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Tuttavia occorre notare che nei paesi più poveri e meno sviluppati, almeno per il momento, sta accadendo esattamente il contrario di quanto previsto da Malthus: essi sono in genere (malgrado delle eccezioni) oltre che poverissimi anche fortemente sovrappopolati, e la loro popolazione nonostante la penuria tende a proseguire in maniera incessante nel proprio incremento.

Nei paesi più sviluppati e ricchi, invece, si osserva all’inverso un deciso calo della natalità (che per inciso, anche qui contro le aspettative di Malthus, sembra creare più problemi economici di quanti ne risolva), per cui la denatalità sembra non essere certo l’esito di una della penuria, né tanto meno il suo rimedio, bensì la conseguenza di altri misteriosi fattori, probabilmente culturali ed inerenti la struttura della famiglia, i quali maturano alla loro massima potenzialità di disincentivo alla denatalità proprio nelle condizioni di maggiore “affluenza” economica e materiale.

In alternativa alla dicotomia abbondanza/penuria, che come si è visto non si mostra per nulla affidabile al fine di investigare l’andamento dei trend demografici, un altro fattore correttivo della sovrappopolazione potrebbe essere rappresentato dalla guerra: quest’ultima, secondo una certa corrente di pensiero – si veda Gaston Bouthul (4), ma anche alcuni psicoanalisti da lui influenzati - sarebbe finalizzata precisamente a ridurre la popolazione.

Tuttavia, anche se un nesso fra guerra e andamento dei trend demografici, come vedremo, esiste per davvero, esso non sembra esistere nella forma così spesso enfatizzata d’una correlazione fra guerra e diminuzione della popolazione: quest’ultimo nesso, a guardarlo da vicino, è molto incerto e non regge alla prova dei fatti, anzi conduce a conclusioni sorprendenti e paradossali.

Anzitutto il fenomeno della guerra, a parte rarissime eccezioni (si vedano ad esempio le formiche) è pressoché specifico della nostra specie, e già questo dovrebbe destare qualche sospetto sulla sua presunta capacità biologica intrinseca di ridurre la popolazione: se la guerra fosse un rimedio così infallibile contro la sovrappopolazione e la conseguente penuria di risorse, non si vede perché non sarebbe stato adottato da tutte o quasi tutte le specie viventi. Ora, si sa bene che così non è: e infatti in natura esistono mezzi assai più semplici, sicuri ed efficaci della guerra per ottenere la diminuzione di una data popolazione vivente: ad esempio, la semplice diminuzione delle risorse di un dato habitat, spesso conseguente ad un loro consumo troppo intensivo, genera in quasi tutte le specie tranne che nell’uomo, per retro-azione, una spontanea diminuzione della natalità che rende del tutto inutile la guerra.

In secondo luogo le guerre condotte dalla nostra specie, per lo meno quelle più distruttive e di tipo tradizionale (le guerre fra Stati), negli ultimi decenni sono in diminuzione in tutto il globo, e lo sono state in maniera particolarmente drastica, in Occidente, negli ultimi 60-70 anni: ciò pur essendovisi verificata, nella prima parte di questo periodo, proprio quella esplosione demografica che in teoria avrebbe dovuto causarle.

Più precisamente, su scala planetaria le guerre persistono un po’ ovunque in forma minore, ma sono in deciso calo in quanto “guerre nazionali e globali”, che poi sono le uniche in grado di ridurre significativamente, nell’immediato, la popolazione. Tuttavia, nonostante questo calo di guerre nazionali e globali (ossia del presunto “rimedio contro la sovrappopolazione”), la curva di crescita della popolazione mondiale, negli ultimi anni, anziché salire ha iniziato a scendere, ed anzi a tendere all’appiattimento: ciò laddove, quando le guerre imperversavano (o subito dopo), la curva come si diceva tendeva paradossalmente all’aumento.

