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Indice articoli

Analisi del concetto di Psicoterapia

di Luciano Masi

lettio freud

Concetto di psicoterapia. 

   Il termine therapeia è molto denso di significati. I più importanti sono quelli di assistenza, guarigione e cura.

   L’assistere sembrerebbe estraneo al concetto di psicoterapia. Se però si riflette sull’etimologia del termine, possiamo vedere una certa connessione. Ad-sistere significa, infatti, stare vicino, partecipare, accorgersi della sofferenza dell’altro. In questo senso l’assistenza è un atteggiamento di rispetto e di considerazione verso l’alterità, a cui si dà diritto di esistere (ex-sistere: venir fuori, “essere gettato” nel mondo). L’assistere autentico esclude, quindi, la classificazione, l’inquadramento nosografico. Il paziente non è un caso clinico, ma un essere umano portatore di istanze esistenziali ontologicamente valide. Anche quando si usano strumenti diagnostici (es: test di Rorschach) lo scopo non è quello di inquadrare il soggetto dentro la gabbia di etichette psichiatriche, ma di individuare conflittualità, tendenze, orientamenti dell’energia psichica che possano tracciare il percorso terapeutico.

   Il concetto di guarigione sembrerebbe più legato all’ambito della medicina, indicando un ritorno allo status quo, un ripristino dell’equilibrio psicofisico precedente. E’ ovvio che, in psicoterapia, questo non accade, perché il paziente – se il trattamento dà buoni frutti - è, al termine, completamente trasformato: non solo nel comportamento, ma negli atteggiamenti verso la vita, nella percezione dell’immagine di sé, nella progettualità esistenziale. Eppure, se si ha riguardo, anche qui, all’etimologia del termine (dal tedesco antico vahr, difesa), l’estraneità si riduce, in quanto il “nuovo” soggetto è sicuramente più “irrobustito” psichicamente e reso meno vulnerabile di fronte alle frustrazioni future.

   Tuttavia, è la cura ad essere la vera sostanza della psicoterapia, soprattutto se si dà a questo termine il senso individuato da M.Heidegger. Per il grande filosofo fenomenologo-esistenzialista la cura è alla base di quella che lui definisce esistenza autentica. Egli distingue tra prendersi cura (un’attività nutritiva e protettiva che rappresenta una nostra costante “tentazione” nel rapporto con gli altri) e aver cura, un modo di relazionarsi con le altre persone che sia di stimolo allo sviluppo delle loro potenzialità, alla ricerca del loro autentico Da-sein (essere-nel-mondo). Per Heidegger, quindi, nel percorso verso l’esistenza autentica il Da-sein (esser-ci) deve trasformarsi in Mit-sein (con-essere).

Caratteristiche della psicoterapia.

   L’ossatura concettuale della psicoterapia può essere meglio compresa se approfondiamo alcune sue caratteristiche tipiche.

   Il primo punto da prendere in esame è quello della relazione speciale che si stabilisce tra terapeuta e paziente. Possiamo subito chiederci: si tratta del rapporto tra due persone o tra due personaggi? Una semplice riflessione ci fa capire che a incontrarsi non possono essere due persone, almeno nel loro abituale modo di essere-nel-mondo, ma due personaggi o, meglio, due persone che sperimentano, come in una drammatizzazione speciale, due aspetti inconsueti del loro poter essere, approfittando di una occasione che è unica e irripetibile. Se non ci fosse questo cambiamento straordinario verso una nuova modalità del poter essere, inevitabilmente i due si muoverebbero all’interno di comportamenti ben collaudati, e la relazione scivolerebbe fatalmente nell’area dei rapporti amichevoli, cioè di quei rapporti che escludono, per statuto, la modificazione degli stili di vita. Trattasi, quindi, di una drammatizzazione che, tuttavia – paradossalmente -, proprio per essere tale, per esplorare il come se, riesce a raggiungere l’autenticità del progetto esistenziale: non essere, semplicemente gettato nel mondo, ma pro-gettato verso il mondo.

