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Riprendiamo l’esperienza di “formazione indiretta” svolta con gli allievi di una Scuola di Psicoterapia, presentando la seconda parte del processo didattico che riguarda la Supervisione del Gruppo di pazienti.

Le riflessioni fatte dal lettore potranno trovare o meno un riscontro.

Il Gruppo di Supervisione è composto dal Terapeuta che conduce il Gruppo di pazienti nel ruolo di Supervisore, dagli Osservatori di quel Gruppo, Monica e Vincenzo, e da altri Psicoterapeuti che osservano altri Gruppi gruppoanalitici.

SUPERVISIONE DEL GRUPPO

PRIMA E SECONDA SEDUTA

Monica – Rispetto all’ultima seduta, il Terapeuta mi aveva dato proprio il compito di mettere in relazione quello che aveva detto Tara nel gruppo con la teoria di Fairbairn, delle relazioni oggettuali...

Terapeuta – si, ma forse è meglio procedere con ordine perché non tutti qui sanno ciò che accade nel gruppo che osserva lei. Chi vuole parlarne?

Vincenzo riporta la seduta del gruppo, fino al punto in cui il Terapeuta interviene su Nestore

Terapeuta – come avete sentito l’intervento finale con Nestore?

Silenzio del gruppo.

Terapeuta – si… forse il mio intervento non è stato gruppoanalitico al cento per cento, è stato un pochino dirompente... il fatto è con alcuni pazienti gravi alle volte è necessario intervenire. Con altri, altri gruppi, forse è meglio lasciare che le cose procedano naturalmente. E’ che lui, Nestore, ha una forma narcisistica seria.  Mentre Tara aveva parlato del suo dramma edipico, spostato sul ragazzo, raccontandolo come una specie di tragedia greca, Nestore interviene dicendo: “Ah!, io sono un inadatto perché mi mancano le fondamenta. Che vuoi, uno che gli mancano le fondamenta! Sono più insicuro del 90% degli uomini!”. E lo dice con un sorriso, con un grande sorriso. Allora glielo faccio notare: “Sembra che lei sia molto sicuro della sua insicurezza, di appartenere a quel dieci per cento, lei è sicuro di questo. Non sarà che lei è sicuro perché dall’altra parte c’è una… non lo sapevo ancora, diciamo, che in effetti era la madre, era un ipotesi… che lui è come una “palla” narcisistica, compensato da questa struttura di tipo simbiotico, e allora lui è al centro di questo, no… lo vive narcisisticamente, non conflittualmente. E’ un paziente perciò difficile, speriamo che si possa scalfire un pochino questo legame narcisistico. Temo molto che al momento del dunque lui scappi, però cercheremo di aiutarlo attraverso il gruppo. Perché lui ha fatto una terapia individuale, diciottenne, per molto tempo con una psicoterapeuta ma non ha avuto un miglioramento. Alla fine era una terapia più che altro così, di tipo ortopedico, didattico; lei gli diceva tutto quello che doveva fare, cosa doveva preparare durante la settimana ecc. E lui ride anche di questo: “Lei mi ha aiutato, però poi non aveva nulla da dirmi...”. Sembra che ci sia quasi una puntina di cinismo in lui, che d’altra parte è un ragazzo abbastanza sensibile... Ecco, siamo in questa situazione. Però effettivamente lui, quando ha detto: “Meno male che c’è stata mia madre, perché sennò chissà che fine avrei fatto...” forse ha ragione, magari ha un’ala paterna, diciamo, che è molto, molto arcaica, che si è strutturata così ad un’età molto precoce, diciamo… forse non è riuscito a introiettare l’immagine paterna e quindi effettivamente lui mi dice: “Si, stai attento però, non sono un nevrotico. E’ come dici tu, però in questo momento stai attento, se no mi...”

Patrizio – ...sennò mi sfaldo...

Terapeuta – ... mi sfaldo, si… siccome lui tiene saldamente, ma con grosso sforzo. E allora io dico: “Si, va bene, starò attento. Starò attento, però qui nel gruppo ti do questa opportunità, una confrontazione che è anche una possibilità di ripetere un po’, di rivivere ecc…

Vincenzo – a me veramente l’intervento è sembrato utile, nel senso che lui stentava un po’ ad esprimersi e questo l’ha aiutato a tirare fuori qualcosa che altrimenti forse... che è importante. Volevo però dire anche questo. Ecco, a me sembra che il gruppo sia un po’ difficile. Innanzitutto, è come se si fosse creata una matrice diversa, cioè da una parte una matrice che coinvolge Luciano, Giorgia e Mara, di comunicazione efficace, avanzata, che già ha raggiunto... e anche Tara che si è inserita bene mi sembra, forse perché ha già fatto due anni di gruppoanalisi, e dall’altra parte una matrice diversa, più fondamentale se volete, questa di Nestore e Fabrizio ed in parte anche di Stefania e Massimo, che rimane un po’ in silenzio, ancora un po’ trattenuta, con difficoltà a comunicare.

Terapeuta – Si, in effetti... perché in questo gruppo c’è la convergenza di due matrici, di nuovo; vi ricordate, no, che qui abbiamo fatto l’accorpamento di due gruppi? Ci ho pensato tantissimo prima di farlo, però ho come la sensazione che pazienti tipo Nestore, tipo Fabrizio..., se continuano a vivere un living-out di tipo materno, fusionale, senza avere un altro tipo..., uno spazio più aperto, non ne usciranno mai. Il pericolo piuttosto c’è nella regressione degli altri, che stanno già in un periodo abbastanza di cambiamento..., che hanno superato quei problemi, diciamo; come Tara, effettivamente, come Mara...Mara una volta ogni tanto ha una piccola regressione, diciamo. Giorgia è migliorata moltissimo nei rapporti con il fidanzato, la famiglia, anche se è ancora molto razionalizzata; infatti lei, quando Tara ha parlato di questa specie di ambivalenza col padre, dice: “No, questa è un’elaborazione e basta”, perché lei non vuole accettare questi aspetti consci, “negativi” tra virgolette, questi contenuti negativi suoi, diciamo, di tipo incestuoso che sono componenti che in qualche modo la fanno sentire in colpa. Perciò un pochettino di bagni, bagni regressivi, credo che non gli facciano male. Comunque, sono d’accordo, bisogna stare attenti effettivamente; è sempre bene interrogarsi sulla struttura del gruppo, non solo prima ma anche durante il succedersi delle sedute, e chiedersi sempre come sta andando il gruppo.

Giuseppe – vorrei dire una cosa anch’io su questo fatto, che lei ha chiamato confrontazione. Perché effettivamente sentendo all’inizio ho avuto un attimo di disturbo, e mi è venuta in mente la frase: “Eh!, non faccia il matematico, l’abbiamo detto un paio di volte adesso!  Cos’è questo dieci per cento?!...”. Quando poi lei ha chiarito cosa intendeva, ho detto: “Cavolo, lo manda via senza..., così?!”…

Terapeuta – … senza una buona parola, una via di uscita?... tipo aut aut?

Giuseppe – si, così. Quando adesso in supervisione ha poi chiarito la posizione del paziente, che dice: “Sono senza fondamenta!”, e che sorride dicendolo, ho ripensato ad altri gruppi che ho osservato, ad altri pazienti… effettivamente credo che in gruppo un paziente con problemi narcisistici abbia veramente bisogno di questo meccanismo, tipo “push-pull”, che non è solo confrontazione ma è veramente come avere la possibilità di essere messo in una collocazione in cui il proprio Sé è sentito per una volta nella sua ambivalenza dalla quale rifugge, quasi nell’impossibilità di negarla con la scissione; è come se uno venisse messo una buona volta da una parte e dall’altra, per cui...

Patrizio – quasi fosse un suo bisogno?

Giuseppe – forse un bisogno, o forse è stata una risposta ad un’incertezza del Sé proposta al gruppo da questo ragazzo, perché io sentivo una forte reazione, come dire, dico sinceramente, di fastidio…dico: “Come mai...?”, e poi mi si è chiarito...

Terapeuta – … come mai?...

Giuseppe – … come mai il Terapeuta ha fatto così il matematico? E poi invece... faccio l’esempio che ho avuto io... non è stato tanto un coinvolgersi in modo intrigante in un livello matematico, quasi di condivisione ossessiva… piuttosto è come quando tu sei in una porta girevole e se uno te la fa girare almeno vai da una parte o dall’altra e ti trovi a sentirti col tuo Sé integro; in una porta girevole devi per forza passare da una parte o dall’altra, ed allo stesso tempo senti anche che sei sempre te stesso. Per questo forse è stato utile, o meglio pensando in termini gruppoanalitici, è stata anche una risposta al gruppo entro la sua matrice.

Terapeuta – si, sono molto interessato a quello che sta dicendo su questo push and... Si, certo, l’intervento è gruppoanalitico, ovviamente. Mi riferivo più che altro all’atteggiamento foulkesiano di seguire e non dirigere, di non fare interpretazioni troppo profonde. Qualunque cosa avvenga nel gruppo è gruppoanalitico, proviene dalla matrice, questo è chiaro... Se uno fa una trasgressione del setting, che cosa fa l’analista? La deve far rientrare, diciamo; perché sia gruppoanalitica, la deve far rientrare come un motivo di lavoro, di elaborazione. E’ anche un atteggiamento che può stancare, ma è necessario... Comunque mi sembra molto azzeccata, molto interessante la notazione che fa Giuseppe sulla posizione del Sé narcisistico.

Partrizio – molto acuta.

Terapeuta – qualche osservazione?...

Vincenzo – mi chiedevo se questo fatto della percentualizzazione... mi sembrava come se Nestore ci tenesse un po’ ad isolare la figura del padre, come se ci fosse qualcosa di un po’ ossessivo...                                                          

Terapeuta – non sono sicuro se è un meccanismo ossessivo o un meccanismo di scissione... non sono sicuro. Credo invece che sia un pochino più preoccupante di un’ossessione, nel senso che sembra una dinamica un pochino più vecchia, più arcaica. L’ossessività è si l’appartenere a due stati, ma anche alla fine ad esempio andare verso il padre, che è più evidente in Tara, la paziente che ha una strutturazione nevrotica... qui invece c’è una certa polarizzazione, verso il padre e verso la madre, e questo è quello che sembra un aut aut. Staremo a vedere, però questo è il motivo per cui mi sembra più grave.

Patrizio – molto importante è il momento in cui sorge questo problema…

Terapeuta – si, certo… arriva un momento in cui per uscire dalla fusionalità materna ci vuole sempre il terzo. Se non c’è questa presenza del padre non ci si riesce; per una impossibilità della madre, per colpa del padre assente, oppure... qualche volta sono madri molto invasive, molto invadenti, che escludono, e il padre si lascia escludere. Allora effettivamente questo problema della fusionalità non si risolve, o si risolve male... sono vicissitudini sempre di carattere narcisistico, non interviene un’adeguata evoluzione della relazione, per dirla così in termini di rapporti oggettuali. Vi consiglio di leggere Bergeret, che parla degli stati borderline, di inibizione nevrotica ecc. su questo passaggio dalla parte fusionale alla parte oggettuale. Certo, lui è molto freudiano, molto aderente alla teoria pulsionale, agli stadi di sviluppo della libido, di tipo orale, anale, anale sadistico, anale ritentivo, anale espulsivo, fallico e poi genitale... Però, a parte questo, può essere utile leggere questo libro. Non so in un’ottica junghiana come si direbbe, diciamo, però comunque è la mancanza di una individuazione, in una prospettiva di identità, quando uno è ancora idealmente fuso, quasi saturo, e ha questa angoscia che è la sensazione della separazione dalla madre... Quindi è importante questo momento della separazione; più è precoce, più è difficile perché risente ancora di problemi fusionali; più tardi, andiamo allora sul versante nevrotico, genitale ecc. I pazienti hanno una prognosi di tipo diverso.

