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Il filo perduto di Arianna

di Folfango Lusetti

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Il nostro tempo è molto difficile da decifrare, poiché trasmette la sensazione d’una grande confusione di valori e/o perdita d’identità, o come si usa dire oggi, di “confini”.

Lo è, probabilmente, come da sempre è indecifrabile e portatrice di “perdita di valori”, agli occhi dei suoi contemporanei, ogni epoca della storia che sia foriera di importanti mutamenti.

Tuttavia il nostro tempo lo è forse anche più dei precedenti: ciò, come cercherò di mostrare, in ragione dei sempre più evidenti segnali di crisi culturale non solo epocale ma addirittura millenaristica che da molte direzioni, e per molti canali, stiamo percependo.

Ora, per effettuare una tale indagine o tentativo di “decifrazione”, che è ovviamente di estrema complessità perché investe la natura stessa dell’uomo, occorre forse partire da due fenomeni contraddittori:

1) da un lato l’esplosione demografica che fino ad oggi è stata in atto (con le sue fortissime conseguenze, per inciso, sulla devastazione delle risorse del pianeta);

2) dall’altro lato, il suo più recente e misterioso rallentamento (1).

Questi due segnali, in sé opposti ma appartenenti alla stessa categoria concettuale (quella d’una “crisi” dei valori - letteralmente “cesura”), sono a ben vedere entrambi di estrema potenza.

Esplosione demografica e denatalità, infatti, rappresentano due fenomeni culturalmente molto inquietanti in quanto fattori di disorientamento soprattutto sul piano dei “valori percepiti”: in essi si passa dall’assegnazione di un grande valore alla vita umana (seppure come vedremo in senso spesso paradossale e predatorio), a quella del tutto opposta di un disvalore o di una insignificanza pressoché totali, e per di più le due alternative sono ugualmente indecifrabili nelle loro cause nonché ciascuna di esse, all’apparenza, contradditoria al proprio interno oltre che con l’altra (2).

Le cause delle oscillazioni demografiche, e quelle dell’esplosione demografica in particolare, come ben sanno gli studiosi, sono alquanto misteriose: né l’aumento né la diminuzione demografica sono quasi mai compresi nelle loro vere cause.

Essi poi di solito, pur senza essere stati esaurientemente spiegati nel loro reale meccanismo, vengono associati in maniera del tutto intuitiva a dei presunti fattori correttivi “naturali” ed omeostatici che di volta in volta li controbilancerebbero, ma che per lo più tendono a comportarsi in maniera assai strana e difforme dalle aspettative, e quindi confondono ancora di più il quadro di riferimento.

Il calo della natalità, ad esempio, ovvero il primo di questi presunti fattori di correzione dell’aumento della popolazione, e che secondo i più gli sarebbe quasi automaticamente conseguente, sembra essere in realtà correlato, anziché con l’alta densità della popolazione d’un dato territorio presa in se stessa (e con i disagi da penuria di risorse e da sovraffollamento che una tale densità fatalmente comporta in ogni specie animale), con il suo livello di ricchezza complessiva, di cultura e/o di generale “affluenza”.

Ed anche quest’ultima correlazione, quella fra andamento demografico e ricchezza, che a differenza della prima è assolutamente reale, si esplica in maniera inversa rispetto a ciò che ci si potrebbe intuitivamente aspettare: la ricchezza sembra essere la peggior nemica della natalità e la povertà la sua migliore alleata.

Ora, questo è forse l’esempio più clamoroso di come il nesso fra le tendenze demografiche e i loro presunti correttivi non sia per nulla chiaro.

Non è chiaro ad esempio se sul piano storico la denatalità, come pensava Thomas Robert Malthus, sia sempre stata un fenomeno obbligatoriamente susseguente alla sovrappopolazione e funzionante come un suo contrappeso (visto che in molti frangenti della storia dell’umanità i rimedi alla sovrappopolazione sono stati, assai più che la denatalità, l’emigrazione, l’invasione di territori abitati da altri popoli e la guerra), o se essa sia viceversa qualcosa di aggiuntivo che può accompagnarsi ad un processo di diminuzione della popolazione già avviatosi per altre cause: una denatalità la quale, in quest’ultimo caso, accentuerebbe ulteriormente, come in una sorta di processo auto-indotto, una diminuzione della popolazione che può essersi primariamente prodotta per le cause più svariate: ad esempio, a causa dello sterminio operato da altre popolazioni.

Anche da quest’ultima eventualità potrebbe essere derivata una diminuzione della “convenienza percepita” (o della stessa possibilità concreta) di produrre nuovi figli, di difenderli, di allevarli e di accudirli, data la crescente e inarrestabile perdita di competenze sociali e tecnologiche da parte delle famiglie e/o di un gruppo etnico preso di mira o devastato da altri gruppi. Quest’ultimo sembra essere il caso, ad esempio, di popolazioni minoritarie fortemente oppresse, sull’orlo dell’estinzione e della devastazione culturale, come alcune tribù dell’Amazzonia o come gli aborigeni australiani: tutte popolazioni nelle quali il calo della natalità è continuato e continua tuttora malgrado sia da tempo già in atto una fortissima diminuzione numerica dei loro gruppi di appartenenza, sia assoluta che relativa alla popolazione globale del paese ospitante.

E non è neppure chiaro se la ricchezza di una data società sia l’elementare conseguenza della denatalità (secondo l’ovvio principio che minori sono le bocche da sfamare, più grosse sono le fette della torta a disposizione di ciascuna bocca), o non ne sia piuttosto la causa.

Malthus, a tale proposito (3), partì come si sa dall’osservazione d’una crescita apparentemente “illimitata” e senza problemi della popolazione europea emigrata negli spazi sterminati delle colonie inglesi in America del Nord: ebbene, questa crescita non dava luogo a nessuna di quelle periodiche carestie ed epidemie che invece causava nella madrepatria, nonché in Irlanda e in zone più densamente popolate. Malthus ipotizzò allora che le risorse economiche generate dal lavoro dell’uomo, in condizioni ordinarie e in uno spazio limitato (quindi in condizioni del tutto diverse da quelle presenti nelle Americhe o in altri vasti territori in corso di colonizzazione), potessero crescere solo in proporzione lineare, laddove la popolazione umana tendeva invece a crescere ordinariamente in proporzione geometrica. Egli ne concluse che sarebbero prima o poi fatalmente sopravvenuti ovunque, una volta esauriti gli spazi e le risorse di un qualsivoglia territorio, una condizione di sovrappopolazione e quei naturali correttivi alla sovrappopolazione stessa che erano secondo lui rappresentati dal crollo dei salari e dalle epidemie, per cui a questo punto solo una forte denatalità presumibilmente conseguente a tale penuria avrebbe condotto, di rimbalzo, ad una nuova crescita dei salari e alla ricchezza.


 

Tuttavia occorre notare che nei paesi più poveri e meno sviluppati, almeno per il momento, sta accadendo esattamente il contrario di quanto previsto da Malthus: essi sono in genere (malgrado delle eccezioni) oltre che poverissimi anche fortemente sovrappopolati, e la loro popolazione nonostante la penuria tende a proseguire in maniera incessante nel proprio incremento.

Nei paesi più sviluppati e ricchi, invece, si osserva all’inverso un deciso calo della natalità (che per inciso, anche qui contro le aspettative di Malthus, sembra creare più problemi economici di quanti ne risolva), per cui la denatalità sembra non essere certo l’esito di una della penuria, né tanto meno il suo rimedio, bensì la conseguenza di altri misteriosi fattori, probabilmente culturali ed inerenti la struttura della famiglia, i quali maturano alla loro massima potenzialità di disincentivo alla denatalità proprio nelle condizioni di maggiore “affluenza” economica e materiale.

