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Insomma, il patriarcato ha finora “funzionato” in virtù della sua grande capacità di creare “coesione sociale”, ovvero di creare, all’interno di ciascun gruppo umano in concorrenza con gli altri,  una pace più o meno forzosa fra i sessi e le generazioni, quindi un’implementazione delle capacità sia riproduttive che economico-produttive e militari di un dato gruppo, nonché un’efficienza e una concorrenzialità ineguagliabili rispetto agli altri gruppi: e ciò in qualsivoglia popolazione umana lo avesse adottato.

In definitiva, il modello patriarcale per molti millenni è stato il principale supporto culturale allo stesso tempo, della valorizzazione e dello sfruttamento delle risorse umane disponibili o da creare, ed è riuscito brillantemente a canalizzare all’interno di tale sfruttamento quella predazione che all’uomo sembra essere purtroppo fatalmente connaturata.

Il crollo del patriarcato, dunque (che è un fatto culturale d’importanza enorme, seppure indotto dal crollo per le ragioni sopra esposte della spinta a produrre figli), si aggiunge in maniera decisiva al declino demografico nel condurre a quello che oggi è forse il fenomeno decisivo, in ordine alla “perdita di valori” e alla disgregazione sociale cui stiamo assistendo: la perdita del precedente nesso “strutturale”, ovvero la dissociazione, fra valorizzazione dell’uomo e suo sfruttamento predatorio cui abbiamo sopra fatto cenno.

Ora, si tratta d’una dissociazione che corrisponde ad una vera e propria distruzione di quel legame fra predazione dell’uomo sull’uomo ed accumulazione di surplus tecnologico, economico e culturale, che in precedenza contribuiva a “valorizzare” la prima e ad implementare il secondo, rendendolo a poco a poco irreversibile.

A questo punto, occorre chiarire che questo storico legame fra il valore dell’uomo (in particolare, il valore del suo lavoro) e il suo sfruttamento, per quanto sorprendente e paradossale possa sembrarci attualmente, non è certo una novità, dal momento che è stato scoperto da ben 150 anni ad opera di Karl Marx (7).

Il problema, però, è che il padre del cosiddetto “socialismo scientifico”, sulla scia di Adam Smith e di David Ricardo, faceva discendere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (secondo lui tendenzialmente crescente, anche se questa affermazione, almeno in una dimensione “occidentale” e fino ad oggi, è stata clamorosamente smentita dai fatti) da un presunto valore intrinseco del lavoro umano: secondo Marx, implicitamente, sarebbe il fatto che il lavoro umano ha di per sé e “a priori” un’utilità ed un valore agli occhi dell’uomo stesso, ciò che genera lo sfruttamento.

In altre parole, il valore dell’uomo e del suo lavoro sarebbe in qualche modo di per sé evidente e “primario” rispetto alla predazione di cui esso viene fatto oggetto.

Invece, dagli elementi che abbiamo passato in rassegna, ed in particolare, dalla correlazione causale fra declino tendenziale delle guerre e declino tendenziale sul piano demografico (che poi non è altro che un deprezzamento del valore dell’uomo, specificamente militare, agli occhi dell’uomo stesso), sembra emergere un rapporto causalmente inverso, ed ancor più paradossale: sembra essere l’attitudine predatoria “primaria” (quella cioè diretta non al lavoro in particolare ma all’uomo in quanto tale), l’elemento che genera il valore economico dell’uomo e del suo lavoro, e non il contrario.

Dunque agli occhi d’un genere umano che a questo punto ci appare primariamente predatorio e distruttivo nei confronti di se stesso, il lavoro “produttivo” può essere intervenuto, quale fattore d’una possibile valorizzazione dell’uomo (e come mezzo per ottenere un’attenuazione della distruttività degli altri uomini nei suoi confronti), solo come fattore secondario e in un secondo momento, non già primariamente: presumibilmente, come è forse dimostrato dall’estinzione del Neanderthal, in epoche arcaiche c’è stato in un primo momento lo sterminio dei gruppi umani soccombenti nella competizione per la sopravvivenza, e solo successivamente all’insorgere di una  loro comprensione della possibilità di essere risparmiati lavorando, la loro riduzione in schiavitù e la “valorizzazione” del loro lavoro.

Ora, questo curioso legame “all’incontrario” (rispetto a ciò che pensava Karl Marx e che sarebbe molto più intuitivo), fra predazione/sfruttamento e valore dell’essere umano, per cui sarebbero la predazione e lo sfruttamento a generare il valore e non il valore a generare la predazione e lo sfruttamento, è certamente molto singolare, ed è senz’altro d’un tipo che in termini psicopatologici potremmo definire “perverso”: tuttavia, alla luce di quanto abbiamo visto finora, questo legame perverso appare assolutamente reale, ancorché paradossale.

Ebbene, è proprio questo particolarissimo “legame invertito” fra predazione e valore dell’uomo quello che con l’attuale situazione di crescente “affluenza” ed opulenza collettive (nonché di conseguente declino dell’utilità e della possibilità stessa della guerra) è andato irrimediabilmente distrutto: ormai, tendenzialmente, non è più possibile compensare la distruttività umana primaria attraverso il lavoro dell’uomo e la produzione a parte sua di valore passibile di essere sfruttato, ovvero la produzione di beni materiali, poiché questi ultimi sono ormai presenti (e lo saranno sempre di più) in abbondanza; ciò a meno di ulteriori “novità epocali”, che però al momento non è dato intravedere.

In altre parole, dal progressivo processo di svalorizzazione dell’uomo e dello sfruttamento del suo lavoro e/o forza militare, a sua volta indotto dal venir meno della convenienza economica e culturale a produrre esseri umani per fini bellici, sono derivate delle conseguenze assai vistose (calo della natalità, orientarsi degli atteggiamenti predatori su finalità puramente individuali o palesemente irrazionali, alienazione, ecc.), sulle quali si polarizza di preferenza l’attenzione generale.

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