TERZA SEDUTA

Monica – beh, io forse ho capito perché non mi ritrovo bene ad osservare... è un gruppo con tante persone di cui non conosco la storia. Adesso però voglio capire, cioè riuscire a fare un po’ questo in un gruppo… Certo, è diverso da un colloquio individuale dove uno conosce subito la storia. Così mi sono esercitata con Fabrizio e Nestore, i pazienti nuovi che non conoscevo... più o meno come si presentavano, che impressione mi facevano e se avevo poi una conferma di quello che avevo pensato, se quella sensazione cambiava oppure no con il colloquio, con la relazione. L’unica impressione che ho avuto e che poi in qualche modo corrispondeva è quella di Nestore, che mi era sembrato mammone... per come si presentava, diciamo. Mentre Tara non riuscirei a descriverla, a fare un…Tara non riesco a vederla per come è, a darne una definizione, così solo... ma neanche...

Terapeuta – vuole dire agli altri chi è Tara?

Monica – si… Tara è alla terza seduta... non ho notizie particolari di lei, oltre a quelle della prima seduta, perché sono stata assente alla supervisione precedente… Nella prima seduta ha parlato del suo senso di colpa verso la madre… diciamo che stava continuando il suo discorso...

Terapeuta – sembrerebbe banale questo fatto, no, però appartiene ad una specie di catena di senso di colpa... “Siccome non ho partecipato alla supervisione, non ho avuto notizie di TI e perciò non saprò mai esattamente chi è Tara. Non avrò mai la possibilità di capire di più su di lei”... In realtà, nella seduta di supervisione in cui lei è mancata non si è parlato affatto di Tara, no. Questo appartiene quindi solamente ad una sua fantasia, meglio forse ad una sorta di risonanza, a quella catena di senso di colpa un po’ transpersonale, diciamo… solo per segnalare un piccolo aspetto. Ora, uno può uscire da questo vincolo in tanti modi... dicendo: “E’ colpa mia”, oppure “E’ colpa di quello che è accaduto, perciò non sono arrivato in tempo” ecc… qualcuno colpevole di questo si trova sempre, però la mia comunicazione è bloccata… comunque sia, non posso sapere chi è questa Tara, diciamo... Ma andiamo avanti; può darsi che poi lei lo abbia capito, anche se è mancata alla supervisione.

Monica – beh, per quello che avverto mi sembra una che sta elaborando molto bene; certe volte la sento anche più brava, tra virgolette, di me, no... nel riuscire proprio a collocarsi nelle relazioni rispetto agli altri. Mi sembra che stia facendo un lavoro su di sé, un’elaborazione delle sue reazioni, delle sue emozioni. Dunque, in questa seduta appunto Tara parlava della sua difficoltà ad avere spazi propri, anche quando sta nella sua cameretta; c’è la madre che continuamente va da lei a chiederle: “Cosa fai?...”, vuole sapere, vuole parlare con lei, non la lascia mai sola. Lei diciamo che le risponde sempre con una scusa: “Si, adesso studio, adesso...”, però trova la madre molto invadente e questo le da una sensazione di disagio, appunto, di non avere spazi. Dice che non riesce a mandarla via la madre, perché le dispiace… pensa sempre che se la cacciasse via si sentirebbe in colpa, farebbe dispiacere alla madre, la madre ci rimarrebbe male insomma se... e allora inventa delle scuse, ma non la tratta male, non la manda via. A quel punto interviene Nestore e le dice: “Ma tu che non hai paura di tua madre, allora perché non parli, non provi a parlare con lei del tuo bisogno di stare da sola? Io invece non posso parlare con mio padre perché ho paura di lui… mi fa letteralmente paura. Quando gli ho detto che non volevo fare il taxista lui mi ha soltanto aggredito dicendomi che sono pigro, che non mi va di lavorare e che devo svegliarmi... mi rimprovera soltanto e non mi aiuta in fondo a superare il mio problema, più che altro insomma lo peggiora”. E qui interviene il Terapeuta, facendo notare a Nestore che pur dicendo che il padre gli fa paura, però lo dice sorridendo, quasi sorridendo, cioè gli fa notare che c’è questa discrepanza. Gli chiede cosa significhi. E’ come se in fondo fosse contento, come se questo atteggiamento rispetto al padre fosse un atteggiamento da far paura al padre... Ecco, questo è stato un intervento che mi ha colto u po’ di sorpresa… Forse però è una difficoltà mia, perché poi N ha risposto molto bene. Da parte mia, io avrei avuto difficoltà a fare una cosa del genere, l’avrei sentito aggressivo... abbastanza pericoloso, insomma.

Vincenzo – si, anch’io ho sentito l’intervento del Terapeuta un attimino forte... vista anche la reazione di Nestore, che almeno inizialmente, è stata abbastanza evidente perché non ha parlato più per circa tre quarti d’ora… anzi guardava il gruppo come per cercare... e allora, lì per lì pure io mi sono chiesto come mai, cioè il perché di questo intervento. Poi mi sono ricordato dell’ultima seduta di supervisione, di quello che aveva detto Nestore: “Ci sono delle fondamenta, quelle non me le devi toccare se no...”, e allora ho pensato: “Ma allora forse la puoi toccare la casa!”, come se si potesse in qualche modo trovare uno spazio per intervenire nel rapporto col padre o per aiutare Nestore ad elaborare certe cose, come se questo non fosse in realtà poi durissimo, non gli facesse veramente vacillare le fondamenta... e dopo in effetti, con l’aiuto di Luciano, Nestore nella parte finale della seduta ha riparlato di questo, ha superato quel momento, anche abbastanza bene, quindi... queste sono le mie sensazioni.

Terapeuta – si, forse si... se ci sarà tempo si può vedere lo svolgimento della seduta, per capire se da un punto di vista clinico questo intervento corrisponde ai presupposti. Per prima cosa, considero che se uno non si trova nella situazione di poter intervenire non deve farlo… non si interviene e credo che sia giusta un’astensione terapeutica. Questa non è neutralità ancora, è la propria ignoranza; ammettere la propria ignoranza è uno dei presupposti per fare il terapeuta. E’ come non capire ancora il perché di una resistenza... Quindi bisogna aspettare. Foulkes, che era anche uno psicoanalista, abituato a questo, diceva: “Aspettare, aspettare e ancora aspettare...”. Se poi lo sai, sai il perché di quella resistenza, tu ti domandi se è opportuno dirglielo, perché la resistenza è un qualcosa che deve essere elaborata dal gruppo, allorché il gruppo ne diventa consapevole. Certo, qualche volta uno può derogare a questa regola, ma solo in considerazione di un contesto particolare…  Ora, io sono d’accordo con voi: questa è tra virgolette, una “eccezione”. In questo gruppo, che è in questa età… anche se non sono proprio adolescenti, sono giovani adulti… credo che qualche volta possa essere necessaria una maggiore attività… Ora, l’ipotesi di lavoro è questa. Tara dice che il suo spazio, lo spazio di intimità, viene invaso dalla madre; però lei non è in grado di dirle: “Vattene fuori”, le deve raccontare delle storie, fare finta di niente. E N allora le dice: “Ma perché non comunichi con lei?”. E poi racconta delle sue difficoltà di comunicazione col padre. Quando noi parliamo di processo di traduzione, di risonanza, diciamo in linea di massima una cosa molto didascalica, messa là, che spiega, non spiega... Questo è una caso di risonanza in cui Tara parla di una sua non comunicazione con la madre… e guarda un po’, è proprio Nestore che le dice: “Tu devi comunicare!”. Tu devi comunicare, però io no, io con mio padre non comunico. E’ come se risonasse in lui l’aspetto oscuro della comunicazione di Tara, il rapporto col padre... Perché Tara dice che si sente in colpa di voler allontanare la madre. Ora, quando uno si sente in colpa è perché, come si dice: “ha la coda di paglia”. Questa può essere una prima ipotesi, diciamo, che Tara ha la coda di paglia. E perché ha la coda di paglia? Se vi ricordate bene, ad un certo momento Tara aveva detto che col padre lei vorrebbe avere più intimità, cioè: “la mia stanza è chiusa per la mamma però è aperta per mio padre col quale vorrei molta più intimità”. Questo padre che è un pochino distante, un pochino sulle sue, un pochino avaro di tenerezze, che non le ha fatto le carezze. In lei si delinea molto più chiaramente il lato edipico, diciamo. Probabilmente è un padre che ha le sue resistenze; ci sono tanti genitori che alla bimbetta appena diventa grande non la toccano più, nemmeno la sfiorano, hanno paura dei propri impulsi. Certo, questa è una visione del rapporto in chiave pulsionale classica, edipica. E’ molto più complicato riconoscere il valore ed il senso di una certa trasgressività affettiva nell’ambito della più moderna analisi della relazione… diciamo che comunque è un aspetto del quale bisogna tener conto.

Dunque questo aspetto oscuro della comunicazione di Tara, che è il rapporto col padre, trova una risonanza immediata in Nestore. Lui dice che le sua fondamenta sono fatte della madre, e quelle non bisogna toccarle per nulla, no. Quindi, da questo punto di vista, dice a Tara: con la mamma puoi comunicare tutto ecc. ecc. E perché? Perché ho fatto fuori mio padre, in questo schema di comunicazione. Ed allora io effettivamente faccio un intervento che potrebbe sembrare “azzardato”, però non lo è nel senso della configurazione, del modo in cui la comunicazione si è configurata nel gruppo, e per l’atteggiamento stesso di Nestore. Se lui fosse stato completamente tranquillo, se non ci fosse stata questa sua discordanza mimica nella comunicazione… perché la comunicazione ha anche degli aspetti non verbali molto importanti, come vedete tante volte al cinema, ad esempio... Effettivamente quando Nestore diceva: “Mio padre mi fa paura”, rideva, ed io ho avuto la fantasia che fosse lui ad essere lo spauracchio del padre, e non viceversa… come se al padre lui dicesse: “Ma come, proprio a me mi compri un taxi? Ma non sai che io ho paura e mi vieni a proporre queste cose?”, e il padre si ritirasse con la coda fra le gambe, diciamo. E la madre... fantasia: “Hai visto come il bambino lo spaventa?”. Quindi: si consolida il rapporto con la mamma, il rapporto di tipo fusionale, fusionale-edipico? con un punto interrogativo... non lo so quanto sia purtroppo ancora pre-, pre-oggettuale, pre-genitale, fusionale, quanto lui abbia in realtà delle difficoltà a condensare l’Edipo in questo senso... per mancanza del padre, perché il padre si impaurisce, perché il padre ecc. ecc. ecc. Lui si sente molto potente con questa sua “paura di tutto”, perché si presenta dicendo: “Io ho paura di tutto”, non è che ho paura solo di qualche cosa, no: “Ho paura di tutto... e quindi come posso andare a lavorare se ho paura di tutto?”. Ovviamente voi potrete osservare che il padre reattivamente gli risponde: “Sei uno sfaticato, sei un parassita” ecc. ecc… certo, si innesca qui un circolo chiuso che non finisce mai perché c’è uno scambio di aggressività, uno scambio che serve come a ricaricare una specie di motorino, una dinamo, un circolo vizioso fatto di aggressività. Resta il fatto che Nestore a lavorare non ci va.