In alternativa alla dicotomia abbondanza/penuria, che come si è visto non si mostra per nulla affidabile al fine di investigare l’andamento dei trend demografici, un altro fattore correttivo della sovrappopolazione potrebbe essere rappresentato dalla guerra: quest’ultima, secondo una certa corrente di pensiero – si veda Gaston Bouthul (4), ma anche alcuni psicoanalisti da lui influenzati - sarebbe finalizzata precisamente a ridurre la popolazione.

Tuttavia, anche se un nesso fra guerra e andamento dei trend demografici, come vedremo, esiste per davvero, esso non sembra esistere nella forma così spesso enfatizzata d’una correlazione fra guerra e diminuzione della popolazione: quest’ultimo nesso, a guardarlo da vicino, è molto incerto e non regge alla prova dei fatti, anzi conduce a conclusioni sorprendenti e paradossali.

Anzitutto il fenomeno della guerra, a parte rarissime eccezioni (si vedano ad esempio le formiche) è pressoché specifico della nostra specie, e già questo dovrebbe destare qualche sospetto sulla sua presunta capacità biologica intrinseca di ridurre la popolazione: se la guerra fosse un rimedio così infallibile contro la sovrappopolazione e la conseguente penuria di risorse, non si vede perché non sarebbe stato adottato da tutte o quasi tutte le specie viventi. Ora, si sa bene che così non è: e infatti in natura esistono mezzi assai più semplici, sicuri ed efficaci della guerra per ottenere la diminuzione di una data popolazione vivente: ad esempio, la semplice diminuzione delle risorse di un dato habitat, spesso conseguente ad un loro consumo troppo intensivo, genera in quasi tutte le specie tranne che nell’uomo, per retro-azione, una spontanea diminuzione della natalità che rende del tutto inutile la guerra.

In secondo luogo le guerre condotte dalla nostra specie, per lo meno quelle più distruttive e di tipo tradizionale (le guerre fra Stati), negli ultimi decenni sono in diminuzione in tutto il globo, e lo sono state in maniera particolarmente drastica, in Occidente, negli ultimi 60-70 anni: ciò pur essendovisi verificata, nella prima parte di questo periodo, proprio quella esplosione demografica che in teoria avrebbe dovuto causarle.

Più precisamente, su scala planetaria le guerre persistono un po’ ovunque in forma minore, ma sono in deciso calo in quanto “guerre nazionali e globali”, che poi sono le uniche in grado di ridurre significativamente, nell’immediato, la popolazione. Tuttavia, nonostante questo calo di guerre nazionali e globali (ossia del presunto “rimedio contro la sovrappopolazione”), la curva di crescita della popolazione mondiale, negli ultimi anni, anziché salire ha iniziato a scendere, ed anzi a tendere all’appiattimento: ciò laddove, quando le guerre imperversavano (o subito dopo), la curva come si diceva tendeva paradossalmente all’aumento.

Tirando le somme, sembra che, in maniera paradossale e diametralmente opposta ai postulati di Malthus e di Bouthul, siano stati proprio il superamento della penuria e la mancanza di eventi bellici, e non il contrario, ad avere temporalmente preceduto e forse causato, in Europa, la diminuzione della popolazione, ovvero quel fenomeno che all’inizio di questo articolo abbiamo connotato nei termini d’un “deprezzamento del valore della vita umana” nonché di vera e propria matrice dell’attuale “perdita di valori”.

In conclusione, al pari della penuria, anche il presunto “correttivo bellico” alla crescita della popolazione, specie nell’Occidente in forte crescita demografica degli ultimi settanta anni, ma anche altrove, è mancato del tutto. Il tendenziale rallentamento dell’aumento demografico registratosi negli ultimissimi tempi, sia in Occidente che nel resto del mondo, anziché alle guerre ha fatto seguito, come si diceva, ad una diminuzione globale delle stesse, mentre l’esplosione demografica, in passato, le aveva semmai seguite: la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, ha innescato uno spettacolare e repentino aumento compensativo della popolazione (il cosiddetto “baby boom”), il quale la ha portata quasi subito, come si sa, a livelli ben superiori a quelli antecedenti la guerra stessa. E del resto, non diversamente si era comportata, in precedenza, la Prima Guerra Mondiale.

Lasciamo dunque da parte per un momento, nell’analisi delle tendenze demografiche, penuria e guerre, che come si è visto agiscono sicuramente sui trend demografici, ma lo fanno in maniera assolutamente non lineare ed attraverso meccanismi complessi e per ora indecifrabili, e proviamo a vedere le cose secondo un’ottica più specificamente culturale.

Ebbene, da quest’ultimo punto di vista occorre notare che il calo della natalità in Occidente (ovvero un fenomeno che negli ultimi anni è divenuto addirittura spettacolare e che è sboccato in un calo della popolazione addirittura in termini assoluti), è iniziato all’incirca 50 anni fa: ovvero, in un periodo che per l’Europa non era solamente di prosperità e di pace (e che dunque secondo i postulati di Malthus e di Bouthul avrebbe dovuto piuttosto accompagnarsi ad un aumento della popolazione), ma anche e soprattutto caratterizzato dal pressoché repentino svuotamento delle chiese cristiane e dall’impennarsi della cosiddetta “secolarizzazione religiosa”, nonché, significativamente, dall’introduzione di strumenti anti-riproduttivi quali gli anti-concezionali, i quali hanno significativamente coinciso sul piano temporale con la secolarizzazione religiosa stessa.

Insomma, la crescita della popolazione e la sua successiva diminuzione, pur essendo in un rapporto indubitabile (seppure imprevisto e paradossale) con fattori quali la penuria e la guerra, sono avvenuti attraverso un anello intermedio determinante, che complica di molto le cose e che è di tipo squisitamente culturale: quello rappresentato dalla crisi della religione e della famiglia patriarcali in Occidente. E’ proprio a partire da quest’ultima crisi che si sono verificati tutti quegli svariati comportamenti anti-riproduttivi che sono tipici delle società ricche ed “affluenti”: la diffusione delle pratiche anti-concezionali, l’aumento e la legalizzazione degli aborti, il dilagare dell’omosessualità, del transessualismo, delle perversioni sessuali, ecc.

Occorre poi aggiungere che neppure i sopracitati comportamenti culturali anti-riproduttivi sono un effetto diretto e lineare della sovrappopolazione, ma passano anch’essi attraverso un anello intermedio, che poi è la crisi della famiglia e della cultura patriarcali: la controprova di ciò è che non vi è per ora, significativamente, alcuna traccia di simili comportamenti (quali presunti contrappesi alla sovrappopolazione) nella maggior parte dei paesi attualmente più sovrappopolati o in crescita demografica, nei quali la famiglia e la cultura patriarcali sono sostanzialmente intatte.

Del resto, un’ulteriore controprova di ciò, questa a carattere storico, sta nel fatto che comportamenti anti-riproduttivi molto simili erano a suo tempo dilagati anche nel tardo Impero Romano, il quale era paradossalmente affetto da spopolamento più che da sovrappopolazione: essi derivavano dunque, anche in quel caso, da una crisi clamorosa della cultura patriarcale, e nella fattispecie della famiglia romana tradizionale.

In ogni caso, ove il rallentamento demografico globale in atto fosse confermato ed ove esso si rivelasse una tendenza stabile, irreversibile e di lungo periodo, ci troveremmo di fronte all’inversione d’una crescita demografica dell’intera umanità che era ormai ininterrotta da millenni: e in base a ciò che abbiamo appena visto, si tratterebbe di un evento culturale tale da segnare non solo un’inversione del valore da assegnare anche nel senso comune alla vita umana, ma un mutamento antropologico che per importanza può avere avuto degli uguali, in passato, solo nelle immani trasformazioni culturali collegate alla fine dell’ultima glaciazione, a cominciare dall’agricoltura e dall’allevamento degli animali.

