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Indice articoli

Esperienza clinica

In questa breve relazione vorremmo prendere in considerazione un esempio di applicazione della gruppalità secondo un’ ottica gruppoanalitica Foulksiana in un contesto istituzionale e che definirei osservazionale. Cosa possono avere in comune “La vera storia del pirata Long John Silver”, il film “Navigator” e l’esperimento di Zimbardo della Stanford University?  Queste tre stimoli simbolici provengono da alcuni pazienti che fanno parte di un gruppo che si svolge due volte a settimana per un’ora e mezza a seduta dalle ore 14 alle ore 15.30 e al quale partecipano dalle 10 alle 18 persone di diversa estrazione sociale, di diversa età, che provengono da tutte le regioni d’Italia e che si incontrano in una stanza ampia all’interno di un contesto che è quello spazio temporale di una clinica privata convenzionata. La clinica “ Villa Silvia” di Senigallia rappresenta una struttura con vari livelli di complessità e all’interno della quale si svolgono attività sia clinico-mediche che psicoterapiche e riabilitative in regime di ricovero a breve e medio termine ( dai 15 ai 28 giorni per le dipendenze e sino a 90 giorni per le patologie psichiatriche e in doppia diagnosi con prevalente componente psichiatrica). La clinica accoglie 42 pazienti che sono ospitati su due piani diversi: al primo piano i pazienti caratterizzati da una prevalente psicopatologia psichiatrica o quelli che richiedono una disintossicazione rapida da vari tipi di sostanze ( alcol, cocaina, cannabis, anfetamine, farmaci etc.), o che non vogliono restare oltre il periodo minimo di disintossicazione; al secondo piano tutti i pazienti che si ritengono idonei ad un percorso più intensivo e che manifestano una predominanza di disturbi da uso di sostanze con una percentuale più alta per uso di alcol e/o cocaina con diversi livelli di gravità. Circa un anno fa propongo all’Equipe curante di incrementare l’offerta riabilitativa che già da molti anni appare ben consolidata con gruppi di attività e psicoterapici propriamente detti e con setting sperimentati da tempo: gruppi di bioenergetica, art therapy, espressione corporea, gruppi autogestiti sul modello dell’ A.A., gruppo cinema, gruppi di discussione a tema,  etc. La mia proposta è quella di poter incrementare il supporto terapeutico riabilitativo e chiedo anche al team degli operatori se possiamo fornire uno strumento gruppale in un’ottica gruppoanalitica che possa divenire uno spazio comunicativo soprattutto per quei pazienti che restando ospiti del primo piano i quali non hanno la stessa intensità di risposte o che potrebbero trovare un maggiore beneficio anche da un intervento gruppoanalitico rispetto a chi fa il percorso al secondo piano. Inizia quindi una proposta terapeutica che parte come uno studio osservazionale e direi quasi sperimentale a cui accedono liberamente tutti i pazienti che lo desiderano e che presentano patologie complesse e spesso molto gravi che vanno dalle patologie depressive di vario grado ed intensità, a quelle bipolari, o di personalità distribuite nei vari cluster diagnostici, o più francamente schizofreniche, o appartenenti ai disturbi d’ansia o somatoformi o patologie in doppia diagnosi o tutte quelle da uso di sostanze, o a patologie miste organiche e psichiche. La domanda che mi sono posto, al momento della proposta all’Equipe, è stata: può essere la mia una spinta narcisistico competitiva nei riguardi delle altre terapie e che può quindi risultare come una forma di violenza sui pazienti? o questo mio scrupolo può anche essere una forma di dubbio sulla validità della proposta terapeutica che si andava a scontrare con la necessità di strutturare un setting comunque difficile per i tempi e gli spazi che ancora oggi si devono spesso confrontare con i ritmi della clinica, con le incombenze del sottoscritto e con la complessità ed eterogeneità delle patologie?  La curiosità per la novità ed il poter fornire ai pazienti uno spazio di comunicazione diverso, senza temi e di discussione libera, ha infine prevalso e mi ha dato il coraggio di affrontare la sfida di lavorare in un ottica gruppoanalitica con pazienti molto difficili spesso provenienti da contesti di forte disagio e violenza subita o fatta subire.