Tirando le somme, sembra che, in maniera paradossale e diametralmente opposta ai postulati di Malthus e di Bouthul, siano stati proprio il superamento della penuria e la mancanza di eventi bellici, e non il contrario, ad avere temporalmente preceduto e forse causato, in Europa, la diminuzione della popolazione, ovvero quel fenomeno che all’inizio di questo articolo abbiamo connotato nei termini d’un “deprezzamento del valore della vita umana” nonché di vera e propria matrice dell’attuale “perdita di valori”.

In conclusione, al pari della penuria, anche il presunto “correttivo bellico” alla crescita della popolazione, specie nell’Occidente in forte crescita demografica degli ultimi settanta anni, ma anche altrove, è mancato del tutto. Il tendenziale rallentamento dell’aumento demografico registratosi negli ultimissimi tempi, sia in Occidente che nel resto del mondo, anziché alle guerre ha fatto seguito, come si diceva, ad una diminuzione globale delle stesse, mentre l’esplosione demografica, in passato, le aveva semmai seguite: la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, ha innescato uno spettacolare e repentino aumento compensativo della popolazione (il cosiddetto “baby boom”), il quale la ha portata quasi subito, come si sa, a livelli ben superiori a quelli antecedenti la guerra stessa. E del resto, non diversamente si era comportata, in precedenza, la Prima Guerra Mondiale.

Lasciamo dunque da parte per un momento, nell’analisi delle tendenze demografiche, penuria e guerre, che come si è visto agiscono sicuramente sui trend demografici, ma lo fanno in maniera assolutamente non lineare ed attraverso meccanismi complessi e per ora indecifrabili, e proviamo a vedere le cose secondo un’ottica più specificamente culturale.

Ebbene, da quest’ultimo punto di vista occorre notare che il calo della natalità in Occidente (ovvero un fenomeno che negli ultimi anni è divenuto addirittura spettacolare e che è sboccato in un calo della popolazione addirittura in termini assoluti), è iniziato all’incirca 50 anni fa: ovvero, in un periodo che per l’Europa non era solamente di prosperità e di pace (e che dunque secondo i postulati di Malthus e di Bouthul avrebbe dovuto piuttosto accompagnarsi ad un aumento della popolazione), ma anche e soprattutto caratterizzato dal pressoché repentino svuotamento delle chiese cristiane e dall’impennarsi della cosiddetta “secolarizzazione religiosa”, nonché, significativamente, dall’introduzione di strumenti anti-riproduttivi quali gli anti-concezionali, i quali hanno significativamente coinciso sul piano temporale con la secolarizzazione religiosa stessa.

Insomma, la crescita della popolazione e la sua successiva diminuzione, pur essendo in un rapporto indubitabile (seppure imprevisto e paradossale) con fattori quali la penuria e la guerra, sono avvenuti attraverso un anello intermedio determinante, che complica di molto le cose e che è di tipo squisitamente culturale: quello rappresentato dalla crisi della religione e della famiglia patriarcali in Occidente. E’ proprio a partire da quest’ultima crisi che si sono verificati tutti quegli svariati comportamenti anti-riproduttivi che sono tipici delle società ricche ed “affluenti”: la diffusione delle pratiche anti-concezionali, l’aumento e la legalizzazione degli aborti, il dilagare dell’omosessualità, del transessualismo, delle perversioni sessuali, ecc.

Occorre poi aggiungere che neppure i sopracitati comportamenti culturali anti-riproduttivi sono un effetto diretto e lineare della sovrappopolazione, ma passano anch’essi attraverso un anello intermedio, che poi è la crisi della famiglia e della cultura patriarcali: la controprova di ciò è che non vi è per ora, significativamente, alcuna traccia di simili comportamenti (quali presunti contrappesi alla sovrappopolazione) nella maggior parte dei paesi attualmente più sovrappopolati o in crescita demografica, nei quali la famiglia e la cultura patriarcali sono sostanzialmente intatte.

Del resto, un’ulteriore controprova di ciò, questa a carattere storico, sta nel fatto che comportamenti anti-riproduttivi molto simili erano a suo tempo dilagati anche nel tardo Impero Romano, il quale era paradossalmente affetto da spopolamento più che da sovrappopolazione: essi derivavano dunque, anche in quel caso, da una crisi clamorosa della cultura patriarcale, e nella fattispecie della famiglia romana tradizionale.