Torniamo ora per un attimo indietro: come abbiamo visto, lo “scarseggiare delle risorse”, più che causare un rallentamento della crescita della popolazione, provoca l’accentuarsi di quelle spinte belliche che già per loro conto, a prescindere dai fattori economici, sono insite all’umanità sin dalla notte dei tempi.

Ma la spinta bellica a sua volta provoca la necessità, oltre che di ingenti quantità di mano d’opera per sostenerla sul piano economico, di molti soldati per portarla avanti sul piano militare, per cui la scarsità delle risorse materiali, attraverso l’anello intermedio decisivo rappresentato dalla guerra, almeno nelle popolazioni che non si estinguono, finisce per provocare alla lunga un incremento della natalità (ossia, un esito esattamente contrario a quanto sostenuto, su piani diversi, sia da Malthus che da Bouthul!)

Viceversa, se è vero che l’abbondanza materiale determina l’effetto assolutamente sorprendente e paradossale d’un arresto, o quanto meno d’un declino, della crescita demografica di qualunque società, ciò si verifica, anche qui, non direttamente bensì attraverso un anello intermedio, che è altrettanto decisivo e della stessa natura, seppure inverso: si tratta della diminuzione dei conflitti per le risorse disponibili, dalla quale deriva una diminuzione del bisogno di manodopera civile e militare utile per crearle e dello sfruttamento della manodopera stessa.

Proprio questo è ciò che è avvenuto, ad esempio, nel caso appena citato dell’impero romano giunto al culmine della sua potenza, ricchezza ed “affluenza”: in esso il crollo della natalità (quel crollo che alla fine portò alla sua caduta) fu determinato dal fatto che il lavoro servile, implementato dalle guerre di conquista e dall’afflusso nell’impero di un gran numero di schiavi, da un certo momento in poi prese a sopperire, nei campi, alla manodopera dei liberi cittadini e contadini/soldati propri dell’epoca precedente, ed anche al fabbisogno di nuove guerre di conquista per tali cittadini/soldati, determinando la crisi di quella cultura e famiglia patriarcale che erano appunto finalizzate a produrre figli e a rinforzare il modello di produzione imperniato sui contadini/soldati. Analogamente, cominciarono ad essere gli eserciti di professione (a partire da un editto di Caracalla del 212 d. C. in poi, reclutati esclusivamente fra gli stranieri) a difendere i confini dell’Impero al posto dei precedenti cittadini/soldati a suo tempo dediti dediti all’agricoltura, e in seguito a ciò il numero di questi ultimi andò sempre più scemando. Ma a questo punto la famiglia patriarcale (ossia, significativamente, l’unico tipo di famiglia fino ad allora conosciuto dall’umanità, in quanto l’unico  emerso con contorni chiari dalla preistoria), a Roma entrò in una crisi apparentemente irreversibile: fu allora e solo allora che la società romana cominciò a divenire sempre più disgregata e soggetta a poderose spinte in direzione dello spopolamento.

Ebbene, esattamente la stessa cosa sta accadendo all’Occidente di oggi: ciò da un lato con l’immigrazione (la quale sopperisce sempre di più alla mano d’opera), dall’altro con la creazione, che in Occidente si sta realizzando un po’ ovunque, di eserciti professionali che prendono il posto di cittadini i quali comprensibilmente, specie in un mondo così “affluente” e rifuggente la morte come quello attuale, non vogliono più saperne di andare a morire in guerra per la pura “gloria della patria”.

Insomma, stando ai dati che sono sotto i nostri occhi, sembra proprio che la crescita demografica rilevabile da millenni nell’insieme delle società umane, e che si è realizzata attraverso la creazione di un modello culturale atto a generare famiglie funzionali all’educazione di figli da mandare a morire in guerra, sia stata l’effetto pressoché costante anche se paradossale dei conflitti bellici.  Viceversa, sembra che il declino della guerra abbia prodotto costantemente nel corso della storia un declino demografico, sia locale che globale, proprio attraverso il declino di una siffatta famiglia.

La crescita demografica (e la valorizzazione dell’uomo in essa implicita) ha in definitiva rappresentato l’effetto paradossale, e specifico delle società umane, d’un bisogno di procacciarsi nuove risorse, materiali, civili e militari, attraverso lo strumento della guerra, ovvero della predazione su altri uomini, anziché attraverso la caccia e la predazione su altre specie; quindi anche attraverso lo strumento, assolutamente particolare, delle famiglie “nate per la guerra”, ovvero delle famiglie patriarcali.

Solo le società umane infatti, lo si ripete, ricorrono per combattere la penuria non al calo della natalità per riconquistare un equilibrio (come avviene nelle altre specie animali), bensì alla produzione di “manodopera” utile a sostenere la guerra contro altri gruppi della propria stessa specie ed a predarli: ma questa manodopera militare viene appunto prodotta da siffatte famiglie.

Ora, questo legame obbligato fra la guerra ed un certo tipo di struttura familiare, il quale rende alquanto complicato praticarla, induce a sospettare che il fenomeno bellico, pur essendo senz’altro rivolto a procacciare al gruppo delle nuove risorse, sia uno strumento complesso e non strettamente necessario a questo fine: uno strumento ben più semplice ed efficace per ridurre la penuria sarebbe stato piuttosto, come immaginato da Malthus, quello della riduzione delle nascite, come nelle altre specie animali, ma esso come si è detto nelle società umane in condizione di penuria non si registra.

Se ne deve allora concludere che la guerra è un fenomeno in larga parte casuale e verificatosi solo nella nostra specie: essa può essere nata solo per dei motivi al momento misteriosi, e forse identificabili nell’esigenza di evitare dei possibili rovinosi conflitti interni al gruppo (ad esempio un conflitto endemico fra le generazioni maschili, i “padri” e i “figli”, caratteristico della nostra specie –cfr. la successiva nota 5) dirottandoli verso l’esterno, come fa appunto la guerra.

Comunque, resta il fatto incontestabile che ogni qual volta l’accumulo di surplus materiale, ovvero l’“affluenza” raggiunta da una data società, abbattendo la penuria abbatte in misura significativa anche il fabbisogno di mano d’opera civile e militare, si verifica un “rimbalzo” dalla sovrappopolazione verso il fenomeno opposto, la denatalità, il quale passa puntualmente attraverso un mutamento significativo della struttura delle famiglie (in particolare, del loro carattere patriarcale).

Insomma, il declino periodico di quell’autentica “fabbrica” di produttori e di soldati che da sempre è stata (ed è tuttora) la famiglia patriarcale, e il tramonto della sua stessa necessità di esistenza, rappresentano quasi sempre, sul piano storico, l’antecedente necessario e sufficiente del declino demografico.

Quindi, il declino della famiglia patriarcale rappresenta un anello intermedio essenziale, fra crescita delle risorse materiali e diminuzione del fabbisogno civile e bellico di esseri umani necessari a procurarsele, che indirizza puntualmente le società e le culture, in passato come oggi, verso quel crollo del “valore percepito della vita umana” che sta anche al centro dell’attuale “crisi di valori”.

Ma vedremo ancora meglio fra poco questo punto di importanza essenziale.