La Gruppoanalisi è una forma di psicoterapia di gruppo portata avanti dal gruppo e attraverso il gruppo. Questo significa che il gruppo come un tutto è al centro della terapia come struttura, processo e contenuto anche se l’oggetto finale è il singolo membro. “Il gruppo non rappresenta solo una struttura ma è soprattutto una situazione, uno spazio che permette e attiva un processo di interazione fra i membri del gruppo che costituiscono una rete attraverso la quale è stimolato il processo di comunicazione.” ( Jaime Ondarza Linares). Pines afferma che “la metodologia gruppoanalitica si differenzia per prospettiva ed incidenza, in primis dagli aspetti epistemici, organizzativi e procedurali delle “scienze dell’uomo” basate sugli empirismi comportamentisti e cognitivistici e anche dalle scienze d’impostazione psicoanalitica, freudiana e post-freudiana.” Il gruppo, così inteso, rappresenta uno spazio intermedio ove il processo comunicativo mette in evidenza gli aspetti fenomenologici dei fattori terapeutici di gruppo così come descritti da Yalom e quelli più specifici della gruppoanalisi quali il processo speculare, il fenomeno del condensatore, la catena associativa, la risonanza, che danno significato ai sintomi ed esplorano i conflitti attraverso la spirale comunicativa che attraversa i 5 livelli descritti da Foulkes : da quello più superficiale a quello più profondo andando a sviluppare i temi della conflittualità individuo gruppo. Il gruppo che prendiamo in esame è caratterizzato da un’iniziale prevalenza del livello proiettivo con forti assunti di base che soprattutto all’inizio si manifestano come possibilità di strutturare una matrice primordiale con il suo inconscio sociale che appare necessaria come possibilità di coesione iniziale: “a questo livello si strutturano le resistenze alla comunicazione che si schierano su due polarità: il corpo e la mente”. Tale condizione all’inizio tende di più a manifestarsi come bisogno rassicurante rispetto alle angoscie di separazione che molti pazienti portano nei contenuti che emergono rispetto ai timori a volte fantasticati ma spesso reali di abbandono e rifiuto, da una parte, e di bisogno di supporto e vicinanza dall’altra con alterni vissuti di bisogno di dipendenza e terrore della perdita. I contenuti sui temi della impotenza, dipendenza, vergogna, giudizio verso se stessi e gli altri, cultura familiare della non comunicazione e delle abitudini, conflittualità genitori e figli e paura si contrappongono a quelli di libertà, autonomia, indipendenza, onnipotenza, assunzione di responsabilità ecc. Per le prime sedute i membri del gruppo all’inizio si chiedevano di cosa dovessero parlare e a cosa servisse il gruppo visto che già erano strutturati diversi gruppi con differenti intenti e nei quali vi era sempre un’attività ben definita sia per quelli più orientati al corpo ( bioenergetica, espressione corporea), sia quelli legati all’espressione artistica, o più informativi e psicoeducativi dedicati alle modalità di comparsa delle malattie correlate all’uso di sostanze, alla corretta alimentazione, i gruppi motivazionali, quelli autogestiti, quelli per i familiari e con gli A.A. (Anonima Alcolisti).