La risata di Nestore sembra voler rivelare tutto questo, e allora gli faccio notare la discordanza. Perché lo faccio? Proprio per la dinamica, la configurazione che si andava sviluppando, perché mi sembrava che lui in quel momento stesse incarnando una resistenza all’interno del gruppo: la parte con la quale non si può parlare. E infatti dopo questa specie di intervento di traduzione la comunicazione del gruppo riprende a girare. Come potete vedere, il senso di tutto questo è nel translation process. Tara denunzia il problema, però il problema risuona là dove veramente è, diciamo, in Nestore e nel suo rapporto col padre, che in lui si configura come una specie di blocco, che apparentemente non si tocca e che impedisce anche che la palla giri nel gruppo, per così dire.

Se non ci fosse stata questa risonanza in Nestore, se la comunicazione si fosse fermata a Tara, che è più matura, non sarebbe stato corretto dirle: “Mah!, guarda un po’; tu invece hai paura dell’intimità, paura e desiderio dell’intimità col padre”. No. Questo bisognava lasciarlo al gruppo, alla reazione speculare… che le venisse detto questo, che le venisse rimandato da altri attraverso il rispecchiamento di parti rimosse o negate del Sé, cosa che nel gruppo succede; questo è il training dell’Ego, del Sé nell’azione. Il conduttore, nella sua posizione, non deve mai dire: “Si, hai ragione, effettivamente non devi avere paura di tua madre perché hai un sodalizio edipico nei tuoi desideri… ce l’hai con tua madre che ti rompe le scatole e invade la tua intimità quando vorresti invece che il fosse il suo uomo a venire nella tua stanza”. Questo non si può fare. E’ bene invece lasciare al gruppo la possibilità di elaborare tutto questo, perché entri in qualche modo nel processo della comunicazione e quindi nella matrice del gruppo stesso.

E quindi la coda di paglia di Tara è questa. In termini molto crudi, non può dire alla madre: “Non invadere la mia intimità”, perché la risposta sarebbe: “Ah!, perché tu te la intendi o te la vuoi intendere con tuo padre!”,... detta così, lascia il tempo che trova, anche se in questo gruppo c’è stato un sogno molto ma molto chiaro tre sedute fa. Se lo ricorda lei, si? – rivolto a Vincenzo

Vincenzo – Si, Luciano ha sognato che stava con la madre nel letto e di fianco c’era il generale Clark, che poi lo scavalcava, gli montava proprio addosso, per andare dalla madre ed avere un  rapporto con lei e L impotente doveva assistere a questo... perché lui è il generale Clark, che è il generale della NATO che comanda le operazioni di bombardamento della Serbia.

Stefania – E questo era tre sedute fa?

Terapeuta – Tre sedute... e il gruppo non... apparentemente...

Stefania – ...non ha reagito...

Vincenzo – No, anzi, ci sono state delle risate da parte di Giorgia e di Mara... si sono messe a ridere in modo abbastanza evidente, non si trattenevano quasi... il Terapeuta aveva cercato così di...

Terapeuta – il sogno di Luciano allude al disagio del bambino di fronte alla realtà dell'accoppiamento dei genitori, che lui interpreta inevitabilmente in chiave sadica; si tratta chiaramente di un sogno edipico. E le donne del gruppo allora deridono Luciano... ecco, questo è un meccanismo di difesa, no... lo deridono come a dire: “Guarda un po’ questo... hai visto cosa fa se trova il generale che lo mette a posto... ci vuole un generale che ti mette a posto a te!” oppure “Tu davanti al generale che vuoi fare!”, “ Mica tu puoi..., quello c’ha molto più roba di te, come puoi fare a...”, cioè una sorta di sovracompensazione della donna, quella che Freud interpretava come invidia del pene e per la quale è stato ampiamente criticato… E allora le donne del gruppo si mettono a ridere. Però era un sogno molto angoscioso di questo poveraccio... E le donne del gruppo invece di dargli una mano... Perché lui, Luciano, si aspetta una mano dalla donna da tanto tempo, e invece Giorgia e Mara non parlano mai perché vivono il loro silenzio edipico come se fossero complici... Quindi invece di far prevalere l’atteggiamento analitico, la comunicazione, l’elaborazione… ecco, tutto questo è by-passato con una risata… non c’è comunicazione effettivamente. Questo è il contesto generale del gruppo. Conoscendolo un po’, occorre aspettare che sia la configurazione a consentire un intervento. In linea di massima, non potete dire: “Beh!, vi ricordate che due sedute fa abbiamo avuto un sogno ecc., perché non ne parliamo?”. No, a meno che non ci sia qualcosa che emerge come resistenza, bisogna aspettare i tempi del gruppo, che qualcuno cominci a parlare del sogno e ad associare su di esso, diciamo… a parlare per esempio della guerra del Kossovo ecc. ecc., se non altro per liberare carica e investimento aggressivo che ci sono in loro e nel gruppo per questa situazione che è conflittuale a più livelli, quello della guerra ma anche quello delle fantasie edipiche inconsce ecc.

QUARTA SEDUTA

Monica – Questa volta inizia a parlare Nestore. Dice che gli hanno offerto un lavoro e che è entrato in ansia per questo, e allora ha cercato la sua terapeuta di prima, così, per avere un consiglio. Ricorda di aver già avuto due esaurimenti nervosi e che l’ultima volta è ingrassato molto…

Terapeuta – si, N ha parlato molto, abbastanza... e finalmente ha parlato anche del suo corpo. Ha detto: “Io sono ciccione, sono grasso”...

Vincenzo – … non l’aveva mei detto prima...

Terapeuta – Si, ed ha aggiunto “...e non credete che questo mi faccia molto piacere!”. Cioè, per la prima volta si sta rispecchiando... permette al suo corpo suo di rispecchiarsi nel gruppo, cioè sta accettando la posizione di entrare nel gruppo a cercare il Sé, diciamo. Effettivamente ho avuto la sensazione che lui ridesse un po’ di sé stesso, ridicolizzasse sé stesso, come in una specie di autoironia che però che non gli serve a molto, non lo aiuta più di tanto ad accettare di più sé stesso. E’ come se si dicesse: “Ma chi vuoi che ti prenda sul serio!”. Comunque l’ho trovato molto positivo questo, poter parlare di questo, dell’essere grasso… Vuole continuare, Monica?

Monica –  si, dopo Nestore interviene Tara, esplicitando questo senso di colpa di non essere maschio, che è un sentimento suo rispetto al padre... perché il padre in effetti riesce ad essere affettuoso con la madre ma non con lei. Ho sentito questo passaggio come importante, anche di rivalità con la madre diciamo, come se non riuscisse ad eguagliare la madre. E poi Tara comincia a piangere. Nestore rimane molto colpito da questo fatto e gli dice: “Beata te…!”. In qualche modo vede in lei proprio i passaggi che dovrebbe fare lui, li nota subito quelli che fa TI ma che lui sente preclusi per sé stesso per via della sua ansia, “un’ansia che ormai coinvolge tutta la mia vita”, dice.

Terapeuta – si, è così… ma Tara aveva detto prima qualcosa che mi sembra importante proprio alla luce di quello che ha riferito lei. Forse lo ricorda?

Monica – si, lo ricordo… TI aveva raccontato la storia della sua famiglia, cioè che il padre...

Terapeuta – ... si, la storia della famiglia... la rivalità col fratello, il fratello che è figlio della...

Monica – ... della prima moglie, che è morta... e Tara quasi diceva: “Io non dovevo nascere...”, un passaggio molto importante. Quando dice: “In fondo io perché sono nata? Tante volte mi chiedo perché sono nata”... E’ perché credo che lei non accetti questo secondo matrimonio del padre, non so... l’ho sentito proprio come un senso di colpa, come un senso di tradimento rispetto alla prima moglie, che è morta, una non accettazione del fatto…

Terapeuta – chi non accetta questo?...

MonicaTara... come un senso di colpa, cioè: “Io non dovevo esserci perché, se non moriva la prima moglie, io non ci sarei stata, perché mio padre non si sarebbe risposato”. Io ho avuto la sensazione che lei facesse questo passaggio, proprio come un senso di colpa per essere al mondo, no, perché c’era una morte prima… come dire: “Io, se non fosse morta questa persona...”. Perché non era stata una scelta del padre, nel senso: “Mi separo, poi divorzio e poi mi risposo”, no...  e quindi lei non era il frutto di una libera scelta, della vera volontà del padre... e questo era come se generasse in Tara un senso di colpa. Oltre a non essere maschio... Poi ha detto anche, appunto, che forse il padre la voleva maschio... Era come se Tara si rifugiasse difensivamente nell’illusione di una famiglia ideale, nel senso: “Se io fossi stata un fratello... il primo fratello... se fosse la prima famiglia” ecc. ecc.

Terapeuta – E’ interessante questa associazione di Monica perché appartiene ad una supposizione che va verbalizzata... mi sembra appartenente a questa costellazione affettiva, in parte edipica, in parte preedipica, anche un po’ confusa, diciamo... Perché Tara inizialmente aveva parlato della sua fatica a venire al gruppo e della confusione provata nelle ultime sedute, accusando in qualche modo il gruppo di non aiutarla come si aspettava… era come se dicesse: “Va bene, se qualcuno non mi fa parlare io non parlo”. Tara vuole il padre per farla parlare, in qualche modo… E’ una specie di richiesta al terapeuta, anche, una pressione nei suoi confronti accentuata dal pianto…

Ed è qui che Nestore entra col suo discorso, e dice: “Mi fa piacere il fatto che tutti hanno di queste cose qui… ”. Poi, subito dopo aggiunge: “Ma io ho più ansia di tutti”, e lo dice ridendo. Io glielo faccio notare; già è la seconda volta, come quando lui diceva: “Mio padre è un rompiscatole, uno col quale non si può andare d’accordo” ecc… e lo diceva ridendo, proprio ridendo, mentre lui parla di quest’ansia che lo invade ne ride anche. Ed io credo che questo significhi qualcosa... come se fosse non soltanto un meccanismo di negazione, ma un meccanismo di resistenza su cui puntare, come dicendo: “Beh, la vostra è un’ansia comune, la mia è un’ansia di tutto, quindi la mia è una situazione irriducibile”, e come se questo fosse appunto una resistenza molto strutturata non tanto a livello psicodinamico quanto a livello quasi di precoscienza: “Io sono un inguaribile” e di questo faccio un punto di riferimento  preciso, un modo di orientare il Sé, in qualche modo.