 

Riassumendo, si può affermare che nella storia dell’umanità:

  1. a) la guerra precede quasi sempre la crescita demografica e la determina, piuttosto che seguirla in qualità di suo contrappeso, come comunemente si crede;
  2. b) quell’opulenza e quella crescita di ricchezza che in genere determinano, paradossalmente, il declino demografico delle società umane, discendono a loro volta dalla guerra e dalla predazione, mentre queste ultime, nelle vicende relative alla crescita/decrescita demografica e alla conseguente valorizzazione/svalorizzazione dell’uomo, sembrano avere sempre avuto un ruolo assolutamente determinante.

In relazione a tutto ciò, nelle vicende umane sembrano essersi da sempre intrecciati due aspetti:

1) un’attitudine umana di base, “primaria”, a predare i propri simili, forse originatasi da un conflitto “primario” fra le generazioni maschili, secondo una precisa la teoria antropologica (5), la quale prescinde largamente dalla necessità di procacciarsi delle risorse materiali aggiuntive, anche se poi produce precisamente quest’ultimo “effetto collaterale”, ed anzi se ne serve per estrinsecarsi al massimo grado. L’attitudine alla predazione intra-specifica, infatti, per non condurre rapidamente all’estinzione dell’umanità, ha dovuto tradursi in primo luogo nell’esportazione del conflitto al di fuori del gruppo più ristretto (forse l’asse dei rapporti fra le generazioni, o “padre-figlio”), e specificamente al di fuori della tribù e della famiglia: ciò attraverso appunto lo strumento della guerra, che non è altro a ben vedere che l’individuazione d’un nemico “esterno” il quale possa consentire appunto di stornare, da sé e dai propri parenti più prossimi, l’aggressività predatoria nella sua forma più pericolosa ed incontrollabile, quella del conflitto fra le generazioni. Ma la guerra, a sua volta, nel suo dar luogo all’asservimento e/o allo sterminio di interi popoli in quanto percepiti come “estranei”, ha consentito ai vincitori (ma solo come sua conseguenza secondaria, o effetto collaterale) di sottrarre agli sconfitti delle ingenti risorse materiali, nonché di usare questi stessi sconfitti alla stregua d’una risorsa materiale e/o servile, ovvero d’uno “strumento” volto al fine di procurarsi ricchezza. Quindi la guerra ha fornito a poco a poco alle società umane la loro “architettura” socio-economica più profonda ed il loro assetto anche attuale: quest’ultimo si è basato su una crescente divisione del lavoro in base alla diverse attitudini, posizioni gerarchiche reciproche e tradizioni dei popoli che grazie alla guerra si mescolavano, su una crescente creazione di ricchezza in base allo sfruttamento degli schiavi, su successive divisioni in classi, ecc. ecc.;

2) l’esigenza di neutralizzare la predazione “interna”, e di ottenere la riduzione in schiavitù di “nemici esterni”, attraverso forme di organizzazione sociale (appunto, la divisione del lavoro e in classi) che rendessero queste due finalità sempre più fruttifere, dato che la superiorità economica e tecnologica nei conflitti di tipo militare è decisiva. Ma la principale forma di organizzazione culturale inventata dall’umanità al fine di organizzare la predazione, che in ordine di importanza viene assai prima di quelle economico-sociali, è stato il modello della famiglia patriarcale. Quest’ultimo, attraverso la creazione di una famiglia configurata come una ferrea e quasi militaresca unità produttiva (sottomissione della donna e dei figli ad un “padre di famiglia” che fosse il padrone assoluto dei processi produttivi materiali ed umani che nella famiglia si svolgevano, - a cominciare da quello della produzione dei figli -, consegna a questo “padre di famiglia” e all’entità politica su di esso modellata dell’intero potere civile e militare, bando ad ogni forma di tradimento femminile che possa minare il suo potere), ha reso possibile una “produzione di figli” non solo fortemente implementata sul piano quantitativo, ma anche finalizzata alla educazione di questi ultimi in senso gerarchico: un’educazione, quindi, volta a farli divenire dei produttori ottimali sul piano agricolo ed artigianale/industriale e dei soldati disciplinati nonché gerarchicamente soggetti ad un “capo” di inconfondibile connotazione “paterna”.

Ebbene, è proprio questo nesso, incarnato dal modello patriarcale, fra attitudine predatoria umana di base da un lato, e guerra come strumento rituale per esprimerla in forme non distruttive bensì produttive di “beni” dall’altro lato, ciò che sembra essersi spezzato, in specie nell’iper-affluente” epoca attuale. Quest’ultima, infatti, è caratterizzata da una crescente opulenza, per lo meno nelle società culturalmente più trainanti sul resto dell’umanità, quelle occidentali. Ed è proprio in ragione di questa opulenza che la guerra, intesa quale strumento per vincere i conflitti interni al gruppo tramite l’appropriazione di beni ad esso “esterni”, tende a divenire, sempre più, tecnicamente difficile da attuare: non è più possibile convincere i giovani ad andare a “morire per la patria” quando in patria l’affluenza e la ricchezza più sfrenate li circondano, ed i conflitti interni al gruppo si organizzano su coordinate completamente diverse da quelle vigenti in passato, quindi non più sanabili tramite la guerra (conflitti, sia materiali che simbolici, fra le generazioni e fra i sessi, ormai pienamente tollerati e spesso incoraggiati almeno per ora dalla nostra società, che nella sua affluenza ed onnipotenza tecnologica si illude di poterli gestire facilmente senza più dirottarli all’esterno).

Ma questa crescente impossibilità della guerra, e questo è il punto veramente essenziale per il nostro tema, non fa certo venir meno l’attitudine predatoria umana di base di cui sopra: con essa si crea solamente una situazione in cui questa attitudine diviene sempre più difficile da esprimere e da padroneggiare, per lo meno in termini tradizionalmente patriarcali, nonché da canalizzare verso finalità produttive, ad esempio di procacciamento di beni altrui e di pacificazione interna.

Perciò, in una società sempre più de-ritualizzata come l’attuale, fatta salva l’aumentata conflittualità fra le generazioni e i sessi, diviene difficile esprimere la propria attitudine predatoria in forme che non vengano immediatamente percepite come in parte o totalmente distruttive e da bandire.

Anche da ciò, oltre che dal diminuito fabbisogno di manodopera e di soldati, proviene la crescente percezione di inutilità, anzi di dannosità, che l’uomo ha attualmente di se stesso.

Dunque, da un lato le innate tendenze predatorie dell’uomo si dissociano sempre di più dalle loro implicazioni pratiche e sociali, di sopravvivenza e produttivistiche, divenendo agli occhi di molti puramente “psicopatiche”, perverse e fini a se stesse.

Dall’altro lato, il senso di “inutilità” d’una vita umana ormai divenuta superflua per gli usi “bellici” e/o produttivi tradizionali, quindi sempre più percepita come gratuita, si va vieppiù diffondendo.

Questa trasformazione inerente il calo della “convenienza culturale percepita” a produrre esseri umani al fine di sfruttarli, sul piano produttivo e/o militare, per fare la guerra e per gestire la predazione, sembra poi coinvolgere sempre di più, progressivamente ed inavvertitamente, l’intera popolazione del globo.

I popoli della terra, infatti, pur con parziali eccezioni culturalmente molto caratterizzate (si veda la reazione violenta, rappresentata dall’Islam, al processo di de-natalità e alla crisi della cultura “bellica” forse più atta a contrastarla, quella patriarcale, indotti in gran parte dall’emancipazione femminile e dalla cultura occidentale), sembrano incamminati nel loro insieme a seguire il “modello dell’Occidente”: un modello imperniato sulla pace fra i popoli (accompagnata però, come si è detto, da sempre maggiori conflitti interni a ciascun popolo!) e sul controllo delle nascite, sul rifiuto crescente dalla maternità da parte delle donne, sulla crisi della famiglia, sia patriarcale che “nucleare”, e quindi sulla crisi dell’utilità a produrre esseri umani, e delle identità collettive.

