Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Indice articoli

 

Riassumendo, si può affermare che nella storia dell’umanità:

  1. a) la guerra precede quasi sempre la crescita demografica e la determina, piuttosto che seguirla in qualità di suo contrappeso, come comunemente si crede;
  2. b) quell’opulenza e quella crescita di ricchezza che in genere determinano, paradossalmente, il declino demografico delle società umane, discendono a loro volta dalla guerra e dalla predazione, mentre queste ultime, nelle vicende relative alla crescita/decrescita demografica e alla conseguente valorizzazione/svalorizzazione dell’uomo, sembrano avere sempre avuto un ruolo assolutamente determinante.

In relazione a tutto ciò, nelle vicende umane sembrano essersi da sempre intrecciati due aspetti:

1) un’attitudine umana di base, “primaria”, a predare i propri simili, forse originatasi da un conflitto “primario” fra le generazioni maschili, secondo una precisa la teoria antropologica (5), la quale prescinde largamente dalla necessità di procacciarsi delle risorse materiali aggiuntive, anche se poi produce precisamente quest’ultimo “effetto collaterale”, ed anzi se ne serve per estrinsecarsi al massimo grado. L’attitudine alla predazione intra-specifica, infatti, per non condurre rapidamente all’estinzione dell’umanità, ha dovuto tradursi in primo luogo nell’esportazione del conflitto al di fuori del gruppo più ristretto (forse l’asse dei rapporti fra le generazioni, o “padre-figlio”), e specificamente al di fuori della tribù e della famiglia: ciò attraverso appunto lo strumento della guerra, che non è altro a ben vedere che l’individuazione d’un nemico “esterno” il quale possa consentire appunto di stornare, da sé e dai propri parenti più prossimi, l’aggressività predatoria nella sua forma più pericolosa ed incontrollabile, quella del conflitto fra le generazioni. Ma la guerra, a sua volta, nel suo dar luogo all’asservimento e/o allo sterminio di interi popoli in quanto percepiti come “estranei”, ha consentito ai vincitori (ma solo come sua conseguenza secondaria, o effetto collaterale) di sottrarre agli sconfitti delle ingenti risorse materiali, nonché di usare questi stessi sconfitti alla stregua d’una risorsa materiale e/o servile, ovvero d’uno “strumento” volto al fine di procurarsi ricchezza. Quindi la guerra ha fornito a poco a poco alle società umane la loro “architettura” socio-economica più profonda ed il loro assetto anche attuale: quest’ultimo si è basato su una crescente divisione del lavoro in base alla diverse attitudini, posizioni gerarchiche reciproche e tradizioni dei popoli che grazie alla guerra si mescolavano, su una crescente creazione di ricchezza in base allo sfruttamento degli schiavi, su successive divisioni in classi, ecc. ecc.;

2) l’esigenza di neutralizzare la predazione “interna”, e di ottenere la riduzione in schiavitù di “nemici esterni”, attraverso forme di organizzazione sociale (appunto, la divisione del lavoro e in classi) che rendessero queste due finalità sempre più fruttifere, dato che la superiorità economica e tecnologica nei conflitti di tipo militare è decisiva. Ma la principale forma di organizzazione culturale inventata dall’umanità al fine di organizzare la predazione, che in ordine di importanza viene assai prima di quelle economico-sociali, è stato il modello della famiglia patriarcale. Quest’ultimo, attraverso la creazione di una famiglia configurata come una ferrea e quasi militaresca unità produttiva (sottomissione della donna e dei figli ad un “padre di famiglia” che fosse il padrone assoluto dei processi produttivi materiali ed umani che nella famiglia si svolgevano, - a cominciare da quello della produzione dei figli -, consegna a questo “padre di famiglia” e all’entità politica su di esso modellata dell’intero potere civile e militare, bando ad ogni forma di tradimento femminile che possa minare il suo potere), ha reso possibile una “produzione di figli” non solo fortemente implementata sul piano quantitativo, ma anche finalizzata alla educazione di questi ultimi in senso gerarchico: un’educazione, quindi, volta a farli divenire dei produttori ottimali sul piano agricolo ed artigianale/industriale e dei soldati disciplinati nonché gerarchicamente soggetti ad un “capo” di inconfondibile connotazione “paterna”.

Ebbene, è proprio questo nesso, incarnato dal modello patriarcale, fra attitudine predatoria umana di base da un lato, e guerra come strumento rituale per esprimerla in forme non distruttive bensì produttive di “beni” dall’altro lato, ciò che sembra essersi spezzato, in specie nell’iper-affluente” epoca attuale. Quest’ultima, infatti, è caratterizzata da una crescente opulenza, per lo meno nelle società culturalmente più trainanti sul resto dell’umanità, quelle occidentali. Ed è proprio in ragione di questa opulenza che la guerra, intesa quale strumento per vincere i conflitti interni al gruppo tramite l’appropriazione di beni ad esso “esterni”, tende a divenire, sempre più, tecnicamente difficile da attuare: non è più possibile convincere i giovani ad andare a “morire per la patria” quando in patria l’affluenza e la ricchezza più sfrenate li circondano, ed i conflitti interni al gruppo si organizzano su coordinate completamente diverse da quelle vigenti in passato, quindi non più sanabili tramite la guerra (conflitti, sia materiali che simbolici, fra le generazioni e fra i sessi, ormai pienamente tollerati e spesso incoraggiati almeno per ora dalla nostra società, che nella sua affluenza ed onnipotenza tecnologica si illude di poterli gestire facilmente senza più dirottarli all’esterno).