Gli interventi degli operatori si esplicano su vari livelli che vanno dall’intervento medico internistico, a quello psichiatrico, a quello alcologico, ai colloqui psicologici individuali, alla psicodiagnostica e ai  contatti con i Servizi e la rete familiare. Perché questo gruppo quindi e con quali obiettivi? Quali possono essere i punti di forza e quelli di debolezza di tale tipo di gruppalità. Cosa ci si può aspettare da un setting così strutturato?  Le risposta sono venute, “prendendo il gruppo sul serio,” come direbbe Dalal, durante il percorso terapeutico e dagli stessi pazienti: Il gruppo nel suo complesso con un meccanismo borderline di splitting a volte appare come un Super Io severo ed escludente e pronto a condannare ogni tipo di trasgressione (pazienti che infrangono le regole) o come un Super Io Idealizzato buono che accoglie benevolmente tutti e pronto a sostenere, guidare, accogliere. Gli assunti di base, che all’inizio hanno caratterizzato il livello di comunicazione prevalente, nel tempo hanno lasciato spazio ad una comunicazione (comune azione) sempre più spostata su una polarità dinamica e creativa che ha prodotto l’emergere di contenuti sempre più intimi. I confronti speculari hanno permesso il passaggio da una cultura dominante di sottogruppi a volte intolleranti e difensivi ad una gruppalità più coesa e matura spostata verso una più sana solidarietà che va di pari passo con cambiamenti anche nei rapporti con la rete familiare spesso ostile ed escludente. Alcune metafore del gruppo hanno permesso di elaborare le difficoltà di cambiamento di crescita e il desiderio di dipendenza regressivo che il contesto di protezione ( guscio) della clinica stimola o propone ai pazienti. Mi è sembrato importante la considerazione della rete patogenetica familiare ed il lavoro di contatto con i servizi territoriali che hanno contribuito ad attenuare il clima di aggressività che spesso si instaura nella rete di appartenenza che stimola nel paziente designato violento o pesante o insopportabile o peggio ancora “viziato” reazioni distruttive, pantoclastiche ed oppositorie. Il gruppo come inteso nell’ottica gruppoanalitica rappresenta da un punto di vista epistemologico il luogo mentale nel quale si produce conoscenza oltre che cambiamento. “L’abbandono da parte del medico terapeuta gruppoanalista, di ogni pretesa scientista e riduttivistica, e la sospensione di ogni pretesa di onniscenza, quali implicazioni hanno sul piano della conoscenza?” (domanda che si pone Maria Giordano a colloquio con Malcom Pines) “ Lo specialista terapeuta si muove presupponendo di “non capire” piuttosto che con la presunzione di “capire a tutti i costi”. I processi comunicativi nel gruppo analitico sono attivati partendo dalla non comprensione, dal non ritenere esaustivo il livello di comprensione rispetto a quello che si vuole comunicare e rispetto a quello che “ogni altro intende comunicare”. “La conoscenza scientifica che si raggiunge suo tramite non è la risposta ad un dilemma teorico quale ad es. se esiste una realtà al di fuori ed indipendentemente dalla percezione che se ne ha. Quello che il paziente osserva nel gruppo può avere i caratteri di idee e commenti, osservazioni, come anche di semplice affermazione. Le affermazioni sono, nello stesso tempo, anche l’espressione di un processo di osservazione che coinvolge più persone e gli eventi ai quali si riferiscono. Nel gruppo analitico, in quanto hanno senso dal punto di vista di ognuno, le affermazioni sono tutte valide.” ( Epistemologia della gruppoanalisi, Maria Giordano, Angeli Editore,2013). Ho inteso riportare alcune di queste affermazioni che i pazienti del gruppo hanno fatto nel corso di questo periodo di osservazione di circa un anno ma che volutamente non commenterò. Le affermazioni sono state fatte da diversi pazienti in sedute successive sino alla più recente di due giorni fa. “ Mi sono ricordato che i nonni, i genitori e gli zii non comunicavano e si portavano dietro questa abitudine”.”

“una famiglia triste ove non si comunica “ spinge” ad usare alcolici per poter essere più euforici e più capaci di comunicare”.

“Qui siamo come una piccola società: è ridotta ma è la stessa cosa”.

“In questo luogo si viene messi a nudo e quasi costretti a dire e parlare delle nostre emozioni”.

“bisogna cambiare lo stile di vita”.

“ho fatto cose di cui mi vergogno”.

“non siamo in grado di gestire le emozioni”.