Da ciò deriva anche la crisi dei “confini” (sia geografici che mentali|) e dei comportamenti rituali atti a difenderli: tutti valori che stanno rapidamente lasciando il posto all’enfatizzazione estrema di concetti, in sé completamente slegati dalle necessità di istituire un qualsivoglia confine (e quindi di gestire la predazione) come quelli di “integrazione dell’altro”, di “individuo” e di “desiderio”; ma ciò senza che questi ultimi concetti, per edificanti che siano, risultino in grado di ridurre in misura significativa il tasso della violenza percepita: anzi, il contrasto fra essi e la realtà, che diviene sempre più crudo, accresce ulteriormente il senso di inutilità e di assurdità, nonché di violenza, connesso con la realtà attuale.

Quanto poi al divario (che è assolutamente oggettivo) fra questa “violenza percepita” e la violenza reale, il discorso sarebbe troppo complesso per poterlo affrontare in questa sede: qui si può solamente accennare al fatto che da un lato si potrebbe essere solo all’inizio di un processo di liberazione della violenza connaturata alla nostra specie dai suoi argini rituali di tipo patriarcale. Perciò non è affatto da escludere che modalità di violenza reale del tutto alternative alla guerra (ad esempio forme di conflitto cruento fra le generazioni, forse con la mediazione femminile, ritualizzate in vari modi) possano in un prossimo futuro implementarsi a dismisura, ed essere codificate sul piano rituale in forme che allo stato attuale non è dato prevedere: si ricordi, a tale proposito, che pur essendo state finora screditate dalla scienza, esistono delle precise ipotesi, basate su alcuni indizi, circa la pre-esistenza al modello culturale patriarcale d’un modello matriarcale che alcuni (ad esempio il pensiero femminista) danno per sicuramente “non violento”, ed altri (ad esempio Bachofen – 6), per altrettanto violento se non più del modello patriarcale, seppure in forme diverse e non chiarite.

Dall’altro lato si può osservare che le capacità di introiezione della violenza e di sua mentalizzazione/metaforizzazione da parte dell’essere umano sono pressoché infinite, come dimostra il dilagare negli ultimi tempi delle depressioni e delle più svariate forme di sofferenza mentale.

Si pensi comunque, per tornare alla “perdita dei confini”, alla cosiddetta “globalizzazione” in atto: un altro processo, accanto alla crisi del patriarcato, che in realtà nella storia dell’umanità è comparso più e più volte in forma ricorrente (e qui occorre guardare, a parte l’impero romano, al Rinascimento e alla scoperta delle Americhe), ma che nella sua forma attuale, a meno di guerre o cataclismi devastanti e a dispetto d’ogni tentativo “reazionario” di arrestarla, sembra ormai definitivo ed irreversibile, anche in quanto dotato di dimensioni non paragonabili alle precedenti.

Ora, la globalizzazione attuale, proprio perché si basa essenzialmente su una penetrazione relativamente pacifica delle merci nei mercati e sulla produzione d’una quantità smisurata di ricchezza, quindi sul crescente dissociarsi degli aspetti predatori insiti nell’uomo dalla guerra intesa come “predazione organizzata”, nonché sul predominio del capitale finanziario e di quella tecnologia che sempre più rende inutile la manodopera non qualificata e/o militare, ha la caratteristica di poter fare progressivamente a meno d’ogni supporto culturale “particolare”, nazionale o tribale, che sia finalizzato alla produzione di figli.


 

La globalizzazione opera dunque nella direzione del dissolvimento di tutte le entità culturali collettive precedenti, in genere di matrice patriarcale (gruppi tribali o post-tribali, stati nazionali, chiese, religioni, partiti politici, ideologie, ecc.), che l’umanità ha finora edificato appositamente per sostenere la propria crescita demografica e militare; una crescita che aveva la caratteristica di interessare gruppi che non solo erano assai spesso separati ed in concorrenza sanguinosa fra di loro, ma in costante penuria di risorse materiali e umane, donde derivava loro la necessità d’un più o meno intensivo sfruttamento del valore della forza-lavoro e/o bellica che possedevano.

E si veda anche all’inverso, nell’attuale “globalizzazione”, l’ubiquitario diffondersi di modelli culturali, di richieste di consumo e di “desideri” fortemente caratterizzati in senso individuale (quindi per definizione sottratti alla presa di ogni collettivo ritualmente organizzato in un senso culturale “particolare”), ma allo stesso tempo tali da presentarsi come omogenei, ossia ricorrenti nella stessa forma più o meno omologata, nell’insieme della popolazione mondiale.

Da ciò la crisi verticale di quel modello culturale che dell’identità dei popoli e delle nazioni costituiva la vera e propria “colonna vertebrale”, ovvero, ancora una volta, il modello patriarcale.

Insomma, fra la perdita di valore dello sfruttamento dell’essere umano in quanto risorsa economica e militare (perdita dovuta all’”affluenza”) e il calo demografico, sembra esservi una relazione indiscutibile, anche se non “lineare”: fra i due termini della relazione, infatti, s’interpone come già detto un elemento intermedio che è di carattere nettamente culturale, ovvero, ancora una volta, la crisi del modello culturale patriarcale.

Il nesso fra declino demografico e crisi del modello bellico, nonché fra “crisi dei valori” e crisi del modello culturale patriarcale, e soprattutto il nesso fra declino demografico e perdita del “valore percepito della vita umana”, viene di solito negato dalle scuole di pensiero dominanti, sia politiche che filosofiche che economiche, in ragione di un fatto abbastanza preciso: finora la tecnologia e il commercio, la pace e la crescente ricchezza, in definitiva la regolazione non bellica dei conflitti, dopo avere in un primo momento deprezzato il lavoro e il valore stesso del capitale umano, hanno dato luogo (moltiplicando ancor prima dei bisogni i desideri, quindi le possibilità di produzione e di consumo in nuove ed inedite direzioni) al proliferare di “lavori alternativi” e più liberi.

Ciò ha ricondotto il suddetto processo di svalorizzazione dell’uomo ad un immediato e tranquillizzante “riequilibrio”: si vedano ad esempio, in successione, il crescere nel mondo contemporaneo del settore “terziario”, e più recentemente ancora, quello del “quarto settore”, a fianco dell’agricoltura e dell’industria, il moltiplicarsi apparentemente infinito dei “bisogni”, come si diceva, ad opera dei “desideri”, il moltiplicarsi delle cosiddette “start up” atte a soddisfarli, ecc. ecc.

Tuttavia, la crisi del modello culturale patriarcale dipende anche da un altro motivo, che non è economico e che perciò non è quasi per nulla toccato da questi fattori di riequilibrio: una tale crisi, come già accennato, investe nella loro globalità tutte quelle modalità rituali dal patriarcato stesso forgiate nel corso di millenni (religione, politica, ideologia), con le quali l’umanità aveva sempre cercato, finora con successo, di padroneggiare le proprie spinte predatorie, canalizzandole su finalità pratiche meno distruttive e all’apparenza di tutto rispetto: la sopravvivenza di un dato gruppo in concorrenza con gli altri gruppi, la produzione di figli e la difesa senza quartiere di questi ultimi da chi poteva minacciarli, la riproduzione sessuale su scala familiare o di gruppo, e comunque di “stirpe”, quindi in razzismo, ecc.