   Altro concetto importante è quello di setting. Il termine – set – è preso dall’ambiente teatrale e ciò conferma che tutti gli autori che dei problemi della psicoterapia si sono occupati avevano in mente (perlomeno a livello inconscio) la drammatizzazione di cui sopra. Con il termine in questione ci si riferisce allo scenario che fa da sfondo al particolare incontro: i rituali, il collocamento spaziale, la fissità o la variabilità delle posture, ecc. In alcune psicoterapie (es: analisi classica) lo scenario è rigido, ferreo, immutabile; in altre (es: bioenergetica) è estremamente cangiante; in altre ancora (come le psicoterapie analitiche brevi) la fissità è la regola e la variabilità è saltuaria. Molti autori ritengono che le regole del setting siano una struttura della psicoterapia e che diano – di per sé – “messaggi” particolari inerenti al cambiamento: di elasticità, di rigidità, di mutevolezza, e così via. Esse, quindi, vanno scelte con accuratezza, in base a dei convincimenti profondi, e non considerate un elemento marginale da poter adattare, di volta in volta, a variabili incontrollabili, come gli stati d’animo, i vissuti transferenziali, e così via.

   Un altro aspetto da approfondire è il modello teorico. Esso è un punto dolente, non tanto della psicoterapia o delle psicoterapie, quanto del modo con cui molti psicoterapeuti si rapportano con il concetto suddetto. Non sono pochi coloro che tendono a ipostatizzare il modello a cui aderiscono, nella ferrea convinzione che esso sia alla base della realtà del mondo psichico. Sappiamo tutti che non è così. Se theorein vuol dire contemplare la realtà, si dovrebbe concludere che i numerosissimi modelli teorici che gli studiosi propongono si riferiscano a realtà diverse, come negli universi paralleli della meccanica quantistica. E’, oggi, considerato abbastanza puerile dibattere sul “chi ha ragione”, in merito alla dinamiche psichiche superficiali e profonde, mentre si sta facendo sempre più strada la convinzione, robustamente supportata dalla clinica, che ogni modello sia funzionale a una determinata strategia di cambiamento e che solo in quell’ottica possa e debba essere valutato. Personalmente, dopo aver vissuto una lunga stagione di dispute teoriche sterili, ritengo che il terzo millennio ci possa preannunciare una fase di costruttiva collaborazione tra tutte le varie scuole di psicoterapia.

   Altro concetto su cui si dovrebbe riflettere, ma che, in genere, viene ostinatamente rimosso è quello del modello antropologico che fa da sfondo al rapporto terapeutico. Chi è l’uomo? E’ un animale razionale , come molti ritengono, o un essere orientato verso un destino superiore, capace di trasformare il mondo in cui vive sotto la guida di eidos incorruttibili e immutabili? Molte teorie psicologiche fondano la loro azione sul primo tipo di uomo, cadendo però in contraddizione quando il soggetto da esse “nutrito” si orienta verso la soddisfazione dei bisogni ego-centrici, negandosi alla cura e soprattutto al Mit-sein e venendo, per questo, ampiamente censurato. Altre, invece, hanno una prospettiva umanistica più ampia, vedendo nell’uomo anche una dimensione spirituale (nel significato antropologico del termine). Se così stanno le cose, ne consegue che il terapeuta deve fare una scelta di campo molto netta. Nel primo caso tenderà inevitabilmente a trascurare le domande sul senso della vita che i nuovi clienti da tempo hanno cominciato a fare; nel secondo caso sosterrà il paziente nel suo sforzo verso l’Essere, di cui parla N.Abbagnano.

   La psicoterapia, dal punto di vista della praxis, si manifesta con il dispiegamento coordinato di metodi e tecniche. E’ ben nota la differenza sostanziale tra i due concetti, per cui non starò ad insistere molto. Metodo deriva da methodos (la via) e traccia, pertanto, il percorso. Ad esempio, nell’analisi classica il sentiero su cui terapeuta e paziente si incamminano porta a nevrotizzare il loro rapporto (allo scopo di smascherare gli “imbrogli” dell’inconscio); nell’analisi junghiana la terapia si muove verso l’individuazione, la scoperta del ; nelle psicoterapie analitiche brevi è l’analisi del focus che assorbe tutte le energie; nell’analisi lacaniana ci si muove verso la “comunicazione inconscia”; e così via. Le tecniche sembrerebbero avere uno spessore minore, ma in realtà non è così: l’abilità con cui il buon artigiano (thecné significa arte) utilizza i suoi strumenti di lavoro (es. il Training Autogeno; le associazioni vincolate al tema) sono, come l’esperienza insegna, di fondamentale importanza per la riuscita della psicoterapia.

   Da ultimo, due parole sul concetto di vocazione. Esso sembrerebbe veramente estraneo alla formazione dello psicoterapia, ma la mia lunga esperienza mi spinge a pensare il contrario. Solo chi sente una chiamata (ovviamente solo antropologica) a dare il meglio di sé alle persone che soffrono, come in autentico atto d’amore, può riuscire ad avere la forza d’animo per gestire senza cedimenti questo duro impegno professionale. L’idea di “missione”, nutrita di ideali umanitari, dovrebbe a mio parere, essere alla base di tutte le professioni socialmente orientate.