E allora dopo una decina di minuti in cui parla solo lui, Tara che prima era al centro dell’attenzione, molto viva, comincia ad accasciarsi, anche fisicamente, quasi a rattrappirsi, e questo richiama la mia attenzione. Anche questa è una configurazione, un termine sul quale insisto molto… quello che accade nel gruppo proprio lo vedete con gli occhi, una persona da sorridente diventa triste o viceversa... in qualche modo la risonanza non è soltanto verbale... ricordate che sono cinque i livelli di comunicazione... e allora io chiedo a Tara cosa le stava succedendo. E lei dice: “No, niente... può darsi che sia qualcosa di molto, molto inconscio, però io non...”. Resiste in modo evidente alla comunicazione. Il sospetto è che lei tollerava male che si parlasse del fratello, del fratello maschio, e che questo non le permettesse di entrare di più, di mettersi in gioco. Perché probabilmente il fratellastro aveva sofferto molto per la morte della madre, e poi per essere stato abbandonato anche dal padre, e non è difficile supporre che si fosse “generato”, tra virgolette, un senso di colpa. Però un senso di colpa già nei genitori, no... ipotesi... che si fosse creato un nucleo del quale non si potesse parlare tranquillamente, no... la moglie morta, il fratello sofferente ed escluso ecc. Quindi c’è forse una confusione in Tara fra il desiderare di essere come il fratello, con fantasie del tipo: “Se fossi stato io il fratello, qua con questa nuova moglie, in questa nuova famiglia, mio padre sarebbe stato felice perché avrebbe avuto un maschio”, e la colpa per queste fantasie che fanno fuori di nuovo il fratello... però questo desiderio è molto vivo. In altre parole, la genesi della colpa non necessariamente mi fa pensare ad una rivalità generica fra sessi... una cosa inevitabile, congenita, come può essere il peccato originale... In linea di massima è qualche cosa che nasce nel contesto della rete familiare di questa ragazza. Questa è l’ipotesi, vedremo poi che cosa succederà nel gruppo.

Come continua la seduta?

Monica – beh, tornando a Nestore, ha fatto un passaggio che mi ha colpito, quando ha detto: “Il padre è quello che ti fa entrare nel mondo, nella società, e il mio me l’ha impedito”. Quindi mentre Tara era riuscita ecc. ecc., a lui era comunque preclusa ogni possibilità. D’altra parte ha esplicitato qualcosa che forse è vera per lui, che il padre non è riuscito a metterlo, a inserirlo in società.

Terapeuta – si, questo è un altro aspetto… perché Nestore interviene su Tara quando lei, parlando del padre che non è affettuoso con lei, scoppia a piangere. Come se effettivamente Nestore lo trasferisse in qualche modo al suo di padre, no…  E allora uno si chiede se non ci fosse un rapporto dello stesso tipo, cioè Nestore vuole che il padre gli dia chissà che cosa, anche se lui continua a rifiutarlo. Allora, in questa ipotesi ci sono due aspetti. C’è Tara che è andata oltre la problematica iniziale della separazione dalla madre mentre sembra che non riesca a sorpassare questa barriera edipica col padre, e c’è Nestore che invece è rimasto un po’ più indietro... non solo, ma vive un po’ il conflitto col padre come se fosse un Edipo alla rovescia, come se lui volesse l’intimità del padre, diciamo, perché reclama da lui qualcosa che il padre non gli ha dato. E questa è un’ipotesi. Credo sia sempre utile fare un’ipotesi di lavoro, su come si configurano le cose, un’ipotesi naturalmente sempre più o meno provvisoria, perché non è detto che uno possa indovinare tutto... uno fa un’ipotesi di lavoro che è semplicemente una risposta a che cosa può succedere. Perché Nestore prima dice che lui sa tutto, è chiaro; poi dice anche che ha una situazione che non si può risolvere, e lo dice ridendo... Allora l’ipotesi è che lui attui una difesa nella regressione… cioè, chiede al padre qualcosa che non può avere da lui ma invece di procedere comunque attraversando l’Edipo in questa difficile posizione si ritira di fronte ad esso, e continua in una specie di rifiuto agito sul padre. E uno si domanda allora se c’è in questo anche un guadagno secondario, e quale potrebbe essere. Come ha già detto Monica, Nestore è un “mammone”: a lui tutto questo serve per essere ancor più polarizzato sul lato materno, sul polo narcisistico piuttosto che su quello oggettuale.

Monica – si, a questo proposito a me ha colpito molto anche l’immagine che ha portato Nestore a fine seduta, quella dello squalo, no, che lui vuole sentirsi uno squalo, si sente uno squalo e che come uno squalo non deve mollare la preda… la preda che in questo senso è chiaramente il gruppo di terapia. Io ci ho visto una identificazione con l’aggressore, che può essere il padre… lui lo vede sempre aggressivo e quindi l’unico modo per difendersi è di essere aggressivo a sua volta. E quindi lui doveva essere aggressivo come uno squalo che addenta la preda. Poi però c’è stato anche l’intervento del Terapeuta, dicendo che lo squalo è anche quello che fugge, quello capace di scappare per non farsi acchiappare, come se questa fantasia di Nestore volesse dire non solo che è forte, ma anche che può scappare più facilmente. Non so se l’ho capita male io...

Comunque, ci sono altri aspetti interessanti in questa seduta. C’è un aspetto positivo, quello di Nestore che si è seduto accanto al Terapeuta, prendendo in pratica il posto di Luciano, che era assente, e raccontando della sua difficoltà a trovare lavoro, che era ritornato dalla terapeuta precedente per chiedere consiglio e che lei che l’aveva rimandato al gruppo, e quindi il fatto che si fosse seduto... era la prima volta che si sedeva proprio accanto al Terapeuta, si rivolgeva al Terapeuta come a dire: “Allora mi puoi aiutare...”, prendendo forse in questo modo un certo distacco dalla madre. Poi, c’è un’altra cosa che ha detto Nestore circa le sue difficoltà nel tornare al lavoro: “E poi insomma io sono in sovrappeso, purtroppo è un difetto fisico che mi impedisce di sottopormi a sforzi. E’ anche questo che me lo impedisce, non c’è solo il problema psicologico dell’ansia e della paura”. E io questo difetto fisico, siccome l’ho sempre catalogato come “mammone” anche perché è in sovrappeso... io l’ho sentito come una sua difficoltà a staccarsi dalla madre. Cioè, in primo piano c’è questa sua obesità, che mi riporta sempre alla mamma, al suo legame con la mamma, un difetto che poi in fondo vuole significare questa sua difficoltà a distaccarsi dalla madre…

Terapeutasi. Relativamente a questa ultima battuta a me sembra che sia anche un po’ così. Quando si parla di questo aspetto, già si parla di qualche cosa di strutturale, come se fosse non soltanto una scusa, come può sembrare a volte la nevrosi, diciamo... No: è una struttura. Io sono grasso, quindi io “non posso”... E’ qualcosa che è intimamente legato al Sé, all’immagine del Sé, e questo per lui è come se fosse un legame intimo con la maternità: “Io sono...”, per così dire “Io sono il bello di mamma, così “brutto” come sono, tra virgolette, così grasso, ma sono il bel pacioccone di mamma...”, e tutte quelle altre cose che si dicono “… di mamma”. Per tutto questo quell’ “io sono” sa non tanto di matrice fondamentale quanto proprio di rete, di legame con la rete, quasi fisico ancora. Paradossalmente, ciò che lo unisce quasi in modo quasi simbiotico alla madre è la stessa cosa che lo separa dal resto del gruppo, perché gli altri non lo accettano anche per questo. E’ questo il “paradigma”, in linea di massima. Si, da questo punto di vista sono d’accordo con lei. Questo riguardo solo all’aspetto... Riguardo invece alla fantasia del pescecane, ha seguito Vincenzo? Ha qualche pensiero al riguardo?

Vincenzo – si, io... non so, ho sentito qualcosa di un po’ diverso da quello che ha sentito Monica, nel senso che Nestore a proposito di questa immagine del pescecane che addentava la preda chiaramente intendeva, almeno all’inizio, che lui era un pescecane e addentava la preda, cioè la terapia, come a dire: “Io non mollo la terapia; una volta che penso che questa terapia mi possa far bene, non la lascio tanto facilmente”. Qui era venuta... mi sembra che il Terapeuta avesse parlato in questo senso di aggressività orale, qualcosa del genere…

Terapeuta – no… forse lei lo ha intuito, diciamo…

Vincenzo – comunque sia il suo intervento ha in qualche modo rovesciato l’approccio iniziale, accennando anche alla possibilità che fosse Nestore in realtà a sentirsi preda del gruppo…

Terapeuta – ... cioè?...

Vincenzo … cioè come se il gruppo potesse essere il pescecane nei suoi confronti, come se il gruppo fosse anche una minaccia per Nestore... Ma questo rivolgimento lui inizialmente non l’ha proprio capito, almeno così mi è sembrato; è rimasto un attimo perplesso, e solo in un secondo tempo ha intuito qualcosa e allora ha annuito come a dire: “Si, è possibile”. Poi, per quanto riguarda quello che diceva Monica, mi sembrava che il Terapeuta avesse detto non che il pescecane o lo squalo fuggono o scappano, ma che si dice che se si dà un calcio al pescecane, il pescecane fugge, come se fosse anche facile impaurirlo, oltre che esserne impauriti, ed è in questo senso forse che si è poi avuto il rovesciamento del significato, l’accenno alla disposizione interna del gruppo che assale Nestore invece che il contrario. Mi è sembrato che potesse essere così, poi...

Terapeuta – si, infatti quello che ho detto era questo, quello che ha riportato Vincenzo, diversamente da come l’ha sentito Monica. La figura del pescecane è una figura inquietante, diciamo, un po’ come quella del papà, perché ha una oralità proverbialmente aggressiva... si dice che il pescecane ha una doppia fila di denti e quindi è l’oralità per eccellenza, oralità che sta quasi a livello identificatorio, quando la carica affettiva e la distruttività praticamente si confondono... Questo è quanto! Devo dire che quando Nestore ha proposto questa immagine di Sé ho detto: “Stiamo bene qua!”

Vincenzo – ... si, questo l’ho pensato anch’io!

