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Il filo perduto di Arianna

di Folfango Lusetti

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Il nostro tempo è molto difficile da decifrare, poiché trasmette la sensazione d’una grande confusione di valori e/o perdita d’identità, o come si usa dire oggi, di “confini”.

Lo è, probabilmente, come da sempre è indecifrabile e portatrice di “perdita di valori”, agli occhi dei suoi contemporanei, ogni epoca della storia che sia foriera di importanti mutamenti.

Tuttavia il nostro tempo lo è forse anche più dei precedenti: ciò, come cercherò di mostrare, in ragione dei sempre più evidenti segnali di crisi culturale non solo epocale ma addirittura millenaristica che da molte direzioni, e per molti canali, stiamo percependo.

Ora, per effettuare una tale indagine o tentativo di “decifrazione”, che è ovviamente di estrema complessità perché investe la natura stessa dell’uomo, occorre forse partire da due fenomeni contraddittori:

1) da un lato l’esplosione demografica che fino ad oggi è stata in atto (con le sue fortissime conseguenze, per inciso, sulla devastazione delle risorse del pianeta);

2) dall’altro lato, il suo più recente e misterioso rallentamento (1).

Questi due segnali, in sé opposti ma appartenenti alla stessa categoria concettuale (quella d’una “crisi” dei valori - letteralmente “cesura”), sono a ben vedere entrambi di estrema potenza.

Esplosione demografica e denatalità, infatti, rappresentano due fenomeni culturalmente molto inquietanti in quanto fattori di disorientamento soprattutto sul piano dei “valori percepiti”: in essi si passa dall’assegnazione di un grande valore alla vita umana (seppure come vedremo in senso spesso paradossale e predatorio), a quella del tutto opposta di un disvalore o di una insignificanza pressoché totali, e per di più le due alternative sono ugualmente indecifrabili nelle loro cause nonché ciascuna di esse, all’apparenza, contradditoria al proprio interno oltre che con l’altra (2).

Le cause delle oscillazioni demografiche, e quelle dell’esplosione demografica in particolare, come ben sanno gli studiosi, sono alquanto misteriose: né l’aumento né la diminuzione demografica sono quasi mai compresi nelle loro vere cause.

Essi poi di solito, pur senza essere stati esaurientemente spiegati nel loro reale meccanismo, vengono associati in maniera del tutto intuitiva a dei presunti fattori correttivi “naturali” ed omeostatici che di volta in volta li controbilancerebbero, ma che per lo più tendono a comportarsi in maniera assai strana e difforme dalle aspettative, e quindi confondono ancora di più il quadro di riferimento.

Il calo della natalità, ad esempio, ovvero il primo di questi presunti fattori di correzione dell’aumento della popolazione, e che secondo i più gli sarebbe quasi automaticamente conseguente, sembra essere in realtà correlato, anziché con l’alta densità della popolazione d’un dato territorio presa in se stessa (e con i disagi da penuria di risorse e da sovraffollamento che una tale densità fatalmente comporta in ogni specie animale), con il suo livello di ricchezza complessiva, di cultura e/o di generale “affluenza”.

Ed anche quest’ultima correlazione, quella fra andamento demografico e ricchezza, che a differenza della prima è assolutamente reale, si esplica in maniera inversa rispetto a ciò che ci si potrebbe intuitivamente aspettare: la ricchezza sembra essere la peggior nemica della natalità e la povertà la sua migliore alleata.

Ora, questo è forse l’esempio più clamoroso di come il nesso fra le tendenze demografiche e i loro presunti correttivi non sia per nulla chiaro.

Non è chiaro ad esempio se sul piano storico la denatalità, come pensava Thomas Robert Malthus, sia sempre stata un fenomeno obbligatoriamente susseguente alla sovrappopolazione e funzionante come un suo contrappeso (visto che in molti frangenti della storia dell’umanità i rimedi alla sovrappopolazione sono stati, assai più che la denatalità, l’emigrazione, l’invasione di territori abitati da altri popoli e la guerra), o se essa sia viceversa qualcosa di aggiuntivo che può accompagnarsi ad un processo di diminuzione della popolazione già avviatosi per altre cause: una denatalità la quale, in quest’ultimo caso, accentuerebbe ulteriormente, come in una sorta di processo auto-indotto, una diminuzione della popolazione che può essersi primariamente prodotta per le cause più svariate: ad esempio, a causa dello sterminio operato da altre popolazioni.

Anche da quest’ultima eventualità potrebbe essere derivata una diminuzione della “convenienza percepita” (o della stessa possibilità concreta) di produrre nuovi figli, di difenderli, di allevarli e di accudirli, data la crescente e inarrestabile perdita di competenze sociali e tecnologiche da parte delle famiglie e/o di un gruppo etnico preso di mira o devastato da altri gruppi. Quest’ultimo sembra essere il caso, ad esempio, di popolazioni minoritarie fortemente oppresse, sull’orlo dell’estinzione e della devastazione culturale, come alcune tribù dell’Amazzonia o come gli aborigeni australiani: tutte popolazioni nelle quali il calo della natalità è continuato e continua tuttora malgrado sia da tempo già in atto una fortissima diminuzione numerica dei loro gruppi di appartenenza, sia assoluta che relativa alla popolazione globale del paese ospitante.

E non è neppure chiaro se la ricchezza di una data società sia l’elementare conseguenza della denatalità (secondo l’ovvio principio che minori sono le bocche da sfamare, più grosse sono le fette della torta a disposizione di ciascuna bocca), o non ne sia piuttosto la causa.

Malthus, a tale proposito (3), partì come si sa dall’osservazione d’una crescita apparentemente “illimitata” e senza problemi della popolazione europea emigrata negli spazi sterminati delle colonie inglesi in America del Nord: ebbene, questa crescita non dava luogo a nessuna di quelle periodiche carestie ed epidemie che invece causava nella madrepatria, nonché in Irlanda e in zone più densamente popolate. Malthus ipotizzò allora che le risorse economiche generate dal lavoro dell’uomo, in condizioni ordinarie e in uno spazio limitato (quindi in condizioni del tutto diverse da quelle presenti nelle Americhe o in altri vasti territori in corso di colonizzazione), potessero crescere solo in proporzione lineare, laddove la popolazione umana tendeva invece a crescere ordinariamente in proporzione geometrica. Egli ne concluse che sarebbero prima o poi fatalmente sopravvenuti ovunque, una volta esauriti gli spazi e le risorse di un qualsivoglia territorio, una condizione di sovrappopolazione e quei naturali correttivi alla sovrappopolazione stessa che erano secondo lui rappresentati dal crollo dei salari e dalle epidemie, per cui a questo punto solo una forte denatalità presumibilmente conseguente a tale penuria avrebbe condotto, di rimbalzo, ad una nuova crescita dei salari e alla ricchezza.

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