Breve storia della psicoterapia. 

La psicoterapia moderna nacque con Mesmer , un medico esoterista viennese del 700. Essa consisteva in interventi ipnotici di tipo fortemente suggestivo, fondati sulla teoria del magnetismo. La psicoterapia partì, quindi, all’interno di un alone magico e, per lungo tempo, rimase lontana dalla mentalità scientifica. Anche le prime applicazioni mediche dell’ipnosi non furono immuni da questa mentalità piuttosto confusa e fecero partire la psicoterapia col piede sbagliato. Basti pensare alla teoria di Charcot che paragonava la commutazione ipnotica alla sintomatologia isterica e alla concezione estremamente psicologista di Bernheim che accentuava il ruolo della suggestione, trascurando gli approfondimenti fisiologici che, invece, giocano un ruolo importante nei fenomeni ipnotici.

   La vera psicoterapia nacque con Freud, al cui genio va attribuita la più grande rivoluzione circa lo studio della mente umana. Come vedremo, l’inconscio era stato studiato anche dalla filosofia, ma nel senso moderno del termine, nelle sue qualità dinamiche, fu solo il fondatore della psicanalisi a mostrarlo al mondo. Egli intravide un modo di essere dell’ente-uomo del tutto singolare nell’universo: una sfera psichica in cui coesistevano due tipi di logica diversi: una basata sul principio aristotelico di non contraddizione e, quindi, portata ad ordinare tutti i fenomeni nel tempo e nello spazio, a creare gerarchie e differenze, e un’altra in cui dominavano incontrastati meccanismi di indifferenziazione, di variabilità repentina, di atemporalità e di irrazionalità. Anche Freud ebbe le sue colpe in quel difficile inizio della psicoterapia (basti pensare all’abbandono precipitoso dell’ipnosi), ma non si può fare a meno di affermare che senza di lui essa non sarebbe mai nata.

   Una volta sorta, la psicanalisi si sparse a macchia d’olio in tutto il mondo scientifico e anche in Italia riuscì a mettere le radici. La SPI (Società Psicanalitica Italiana) fu la prima a costituirsi (1925), seguita dalla SIPT (Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica) di Roberto Assaggiali. Le altre Scuole sorsero dopo la guerra . L’AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica), di ispirazione junghiana, nacque nel 1952. Negli stessi anni si costituirono le Scuole di gruppo-analisi, le prime Scuole di ipnositerapia (es: l’AMISI di Milano) e di terapia relazionale. Il CISSPAT, la prima Scuola italiana di psicoterapie brevi a orientamento analitico sorse nel 1972.

   Occorre precisare che la Scuola di psicanalisi fu subito sciolta dal regime fascista (Ministro della Pubblica Istruzione era Giovanni Gentile), soprattutto per motivi di carattere teorico: un filosofo idealista come Gentile, un hegeliano ortodosso, non poteva certo ammettere che qualcuno osasse teorizzare l’esistenza di pensieri inconsci, di un’attività pensante scollegata dalla coscienza. Se ciò fosse stato vero, il pensiero-guida di Hegel (“tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale) si sarebbe vanificato nel nulla.

   Come si può vedere, la psicoterapia ebbe, all’inizio, non poche difficoltà per affermarsi, ma alla fine riuscì a vincere la sua battaglia.

  1. L’inconscio, password per l’evoluzione della psicoterapia.

   Senza la scoperta e la successiva valorizzazione della mente inconscia, probabilmente la psicoterapia non si sarebbe affermata come metodo terapeutico. Se la realtà psichica fosse rimasta coincidente con la razionalità e la coscienza, gli unici specialisti della sofferenza umana sarebbero stati i medici ed i filosofi.: i primi avrebbero preso in gestione il corpo, studiandolo e trattandolo come una macchina biologica; i secondi avrebbero indagato, sempre più raffinatamente, sulle caratteristiche dell’anima, dando consigli saggi sulla logica e sull’etica e trascurando (per la verità, un po’ colpevolmente) il mondo inquieto delle emozioni e degli impulsi profondi.

   Con tale divisione, la vittoria di Cartesio sarebbe stata completa: la res cogitans e la res extensa avrebbero avuto un diverso statuto ontologico e, soprattutto, un diverso destino.