Ma questa crescente impossibilità della guerra, e questo è il punto veramente essenziale per il nostro tema, non fa certo venir meno l’attitudine predatoria umana di base di cui sopra: con essa si crea solamente una situazione in cui questa attitudine diviene sempre più difficile da esprimere e da padroneggiare, per lo meno in termini tradizionalmente patriarcali, nonché da canalizzare verso finalità produttive, ad esempio di procacciamento di beni altrui e di pacificazione interna.

Perciò, in una società sempre più de-ritualizzata come l’attuale, fatta salva l’aumentata conflittualità fra le generazioni e i sessi, diviene difficile esprimere la propria attitudine predatoria in forme che non vengano immediatamente percepite come in parte o totalmente distruttive e da bandire.

Anche da ciò, oltre che dal diminuito fabbisogno di manodopera e di soldati, proviene la crescente percezione di inutilità, anzi di dannosità, che l’uomo ha attualmente di se stesso.

Dunque, da un lato le innate tendenze predatorie dell’uomo si dissociano sempre di più dalle loro implicazioni pratiche e sociali, di sopravvivenza e produttivistiche, divenendo agli occhi di molti puramente “psicopatiche”, perverse e fini a se stesse.

Dall’altro lato, il senso di “inutilità” d’una vita umana ormai divenuta superflua per gli usi “bellici” e/o produttivi tradizionali, quindi sempre più percepita come gratuita, si va vieppiù diffondendo.

Questa trasformazione inerente il calo della “convenienza culturale percepita” a produrre esseri umani al fine di sfruttarli, sul piano produttivo e/o militare, per fare la guerra e per gestire la predazione, sembra poi coinvolgere sempre di più, progressivamente ed inavvertitamente, l’intera popolazione del globo.

I popoli della terra, infatti, pur con parziali eccezioni culturalmente molto caratterizzate (si veda la reazione violenta, rappresentata dall’Islam, al processo di de-natalità e alla crisi della cultura “bellica” forse più atta a contrastarla, quella patriarcale, indotti in gran parte dall’emancipazione femminile e dalla cultura occidentale), sembrano incamminati nel loro insieme a seguire il “modello dell’Occidente”: un modello imperniato sulla pace fra i popoli (accompagnata però, come si è detto, da sempre maggiori conflitti interni a ciascun popolo!) e sul controllo delle nascite, sul rifiuto crescente dalla maternità da parte delle donne, sulla crisi della famiglia, sia patriarcale che “nucleare”, e quindi sulla crisi dell’utilità a produrre esseri umani, e delle identità collettive.

Da ciò deriva anche la crisi dei “confini” (sia geografici che mentali|) e dei comportamenti rituali atti a difenderli: tutti valori che stanno rapidamente lasciando il posto all’enfatizzazione estrema di concetti, in sé completamente slegati dalle necessità di istituire un qualsivoglia confine (e quindi di gestire la predazione) come quelli di “integrazione dell’altro”, di “individuo” e di “desiderio”; ma ciò senza che questi ultimi concetti, per edificanti che siano, risultino in grado di ridurre in misura significativa il tasso della violenza percepita: anzi, il contrasto fra essi e la realtà, che diviene sempre più crudo, accresce ulteriormente il senso di inutilità e di assurdità, nonché di violenza, connesso con la realtà attuale.

Quanto poi al divario (che è assolutamente oggettivo) fra questa “violenza percepita” e la violenza reale, il discorso sarebbe troppo complesso per poterlo affrontare in questa sede: qui si può solamente accennare al fatto che da un lato si potrebbe essere solo all’inizio di un processo di liberazione della violenza connaturata alla nostra specie dai suoi argini rituali di tipo patriarcale. Perciò non è affatto da escludere che modalità di violenza reale del tutto alternative alla guerra (ad esempio forme di conflitto cruento fra le generazioni, forse con la mediazione femminile, ritualizzate in vari modi) possano in un prossimo futuro implementarsi a dismisura, ed essere codificate sul piano rituale in forme che allo stato attuale non è dato prevedere: si ricordi, a tale proposito, che pur essendo state finora screditate dalla scienza, esistono delle precise ipotesi, basate su alcuni indizi, circa la pre-esistenza al modello culturale patriarcale d’un modello matriarcale che alcuni (ad esempio il pensiero femminista) danno per sicuramente “non violento”, ed altri (ad esempio Bachofen – 6), per altrettanto violento se non più del modello patriarcale, seppure in forme diverse e non chiarite.

Dall’altro lato si può osservare che le capacità di introiezione della violenza e di sua mentalizzazione/metaforizzazione da parte dell’essere umano sono pressoché infinite, come dimostra il dilagare negli ultimi tempi delle depressioni e delle più svariate forme di sofferenza mentale.

Si pensi comunque, per tornare alla “perdita dei confini”, alla cosiddetta “globalizzazione” in atto: un altro processo, accanto alla crisi del patriarcato, che in realtà nella storia dell’umanità è comparso più e più volte in forma ricorrente (e qui occorre guardare, a parte l’impero romano, al Rinascimento e alla scoperta delle Americhe), ma che nella sua forma attuale, a meno di guerre o cataclismi devastanti e a dispetto d’ogni tentativo “reazionario” di arrestarla, sembra ormai definitivo ed irreversibile, anche in quanto dotato di dimensioni non paragonabili alle precedenti.

Ora, la globalizzazione attuale, proprio perché si basa essenzialmente su una penetrazione relativamente pacifica delle merci nei mercati e sulla produzione d’una quantità smisurata di ricchezza, quindi sul crescente dissociarsi degli aspetti predatori insiti nell’uomo dalla guerra intesa come “predazione organizzata”, nonché sul predominio del capitale finanziario e di quella tecnologia che sempre più rende inutile la manodopera non qualificata e/o militare, ha la caratteristica di poter fare progressivamente a meno d’ogni supporto culturale “particolare”, nazionale o tribale, che sia finalizzato alla produzione di figli.

Template by JoomlaShine