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 Ma queste ultime conseguenze costituiscono, appunto, solo degli epifenomeni, ovvero degli eventi “secondari” rispetto a quella ben più profonda ed importante trasformazione strutturale di cui sopra,  che abbiamo definito nei termini di una “dissociazione fra il valore dell’uomo e la possibilità di un suo sfruttamento”: una trasformazione che potremmo riassumere nei seguenti due punti.

1) Crescente prevalere nelle relazioni umane, a seguito dell’ormai conseguito surplus di ricchezza, tecnologia e conoscenza, della componente socializzante e pacificante su quella predatoria e guerresca, donde la riduzione tendenziale di quest’ultima (che però in sé è insopprimibile), nonché del plurimillenario sfruttamento predatorio dell’uomo sull’uomo che ne conseguiva, a comportamento non più bellico ma semplicemente violento e psicopatico, quindi sempre più irrazionale ed inutile, anzi socialmente dannoso.

 

2) Conseguente svuotamento d’importanza dell’uomo, derivante a sua volta dalla crisi di quel modello patriarcale che aveva appunto il compito di produrre esseri umani in numero sufficiente a sostenere e ad organizzare in forma rituale le suddette attività predatorie (sia sul piano produttivo che bellico). E’ solo dal venir meno di questa capacità di organizzare la predazione e di valorizzare in tal modo l’uomo (e di farlo, paradossalmente, sfruttandolo!), che deriva il crescente senso di inutilità e di sradicamento dell’uomo medesimo, ed anche la sua sempre minore attitudine ad una riproduzione regolata ed organizzata “dall’alto”.

 

Il modello patriarcale, per le ragioni che abbiamo detto, era probabilmente il più adatto a sostenere una crescita demografica e militare siffatta: ciò in particolare in quegli ultimi tre-quattro millenni della nostra storia in cui essa è stata assolutamente necessaria, alla nostra specie, per realizzare quell’opulenza scientifico-tecnologica ed economica, utile a padroneggiare le proprie spinte predatorie, di cui ora disponiamo oltre misura.

Ebbene, ora che una tale opulenza è stata realizzata o è sul punto di esserlo, il modello culturale patriarcale, lo si ripete ancora una volta, è divenuto completamente inutile, anzi controproducente, ed è entrato in una crisi probabilmente irreversibile: ma ciò ha implementato a sua volta il processo di svalorizzazione della forza lavoro umana, nonché lo svuotamento di valore di quel suo sfruttamento sistematico che era “nelle corde” della natura umana, ma che era stato concretamente reso possibile solo dal patriarcato, tramite la spinta produttiva e militare alla crescita demografica. Ciò, ovviamente, sta ha determinando l’inversione della crescita demografica stessa.

Contemporaneamente la crisi del modello di riproduzione patriarcale, nell’indurre una colossale de-ritualizzazione dei costumi “bellici” e guerreschi dell’umanità, ha fatto sempre più emergere la predazione nella sua forma più pura, fine a se stessa e per ora non finalizzata a qualsivoglia utilità pratica collettiva: una predazione che il diminuire delle guerre non ha di certo eliminato, ma che non si è ancora potuta canalizzare in nuove forme e culturalmente codificabili (cosa, si può ritenere, che avverrà per certo in futuro, anche se, come si diceva sopra, non sappiamo ancora quando o in che modo).

Nell’ordine, dunque, gli epifenomeni culturali di quei processi “strutturali” che abbiamo descritto (rappresentati lo ripetiamo dal raggiungimento, tramite lo sfruttamento predatorio dell’uomo organizzato dal patriarcato, d’un “globale” surplus scientifico-tecnologico ed economico che ha a sua volta generato la crisi del patriarcato stesso e la conseguente svalorizzazione dell’uomo in quanto forza-lavoro e/o militare da sfruttare per tale scopo), sono:

  • Il crescente sostituirsi dei “desideri”, per loro natura soggettivi ed individuali, ai “bisogni”, per loro natura oggettivi e rigidamente definiti, sul piano produttivo o militare, dal gruppo di appartenenza: bisogni ormai soddisfatti, o potenzialmente soddisfacibili, da ciò che potremmo definire il nuovo “collettivo globalizzato”, anche senza ricorrere allo sfruttamento della forza-lavoro, alla predazione organizzata ed alle guerre innescate dal patriarcato. Da ciò il crescere impetuoso dell’individualità in tutte le sue forme (anche quelle più svuotate di qualunque contenuto concreto, e in cui l’individuo si auto-percepisce come “inutile”): in particolare, la crescita dell’individuo in quanto potenziale “consumatore”, cui si accompagna come dicevamo la sua svalorizzazione in quanto “produttore” ed anche in quanto procacciatore, tramite la guerra e lo sfruttamento, di beni. Ma da questo processo di dissociazione dell’uomo dalla propria stessa natura predatoria, quindi di de-ritualizzazione della propria predazione, deriva il doloroso riemergere di quest’ultima in forma puramente individuale ed irrazionale, “psicopatica” appunto, quindi tale da indurre sovente sentimenti di inutilità e di straniamento.
  • la crescita delle esigenze e delle richieste d’ogni genere da parte di questi “individui” che proprio la crisi del modello patriarcale (e la de-ritualizzazione che essa ha comportato) ha fatto nascere sempre di più e in gran numero: individui che in quanto forza-lavoro sono sempre meno importanti per l’attuale processo produttivo, ma che in quanto “consumatori” lo sono moltissimo, poiché orientano il processo produttivo medesimo, per cui alle loro richieste è dato il massimo spazio, però in forma anarchica, individualistica e slegata dall’interesse dei collettivi particolari a loro circostanti. Da ciò, assieme al riemergere in forma individuale di quelle spinte predatorie di cui al punto precedente, il prevalere attuale, e completamente anarchico dal punto di vista dei collettivi più piccoli (però utile al grande collettivo globalizzato) dei “diritti” sui “doveri”, ecc.;
  • il conseguente crescere del peso e delle responsabilità che gravano sugli individui stessi e sulla loro “soggettività”: ciò non solo circa gli orientamenti che essi debbono di fatto fornire alla produzione, ma anche circa l’insorgente necessità di prendersi sempre più cura di se stessi e di orientarsi da soli su tutti i piani inerenti la propria vita morale e psicologica, quindi di ridefinire in continuazione la loro identità ed il significato stesso del loro apporto alla vita collettiva, nonché il significato del loro “stare al mondo”. Da ciò l’emergere d’un radicale senso di inadeguatezza dell’individuo, in moltissimi casi, a reggere un simile peso in un mondo umano sempre più de-ritualizzato e separato dai propri presupposti predatori. Si vedano, a tale proposito, i crescenti fenomeni di “alienazione”, d’insignificazione, di “perdita di valori” e di perdita d’identità, che sono altrettanti segnali dello scricchiolare dell’individuo sotto il peso immane che gli è stato consegnato dalla crisi del collettivo tribale e guerresco, donde il ritorno (prontamente definito, non del tutto a torto, come “reazionario” dall’opinione colta prevalente) ad una richiesta di massa, più o meno perentoria e “populista”, di “finalità”, di “valori” e di “confini” collettivi, di natura religiosa e/o tribale che siano, al cui centro risieda la predazione nelle sue varie forme: razzismo, egoismo, militarismo, isolamento sociale e prevaricazione sistematica sui più deboli.
  • Il fatto che il venire meno della cultura patriarcale (la quale organizzava ed arginava, facendo un largo uso d’una socialità culturalmente organizzata, il conflitto predatorio di base esistente fra i sessi e le generazioni, dirottandolo tramite la guerra all’esterno della famiglia, del rapporto fra i sessi e del gruppo di appartenenza, e proteggendone perciò sia l’individuo che le società), “libera”, oltre che gli individui, anche quei comportamenti predatori di cui essi sono portatori e che sono pur sempre presenti nella natura umana: comportamenti predatori che la finalità economica “concreta” dettata dal fabbisogno e dalla penuria riusciva ad indirizzare verso “bersagli materiali concreti”, dando loro una forma comprensibile ed accettabile in termini di “valore” (sfruttamento, guerre, ecc.). Perciò c’è da aspettarsi per il futuro un riemergere, dalla crisi del patriarcato, proprio di quel conflitto fra le generazioni (e anche fra uomini e donne) che il patriarcato stesso, come si è detto, organizzava ed arginava: e ciò potrebbe avvenire, come si diceva, in forme che al momento non è nemmeno possibile immaginare.
  • L’esplosione dell’Islam radicale: questa deve essere intesa come una reazione, per l’appunto, al doppio fenomeno di de-ritualizzazione rappresentato dalla crisi del modello culturale patriarcale e dall’inflazione d’un concetto di individuo del tutto slegato dalla predazione (nonché da quei vincoli collettivi e tribali o para-tribali che la predazione ritualizzavano ed arginavano): un’entità, quella d’un fantomatico individuo “realizzato”, liberato e pienamente aderente a se stesso, oggi assai enfatizzata dalla cultura occidentale nelle sue espressioni più articolate e sviluppate, ma che è completamente irraggiungibile per le masse, e spesso priva di contenuti per le stesse élites. Da ciò la difficoltà estrema, sia per le masse che per le élites, di “re-inventarsi” un proprio valore ed una propria significatività individuali in relazione al dissolvimento dei vincoli familiari e dei “confini collettivi” tradizionali, o di farlo senza ricorrere ad un vagheggiamento “reazionario” o violento del proprio passato predatorio e di quei vincoli (relativi alla predazione) che si sono ormai irrimediabilmente dissolti;
  • l’emancipazione delle donne dalla finalità procreativa finora prioritaria e dalla conseguente condizione subordinata all’uomo, condizione cui si trovavano letteralmente “inchiodate” quando erano collocate all’interno del modello patriarcale di tipo produttivistico e “bellico”. Da ciò il crescere del loro potere (per ora del tutto a-finalistico) in relazione al declinare di quello del maschio, il loro sempre più frequente ed apparentemente immotivato rifiuto della maternità (da loro spesso avvertita come il “colpo di coda” del patriarcato morente e del suo potere su di loro), il declinare ulteriore della natalità, il crescere d’importanza per ambedue i sessi d’una pratica della sessualità che sia “piacevole” ma priva di scopi rispetto alla modalità procreativa, nonché dei desideri sessuali non riproduttivi espressi in ogni loro forma possibile, anche quella “perversa”;
  • l’allentarsi conseguente dei legami familiari tradizionali e l’emergere, rispetto alla famiglia patriarcale, di famiglie allargate ma senza più confini ed apparentemente senza gerarchie, ovvero “a geometria variabile”. In esse la figura dominante è però sostanzialmente quella femminile e materna, donde l’emergere parallelo (o forse il riemergere dalle nebbie d’un lontanissimo, insondabile e preistorico passato), d’una sorta di embrionale assetto “matriarcale” delle società umane, per ora senza finalità apparenti né forma precisa;
  • il dissolversi del rapporto gerarchico fra le generazioni e la sua sostituzione con un rapporto apparentemente “paritario” ma in realtà fortemente conflittuale (si veda il crescente attacco dei giovani, spesso paradossalmente spalleggiati dai loro genitori, contro tutti i simboli sociali, culturali ed istituzionali del “potere del padre”): un rapporto ove di realmente paritario fra le generazioni c’è forse solo il fatto che la svalorizzazione degli anziani e della loro esperienza in ordine al lavoro ed alla guerra non è altro che un fenomeno complementare ed in opposizione dialettica rispetto ad una parallela svalorizzazione dei giovani stessi, e dell’individuo in generale, in quanto forza-lavoro e/o forza militare;
  • l’emergere, accanto alla crisi di alcune delle principali religioni patriarcali (in particolare del Cristianesimo, ma anche del Giudaismo), d’una reazione “spastica” alla crisi suddetta da parte di altre, più salde o semplicemente più refrattarie al suddetto cambiamento, in particolare, l’Islam;
  • Il fatto che già citato diffondersi dei “desideri” a scapito dei “bisogni” si stia estendendo dall’Occidente al cosiddetto “mondo in via di sviluppo”: da ciò il prodursi di ondate migratorie crescenti che spesso, oltre che dettate dal bisogno, sono tecnicamente “prodotte dall’Occidente”, e lo sono in senso propriamente culturale e di emulazione (oltre che, naturalmente, anche materiale: vedi lo sfruttamento delle risorse, la rapina di materie prime, guerre, il traffico di armi, ecc.).

