secondo il partecipante la persona della foto stava provando e infine si chiedeva se sarebbero stati invogliati a conoscere questa persona e perché. La prima domanda aveva l’obiettivo di far riflettere il partecipante su se stesso, sulle emozioni, sensazioni e vissuti; con la seconda domanda si cercava invece di indagare la capacità espressiva e comunicativa dei volti in questione e dunque l’attenzione era focalizzata maggiormente sull’altro; infine, con l’ultima domanda si cercava di indagare l’aspetto della vicinanza e della relazionale che il volto offre e in questo caso si chiedeva di pensarsi in interazione con l’altro, ponendo dunque l’attenzione su entrambi i termini contemporaneamente. Le dimensioni che si è cercato di elicitare attraverso le tre domande sono quella del vultus, dunque la dimensione dell’emotività, e quella dell’umanità, quest’ultima indagata soprattutto con la terza domanda, in cui si cerca di fare emergere la dimensione della vicinanza e della familiarità.

La seconda consegna invece era suddivisa in sei domande; si chiedeva di scegliere una persona per i seguenti quesiti (il partecipante poteva scegliere la medesima persona più volte):

  1. A chi confideresti un aspetto intimo della tua vita, o ti rivolgeresti per un consiglio?
  2. A chi invece non lo confideresti o non ti rivolgeresti?
  3. Con chi avresti piacere a passare il tuo tempo libero?
  4. Con chi invece non lo passeresti?
  5. Chi, secondo te, potrebbe diventare/potrebbe essere un buon genitore?
  6. Chi invece secondo te non lo sarebbe/è?

Le prime due domande vertevano fondamentalmente sul costrutto della fiducia-sfiducia e coinvolgevano direttamente il partecipante; anche la seconda coppia di domande coinvolgeva direttamente il partecipante ma in questo caso ciò che si elicitava era il pensarsi in una situazione di piacevolezza/spiacevolezza con le persone delle foto e quindi in una relazione simmetrica. Le ultime due domande non coinvolgevano il partecipante direttamente, ciò che si voleva osservare era quale volto esprimeva maggiormente un senso di responsabilità e di affidabilità e quale al contrario non esprimeva tali aspetti. La decisione di porre le domande in questa forma è stata dettata dalla possibilità di favorire un maggior coinvolgimento emotivo dei partecipanti, che in questo si sono trovati a dover immaginare le persone delle foto nella propria quotidianità.

Infine, nella terza consegna si specificava che le 20 foto mostrate appartenevano in realtà a sole 10 persone (posizionando le foto del “prima” e del “dopo” una accanto a l’altra) e si esplicitava il ricorso alla chirurgia estetica delle stesse, fino a quel momento non nominata; si chiedeva ai partecipanti di riportare una propria riflessione personale alla luce di ciò. In questo caso la dimensione che maggiormente si è cercato di far emergere è quella di facies, esplicitando il confronto tra le facies e le refacies e stimolando il partecipante a riflettere sull’unicità e identità della specifica persona. Si è deciso di non porre una domanda diretta sul confronto tra i volti naturali e non naturali  per osservare se la dimensione di facies  emergeva spontaneamente e osservando così anche altri possibili spunti.

Seppur si tratti di un’indagine esplorativa, i risultati hanno permesso di dare sostanza a quanto approfondito a livello teorico. Ciò che emergeva dalle risposte della maggior parte dei partecipanti era proprio una preferenza per i visi naturali per quelle domande a valenza “positiva”, come ad esempio la prima domanda, in cui si chiedeva di scegliere la foto che aveva colpito in positivo, o le domande della seconda consegna in cui si chiedeva chi ispirava maggiormente fiducia, senso di responsabilità e con cui si avrebbe passato del tempo assieme. Queste facies permettevano di comprenderne le emozioni, i vissuti e provare un certo senso di familiarità e vicinanza, vedendosi restituire qualcosa; emergevano categorie semantiche quali “serenità”, “genuinità”, “fiducia”, “familiarità”, per citarne alcune. Di contro, alle domande a valenza negativa, come la foto che ha colpito in negativo e le rimanenti tre domande della seconda consegna, si è osservato una prevalenza nella scelta di volti innaturali (per diversi gradi di cambiamento), con associate categorie semantiche quali “distacco”, “inaffidabilità”, “inespressività”, “incomunicabilità”; questi volti portavano ad esperire sensazioni di lontananza, di smarrimento, come se non ci si riuscisse a rispecchiare e ritrovarsi in essi.

Infine, la maggior parte dei partecipanti, una volta chiarito che si trattava delle stesse persone prima e dopo l’intervento della chirurgia estetica, si sono sentiti turbati; turbati dal non essersi accorti, in molti casi, che si trattassero delle stesse persone, e quindi scossi dal vedere come la chirurgia possa stravolgere l’identità di una persona, facendo venire meno l’unicità che ogni volto custodisce, in virtù di canoni di bellezza che hanno il gusto amaro del conformismo.

L’utilizzo di foto sicuramente rappresenta un’esperienza di altra natura rispetto alla relazione faccia a faccia vera e propria, tuttavia quest’indagine ha permesso di far emergere quanto prima teorizzato. Il ricorso alla chirurgia estetica non modifica solo “l’estetica” di un volto; ne può modificare la facies, intaccandone l’unicità, ma si può spingere anche più in là, nella dimensione di vultus, ovvero la nostra capacità di comunicare le nostre emozioni, fino a raggiungere l’apice quando inizia a scalfire la dimensione di umanità, e quel volto che prima era patria comune e ci reclamava, ora invece ci distanzia.

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