Terapeuta – ... però, d’altra parte è quello che lui dice, ed è bene che almeno lo dica in questo contesto, no... Se il gruppo avesse avuto una matrice più matura, avrei lasciato che fosse il gruppo stesso a mettersi in rapporto con questa immagine così regressiva, così pesante, così dura, perché ciascuno la configurasse d’accordo con la sua possibilità “di sopravvivenza”, fra virgolette. Però in questo gruppo a me sembrava che fosse da una parte importante accettarla questa immagine, da un’altra parte anche, tra virgolette, “sdrammatizzarla”; come quando uno fa degli interventi sugli psicotici, in cui qualche volta non punta solamente alla rassicurazione, nel senso di dire: “Non ti preoccupare, non è niente!”, perché sennò quello veramente dice: “Beh, mi stanno trattando da matto e allora sono matto sul serio!”.  E allora ho detto a Nestore: “Guarda, si: effettivamente il pescecane ti può ammazzare, però poi del pescecane si dice anche ...”. Io l’ho saputo, mi ricordo che c’era qualcuno che lo diceva… credo che il pescecane non abbia un grandissimo olfatto e neanche una grandissima vista, per cui praticamente qualche volta, con alcune specie di squali almeno, basta dargli un calcio che se ne vanno da un’altra parte. Comunque sia effettivamente era un’immagine molto ma molto aggressiva, molto ambivalente... come anche la sua posizione davanti a me, perché da un parte era vicino a me con quella specie di “soggezione”, tra virgolette, che lui ha e che io sento anche un po’… non falsa però la sento molto ambivalente, diciamo, come se dicesse: “Si, hai ragione... tu sei un Dio!” ecc. ecc., però dall’altra parte aveva anche dell’aggressività, del tipo: “Beh, oggi voglio che tu mi dica veramente che cosa devo fare... che cosa devo fare sul lavoro ecc. ecc. La terapeuta mi ha rimandato da te, e allora?”. Come se mi mettesse proprio un aut aut... e infine lanciasse anche questo spettro, la sua fantasia di essere un pescecane e di addentare la preda. Ho paura che effettivamente l’identificazione col pescecane sia compensatoria di una sua fantasia interna di essere lui la preda del pescecane. E questo lo collego anche con quello che lui dice, come sintomo quasi esistenziale: “Io ho paura di tutto!”, ansia di “tutto”, un’ansia vitale... come colui che è perseguitato da un pescecane “sempre”… non è un pericolo concreto, reale, né un pericolo più o meno “edipico” qua… è un pericolo immanente, diciamo, di essere inghiottito.

Vincenzo – così, mi è venuto in mente adesso mentre lei parlava quello che ho sentito o letto, che tante volte nella fusionalità con la madre possono rientrare anche timori di essere inghiottito, di essere fagocitato, di essere…

Terapeuta – si, può essere.

Fine

LIVIA

Crisi del mondo, crisi del corpo

 

 

Noi siamo vicini alle cose

Lorenzo Calvi

Occorre che i fatti precedano le teorie

Mario Galzigna

Io, come uomo, l’uomo che ha in sé

il mondo, anche il mondo che ignora

Enzo Paci

Arrivo a conoscere Livia al principio dell’inverno dello scorso anno.

Un collega cognitivo-comportamentale mi accenna al caso raccontandomi che la ragazza, a suo parere, abbisogna, dopo un periodo trascorso sotto le sue cure, di un intervento di marca differente. Di una terza via[2], la capacità di trascinare il corpo verso la meta[4], che aveva nel tempo preso completo possesso della sua persona, del suo Körper, dell’abituale corpo fisico[6] contro intenzionalità disperante[8].

Chi spera ha tempo da giocare e giocarsi, non ha fretta; sa che nulla dipende dal suo impegno, il risultato sperato non ha a che fare direttamente con esso. La speranza è affidata al caso, per questo passiva e apatica, ma in ogni caso luminosa attesa, piena di Altro. lontana dal sentire patico, angoscioso che invece è proprio, tra gli altri, dell’attesa (si noti qui bene che è il vissuto del tempo ad essere profondamente differente tra le due situazioni esistenziali):

“Il tempo della speranza è animato dall’avvenire, dal futuro, nel quale il passato e il presente rifluiscono senza discontinuità; e la speranza non ha in sé le tracce di ansia e di angoscia, di inquietudine e di timore, di tristezza e disperazione, di perplessità e di insicurezza, che si affiancano nell’attesa. L’attesa e la speranza si confrontano, così, in modo diverso con il futuro; che è vissuto nella sua dimensione ambigua e dilemmatica nell’attesa, e nella sua dimensione radicalmente aperta e luminosa nella speranza” (E. Borgna 2005, 51).

L’esperienza dell’attesa è quindi profondamente diversa da quella della speranza.

Il regno dell’attesa è un regno d’ombra, di timore e nebbia, di incertezza angosciosa. Un regno che è stato in un primo momento rischiarato dal fare, dal colpire e dal decidere, e che è andato poi oscurandosi nell’attesa di un’eco al proprio fare, al proprio essersi esposti, al proprio colpire e decidere[10].

In questo senso si intende come, nell’esperienza dell’attesa, l’angoscia abbia il suo posto privilegiato, l’angoscia di chi conosce cosa lo attende, di chi sa quanto ha fatto e quanto invece non ha fatto perché l’altro, se pensiamo all’incontro clinico o interumano, arrivi, lo raggiunga e quindi si faccia vivo, vedere magari sul piano trascendentale[12].

IL LUOGO DEL CAMBIAMENTO

NOTE FENOMENOLOGICHE SULLA CORPOREITÀ

Livia lamentava, a suo dire da quando aveva avuto inizio il quarto anno di scuola, problemi soprattutto a livello organico, conati di vomito, sensazioni di dolore fisico, percezioni bizzarre e complesse. A scuola, i professori non riescono più a far fronte alle mattinate di lamenti, piccole urla e uscite dalla classe per il bagno o il corridoio, causate dai dolori che la colgono durante le ore di lezione.

Questa era stata d’altronde la problematica portata dai genitori quale disagio percepito dalla ragazza (insieme alla preoccupazione per il presente scolastico e per il futuro di vita della stessa Livia).

I lamenti principali erano i seguenti:

- prurito sul collo

- piedi scivolosi

- dolore alle unghie

- dolori a livello epidermico

- dolore alle articolazioni superiori (polso e gomito su tutti)

- dolore agli arti inferiori

- dolore e strane sensazioni alla gengiva destra

A queste sensazioni, comunque non estranee del tutto alla maggioranza della popolazione e quindi ad un sentire che possiamo definire comune, si andavano aggiungendo anche esperienze di modificazione corporea e di abnorme esperienza del proprio corpo, del sé (ben descritte ad esempio da Morselli, 1962), come le seguenti:

- vissuti di alterata grandezza del proprio corpo (sono diventata più alta, etc.)[14].

Quelle appena descritte si potrebbero definire come esperienze di depersonalizzazione somatopsichica[16] della ragazza, è stato piuttosto utile (e forse in qualche modo curativo), sino a che è potuto durare il nostro rapporto terapeutico, definirle e trattarle anche quali rappresentazioni corporee della mancata trasformazione della realtà emotiva della ragazza in pensieri, rappresentazioni corporee dell’assalto del mondo alla posizione vitale di Livia.

È certo, come inoltre testimoniato dai gesti quotidiani della ragazza, che tali esperienze hanno reso il corpo della stessa non più disponibile al mondo, non più utilizzabile per il contatto con gli altri e con se stessa (almeno per una sua buona parte, si direbbe, ascoltando e osservando la ragazza, l’emiparte destra).

Affermazioni come “Ho capito, sento che il mio braccio pesa!” dicono di una riflessività accentuata oltre il limite - di quella che Sass (2013) definisce come iper-riflessività patologica - dicono di un pensiero che ha sospeso il vissuto naturale delle cose, e quindi di se stesso, per scoprire, svelare dolorosamente la verità delle cose che la gente comune riesce invece naturalmente a mettere da parte.

Dicono in sostanza di una epochè psicopatologica avvenuta e in corso.

Se tutti noi infatti fossimo costretti a sentire, renderci conto del peso delle nostre membra, se quindi riuscissimo a sentirle pesare per quanto in realtà pesano, faremmo molta più fatica a compiere i gesti quotidiani che compiamo in maniera automatica e senza darcene il minimo pensiero. Faremmo molta fatica a non pensare alle nostre membra, al peso che ci portiamo dietro. Il nostro corpo non sarebbe certo più lo stesso, così come il nostro mondo. È un momento tragico quello che stiamo vivendo, non siamo più le stesse in un mondo, in un luogo che non è e che non sarà più lo stesso, per me e per i miei familiari[18].

Il corpo di Livia si è fatto in questo modo incomprensibile per la stessa ragazza, si è trasformato in una domanda, in un’occasione drammatica di messa in discussione della propria vita, nel momento in cui il mondo-proprio sta per essere messo in discussione per quello che è stato sino ad ora (il termine delle scuole superiori):

“Si comprende bene, allora, come Merleau-Ponty dovesse concludere, per vie affascinanti e impossibili da riassumersi qui, che la cosa è tutt’uno con il corpo che la incornicia, e che il corpo è tutt’uno con il mondo ed è, insieme, incorniciato dal mondo: mondo a cui fa da supporto, per un verso, e corpo a cui fa da cornice, per un altro; corpo in cui è inscritto l’orizzonte del mondo, e mondo nel cui orizzonte è inscritto il corpo, in un’oscillazione inestricabile che risolve in sé la condizione di tutte le condizioni e la verità di tutte le verità” (Leoni 2008, 138).

Così, sulla base di una condizione esistenziale sul limite del cambiamento catastrofico (Bion), condizione esterna sentita al limite tra l’ambiente, le sue risorse e la sua persona, anche il corpo di Livia s’è fatto incomprensibile, nel senso di imprevedibile (proprio come il destino del suo stesso mondo).

Un corpo e quindi un mondo così fatto, o non fatto[20].

In condizioni di questo genere si rischia, e si è rischiata, una condizione difficilmente tollerabile per la mente e il corpo della ragazza, momenti durante i quali è stata opportunamente ritirata per alcuni giorni dalla scuola perché non in grado neppure di muoversi autonomamente.

Ci rivolgiamo qui naturalmente alla distanza tra il corpo vissuto (Leib), corpo che siamo, corpo-vivo ed il corpo fisico (Körper), corpo che abbiamo, misurabile e osservabile:

“Il nostro unico intento è quello di illustrare la distinzione, troppo spesso trascurata, fra il corpo com’è descritto nei libri di medicina (il corpo che abbiamo) e il corpo in quanto gioca una parte nella non scientifica, non ‘gnostica’, ma soprattutto ‘patica’, vita ‘preriflessiva’ dell’uomo (il corpo che siamo)” (Van den Berg 1955, 2015, 32).

Il corpo che Livia lamenta è quello che lei sente non essere più disponibile e a disposizione per la vita che sta vivendo e per quella che dovrà vivere. È lo stesso corpo che ad un osservatore esterno non appare cambiato di una virgola, ma che Livia sente, osserva e vive invece come terribilmente modificato e modificantesi (non poche volte ci siamo dovuti fermare nel mezzo delle sedute perché la ragazza lamentava acuti dolori e sensazioni strane, che la facevano, e mi facevano, trasalire).

È il corpo preriflessivo quello di cui Livia si lamenta, di cui parla e al quale fa continuamente cenno senza che alcuno riesca a comprenderla davvero a fondo; nessuno infatti soffre dello stesso male che affligge da qualche tempo Livia.

Il calore che lei prova, gli occhiali appannati, il polso che sente ruotare, i piedi che non la supportano più nel contatto con il terreno, tutto deve farci porre l’attenzione sulla immagine, sul corpo-mondo che viene fuori dalle precise descrizioni di Livia.

