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La globalizzazione opera dunque nella direzione del dissolvimento di tutte le entità culturali collettive precedenti, in genere di matrice patriarcale (gruppi tribali o post-tribali, stati nazionali, chiese, religioni, partiti politici, ideologie, ecc.), che l’umanità ha finora edificato appositamente per sostenere la propria crescita demografica e militare; una crescita che aveva la caratteristica di interessare gruppi che non solo erano assai spesso separati ed in concorrenza sanguinosa fra di loro, ma in costante penuria di risorse materiali e umane, donde derivava loro la necessità d’un più o meno intensivo sfruttamento del valore della forza-lavoro e/o bellica che possedevano.

E si veda anche all’inverso, nell’attuale “globalizzazione”, l’ubiquitario diffondersi di modelli culturali, di richieste di consumo e di “desideri” fortemente caratterizzati in senso individuale (quindi per definizione sottratti alla presa di ogni collettivo ritualmente organizzato in un senso culturale “particolare”), ma allo stesso tempo tali da presentarsi come omogenei, ossia ricorrenti nella stessa forma più o meno omologata, nell’insieme della popolazione mondiale.

Da ciò la crisi verticale di quel modello culturale che dell’identità dei popoli e delle nazioni costituiva la vera e propria “colonna vertebrale”, ovvero, ancora una volta, il modello patriarcale.

Insomma, fra la perdita di valore dello sfruttamento dell’essere umano in quanto risorsa economica e militare (perdita dovuta all’”affluenza”) e il calo demografico, sembra esservi una relazione indiscutibile, anche se non “lineare”: fra i due termini della relazione, infatti, s’interpone come già detto un elemento intermedio che è di carattere nettamente culturale, ovvero, ancora una volta, la crisi del modello culturale patriarcale.

Il nesso fra declino demografico e crisi del modello bellico, nonché fra “crisi dei valori” e crisi del modello culturale patriarcale, e soprattutto il nesso fra declino demografico e perdita del “valore percepito della vita umana”, viene di solito negato dalle scuole di pensiero dominanti, sia politiche che filosofiche che economiche, in ragione di un fatto abbastanza preciso: finora la tecnologia e il commercio, la pace e la crescente ricchezza, in definitiva la regolazione non bellica dei conflitti, dopo avere in un primo momento deprezzato il lavoro e il valore stesso del capitale umano, hanno dato luogo (moltiplicando ancor prima dei bisogni i desideri, quindi le possibilità di produzione e di consumo in nuove ed inedite direzioni) al proliferare di “lavori alternativi” e più liberi.

Ciò ha ricondotto il suddetto processo di svalorizzazione dell’uomo ad un immediato e tranquillizzante “riequilibrio”: si vedano ad esempio, in successione, il crescere nel mondo contemporaneo del settore “terziario”, e più recentemente ancora, quello del “quarto settore”, a fianco dell’agricoltura e dell’industria, il moltiplicarsi apparentemente infinito dei “bisogni”, come si diceva, ad opera dei “desideri”, il moltiplicarsi delle cosiddette “start up” atte a soddisfarli, ecc. ecc.

Tuttavia, la crisi del modello culturale patriarcale dipende anche da un altro motivo, che non è economico e che perciò non è quasi per nulla toccato da questi fattori di riequilibrio: una tale crisi, come già accennato, investe nella loro globalità tutte quelle modalità rituali dal patriarcato stesso forgiate nel corso di millenni (religione, politica, ideologia), con le quali l’umanità aveva sempre cercato, finora con successo, di padroneggiare le proprie spinte predatorie, canalizzandole su finalità pratiche meno distruttive e all’apparenza di tutto rispetto: la sopravvivenza di un dato gruppo in concorrenza con gli altri gruppi, la produzione di figli e la difesa senza quartiere di questi ultimi da chi poteva minacciarli, la riproduzione sessuale su scala familiare o di gruppo, e comunque di “stirpe”, quindi in razzismo, ecc.

Ora, alla luce di quanto sopra, il motivo dell’importanza estrema dell’attuale crisi del modello culturale patriarcale è piuttosto semplice: in un mondo affamato di forza-lavoro umana e/o di forza militare, quindi permeato dallo sfruttamento predatorio dell’uomo sull’uomo, serviva un modello di convivenza sociale il quale organizzasse ritualmente e padroneggiasse quei conflitti che lo sfruttamento predatorio inevitabilmente produceva, sia fra i sessi che fra le generazioni e fra i sottogruppi all’interno d’ogni gruppo; un modello che dunque rendesse possibile, in condizioni di “pacificazione interna al gruppo fra le generazioni ed i sessi” e di perdurante penuria, una proiezione delle spinte aggressive verso l’esterno, quindi quella costante implementazione nella “produzione di esseri umani” e quella ferrea coesione sociale e familiare, sia in guerra che nelle attività produttive di tipo competitivo, che le circostanze materiali di penuria e di forte concorrenzialità etnica in cui viveva la pregressa umanità, perentoriamente richiedevano.

Ebbene, un tale modello “organico”, al suo stato ottimale, non poteva non essere impersonato che dal “patriarcato”: solo quest’ultimo possiede la capacità d’indurre forzosamente un’alleanza ed una pace stabili, all’interno di qualsivoglia gruppo, fra generazioni maschili (i “padri” e i “figli”) potenzialmente molto conflittuali, specie in regime di crescente sovrappopolazione e di relativa penuria, nonché fra i sessi. Ciò in ragione sia del ferreo controllo, esercitato dal patriarcato, d’una sessualità femminile duramente repressa e ricondotta ai puri fini riproduttivi, sia dell’implacabile “gerarchia” (parola che letteralmente significa “dominio dei vecchi”) da esso imposta alle giovani generazioni.

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