In ogni caso, ove il rallentamento demografico globale in atto fosse confermato ed ove esso si rivelasse una tendenza stabile, irreversibile e di lungo periodo, ci troveremmo di fronte all’inversione d’una crescita demografica dell’intera umanità che era ormai ininterrotta da millenni: e in base a ciò che abbiamo appena visto, si tratterebbe di un evento culturale tale da segnare non solo un’inversione del valore da assegnare anche nel senso comune alla vita umana, ma un mutamento antropologico che per importanza può avere avuto degli uguali, in passato, solo nelle immani trasformazioni culturali collegate alla fine dell’ultima glaciazione, a cominciare dall’agricoltura e dall’allevamento degli animali.

Torniamo ora per un attimo indietro: come abbiamo visto, lo “scarseggiare delle risorse”, più che causare un rallentamento della crescita della popolazione, provoca l’accentuarsi di quelle spinte belliche che già per loro conto, a prescindere dai fattori economici, sono insite all’umanità sin dalla notte dei tempi.

Ma la spinta bellica a sua volta provoca la necessità, oltre che di ingenti quantità di mano d’opera per sostenerla sul piano economico, di molti soldati per portarla avanti sul piano militare, per cui la scarsità delle risorse materiali, attraverso l’anello intermedio decisivo rappresentato dalla guerra, almeno nelle popolazioni che non si estinguono, finisce per provocare alla lunga un incremento della natalità (ossia, un esito esattamente contrario a quanto sostenuto, su piani diversi, sia da Malthus che da Bouthul!)

Viceversa, se è vero che l’abbondanza materiale determina l’effetto assolutamente sorprendente e paradossale d’un arresto, o quanto meno d’un declino, della crescita demografica di qualunque società, ciò si verifica, anche qui, non direttamente bensì attraverso un anello intermedio, che è altrettanto decisivo e della stessa natura, seppure inverso: si tratta della diminuzione dei conflitti per le risorse disponibili, dalla quale deriva una diminuzione del bisogno di manodopera civile e militare utile per crearle e dello sfruttamento della manodopera stessa.

Proprio questo è ciò che è avvenuto, ad esempio, nel caso appena citato dell’impero romano giunto al culmine della sua potenza, ricchezza ed “affluenza”: in esso il crollo della natalità (quel crollo che alla fine portò alla sua caduta) fu determinato dal fatto che il lavoro servile, implementato dalle guerre di conquista e dall’afflusso nell’impero di un gran numero di schiavi, da un certo momento in poi prese a sopperire, nei campi, alla manodopera dei liberi cittadini e contadini/soldati propri dell’epoca precedente, ed anche al fabbisogno di nuove guerre di conquista per tali cittadini/soldati, determinando la crisi di quella cultura e famiglia patriarcale che erano appunto finalizzate a produrre figli e a rinforzare il modello di produzione imperniato sui contadini/soldati. Analogamente, cominciarono ad essere gli eserciti di professione (a partire da un editto di Caracalla del 212 d. C. in poi, reclutati esclusivamente fra gli stranieri) a difendere i confini dell’Impero al posto dei precedenti cittadini/soldati a suo tempo dediti dediti all’agricoltura, e in seguito a ciò il numero di questi ultimi andò sempre più scemando. Ma a questo punto la famiglia patriarcale (ossia, significativamente, l’unico tipo di famiglia fino ad allora conosciuto dall’umanità, in quanto l’unico  emerso con contorni chiari dalla preistoria), a Roma entrò in una crisi apparentemente irreversibile: fu allora e solo allora che la società romana cominciò a divenire sempre più disgregata e soggetta a poderose spinte in direzione dello spopolamento.