   L’affermarsi progressivo del concetto di inconscio cambiò le carte in tavola.

  1. L’inconscio prima di Freud.

   Il concetto di mente inconscia è nato probabilmente con l’uomo. E’ tuttavia con i grandi filosofi greci che esso comincia a fare la sua apparizione.

   Socrate, come sappiamo, cercava, attraverso la sua celebre maieutica, la verità nascosta nella profondità dell’anima , dando chiaramente ad intendere che dentro ciascun essere umano fossero nascosti pensieri confusi, ma già dotati di un’identità, che avrebbero preso forma alla luce della razionalità (con linguaggio moderno potremmo dire “dell’attività analitica). Egli, quindi, già da allora, tracciava le basi della futura indagine psicanalitica.

   Platone fu il primo a teorizzare la natura degli elementi inconsci. Essi sono eidos, idee-forma di origine divina, presenti, in modo inconscio, in tutte le cose e, ovviamente, nella mente umana. Ogni forma di vita si sviluppa in base all’idea in essa contenuta e non può deviare da essa. Le margherite potranno avere solo un numero di petali ordinati secondo la serie Fibonacci (ogni numero è formato dalla somma dei due precedenti) e così dicasi per tutti i fenomeni dell’universo. Anche nell’anima umana  le eidos hanno stabile dimora e la loro natura è del tutto inconscia. Solo esse guidano l’uomo fino all’aggancio con gli universali e, quindi, verso la realizzazione personale. Ad esempio, la conquista del vero amore è guidata da elementi inconsci che portano gli esseri umani, di tappa in tappa, a raggiungere il “divino” che è in loro.

   Aristotele, allievo di Platone, toglie alle eidos qualsiasi ombra di dualismo, calandole strutturalmente dentro tutte le realtà fisiche e fondando, di fatto, la psicosomatica. Il suo concetto di sinolo, insieme armonico di materia e forma, è un’intuizione di così vasta portata e di tale modernità che suscita ancora oggi stupore, per essere stata prodotta da una persona vissuta 2300 anni fa.

    Negli epicurei e negli stoici, l’inconscio fa apparizione nei processi mentali: nelle prolessi (anticipazioni delle percezioni) e nella kataleptiké fantasia un’attività anticipatoria sui generis di una psiche che non si limita a sentire ma anche ad assentire.

   In S.Agostino, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, l’attività inconscia fa la sua apparizione nel problema del tempo (inteso come realtà mentale: anticipazione del concetto di tempo vissuto di Bergson e di corpo vissuto di Binswanger). Anche il problema del male è visto in modo moderno e lontano dalla visione manicheista ed empedoclea di due princìpi ispiratori diversamente orientati: uno verso la costruzione e l’altro verso la distruzione delle cose (concezione in cui sembra cadere Freud quando sostiene la coesistenza dell’istinto di vita e di quello di morte). Per S. Agostino, invece, il male è un bene impoverito, un’energia originalmente positiva e successivamente snaturatasi. E’ ovvio che la “scelta” tra le due direzionalità è del tutto inconscia e non frutto del ragionamento cosciente.

   E’ con F. Bacone, però, che l’inconscio, nel senso moderno del termine, cioè come forza dinamica che inquina i processi logici, viene fuori in tutta la sua potenza. La sua teoria degli idola sembra tratta di sana pianta da un testo psicanalitico. Essi sono elementi inconsci che interferiscono con i pensieri razionali portando ad un prodotto mentale che può essere molto lontano dalla logica aristotelica. Bacone distingue quattro tipi di idola: gli idola tribus (della tribù), legati alle caratteristiche della specie (emozioni, passioni, impulsi, tendenze); gli idola specus (della spelonca), legati alla nostra storia personale; gli idola fori (del foro, della piazza), legati al linguaggio, alle mode, alla cultura); gli idola theatri (legati alle teorie e alle ideologie). Il pensiero, dunque, secondo Bacone, non è mai puro, ma sottoposto continuamente al modellamento dei processi inconsci.

   E’, tuttavia, con W.G. Leibniz che il mondo inconscio viene definitivamente alla luce. Egli, in polemica con i cartesiani, sostiene, per la prima volta, che il pensiero non è dominio esclusivo della coscienza, ma che esistono nel mondo inconscio (“nelle pieghe dell’anima”) percezioni indistinte, cioè autentici pensieri, anche se appena abbozzati, in grado di influenzare tutta l’attività psichica.