Ora, alla luce di quanto sopra, il motivo dell’importanza estrema dell’attuale crisi del modello culturale patriarcale è piuttosto semplice: in un mondo affamato di forza-lavoro umana e/o di forza militare, quindi permeato dallo sfruttamento predatorio dell’uomo sull’uomo, serviva un modello di convivenza sociale il quale organizzasse ritualmente e padroneggiasse quei conflitti che lo sfruttamento predatorio inevitabilmente produceva, sia fra i sessi che fra le generazioni e fra i sottogruppi all’interno d’ogni gruppo; un modello che dunque rendesse possibile, in condizioni di “pacificazione interna al gruppo fra le generazioni ed i sessi” e di perdurante penuria, una proiezione delle spinte aggressive verso l’esterno, quindi quella costante implementazione nella “produzione di esseri umani” e quella ferrea coesione sociale e familiare, sia in guerra che nelle attività produttive di tipo competitivo, che le circostanze materiali di penuria e di forte concorrenzialità etnica in cui viveva la pregressa umanità, perentoriamente richiedevano.

Ebbene, un tale modello “organico”, al suo stato ottimale, non poteva non essere impersonato che dal “patriarcato”: solo quest’ultimo possiede la capacità d’indurre forzosamente un’alleanza ed una pace stabili, all’interno di qualsivoglia gruppo, fra generazioni maschili (i “padri” e i “figli”) potenzialmente molto conflittuali, specie in regime di crescente sovrappopolazione e di relativa penuria, nonché fra i sessi. Ciò in ragione sia del ferreo controllo, esercitato dal patriarcato, d’una sessualità femminile duramente repressa e ricondotta ai puri fini riproduttivi, sia dell’implacabile “gerarchia” (parola che letteralmente significa “dominio dei vecchi”) da esso imposta alle giovani generazioni.


 

Insomma, il patriarcato ha finora “funzionato” in virtù della sua grande capacità di creare “coesione sociale”, ovvero di creare, all’interno di ciascun gruppo umano in concorrenza con gli altri,  una pace più o meno forzosa fra i sessi e le generazioni, quindi un’implementazione delle capacità sia riproduttive che economico-produttive e militari di un dato gruppo, nonché un’efficienza e una concorrenzialità ineguagliabili rispetto agli altri gruppi: e ciò in qualsivoglia popolazione umana lo avesse adottato.

In definitiva, il modello patriarcale per molti millenni è stato il principale supporto culturale allo stesso tempo, della valorizzazione e dello sfruttamento delle risorse umane disponibili o da creare, ed è riuscito brillantemente a canalizzare all’interno di tale sfruttamento quella predazione che all’uomo sembra essere purtroppo fatalmente connaturata.

Il crollo del patriarcato, dunque (che è un fatto culturale d’importanza enorme, seppure indotto dal crollo per le ragioni sopra esposte della spinta a produrre figli), si aggiunge in maniera decisiva al declino demografico nel condurre a quello che oggi è forse il fenomeno decisivo, in ordine alla “perdita di valori” e alla disgregazione sociale cui stiamo assistendo: la perdita del precedente nesso “strutturale”, ovvero la dissociazione, fra valorizzazione dell’uomo e suo sfruttamento predatorio cui abbiamo sopra fatto cenno.

Ora, si tratta d’una dissociazione che corrisponde ad una vera e propria distruzione di quel legame fra predazione dell’uomo sull’uomo ed accumulazione di surplus tecnologico, economico e culturale, che in precedenza contribuiva a “valorizzare” la prima e ad implementare il secondo, rendendolo a poco a poco irreversibile.

A questo punto, occorre chiarire che questo storico legame fra il valore dell’uomo (in particolare, il valore del suo lavoro) e il suo sfruttamento, per quanto sorprendente e paradossale possa sembrarci attualmente, non è certo una novità, dal momento che è stato scoperto da ben 150 anni ad opera di Karl Marx (7).

Il problema, però, è che il padre del cosiddetto “socialismo scientifico”, sulla scia di Adam Smith e di David Ricardo, faceva discendere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (secondo lui tendenzialmente crescente, anche se questa affermazione, almeno in una dimensione “occidentale” e fino ad oggi, è stata clamorosamente smentita dai fatti) da un presunto valore intrinseco del lavoro umano: secondo Marx, implicitamente, sarebbe il fatto che il lavoro umano ha di per sé e “a priori” un’utilità ed un valore agli occhi dell’uomo stesso, ciò che genera lo sfruttamento.

In altre parole, il valore dell’uomo e del suo lavoro sarebbe in qualche modo di per sé evidente e “primario” rispetto alla predazione di cui esso viene fatto oggetto.

Invece, dagli elementi che abbiamo passato in rassegna, ed in particolare, dalla correlazione causale fra declino tendenziale delle guerre e declino tendenziale sul piano demografico (che poi non è altro che un deprezzamento del valore dell’uomo, specificamente militare, agli occhi dell’uomo stesso), sembra emergere un rapporto causalmente inverso, ed ancor più paradossale: sembra essere l’attitudine predatoria “primaria” (quella cioè diretta non al lavoro in particolare ma all’uomo in quanto tale), l’elemento che genera il valore economico dell’uomo e del suo lavoro, e non il contrario.

Dunque agli occhi d’un genere umano che a questo punto ci appare primariamente predatorio e distruttivo nei confronti di se stesso, il lavoro “produttivo” può essere intervenuto, quale fattore d’una possibile valorizzazione dell’uomo (e come mezzo per ottenere un’attenuazione della distruttività degli altri uomini nei suoi confronti), solo come fattore secondario e in un secondo momento, non già primariamente: presumibilmente, come è forse dimostrato dall’estinzione del Neanderthal, in epoche arcaiche c’è stato in un primo momento lo sterminio dei gruppi umani soccombenti nella competizione per la sopravvivenza, e solo successivamente all’insorgere di una  loro comprensione della possibilità di essere risparmiati lavorando, la loro riduzione in schiavitù e la “valorizzazione” del loro lavoro.

Ora, questo curioso legame “all’incontrario” (rispetto a ciò che pensava Karl Marx e che sarebbe molto più intuitivo), fra predazione/sfruttamento e valore dell’essere umano, per cui sarebbero la predazione e lo sfruttamento a generare il valore e non il valore a generare la predazione e lo sfruttamento, è certamente molto singolare, ed è senz’altro d’un tipo che in termini psicopatologici potremmo definire “perverso”: tuttavia, alla luce di quanto abbiamo visto finora, questo legame perverso appare assolutamente reale, ancorché paradossale.

Ebbene, è proprio questo particolarissimo “legame invertito” fra predazione e valore dell’uomo quello che con l’attuale situazione di crescente “affluenza” ed opulenza collettive (nonché di conseguente declino dell’utilità e della possibilità stessa della guerra) è andato irrimediabilmente distrutto: ormai, tendenzialmente, non è più possibile compensare la distruttività umana primaria attraverso il lavoro dell’uomo e la produzione a parte sua di valore passibile di essere sfruttato, ovvero la produzione di beni materiali, poiché questi ultimi sono ormai presenti (e lo saranno sempre di più) in abbondanza; ciò a meno di ulteriori “novità epocali”, che però al momento non è dato intravedere.

In altre parole, dal progressivo processo di svalorizzazione dell’uomo e dello sfruttamento del suo lavoro e/o forza militare, a sua volta indotto dal venir meno della convenienza economica e culturale a produrre esseri umani per fini bellici, sono derivate delle conseguenze assai vistose (calo della natalità, orientarsi degli atteggiamenti predatori su finalità puramente individuali o palesemente irrazionali, alienazione, ecc.), sulle quali si polarizza di preferenza l’attenzione generale.


 

 Ma queste ultime conseguenze costituiscono, appunto, solo degli epifenomeni, ovvero degli eventi “secondari” rispetto a quella ben più profonda ed importante trasformazione strutturale di cui sopra,  che abbiamo definito nei termini di una “dissociazione fra il valore dell’uomo e la possibilità di un suo sfruttamento”: una trasformazione che potremmo riassumere nei seguenti due punti.