Ebbene, esattamente la stessa cosa sta accadendo all’Occidente di oggi: ciò da un lato con l’immigrazione (la quale sopperisce sempre di più alla mano d’opera), dall’altro con la creazione, che in Occidente si sta realizzando un po’ ovunque, di eserciti professionali che prendono il posto di cittadini i quali comprensibilmente, specie in un mondo così “affluente” e rifuggente la morte come quello attuale, non vogliono più saperne di andare a morire in guerra per la pura “gloria della patria”.

Insomma, stando ai dati che sono sotto i nostri occhi, sembra proprio che la crescita demografica rilevabile da millenni nell’insieme delle società umane, e che si è realizzata attraverso la creazione di un modello culturale atto a generare famiglie funzionali all’educazione di figli da mandare a morire in guerra, sia stata l’effetto pressoché costante anche se paradossale dei conflitti bellici.  Viceversa, sembra che il declino della guerra abbia prodotto costantemente nel corso della storia un declino demografico, sia locale che globale, proprio attraverso il declino di una siffatta famiglia.

La crescita demografica (e la valorizzazione dell’uomo in essa implicita) ha in definitiva rappresentato l’effetto paradossale, e specifico delle società umane, d’un bisogno di procacciarsi nuove risorse, materiali, civili e militari, attraverso lo strumento della guerra, ovvero della predazione su altri uomini, anziché attraverso la caccia e la predazione su altre specie; quindi anche attraverso lo strumento, assolutamente particolare, delle famiglie “nate per la guerra”, ovvero delle famiglie patriarcali.

Solo le società umane infatti, lo si ripete, ricorrono per combattere la penuria non al calo della natalità per riconquistare un equilibrio (come avviene nelle altre specie animali), bensì alla produzione di “manodopera” utile a sostenere la guerra contro altri gruppi della propria stessa specie ed a predarli: ma questa manodopera militare viene appunto prodotta da siffatte famiglie.

Ora, questo legame obbligato fra la guerra ed un certo tipo di struttura familiare, il quale rende alquanto complicato praticarla, induce a sospettare che il fenomeno bellico, pur essendo senz’altro rivolto a procacciare al gruppo delle nuove risorse, sia uno strumento complesso e non strettamente necessario a questo fine: uno strumento ben più semplice ed efficace per ridurre la penuria sarebbe stato piuttosto, come immaginato da Malthus, quello della riduzione delle nascite, come nelle altre specie animali, ma esso come si è detto nelle società umane in condizione di penuria non si registra.

Se ne deve allora concludere che la guerra è un fenomeno in larga parte casuale e verificatosi solo nella nostra specie: essa può essere nata solo per dei motivi al momento misteriosi, e forse identificabili nell’esigenza di evitare dei possibili rovinosi conflitti interni al gruppo (ad esempio un conflitto endemico fra le generazioni maschili, i “padri” e i “figli”, caratteristico della nostra specie –cfr. la successiva nota 5) dirottandoli verso l’esterno, come fa appunto la guerra.

Comunque, resta il fatto incontestabile che ogni qual volta l’accumulo di surplus materiale, ovvero l’“affluenza” raggiunta da una data società, abbattendo la penuria abbatte in misura significativa anche il fabbisogno di mano d’opera civile e militare, si verifica un “rimbalzo” dalla sovrappopolazione verso il fenomeno opposto, la denatalità, il quale passa puntualmente attraverso un mutamento significativo della struttura delle famiglie (in particolare, del loro carattere patriarcale).

Insomma, il declino periodico di quell’autentica “fabbrica” di produttori e di soldati che da sempre è stata (ed è tuttora) la famiglia patriarcale, e il tramonto della sua stessa necessità di esistenza, rappresentano quasi sempre, sul piano storico, l’antecedente necessario e sufficiente del declino demografico.

Quindi, il declino della famiglia patriarcale rappresenta un anello intermedio essenziale, fra crescita delle risorse materiali e diminuzione del fabbisogno civile e bellico di esseri umani necessari a procurarsele, che indirizza puntualmente le società e le culture, in passato come oggi, verso quel crollo del “valore percepito della vita umana” che sta anche al centro dell’attuale “crisi di valori”.

Ma vedremo ancora meglio fra poco questo punto di importanza essenziale.

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