   E’ una svolta di straordinaria potenza concettuale. Da quel momento (siamo nel tardo seicento), la vita psichica dell’uomo si presenta come divisa in due e la coscienza viene a perdere quel ruolo di assoluta gestione dello psichismo, dovendo fare i conti con un mondo sommerso che può affiorare in qualsiasi momento.

   Persino il padre dell’illuminismo, I. Kant, è costretto a tener conto delle forze inconsce che possono persino arrivare a turbare l’imperativo categorico (l’istanza morale) con l’energia disordinata che posseggono (“dovere, nome grande e sublime, che non induci nulla che indulga al piacere…….ma che presenti solamente una legge che richiede a forza venerazione, anche se non sempre obbedienza…di fronte a te tutte le inclinazioni ammutoliscono anche se, sotto sotto, lavorano contro di te..). E’ la descrizione di un conflitto intrapsichico che si insinua (è proprio il caso di dirlo) nel lucido ragionamento di uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi.

   Con le filosofie irrazionaliste (Schopenauer, Nietzche, Von Hartmann) l’inconscio viene ad assumere il ruolo di realtà assoluta, di energia pura che muove il mondo ed anche il pensiero. Le rappresentazioni mentali sono, pertanto, umile ancelle dell’inconscio e perdono la loro validità sostanziale. L’inconscio è il vero noumeno kantiano, la cosa in sé, e processi di pensiero sono solo la pallida controfigura di essa.

   Con Herbart, il discorso sull’inconscio diventa più psicologico ed in grado veramente di aprire la strada alla grande rivoluzione freudiana. Per Herbart la vita psichica non si identifica con quella cosciente che viene ad essere solo la “punta dell’iceberg” di una complessa attività di rappresentazioni inconsce. Esse formano delle masse, degli aggregati dotati di cariche di diverso segno, che si attraggono e si respingono come le molecole e gli atomi della materia. Ogni nuova rappresentazione viene (inconsciamente) ordinata sulla trama delle altre da un meccanismo inconscio definito appercezione, e le masse appercettive che possono venire a galla (alla coscienza) sono quelle dotate di una carica energetica che supera una certa soglia (barriera).

   Siamo veramente ormai vicini all’ingresso della psicanalisi nel mondo del pensiero.

  1. L’inconscio di Freud.

   Nessuno può mettere in dubbio che sia stato Sigmund Freud a “inventare” la psicoterapia. Senza le sue osservazioni cliniche sulla psicologia dei soggetti malati, essa non sarebbe mai nata.

   I suoi meriti sono, pertanto, indiscutibili, anche se la sua personalità tormentata ha fatto sì che il suo percorso non sia stato semplice e lineare.

   E’ bene seguire, quindi, lo svolgersi del suo pensiero prendendo come pietre miliari le pubblicazioni più importanti.

   In “Studi sull’isteria”, scritta insieme a Breuer, viene messa in luce la genesi psichica di disturbi che, come l’isteria, si riteneva appartenere solo all’ambito della medicina. (1895). In tale saggio viene ipotizzato il ruolo della rimozione, sia pure non ancora ben concettualizzata, e la natura dinamica dell’inconscio.

   In “Neuropsicosi da difesa” (1894-1896), viene avanzata un’ipotesi eziologia dei disturbi psichici che ancora oggi resiste alle censure critiche. Poiché sono solo i pensieri a far paura, la rimozione riguarda solo la parte mentale delle esperienze, mentre l’energia emozionale (“eccitamento”) si scarica in sintomi corporei (isteria e nevrosi d’angoscia) e mentali (nevrosi fobiche e ossessive).

   Nell’”Interpretazione dei sogni”(1910), viene teorizzata l’esistenza di un modo di essere inconscio che ha regole diverse da quello dell’attività cosciente e razionale. E’ questo, come dirà poi Ignacio Matte Blanco, il “colpo di genio” del grande clinico viennese.

   Nel saggio “Al di là del principio del piacere” (1920) viene introdotta per la prima volta la nozione di istinto di morte, un’intuizione così rivoluzionaria (anche se, forse, inesatta) che cambierà il corso della psicanalisi.

   Infine, nell’”Io e l’Es” (1923), Freud passa dalle tre stanze (i tre luoghi psichici: Conscio, Preconscio, Inconscio) alle tre istanze, cioè all’individuazione di tre strutture (Es, Io e Super-Io) in rapporto dinamico (e conflittuale) fra loro.

   I punti di forza della teoria freudiana sono molti e, ancora oggi, di vitale importanza per l’attività psicoterapeutica.