Livia, arrivata al quinto anno delle scuole superiori, sta perdendo pian piano il suo corpo; non il corpo organico, non sta morendo, sta perdendo il corpo proprio, lo sta sentendo modificarsi. Livia, al limitare della età adulta, non si riconosce più.

Il corpo di Livia è sintonizzato con il suo mondo vissuto, mondo che si sta avvicinando alla tragica disgregazione di quel che è stata una infanzia direzionata dai genitori, nell’orizzonte tranquillizzante dalle scuole dell’obbligo[22].

Le braccia non sono più le stesse, le gambe neppure, il polso, i denti, gli occhiali e i piedi, nulla risponde più come una volta; le nausee di cui Livia sente di soffrire spesso dicono della presenza di quello che potrei definire come un mal di mare trascendentale (che è un mal di mare esistenziale del quale soffrono gli stessi genitori della ragazza al pensare al futuro che l’attende oltre le Colonne d’Ercole delle scuole dell’obbligo).

Livia, a mio avviso, è stata colta da una epoché, da una sospensione del giudizio patologica quindi, perché improvvisa e passiva, non ricercata come di solito fa il filosofo o l’artista, ma invece subita.

Il dono (per come lo definisce Calvi 1993, 2015) che ha colpito Livia è di marca dolorosa e passivizzante (Livia non può fare a meno di sentire ciò che sente, non è più libera), è una scoperta che la svantaggia ulteriormente rispetto ai pari età e agli altri in genere che sembrano (ed infatti così per loro fortuna è) vivere la propria vita senza curarsi delle cose ‘ovvie’, del proprio corpo ‘ovvio’.

Livia ha invece spesso sospeso la normalità delle cose ‘banali’, ha dovuto costruirsi una propria norma funzionale fatta di gesti lenti, domande sul da farsi, richieste strane basate sulle sue bizzarre esperienze corporee, cenestetiche, su vissuti particolari e non certo da tutti comprensibili. Tutto ciò l’ha resa ancora più distante dagli altri, dal sentire medio dei coetanei e da quello degli adulti inconsapevolmente inseriti nella naturale marea del mondo e delle cose[24].

In una situazione del genere si comprende benissimo come il percorso di cura vada affrontato per gradi, per minimi accenni e tracce da ricercare e tenere quindi in massimo conto[26], quindi, una visione, alla quale tutti abbiamo la possibilità di accedere, solo riuscissimo a dimenticarci momentaneamente del nostro corpo muto, del nostro mondo solito, per ritrovare finalmente il senso celato nel corpo vivo di Livia. Il suo senso unico.

BIBLIOGRAFIA

  • Dizionario di Medicina, Treccani, 2010.
  • E. Borgna, L’attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano, 2005.
  • L. Calvi, Prospettive antropofenomenologiche, in G. B. Cassano (a cura di), Trattato Italiano di Psichiatria (Cap. 2, Fondamenti teorici della Psichiatria, a cura di R. Rossi), Masson, Milano, 1 ed., 1993, p. 97; 2 ed. (con alcuni ampliamenti), 1999, pag. 77; ora in A. Ballerini, B. Callieri, L. Calvi, L. Del Pistoia, Il paradigma erlebnis, a cura di Di Petta G., Colavero P., EUR, Roma, 2015.
  • L. Calvi, Il piano eidetico dell’incontro, Comprendre VIII, La Garangola, Padova, 2008.
  • U. De Giacomo, G. E. Morselli et al., Le psicosi sperimentali, Feltrinelli, Milano, 1962.
  • M. Galzigna, Che ci fa un filosofo nella casa dei pazzi?, POL, YouTube, 4.12.12.
  • S. J. Lec, Pensieri spettinati, Bompiani, Milano, 2001.
  • F. Leoni, Habeas corpus, Mondadori, 2008.
  • P. Lorenzi, Il corpo vissuto, SEID, Firenze, 2009.
  • C. Michelstaedter, Dialogo sulla salute, Formiggini, Genova, 1912.
  • E. Paci, Diario fenomenologico, Bompiani, Milano, 1961.
  • E. Paci, Funzione delle scienze e significato dell’uomo, Il Saggiatore, Milano, 1963.
  • M. Quartu, E. Rossi, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, Milano, 2012.
  • R. Stout, I ragni d’oro, Neri Pozza, Vicenza, 2015.
  • J. H. Van den Berg, Il metodo fenomenologico in psichiatria e psicoterapia, Fioriti, Roma, 2015.

[2] I traccianti sono speciali proiettili modificati per ospitare una piccola carica pirotecnica alla base. La carica si accende all'atto dello sparo e genera una luce molto intensa che rende il proiettile visibile a occhio nudo durante la sua traiettoria. In questo modo, è possibile comprendere immediatamente il percorso coperto dai proiettili sparati e l'eventuale scostamento rispetto ai bersagli, in modo da poter aggiustare immediatamente il tiro.

[4] “Il ‘corpo che sono’ è silente ed è strettamente correlato al mio ‘sentirmi’, di cui costituisce un trasparente veicolo di apertura verso il Mondo”, P. Lorenzi, Il corpo vissuto, SEID, Firenze, 2009, pag. 13.

[6] L’intenzionalità è già per sua natura orientata, non può che essere quindi sperante (tesa a, in attesa di un oggetto). Nel definire quella materna come intenzionalità disperante, invece, applichiamo evidentemente una piccola forzatura all’idea che si debba sperare sempre e solo il bene, forzatura che ci permette però di intuire quanto la figura genitoriale femminile abbia influito negativamente, almeno da un certo momento della vita in poi, nella vita di Livia. L’intenzionalità materna infatti, condizionata certamente da una importante componente personologica ossessiva e da una certa zavorra melanconica, è in attesa di uno stop, di un blocco, del cadere delle speranze paterne, del limite. In definitiva della fine.

[8] Il passaggio dalla speranza all’attesa, quindi dalla pura passività al momento invece attivo, è chiaramente significato con ironia in questa storiella ebraica: “Un anziano Rabbino polacco, di nome Moshe, si trova in cattiva situazione economica e prima di morire ha un unico desiderio: andare a visitare i figli negli Stati Uniti d’America dove vivono. Entra nella Sinagoga e prega Dio: "Dio, per favore, aiutami, fammi vincere una lotteria, una qualsiasi delle tante che ci sono. Così posso andare a trovare la mia famiglia prima della mia morte". Viene il giorno dell’estrazione, ma Moshe non vince. La settimana dopo ritorna nella Sinagoga: "Dio, per favore, sono disperato, se non vinco morirò senza rivedere i miei figli. Fammi vincere alla lotteria". Ma anche questa volta non vince nulla. La storia si ripete per varie settimane senza che Moshe vinca nulla. Un giorno di alcune settimane dopo, all’ennesima preghiera nella Sinagoga Dio si fa vivo con lampi e tuoni ed esclama: "Moshe, insomma, io ti voglio aiutare, ma vienimi incontro: compra almeno un biglietto!” (Massimo Simeone Hassan, comunicazione personale, 2009).

[10] “Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna”. Andare a cercare qualcuno di cui non si hanno notizie o che non aderisce all'invito di chi lo cerca. In senso lato, procurarsi da sé qualcosa che ci si aspettava da altri, o intervenire in una situazione che si pensava si risolvesse da sola”, Dizionario dei modi di dire, Corriere della Sera. In qualche modo forzare la speranza.

[12] “Ci te speranza vive, desperatu more”, detto popolare salentino.

[14] Tra le numerose e diverse manifestazioni, esperienze di dolore fisico, Livia inserisce anche una localizzazione esterna al proprio sé che tanto esterna, a pensarci, poi non è, quando afferma durante una delle numerose enumerazioni di sintomi: “Anche le lenti dei miei occhiali sono un po’ sporche”. A parte la denuncia dell’ampiamento dei propri confini corporei agli oggetti di uso comune, come occhiali, vestiti, scarpe etc., si fa qui strada un possibile pensiero sulla questione della opacità del corpo (e della vista). È come in qualche modo, colpita dalla eccessiva sporcizia delle proprie lenti mondane, Livia le avesse tolte e avesse visto per la prima volta il proprio corpo in trasparenza al mondo vissuto (corpo-proprio). Rimettere su gli occhiali sporchi, con le loro lenti opache, acquista qui il senso terapeutico di tornare ad una visione ovvia delle cose, per cui viviamo senza chiederci della chiarezza o meno delle cose, dei confini reali delle cose stesse, della liceità della nostra lettura del nostro mondo, dei nostri affari mondani. Rimettere le lenti acquista qui il senso di smettere l’atteggiamento fenomenologico che ipotizziamo Livia abbia acquisto malgré soi. Una percentuale di oscurità, di opacità, fa parte della nostra mondana, e quindi aproblematica, lettura del mondo che viene messa quindi in crisi grazie alla mossa e all’esercizio dell’epochè (ricercata o subita); come direbbe a questo proposito Enzo Paci (1961, 46): “Aprire gli occhi. Imparare a vedere. Non credere di vedere già”.

[16]Processo psichico che porta alla formazione di simboli, nonché al concepimento e all’espressione di nozioni, concetti, sentimenti, mediante simboli”, Dizionario di Medicina, Treccani 2010.

[18] Come spiega lo stesso Husserl: “Già in partenza il fenomenologo vive nel paradosso di essere costretto a considerare l’ovvio come problematico ed enigmatico”. Livia si è fatta suo malgrado fenomenologa. La cura consiste innanzitutto del prendere il controllo della propria possibilità di fare epochè e quindi riuscire a smettere la sospensione e tornare in contatto con il mondano in atteggiamento naturalistico.

[20] “Se vogliamo sapere l’effetto che ha su di lei una malattia, il metodo migliore non è di chiederle le sue sensazioni soggettive: la risposta sarà insignificante. Possiamo avere un’idea più precisa del suo cambiamento solo quando le chiediamo come le appaia il mondo. È questo ciò che si chiama Patografia Extrospettiva, Una patografia cioè che non si limita a enumerare ciò che il paziente può osservare retrospettivamente in se stesso come ‘sensazione cosciente’, ma che consiste in una descrizione della fisionomia patologica del mondo, ossia in una descrizione di quei mutamenti che il malato osserva con maggior forza e immediatezza”, J. H. Van den Berg (1955), Il metodo fenomenologico in psichiatria e psicoterapia, Fioriti, Roma, 2015, pag. 26.

[22] “Già nel 1935 Buytendijk e Plessner sostennero la teoria che il comportamento fisico dell’uomo e dell’animale rimane incomprensibile se non partiamo dal chiederci in qual mondo essi vivono. Gli autori definiscono il comportamento fisico la risposta dell’uomo e dell’animale al loro mondo, e considerano il rapporto tra corpo e mondo come una continua ‘conversazione’”, J. H. Van den Berg, Ibidem, pag. 33.

[24] Spesso è successo che Livia si spostasse sulla sedia o la cambiasse perché sentiva scottare il cuscino su cui era seduta.

