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Per la bulimica, al contrario dell’anoressica, tutto si capovolge…  l’eccesso ed il di più sono alla base della sua ricerca, il suo prototipo è la manager in carriera, elegante e raffinata dove tutto deve essere perfetto, anche il suo corpo, né magro e né grasso e per poterlo mantenere così, di nascosto, vomita o frequenta palestre per delle ore al fine di smaltire l’eccesso di cibo mangiato. Con il  vomito la bulimica tenta di ripristinare il controllo che considera però un controllo non controllo perciò vissuto come un’esperienza devastante che la porta a considerarsi sporca, indegna, colpevole e senza alcun valore. La sua identità è messa in discussione ed il presente è percepito come momento di perdita, di abbandono, di fallimento che la porterà, a differenza dell’anoressica che si sente onnipotente, a chiedere aiuto. Ha, perennemente, un conflitto di schemi: la madre, un domani la vorrebbe vedere sposa, una brava mamma ed una perfetta massaia ma vorrebbe anche che fosse laureata per vederla  indipendente, che non ha bisogno di essere mantenuta da nessuno in modo che non faccia la sua stessa fine… lei, infatti, non si è mai separata perché non avrebbe potuto mantenere se stessa ed i figli per aver rinunziato, a suo tempo, a seguitare gli studi e trovare un lavoro decente!

Per la psicodinamica le bulimiche non avrebbero la possibilità di posticipare la scarica degli impulsi a causa di un Io e di un Super-Io debole. Sentendo la propria rabbia (che è un’emozione) come aggressività (che è un comportamento), cercano di spostarne l’oggetto dai genitori al cibo così da poterlo distruggere mangiandolo (Gabbard 97). Secondo Goodsitt (1983), nella storia evolutiva delle pazienti bulimiche vi sarebbe stata l’assenza di un oggetto transazionale (Succhiotto, animaletto di peluche) senza il quale il distacco dalla madre sarebbe stato molto traumatico.

In una ricerca di Ruggieri, D’Ippolito e Sapora (1993) riguardo all’obesità si è trovato che gli obesi rispetto ad un gruppo di controllo hanno un buco percettivo in corrispondenza dell’addome che sentono anche come più pesante, lento, sgretolato e fragile. L’obesità quindi avrebbe il significato psicofisiologico di “compensare” una carenza strutturale dell’immaginario corporeo. I soggetti obesi, per questa carenza di integrità e compattezza corporea, produrrebbero un eccesso di corporeità per mascherare un deficit psicofisiologico profondo. Dalla periferia corporea non giungono informazioni strutturanti (specialmente propriocettive) alla corteccia cerebrale, a causa della scarsa attività muscolare, per la costruzione dell’immagine corporea perciò l’intervento proposto è stato quello di produrre attività in quel distretto. L’addome è sentito come se fosse un buco senza un confine che ne limitasse i contorni e da questo distretto non verranno mandati segnali di stop all’ipotalamo e non sentendo la sazietà il soggetto continuerà a mangiare.

Ci chiediamo: possiamo suggerire a questi soggetti una via possibile di integrazione esperienziale che porti alla soddisfazione dell’esserci che si contrapponga al vissuto di profondo e doloroso malessere? Il problema dei nostri pazienti è infatti quello della sofferenza necessaria per sentirsi vivi (Ruggieri e Fabrizio 1994, pp.81) e vogliamo affrontare questo problema attraverso l’analisi del processo narcisistico, inteso nelle coordinate psicofisiologiche che possono assumere, in questi soggetti, delle forme del tutto peculiari.

Nel libro “L’intervento psicofisiologico integrato” (Ruggieri, Fabrizio, Della Giovampaola 2006) abbiamo descritto diversi casi scegliendo le esperienze più adatte a seconda della patologia. Ricordiamo che la nostra meta è raggiungere un Io forte, cioè integrato, stabile e flessibile in modo che il soggetto possa “cambiare il suo punto di vista” e trovare in sé delle nuove risorse. Per raggiungere questo obiettivo dovremo fare un’analisi della postura affinchè ci mostri quali siano i meccanismi di difesa (spezzature) che il soggetto, durante la sua vita, ha messo in atto, i suoi confini corporei ed il suo appoggio.

Anche se i nostri pazienti sono ancora adolescenti dobbiamo tener conto della loro soggettività per vedere come il soggetto mette in atto, controlla e modula i suoi comportamenti fisiologici e psicologici (Ruggieri, 2011). Dobbiamo tenere conto, perciò, le “intenzioni”, la “meta” verso cui questi pazienti si dirigono e le loro emozioni (paura, desiderio etc.). Tutte queste differenti variabili interagiscono concretamente nel produrre un atto unitario.

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