   Il fatto più straordinario è quello della scoperta di un inconscio in cui esiste una realtà psichica molto diversa da quella con cui abitualmente conviviamo: assenza di contraddizione, di denegazione (nell’inconscio non esiste il no), di differenziazione, di temporalità, di spazialità; con l’azione massiccia di meccanismi mentali inconsueti: lo spostamento e la condensazione.

   Da questa scoperta deriva un’occasione terapeutica di grande spessore: quella di individuare i sogni notturni come messaggeri eletti per manifestare la realtà del mondo inconscio. Deriva, inoltre, la consapevolezza che il contenuto manifesto delle produzioni oniriche non è credibile e che il terapeuta, se vuole rendersi conto dei pensieri rimossi, deve prendere in considerazione il contenuto latente che emerge faticosamente nel lavoro di analisi. Senonché, proprio su questo punto, la ricerca ha trovato degli sbocchi teorici inizialmente imprevedibili. Come ho potuto constatare personalmente (servendomi anche della regressione ipnotica), è assolutamente vero che dietro al contenuto manifesto c’è un contenuto latente, ma dietro quest’ultimo ve n’è un altro ancora più latente e così via, all’infinito. La conclusione è sconvolgente: forse Freud, con la sua genialità, partendo dalla clinica, aveva trovato una modalità per esplorare l’abisso della personalità profonda, per indagare sugli sconfinati aspetti del poter essere!

   Ritorneremo sull’argomento quando parleremo del pensiero di Matte Blanco che, come si sarà potuto intuire, considero il mio Autore di riferimento.

   L’altro punto di forza, tuttora inossidabile, è legato all’ipotesi sulla genesi dei disturbi psichici. Se non ci fosse la rimozione ad operare un’azione di splitting tra la parte mentale e quella emotiva delle esperienze, l’analisi non potrebbe esistere (e, quindi, non esisterebbe la psicoterapia!). Tutto il lavoro analitico, con i suoi benèfici effetti terapeutici, si fonda proprio sul recupero dei pensieri rimossi. La pratica clinica insegna anche un’altra cosa (che in genere viene sottaciuta): quando tali pensieri vengono a galla, essi sono in grado di riassorbire le antiche emozioni, depurate dall’angoscia e di sottrarle al dominio dei sintomi!

   E’ possibile, tuttavia, trovare anche dei punti deboli nella teoria freudiana, i quali però non sono in grado di scalfire l’impianto grandioso della psicanalisi.

   I punti maggiormente controversi sono tre:

- il principio che l’Io nasca dall’Es;

- l’esistenza di una pulsione di morte autonoma;

- l’identificazione dell’Ideale dell’Io (Ideal Ich)  con il Super Io (Uber Ich).

Riguardo al primo punto critico, quasi tutti gli studiosi (tranne qualche “nostalgico”) sono ormai d’accordo sulla presenza di un Io autonomo, fin dalla fase fetale (basta guardare un’ecografia!), provvisto di tutti gli strumenti che lo faranno  diventare un’organizzazione unitaria dei processi psichici. Aggiungo che, per chi pratica le psicoterapie analitiche brevi, questa convinzione si rende necessaria perché, se così non fosse, dubiteremmo sempre della validità della collaborazione attiva dei nostri pazienti, finendo, senza volerlo, a spingere l’analisi verso l’interminabilità!

   Il secondo punto è rilevante, a mio parere, solo sul piano teorico. Infatti, quando la coazione a ripetere è instaurata, noi ci troviamo di fronte dei comportamenti così ostinatamente distruttivi che agiscono come se fossero spinti da un istinto distruttivo (soprattutto autodistruttivo)!

   Il terzo punto è stato a lungo ignorato dai critici, ma oggi torna a galla con le richieste dei nuovi clienti (quelli che ti fanno domande sul senso della vita). Il Super Ego è un’istanza moralistica, formata dai divieti genitoriali e non può, per suo statuto, che essere nevrotico. Lo troviamo presente in tutte le varie forme d’angoscia e soprattutto nel più pericoloso dei nostri mostriciattoli interni : il senso di colpa. Forse (anche se Freud non è mai esauriente in proposito, è il gestore principe della rimozione). L’Ideal Ich non può avere queste caratteristiche : esso è la buona forma aristotelica, che ci guida costantemente verso la nostra realizzazione completa, verso la conquista del Sé. Confondere questi due concetti è, a mio parere, un delitto di lesa umanità.