[26] “La prassi libera dal mondano è apertura al mondo come orizzonte universale (…) Questo vivere insieme deve essere inteso anche come esplicitazione di una vita nascosta. L’esplicitazione di ciò che nascosto è la ragione vivente. È il destarsi dall’assopimento. È il passare dall’inconscio alla ‘coscienza desta del mondo’. La coscienza desta del mondo è una facoltà: è una facoltà che diventa attività, prassi, sullo sfondo di un passivo ‘avere il mondo’”, E. Paci, Op. Cit, 1963, pag. 59.

Arteterapia e Gruppoanalisi
Questo elaborato nasce da una mia esperienza fatta durante lo stage di specializzazione in
psicoterapia gruppoanalitica, in una struttura residenziale riabilitativa per pazienti psichiatrici. Per
me è stata la prima esperienza nel campo dell’arteterapia, disciplina di cui avevo sentivo parlare ma
della quale non conoscevo nulla confondendola, spesso erroneamente, con le attività artistiche.
Due cose completamente diverse!!!!
Ho avuto la fortuna di collaborare con un arteterapeuta, anche lei in formazione, della scuola di Arti
Terapia dell’ università di Tor Vergata a Roma con la quale non solo ho conosciuto questo nuovo
campo riabilitativo ma ho potuto fare delle osservazioni interessanti che mi hanno offerto la
possibilità di studiare l’arteterapia e metterla in collegamento con la gruppoanalisi.
Il gruppo era formato da 7 pazienti, di cui 4 (l ragazzo e 3 donne) residenti nella struttura e 3 (2
ragazze e I ragazzo) che frequentavano la struttura con un progetto diurno. Il range di età era
compreso tra i 33 e i 50 anni. Gli incontri erano a cadenza settimanale e la durata era di un’ora e
mezza circa. Il gruppo, come ricordato precedentemente, era co-condotto dall’arteterapeuta e da me.
Partendo dal presupposto che le Artiterapie, in genere, sono terapie del fare, dell'agire; terapie che
aiutano a riequilibrare l'unita corpo-mente-emozione e sono procedimenti che smobilitano le
potenzialità celate, le risorse inesplorate e le parti sane, i pazienti prescelti, quasi tutti psicotici,
presentavano un’adeguata capacità percettiva, problematiche fobico-ossessive, tratti ipocondriaci e
alexitimici, difficoltà a stabilire e mantenere relazioni stabili, bassa autostima e tratti depressivi.
Nello specifico le diagnosi erano: i ragazzi presentavano psicosi paranoide e psicosi dissociativa,
due ragazze con disturbo borderline di personalità di cui una bidipendente, una paziente con psicosi
paranoide, un’altra con disturbo di personalità con aspetti narcisistici e componenti isteriche ed
infine una paziente con disturbo di personalità depressivo e del comportamento alimentare. Il mio
ruolo all' interno de1l' attività di arteterapia era di facilitatrice della comunicazione e di analisi delle
dinamiche individuali e relazionali.
Di seguito ho cercato di esplicitare le fasi che prevede l’attività di arteterapia calandole nei nostri
laboratori.
Come si svolgeva l’attività di Arteterapia
Ci incontravamo ogni giovedì in un locale esterno alla struttura verso le 10.00 e restavamo insieme
fino alle 11.30 circa.
L'attività di Arteterapia prevede alcune fasi.
Fase di preparazione: al centro della stanza predisponevamo un grande telone di plastica
sopra al quale adagiavamo un foglio di cartoncino della misura di 1,5 mt per 3 mt. Questo era il
momento in cui partecipavamo tutti, poi l’arteterapeuta preparava i flaconi di colore a tempera e li
disponeva da un lato del foglio. La scelta dei colori non segue un criterio particolare ma si cerca di
dare la possibilità ai partecipanti di usare qualsiasi colore desiderino. Allestito il campo, ci
sedavamo in cerchio e iniziavamo il laboratorio; la disposizione circolare favorisce la
partecipazione e la vicinanza del pubblico a ciò che viene rappresentato. Soprattutto nel primo
incontro, l’ateterapeuta, ribadiva che lo spazio che occupavamo era uno spazio democratico in cui
ciascuno era libero di esprimersi in quanto era garantita l’astensione di giudizio.
Agli incontri successivi, per rimarcare l‘ importanza della continuità dell'esperienza, ai pazienti
veniva chiesto cosa ricordavano del laboratorio precedente; se, durante la settimana, avevano
ripensato all'attività svolta e se qualcosa della procedura proposta era rimasta loro impressa.
Fase di presentazione. Questa era la seconda parte del laboratorio in cui ogni membro del
gruppo diceva ad alta voce il suo nome, aggiungendo un gesto e tutto il gruppo ripeteva il nome e il
gesto di chi si era presentato. Tale esperienza era molto importante per questi pazienti perché
permetteva loro di sperimentane una nuova modalità relazionale e di contatto fisico- emotivo con
gli altri. Questo è uno spazio in cui ugni membro si sente una persona unica e particolare in un
mondo di persone uniche e particolari; si sviluppa un vissuto positivo in quanto ognuno si sente
riconosciuto dal gruppo come individuo con pari opportunità e capacità.
La fase successiva è quella fusionale, da questo momento in poi i membri operano come
gruppo, escono dalla “serialità" e stabiliscono rapporti di reciprocità. Venivano usate le tempere e il
grande foglio bianco fino a questo momento rimasto al centro della stanza quasi a voler mantenere,
in modo silente, l‘attenzione rivolta allo spazio bianco motivazionale, percettivo, emotivo di
ciascuna persona. Spazio nel quale proiettare i propri contenuti e le proprie esperienze attraverso il
gioco ossia la libera espressione dei corpi che coincide con la libera espressione di quello che
ciascuno di noi realmente è. In questa fase si chiedeva ai ragazzi di scegliere un flacone di colone
che doveva poi essere usato per colorare il grande foglio attraverso un segno al quale veniva unito
un gesto e un suono. Ciò da la possibilità di sfogare quello che ognuno ha dentro nel modo più
naturale possibile: con il corpo. Il risultato è la trasformazione del grande foglio: da bianco e
apparentemente privo di stimoli a una sorta di tavolozza piena di colori e di parti del singolo
individuo.
In questo momento avviene il riconoscimento del gruppo, palesato in qualcosa di concreto sotto gli
occhi di tutti; è una produzione collettiva all'interno della quale ognuno è consapevole di trovare
una parte di Sè e una parte del gruppo.
E' uno spazio protomentale nel quale circolano elementi molto personali di ciascuna delle persone
che ha intorno.
Nella fase identificativa si richiedeva di osservare il grande foglio e di trovare un animale.
In questo momento l’esperienza si fa concreta tramite il lavoro del singolo che é parte del gruppo;
ciò sottolinea il sentimento di individuazione. Dopo l’individuazione dell'animale, veniva
distribuito ad ognuno un foglio sul quale dovevano riprodurre il loro animale, attingendo il colore
dal grande foglio o usando altri colori messi a disposizione. Successivamente veniva chiesto ad
ognuno di descrivere il suo animale mostrandolo ai compagni. Finito il giro di focalizzazione su
alcuni aspetti della proiezione, nel primo incontro era stato chiesto ad ogni membro di
drammatizzare il proprio animale, riprodotto graficamente, facendosi aiutare da un compagno.
In un incontro successivo si è chiesto di dare un’ambientazione a1l‘oggetto che era stato individuato
dal grande foglio e poi riprodotto da ognuno di loro.
Un’altra volta la consegna era di drammatizzare un colloquio tra i due animali individuati, separati
da un telo.
In un altro laboratorio, nel rappresentare la durezza e la fragilità, il foglio di ogni partecipante è
stato dato al compagno di sinistra, che doveva sottolineare con materiali e colori il senso di fragilità
e di durezza espresso dal compagno.
La fase conclusiva è caratterizzata dalla ricomposizione verbale, in cui si ristabilisce
1'iniziale posizione del gruppo nella forma circolare. In questa fase, l’arteterapeuta; chiedeva ai
ragazzi quali erano i loro stati d'animo, per dare la possibilità di esprimere verbalmente le emozioni
e i sentimenti. Alla fine del laboratorio davo una restituzione sulla base delle mie osservazioni ma,
soprattutto delle mie sensazioni provate durante le varie fasi del laboratorio.
L'Arteterapia da una prospettiva gruppoanalitica
Uno degli aspetti importanti di questa mia esperienza è stato studiare come l’attività di arte terapia
potesse inserirsi in un quadro gruppo analitico.
Per comprendere come l’arteterapia possa essere letta dal punto di vista gruppoanalitico, credo sia
necessario spendere due parole su alcuni costrutti fondamentali della teoria di Foulkes: la rete e la
matrice. Questo autore riteneva che la nozione di rete e di matrice siano sinonimi della mente
umana, trascendono l'intrapsichico, l'interpersonale per poi raggiungere il transpersonale.
2
La rete e il sistema totale di persone che si mantengono unite e si appartengono in una comune e
reciproca interazione; gli individui che la compongono sono in punti nodali della rete.
Biograficamente, la rete comincia con la famiglia primaria, successivamente si estende in sistemi
più ampi, fino alla famiglia attuale, al gruppo naturale o di lavoro; a tutto ciò che costituisce il
"locus" della vita personale di un individuo per giungere alla struttura sociale di un dato momento.
In contrasto col vedere la malattia in funzione dell‘individuo, bisogna considerare che qualsiasi
disturbo coinvolge l'interazione sociale.
Foulkes affermava: "Il paziente stesso rappresenta un mero sintomo di un problema multipersonale;
la rete di circostanze e persone costituisce il vivo campo operativo per una terapia effettiva e
radicale".
Nel gruppo convergono l'intrapsichico, l’interpersonale e il transpersonale: "La società è dentro
all'individuo, così come è fuori di lui. La linea divisoria tra ciò che è dentro o fuori è costantemente
in movimento e l'esperienza di questi mutamenti è di particolare significato" (Foulkes, 1975).
Foulkes definisce la matrice come: "Lo sfondo comune condiviso che determina, in ultima analisi, il
significato e l'importanza di tutti gli eventi". L'autore evidenzia la bipolarità della matrice in termini
di comunicazione e di appartenenza: la matrice fondamentale, primordiale e la matrice dinamica
creativa che non caratterizzano due tipi diversi della stessa. Partendo dalla considerazione che la
relazione è un bisogno primario, intimamente collegato con i processi di identità e identificazione
che si evolvono tra individuo e gruppo, la matrice è intimamente collegata con essi: tra essi nasce e
in essi si manifesta ed evolve. La relazione, nella sua fondamentale conflittualità, tende a
polarizzarsi su due opposti: da un lato un'appartenenza, una fusionalità sincretica ovvero la
tendenza al ritorno dell' indifferenziazione; dall’altro la relazione proiettata verso l'Atro in un polo
"sociale", creativo, di nuova comunicazione. La matrice contiene e genera una costante e circolare
dinamica trasformativa, regolata e autoregolata, nata dalle vicissitudini conflittuali tra individuo e
gruppalità. La matrice rappresenta il reticolato attraverso il quale i processi di comunicazione hanno
luogo, dove possono essere definiti rispetto alla loro intensità, alla loro estensione nello spazio e nel
tempo e a loro significato. Nel campo gruppoanalitico, in cui qualsiasi evento ha il potenziale valore
di comunicazione, interagiscono pulsioni, bisogni, richieste espresse verbalmente ma anche con la
mimica o con manifestazioni somatiche. Queste manifestazioni si esprimono “hic et nunc" nelle
"zone di incontro o limite" ove si rinnova il dialettico confronto tra individuo e gruppo.
Considerare la rete del paziente, le possibilità di promozione di una più adeguata matrice di
appartenenza, comunicazione e significato, può dare maggiore efficacia anche ad un gruppo
terapeutico di attività. Il gruppo, grazie ai suoi fattori terapeutici, é il “laboratorio” del processo
della relazione e come tale è indicato come strumento terapeutico in quei pazienti in cui il disturbo
della relazione e il sintomo nucleare.
In ogni caso in cui la malattia condiziona o rinforza nei pazienti una situazione di isolamento e non
comunicazione, insorge l’indicazione di una forma di terapia gruppale. Il circolo gruppale si
presenta come una struttura omogenea, sintonica, che contiene e sostiene i membri malati proprio in
funzione della malattia che fuori dal gruppo li segrega ma, al tempo stesso, il gruppo è una struttura
potenzialmente asimmetrica, distonica ed eterogenea in quanto ognuno è intrappolato in una rete
che lo penetra e lo condiziona sia filogeneticamente che autogeneticamente.
Questa rete di gruppalità, soprattutto nello psicotico, è intrapsichica come gruppalità interna ma, si
ripropone nel gruppo in cui il paziente vive nella realtà. Nella struttura gruppale si trovano, in un
dialettico e potenziale confronto, 1'individuo con le sue istanze e conflitti reticolari più o meno
inconsci (nello psicotico quasi totalmente inconsci) e un gruppo, un multiplo che sollecita in
ognuno un processo. Questo processo permette l’insorgenza di una matrice o spazio di relazione
che, nello psicotico, è assente poiché obliterato, fuso, è il risultato della, mancata progressione del
processo di separazione e di distacco della matrice primordiale. "La nuova matrice di relazione
trova espressione nelle nuove modalità di articolazione comunicativa, nella scoperta dell’altro,
ovvero di una relazione originale e nuova".
( Da "Progressi in Psichiatria". Ondarza, Carfagna, Napoli, Polimanti).
3
I tre livelli di terapeuticità del gruppo
Foulkes affermava che il gruppo può essere usato a tre livelli di terapeuticità
1. Gruppi di attività: il gruppo è strutturato per una attività o compito definito, usato come
strumento terapeutico; appartengono a questo livello tutte le forme occupazionale, gruppi
sportivi, di danza…
2. Gruppi terapeutici propriamente detti: nel gruppo, l’attività è poco strutturata; a questo
1ivello si inscrivono diversi tipi di terapia gruppale designati secondo l’attività privilegiata:
musica, danza, teatro, pittura e diverse tecniche corporee.
3. Gruppi psicoterapeutici: in cui non vi è nessuna attività strutturata, il compito esclusivo è
la psicoterapia e il presupposto terapeutico è il cambiare nel gruppo.
L'arteterapia come gruppo di attività
Credo che il laboratorio di Arteterapia sia un buon esempio di gruppo di attività in cui la
rappresentazione grafica e la drammatizzazione, si configurano come attività strutturate e usate
come strumenti terapeutici; le implicazioni psicodinamiche sono l’organizzazione intorno al
compito e ad un leader.
"Si agisce impersonalmente il transpersonale" (De Maré, 1973).
Il presupposto terapeutico è l’appartenere, l’essere, l’agire nel gruppo.
Foulkes per delineare alcune dinamiche che avvengono in ognuno dei tre livelli di gruppo sopra
esposti, fa riferimento a Yalom, il quale afferma che, nonostante le differenze metodologiche,
tecniche e i diversi approcci; vi sono dei fattori terapeutici presenti in qualsiasi situazione gruppale.
All'interno del gruppo di attività e nello specifico dell'Arteterapia, si ritrovano cinque degli undici
fattori menzionati da Yalom.
· Istillazione di speranza. Nel gruppo crescono e si trasmettono fiducia e speranza (Yalom}.
Nell'Arteterapia durante la fase identificativa, il gruppo sostiene e trasmette, a chi dimostra
maggiori resistenze, questi sentimenti che, a loro volta, vengono accolti.
· Universalizzazione. Il paziente, in genere, arriva al gruppo convinto che le sue esperienze e i
suoi disturbi siano unici e ciò aumenta l’isolamento. La scoperta che i suoi vissuti possano
essere condivisi e accettati, costituisce un impulso terapeutico notevole (Yalom). Ho
riscontrato, in modo particolare questo fattore in un incontro in cui abbiamo lavorato sulla
dicotomia fragilità/durezza. Nella fase identificativa, è stato chiesto ai partecipanti di prendere
il foglio del compagno di sinistra e di evidenziare, con materiali e colori, il senso di fragilità e
di durezza che il compagno voleva rappresentare. Nel momento successivo, quando ognuno ha
verbalizzato come aveva sentito la rappresentazione del compagno e come aveva accolto e poi
riprodotto le sue emozioni, ho assistito, e non solo io, ad un forte scambio e circolazione delle
dinamiche emotive. La maggior parte dei partecipanti è stato soddisfatto di come il compagno
aveva accolto e rappresentato il proprio stato d‘animo.
Le frasi dette, sono state: "Bravo, hai capito benissimo quello che sentivo", oppure "Pensavo
di essere la sola a sentirmi cosi".
· Altruismo. Nella situazione gruppale si passa da un pessimismo narcisistico ad un aumento dell'
autostima imparando a dare e chiedere aiuto (Yalom). Nel corso dell' attività di arteterapia, ho
ritrovato questo fattore in quasi tutte le fasi del laboratorio in cui emergeva, da parte di alcuni
pazienti, un certo pessimismo narcisistico espresso con frasi come: “Come faccio ad aiutarti se
riesco mala pena a vedere qualcosa io!”, oppure "Ma non posso aiutarti, sono un pessimo
disegnatore", ancora "Sono duro di comprendonio, datemi una mano".
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· Catarsi. Il gruppo aumenta la sua funzione abreativa, é un fattore più o meno focalizzato in base
al gruppo impiegato (Yalom). Nell’attività di arteterapia, nella fase della ricomposizione
verbale, vi è l’esplicitazione degli stati d'animo e delle sensazioni che nella fase identificativa
sono stati vissuti attraverso il corpo. In questo senso ritroviamo la prerogative delle arti come
linguaggio delle emozioni.
· Tendenza coesiva del gruppo. Secondo Yalom, questa é la precondizione perché altri fattori
funzionino efficacemente. L' autore afferma che la coesione del gruppo" é come la dignità,
ciascuno la riconosce ma, nessuno può descriverla o misurarla. Secondo me, nel laboratorio di
arteterapia, questo fattore é evidenziabile maggiormente nella fase di preparazione, in cui tutto
il gruppo partecipa all’allestimento dello “spazio di relazione" e, nella fase fusionale, quando
ognuno getta il colore sul grande foglio e da ciò si rappresenterà graficamente il gruppo in
“toto" con le sue dinamiche individuali e gruppali. In questa fase ogni membro acquista
consapevolezza del gruppo come “soggetto".
E' importante sottolineare che, la visione gruppoanalitica, non da rilievo ai singoli fattori che
agiscono nei gruppi ma, al processo terapeutico che fa emergere questi fattori. L'approccio
gruppoanalitico si interroga sulla natura, sul significato di un fattore terapeutico, sui meccanismi e
la dinamica impliciti in quanto manifestazione o configurazione delle vicissitudini tra individuo e
gruppalità. (I. Ondarza Liuares).
Conclusioni
"Nella situazione gruppale, la reazione speculare può nell’ hic et nunc, "localizzare" riattivandola,
una relazione diadica, triadica o più` complesse interrelazioni con parte e parti del Self in diverse
proiezioni spaziotemporali". (Ondarza, 1988)
Quando parliamo di Arteterapia, naturalmente non ci riferiamo ad una formazione gruppale
psicoterapeutica ma, ad un gruppo terapeutico di attività nel quale si sottolinea il ruolo, del concetto
gruppoanalitico, di "spazio re1azionale” in cui avvengono determinati processi: la possibilità di
conoscere modalità relazionali diverse da quelle caratterizzanti la rete del paziente; la possibilità di
esprimere nell' hic et nunc le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i vissuti proiettati nell’attività
creativa e la condivisione degli stati d`animo che circolano nel gruppo.
Secondo me è importante sottolineare come l'attività di Arteterapia rappresenti in modo peculiare il
polo "protesico" del gruppo terapeutico nel quale il presupposto è “partecipare e condividere nel
gruppo" in cui si stimola un apprendimento interpersonale. Il polo trasformativo del gruppo
terapeutico è l’esperienza psicoterapeutica, in cui vi è un cambiamento non solo dei membri, ma del
gruppo in "toto", che è lo strumento che mette in funzione i fattori terapeutici.
(Yalom, 1974. Foulkes, 1978. Pines, 1982. Ondarza., 1984).
Vorrei concludere questo elaborato con una frase di J. Ondarza Linares, presidente italiano del
Centro Analisi Terapeutica di Gruppo, che condivido pienamente e che mi ha stimolato a
partecipare al progetto di Arteterapia con questo tipo di pazienti.
Negli psicotici cronici o stabilizzati il gruppo terapeutico aumenta la possibilità del progetto
riabilitativo. (James Ondarza Linares 1989, 1990, 1991, 1996).