1) Crescente prevalere nelle relazioni umane, a seguito dell’ormai conseguito surplus di ricchezza, tecnologia e conoscenza, della componente socializzante e pacificante su quella predatoria e guerresca, donde la riduzione tendenziale di quest’ultima (che però in sé è insopprimibile), nonché del plurimillenario sfruttamento predatorio dell’uomo sull’uomo che ne conseguiva, a comportamento non più bellico ma semplicemente violento e psicopatico, quindi sempre più irrazionale ed inutile, anzi socialmente dannoso.

 

2) Conseguente svuotamento d’importanza dell’uomo, derivante a sua volta dalla crisi di quel modello patriarcale che aveva appunto il compito di produrre esseri umani in numero sufficiente a sostenere e ad organizzare in forma rituale le suddette attività predatorie (sia sul piano produttivo che bellico). E’ solo dal venir meno di questa capacità di organizzare la predazione e di valorizzare in tal modo l’uomo (e di farlo, paradossalmente, sfruttandolo!), che deriva il crescente senso di inutilità e di sradicamento dell’uomo medesimo, ed anche la sua sempre minore attitudine ad una riproduzione regolata ed organizzata “dall’alto”.

 

Il modello patriarcale, per le ragioni che abbiamo detto, era probabilmente il più adatto a sostenere una crescita demografica e militare siffatta: ciò in particolare in quegli ultimi tre-quattro millenni della nostra storia in cui essa è stata assolutamente necessaria, alla nostra specie, per realizzare quell’opulenza scientifico-tecnologica ed economica, utile a padroneggiare le proprie spinte predatorie, di cui ora disponiamo oltre misura.

Ebbene, ora che una tale opulenza è stata realizzata o è sul punto di esserlo, il modello culturale patriarcale, lo si ripete ancora una volta, è divenuto completamente inutile, anzi controproducente, ed è entrato in una crisi probabilmente irreversibile: ma ciò ha implementato a sua volta il processo di svalorizzazione della forza lavoro umana, nonché lo svuotamento di valore di quel suo sfruttamento sistematico che era “nelle corde” della natura umana, ma che era stato concretamente reso possibile solo dal patriarcato, tramite la spinta produttiva e militare alla crescita demografica. Ciò, ovviamente, sta ha determinando l’inversione della crescita demografica stessa.

Contemporaneamente la crisi del modello di riproduzione patriarcale, nell’indurre una colossale de-ritualizzazione dei costumi “bellici” e guerreschi dell’umanità, ha fatto sempre più emergere la predazione nella sua forma più pura, fine a se stessa e per ora non finalizzata a qualsivoglia utilità pratica collettiva: una predazione che il diminuire delle guerre non ha di certo eliminato, ma che non si è ancora potuta canalizzare in nuove forme e culturalmente codificabili (cosa, si può ritenere, che avverrà per certo in futuro, anche se, come si diceva sopra, non sappiamo ancora quando o in che modo).

Nell’ordine, dunque, gli epifenomeni culturali di quei processi “strutturali” che abbiamo descritto (rappresentati lo ripetiamo dal raggiungimento, tramite lo sfruttamento predatorio dell’uomo organizzato dal patriarcato, d’un “globale” surplus scientifico-tecnologico ed economico che ha a sua volta generato la crisi del patriarcato stesso e la conseguente svalorizzazione dell’uomo in quanto forza-lavoro e/o militare da sfruttare per tale scopo), sono:

  • Il crescente sostituirsi dei “desideri”, per loro natura soggettivi ed individuali, ai “bisogni”, per loro natura oggettivi e rigidamente definiti, sul piano produttivo o militare, dal gruppo di appartenenza: bisogni ormai soddisfatti, o potenzialmente soddisfacibili, da ciò che potremmo definire il nuovo “collettivo globalizzato”, anche senza ricorrere allo sfruttamento della forza-lavoro, alla predazione organizzata ed alle guerre innescate dal patriarcato. Da ciò il crescere impetuoso dell’individualità in tutte le sue forme (anche quelle più svuotate di qualunque contenuto concreto, e in cui l’individuo si auto-percepisce come “inutile”): in particolare, la crescita dell’individuo in quanto potenziale “consumatore”, cui si accompagna come dicevamo la sua svalorizzazione in quanto “produttore” ed anche in quanto procacciatore, tramite la guerra e lo sfruttamento, di beni. Ma da questo processo di dissociazione dell’uomo dalla propria stessa natura predatoria, quindi di de-ritualizzazione della propria predazione, deriva il doloroso riemergere di quest’ultima in forma puramente individuale ed irrazionale, “psicopatica” appunto, quindi tale da indurre sovente sentimenti di inutilità e di straniamento.
  • la crescita delle esigenze e delle richieste d’ogni genere da parte di questi “individui” che proprio la crisi del modello patriarcale (e la de-ritualizzazione che essa ha comportato) ha fatto nascere sempre di più e in gran numero: individui che in quanto forza-lavoro sono sempre meno importanti per l’attuale processo produttivo, ma che in quanto “consumatori” lo sono moltissimo, poiché orientano il processo produttivo medesimo, per cui alle loro richieste è dato il massimo spazio, però in forma anarchica, individualistica e slegata dall’interesse dei collettivi particolari a loro circostanti. Da ciò, assieme al riemergere in forma individuale di quelle spinte predatorie di cui al punto precedente, il prevalere attuale, e completamente anarchico dal punto di vista dei collettivi più piccoli (però utile al grande collettivo globalizzato) dei “diritti” sui “doveri”, ecc.;
  • il conseguente crescere del peso e delle responsabilità che gravano sugli individui stessi e sulla loro “soggettività”: ciò non solo circa gli orientamenti che essi debbono di fatto fornire alla produzione, ma anche circa l’insorgente necessità di prendersi sempre più cura di se stessi e di orientarsi da soli su tutti i piani inerenti la propria vita morale e psicologica, quindi di ridefinire in continuazione la loro identità ed il significato stesso del loro apporto alla vita collettiva, nonché il significato del loro “stare al mondo”. Da ciò l’emergere d’un radicale senso di inadeguatezza dell’individuo, in moltissimi casi, a reggere un simile peso in un mondo umano sempre più de-ritualizzato e separato dai propri presupposti predatori. Si vedano, a tale proposito, i crescenti fenomeni di “alienazione”, d’insignificazione, di “perdita di valori” e di perdita d’identità, che sono altrettanti segnali dello scricchiolare dell’individuo sotto il peso immane che gli è stato consegnato dalla crisi del collettivo tribale e guerresco, donde il ritorno (prontamente definito, non del tutto a torto, come “reazionario” dall’opinione colta prevalente) ad una richiesta di massa, più o meno perentoria e “populista”, di “finalità”, di “valori” e di “confini” collettivi, di natura religiosa e/o tribale che siano, al cui centro risieda la predazione nelle sue varie forme: razzismo, egoismo, militarismo, isolamento sociale e prevaricazione sistematica sui più deboli.
  • Il fatto che il venire meno della cultura patriarcale (la quale organizzava ed arginava, facendo un largo uso d’una socialità culturalmente organizzata, il conflitto predatorio di base esistente fra i sessi e le generazioni, dirottandolo tramite la guerra all’esterno della famiglia, del rapporto fra i sessi e del gruppo di appartenenza, e proteggendone perciò sia l’individuo che le società), “libera”, oltre che gli individui, anche quei comportamenti predatori di cui essi sono portatori e che sono pur sempre presenti nella natura umana: comportamenti predatori che la finalità economica “concreta” dettata dal fabbisogno e dalla penuria riusciva ad indirizzare verso “bersagli materiali concreti”, dando loro una forma comprensibile ed accettabile in termini di “valore” (sfruttamento, guerre, ecc.). Perciò c’è da aspettarsi per il futuro un riemergere, dalla crisi del patriarcato, proprio di quel conflitto fra le generazioni (e anche fra uomini e donne) che il patriarcato stesso, come si è detto, organizzava ed arginava: e ciò potrebbe avvenire, come si diceva, in forme che al momento non è nemmeno possibile immaginare.
  • L’esplosione dell’Islam radicale: questa deve essere intesa come una reazione, per l’appunto, al doppio fenomeno di de-ritualizzazione rappresentato dalla crisi del modello culturale patriarcale e dall’inflazione d’un concetto di individuo del tutto slegato dalla predazione (nonché da quei vincoli collettivi e tribali o para-tribali che la predazione ritualizzavano ed arginavano): un’entità, quella d’un fantomatico individuo “realizzato”, liberato e pienamente aderente a se stesso, oggi assai enfatizzata dalla cultura occidentale nelle sue espressioni più articolate e sviluppate, ma che è completamente irraggiungibile per le masse, e spesso priva di contenuti per le stesse élites. Da ciò la difficoltà estrema, sia per le masse che per le élites, di “re-inventarsi” un proprio valore ed una propria significatività individuali in relazione al dissolvimento dei vincoli familiari e dei “confini collettivi” tradizionali, o di farlo senza ricorrere ad un vagheggiamento “reazionario” o violento del proprio passato predatorio e di quei vincoli (relativi alla predazione) che si sono ormai irrimediabilmente dissolti;
  • l’emancipazione delle donne dalla finalità procreativa finora prioritaria e dalla conseguente condizione subordinata all’uomo, condizione cui si trovavano letteralmente “inchiodate” quando erano collocate all’interno del modello patriarcale di tipo produttivistico e “bellico”. Da ciò il crescere del loro potere (per ora del tutto a-finalistico) in relazione al declinare di quello del maschio, il loro sempre più frequente ed apparentemente immotivato rifiuto della maternità (da loro spesso avvertita come il “colpo di coda” del patriarcato morente e del suo potere su di loro), il declinare ulteriore della natalità, il crescere d’importanza per ambedue i sessi d’una pratica della sessualità che sia “piacevole” ma priva di scopi rispetto alla modalità procreativa, nonché dei desideri sessuali non riproduttivi espressi in ogni loro forma possibile, anche quella “perversa”;
  • l’allentarsi conseguente dei legami familiari tradizionali e l’emergere, rispetto alla famiglia patriarcale, di famiglie allargate ma senza più confini ed apparentemente senza gerarchie, ovvero “a geometria variabile”. In esse la figura dominante è però sostanzialmente quella femminile e materna, donde l’emergere parallelo (o forse il riemergere dalle nebbie d’un lontanissimo, insondabile e preistorico passato), d’una sorta di embrionale assetto “matriarcale” delle società umane, per ora senza finalità apparenti né forma precisa;
  • il dissolversi del rapporto gerarchico fra le generazioni e la sua sostituzione con un rapporto apparentemente “paritario” ma in realtà fortemente conflittuale (si veda il crescente attacco dei giovani, spesso paradossalmente spalleggiati dai loro genitori, contro tutti i simboli sociali, culturali ed istituzionali del “potere del padre”): un rapporto ove di realmente paritario fra le generazioni c’è forse solo il fatto che la svalorizzazione degli anziani e della loro esperienza in ordine al lavoro ed alla guerra non è altro che un fenomeno complementare ed in opposizione dialettica rispetto ad una parallela svalorizzazione dei giovani stessi, e dell’individuo in generale, in quanto forza-lavoro e/o forza militare;
  • l’emergere, accanto alla crisi di alcune delle principali religioni patriarcali (in particolare del Cristianesimo, ma anche del Giudaismo), d’una reazione “spastica” alla crisi suddetta da parte di altre, più salde o semplicemente più refrattarie al suddetto cambiamento, in particolare, l’Islam;
  • Il fatto che già citato diffondersi dei “desideri” a scapito dei “bisogni” si stia estendendo dall’Occidente al cosiddetto “mondo in via di sviluppo”: da ciò il prodursi di ondate migratorie crescenti che spesso, oltre che dettate dal bisogno, sono tecnicamente “prodotte dall’Occidente”, e lo sono in senso propriamente culturale e di emulazione (oltre che, naturalmente, anche materiale: vedi lo sfruttamento delle risorse, la rapina di materie prime, guerre, il traffico di armi, ecc.).

In conclusione, la crisi attuale, che è di carattere veramente “epocale”, deriva dal tramonto di un modello di convivenza umana, quello patriarcale, che unico fra i tanti possibili era riuscito a padroneggiare, a canalizzare ed a ritualizzare in maniera efficace le spinte predatorie dell’uomo, volgendole a finalità paradossalmente “produttive” come quelle belliche. Una tale crisi dunque potrà essere superata, e dar luogo a un nuovo e ugualmente riuscito modello di convivenza e di vita umana, solo a condizione che sorga (o risorga) un nuovo modello culturale di convivenza, ad esempio matriarcale (che non si sa ancora se sarà più o meno conflittuale di quello patriarcale!). Oppure a condizione che l’individuo, o almeno una quantità sufficiente di individui, apprenda progressivamente a reggere su di sé il tremendo peso predatorio che la crisi culturale attuale gli ha consegnato, nell’ambito della “società de-ritualizzata” e priva di entità collettive organizzate che si è nel frattempo creata, a seguito del dissolvimento del codice patriarcale.

Quindi, la crisi suddetta potrà essere padroneggiata solo a condizione che l’individuo riesca ad auto-assegnarsi e a re-inventarsi, un po’ come suggerito in un recente passato dal pensiero esistenzialista, il significato e le finalità della propria vita su un piano appunto “individuale”.

Ma ciò potrà avvenire solo se egli riuscirà a tenere a freno da solo e a trasformare creativamente, senza l’aiuto dei rituali collettivi per lui in passato codificati dal gruppo di appartenenza (ad esempio la guerra), i propri istinti predatori: ciò, in specie in un mondo sempre più sradicato ed esente da vincoli, finalità e necessità materiali collettivamente codificate.


  • Cfr. il rapporto “Global Burden of Disease” uscito sulla rivista Lancet nel 2018, in cui si rileva il dimezzamento globale del tasso di fertilità.
  • Circa l’assoluta non linearità e la contraddittorietà delle tendenze demografiche del nostro tempo nelle varie parti del globo e nelle diverse aree culturali, e circa l’estrema difficoltà, di conseguenza, nell’assegnare ad esse una logica ed una spiegazione univoche, si veda Roberto Volpi, “Il mondo denso”, Edizione Lindau, 2018
  • Cfr. Thomas Robert Malthus, “An Essays on the Principle of Popoulation”, London, John Murray, C. Roworth, 1826
  • Cfr. Gaston Bouthul, “Bouthul G. “Sociologia delle guerre. Trattato di Polemologia”, ed. Pgreco 2011
  • Cfr. l’ipotesi della antropologa Sarah Hardy, contenuta in diversi suoi articoli, circa la possibilità d’una predazione sistematica dei maschi erratici dei nostri progenitori sulla prole delle femmine da ingravidare, dalla quale potrebbe essere nata, come contrappeso anti-predatorio, l’abolizione dell’estro femminile e l’insorgenza nella nostra specie della sessualità perenne.
  • Cfr. Johann Jakob Bachofen, “Il matriarcato”, Einaudi, 2016
  • Cfr, Karl Marx, “il Capitale”, vol. I, Editori Riuniti, 2006
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