   Anche lo sfondo filosofico da cui Freud si mosse può essere ampiamente contestato. In particolare, il determinismo universale (che fa capo a Democrito e Leucippo), da cui deriva il determinismo psichico della psicanalisi, non ha più ragione di esistere dopo le scoperte della meccanica quantistica. Essa dimostra che un certo “grado di libertà” esiste perfino a livello delle particelle elementari (nel decadimento radioattivo, gli elettroni saltano da un orbitale a un altro in tempi prevedibili, ma nessuno può dire –e non potrà mai farlo- quali di essi si muoveranno per primi!). La meccanica quantistica introduce,così, una realtà probabilistica (equazione di Schrodinger) per i fenomeni della microfisica. E il nostro inconscio è immerso nella microfisica.

   Insomma: diamo a Freud il posto che gli compete (il primo!), nella storia della psicoterapia, ma, con doveroso coraggio, andiamo avanti.

  1. L’inconscio dopo Freud.

   Contrariamente a ciò che si sarebbe potuto prevedere, considerata la personalità autoritaria e “dogmatica” del fondatore della psicanalisi, i suoi discepoli sono stati tutt’altro che pedissequi applicatori del suo pensiero (“rivolta contro il Padre?”). Ognuno, infatti, ha portato importanti cambiamenti all’impianto originario, senza però intaccare l’idea di fondo, l’ipostasi psicanalitica: l’esistenza di un mondo psichico inconscio di natura dinamica e conflittuale. Qui ci limitiamo a citare i più importanti contributi.

   Una svolta decisamente rivoluzionaria fu quella di M. Klein che fondò, di fatto, una Scuola inglese decisamente non allineata alla psicanalisi classica. L’innovazione più importante è quella di un Io già presente alla nascita, sia pure appena abbozzato, provvisto di una capacità fantasmatica, cioè di forme mentali vuote che si riempiono di contenuti emozionali legati prima ad oggetti parziali (il seno buono e cattivo) e successivamente ad un oggetto totale (la madre) che, tuttavia, si allontana e si avvicina in modo imprevedibile. Il piccolo neonato sperimenta eventi importanti, resi drammatici dalla presenza delle due pulsioni conflittuali (l’istinto di vita e quello di morte). Da qui i noti meccanismi di splitting (con la posizione schizoparanoide) e quelli successivi di lutto e riparazione (con la posizione depressiva).

   Il contributo della Klein è notevole e, forse proprio per questo, dalla sua Scuola sono nati gli psicanalisti più importanti dell’era moderna (Balint, Malan, Bion, Winnicot, Matte Blanco, Fornari e tanti altri). Il suo merito maggiore è quello di aver dato all’Io un’autonomia maggiore rispetto a quello, debole e poco determinato, proposto da Freud, e di aver individuato un’attività fantasmatica primaria su cui si impianteranno i futuri processi di pensiero. L’altro grande merito è quello di aver sostituito la psiche, sostanzialmente narcisistica, freudiana (impulsi, pulsioni, eccitamenti, bisogni di scarica) con la relazione (oggettuale) che viene, così, ad essere la vera struttura primaria (“all’inizio c’è la relazione”). Si può aggiungere che oggi, in seguito agli studi sulla vita uterina, il motivo conflittuale del seno può essere spostato in avanti (“utero buono e utero cattivo”) e che, inoltre, gli stessi studi confermano una vivace attività mentale del feto (studi sulla fase REM) e la indiscutibile e precoce formazione dell’Io (tratti caratterologici del feto).

   Il punto debole della teoria kleiniana è, a mio parere, la svalorizzazione paterna nella formazione del Super Io, che è legato soprattutto alla colpa per la perdita dell’oggetto (concedetemi una battuta: le vicende personali possono influenzare le teorie?).

   Un altro grande nome della psicanalisi moderna è quello di W. Bion che in Italia (in modo molto riduttivo) è legato soprattutto alle sue esperienze con i gruppi terapeutici.

   Bion propone un’originale visione dell’inconscio che egli vede come una struttura necessaria per la salute psichica e che, per suo statuto costitutivo, deve essere sempre separato dalla coscienza, con il compito di fornire all’individuo le idee creative di cui la vita mentale ha bisogno. Esse emergono solo quando il soggetto si trova in un particolare “stato di grazia”: quando egli riesce a far tacere i più pericolosi killer della creatività: la memoria e il desiderio. La prima pietrifica il passato rendendolo senza vita ed incapace di suggerire “aperture” nuove; il secondo rende scheletrico il futuro uccidendo la libera progettualità. Compito dell’analista è quello di creare una condizione di sospensione, in cui l’idea nuova, portatrice della verità può emergere senza incontrare resistenze. Posso testimoniare che questi stati “magici” possono crearsi, ma solo dopo intensi momenti catartici.