“E’ inutile gestire le proprie emozioni portandole in altre cose se non riusciamo ad affrontarle”.

“Spesso ci si paragona ad altre persone che si considerano meglio e questo mi succedeva da piccolo”.

“Fuori viviamo da tossicomani mentre qui siamo persone normali e parliamo; ho incontrato me stesso e forse comincio a capire cosa fare nella mia vita”.

“Penso che il contesto non mi aiuti in quanto tutti mi rompono le palle”.

“I genitori mi fanno pesare tutto e mi portano all’odio”.

“tu dici che sei stato un bullo e che ti vergogni e ti senti in colpa per questo, ma cosa è nato in quel momento visto che un bullo è una persona fragile e cerca attenzione?”.

“A volte un clima fuori buono può aiutare più che la comunità”

“Non esiste un’essere umano che non abbia dipendenza”.

“Siamo sicuri di essere autentici o dobbiamo assimilarci agli altri?”

“ora che siamo lucidi possiamo  provare a capire chi siamo”,

“Vorrei vivere da solo ed eliminare l’ansia che mi trasmette mia madre: diventa un rapporto castrante, diventa un rapporto di Edipo”.

“Esiste la dipendenza affettiva quando c’è una iper protezione, quando ti assilla una madre e non ti dà spazio.”

“a volte dopo le grandi mareggiate il mare diviene tranquillo”

“ho paura di “infettare gli altri”.

“se si può trasmettere ansia si può anche trasmettere calma”

“bisogna riprogrammare tutto e trovare nuovi scopi ed obiettivi”

“cambiare tutto, amicizie, reti relazioni, allontanarsi dalle cose conosciute che ci mettono ansia, questo spaventa perché ricominciare è difficile : si ha una grossa vergogna di dire veramente cosa c’è dentro, di essere giudicati”.

“dobbiamo andare incontro all’altro senza perdere la propria identità.”

“la noia è quella condizione che ti costringe a pensare a te stesso e alle tue paure”.

“la solitudine è comune a tutti”.

“forse siamo infelici e troppo deboli, spesso cause molteplici ci fanno sentire falliti e non abbiamo amore per noi.”

“per me sono i problemi familiari che ci hanno fatto stare male.”

“sono entrato con un groppo nello stomaco e piano piano mi sono sentito più leggero.”

“le teorie del branco non mi piacciono e forse le persone non vanno escluse e occorre aiutarle per affrontare il problema.”

“E’ come un’eredità che resta” chi resta può spingere chi entra.”

“siamo tutti convinti di poter fare da soli.”

“io ho scelto la vita, io non voglio morire, sotto l’effetto dell’alcol divento violento, sfascio tutto e questo mi preoccupa (il paziente piange e si sente fortemente in colpa per il male che sta facendo alla famiglia) voglio cominciare a voler bene a me stesso.”

“Devo accettare quello che ho subito e quello che ho fatto io anche quando non bevevo, riuscire a perdonare ciò che mi hanno fatto e quello che io ho fatto agli altri.”

“dopo il primo ricovero ero stata bene ma dopo la separazione sono ricaduta”.

“Io sono venuto con una motivazione dentro ma all’inizio ho sempre timore quando entro in una nuova situazione, l’alcol mi dava il senso che il mondo girava intorno a me, e mi faceva sentire l’illusione di stare bene”.

“Mia madre mi dice che se le viene un’ictus o muore è per colpa mia”.

“In questo momento noi, stando qui, non abbiamo fatto soffrire le persone che ci sono accanto: non voglio fare la stessa fine che ho fatto io con mia madre che beveva. Ora stiamo costruendo la base di un grattacelo in cemento armato”;

"dobbiamo fare nuove cose”.

“Questa è come una palestra”.

“Siamo tutti nella stessa barca”.

“Possiamo tutti essere utili”.

“Tutto questo accade anche fuori e dovremmo comunicare così anche fuori”.

“Fate conto che io sia un puzzle”.

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