In conclusione, la crisi attuale, che è di carattere veramente “epocale”, deriva dal tramonto di un modello di convivenza umana, quello patriarcale, che unico fra i tanti possibili era riuscito a padroneggiare, a canalizzare ed a ritualizzare in maniera efficace le spinte predatorie dell’uomo, volgendole a finalità paradossalmente “produttive” come quelle belliche. Una tale crisi dunque potrà essere superata, e dar luogo a un nuovo e ugualmente riuscito modello di convivenza e di vita umana, solo a condizione che sorga (o risorga) un nuovo modello culturale di convivenza, ad esempio matriarcale (che non si sa ancora se sarà più o meno conflittuale di quello patriarcale!). Oppure a condizione che l’individuo, o almeno una quantità sufficiente di individui, apprenda progressivamente a reggere su di sé il tremendo peso predatorio che la crisi culturale attuale gli ha consegnato, nell’ambito della “società de-ritualizzata” e priva di entità collettive organizzate che si è nel frattempo creata, a seguito del dissolvimento del codice patriarcale.

Quindi, la crisi suddetta potrà essere padroneggiata solo a condizione che l’individuo riesca ad auto-assegnarsi e a re-inventarsi, un po’ come suggerito in un recente passato dal pensiero esistenzialista, il significato e le finalità della propria vita su un piano appunto “individuale”.

Ma ciò potrà avvenire solo se egli riuscirà a tenere a freno da solo e a trasformare creativamente, senza l’aiuto dei rituali collettivi per lui in passato codificati dal gruppo di appartenenza (ad esempio la guerra), i propri istinti predatori: ciò, in specie in un mondo sempre più sradicato ed esente da vincoli, finalità e necessità materiali collettivamente codificate.

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