   C’è, in tutta l’opera di Bion, un’ansia di natura ontologica, rivolta al noumeno e alle eidos che noi ospitiamo nelle parti più profonde del nostro inconscio. A mio parere, l’opera di Bion dovrebbe essere meglio valorizzata e approfondita in tutte le Scuole ad orientamento analitico.

   Veniamo ora al più moderno e più scientificamente orientato degli psicanalisti della Scuola kleiniana, Ignacio Matte Blanco. La sua opera principale, che personalmente consiglio a tutti, “L’inconscio come insiemi infiniti”, è uno studio scientifico di alto spessore sulle dinamiche dell’inconscio. Egli utilizza tutti gli strumenti conoscitivi a nostra disposizione: la matematica, la filosofia, la biologia, la fisica, oltre naturalmente la lunga pratica clinica, per chiarire, fin dove possibile, i misteri dell’inconscio.

   Matte Blanco parte dalla valorizzazione della scoperta freudiana del modo di essere inconscio, definita “un autentico colpo di genio”, per poi sistematizzare lungo direttrici logico-matematiche quel mondo misterioso con cui tutti noi abbiamo a che fare quando analizziamo i pensieri, i sogni e le fantasie dei pazienti.

   L’inconscio di Matte Blanco non è un deposito di rappresentazioni isolate, coesistenti con le altre in modo caotico, ma un mondo pieno di aggregati, di insiemi.

   Due sono le leggi fondamentali del modo di essere inconscio. La prima così recita: “L’inconscio tratta il singolo elemento di una classe come se fosse il rappresentante dell’intera classe e quest’ultima come se fosse la sottoclasse di un insieme più vasto”, e così via, all’infinito. Questa legge, definita di generalizzazione, spiega molto bene l’estendersi all’infinito di elementi fobici, persecutori, ansiogeni, ecc., a partire da un primo elemento con caratteristiche di realtà. La seconda, detta di simmetria, così si esprime: “L’inconscio tratta la relazione inversa come se fosse uguale a quella originaria, cioè tratta gli elementi asimmetrici come se fossero simmetrici”. Questa seconda legge, ancora più importante della precedente, definisce la logica del mondo inconscio dove scompaiono il principio d’identità (A=A), il principio di non contraddizione (se A=A, non può essere uguale anche a B); il principio del terzo escluso (se A è diverso da B, non ci può essere un C che sia uguale ad A e B). Nell’inconscio è tutto diverso. A è uguale ad A, ma qualche volta può essere uguale anche a B. A è diverso da B, ma qualche volte può essere identico ad esso. E così via. Nel pensiero e nel linguaggio schizofrenico troviamo le cosiddette contaminazioni (più percezioni fuse in una): uomini con la coda e gli artigli; alberi con le mani e le braccia; ecc.

   L’essere umano, pertanto, è come diviso in due: usa la logica asimmetrica nei ragionamenti quotidiani e la logica simmetrica nei sogni, nell’immaginario in stato di trance, nei deliri, nei ragionamenti ossessivi (es: “I rituali salvano dai pericoli – io metto in atto dei rituali – io mi salvo dai pericoli”). Compito dell’analista è di dividere il simmetrico dall’asimmetrico e di riportare i processi mentali del paziente nel regno dell’asimmetria (della logica normale).

   Matte Blanco individua anche una terza logica (la più interessante per noi), definita anaclitica, cioè “che si appoggia” a qualcosa di rassicurante: il pensiero simmetrico, per venire a galla, ha bisogno del supporto della logica asimmetrica, per cui, in clinica, si assiste ad uno strano ibrido delle due logiche che l’analista deve prendere in considerazione come formazione privilegiata. Nell’esempio del sillogismo ossessivo di cui sopra, è ovvio che il pensiero simmetrico si è infiltrato nella premessa maggiore, in quanto viene attribuito al rituale un potere che non possiede. (il  retro pensiero, simmetrico, potrebbe essere questo: è vero che i rituali sono solo dei gesti, ma è anche vero che qualche volta possono avere dei poteri).

   La teoria di Matte Blanco è articolata e complessa, ma qui ci limitiamo a queste brevi note, che mi auguro abbiano la funzione di stimolo per un approfondimento sistematico.

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