La vergogna: breve storia d’un concetto

La vergogna è uno di quegli aspetti della psicologia umana che maggiormente si prestano ad essere fraintesi.

Essa infatti si situa a cavallo fra le dimensioni antropologico-religiosa e politico-ideologica da un lato, e quella psicopatologica dall’altro lato.

E’ proprio in ragione di questa sua “posizione di confine” fra antropologia e psicopatologia, che la vergogna viene molto spesso confusa con la colpa, ossia con un’altra categoria psicologica, ugualmente “di confine” fra antropologia e psicopatologia, da cui invece è strutturalmente diversissima e per certi versi opposta.

 

Fra la colpa e la vergogna esistono, beninteso, delle indubbie analogie: esse, peraltro, a ben vedere si riducono ad una sola, però essenziale, che consiste nell’essere entrambe dei disturbi della relazione con gli altri, introiettati come percezione d’una propria esclusiva responsabilità circa un eventuale svolgimento negativo e/o distruttivo della relazione medesima.

Abbiamo però anche alcune differenze, che sono altrettanto capitali:

  1. mentre la colpa, dal punto di vista antropologico-culturale e religioso, ha una matrice soprattutto giudaico-cristiana, la vergogna è assai più arcaica, universale e conosciuta in tutte le epoche, religioni e culture;
  2. mentre la colpa, dal punto di vista psico-dinamico, ha una connotazione essenzialmente attiva (poiché trae origine soprattutto da un presunto comportamento volontario del soggetto, che si ritiene possa essere ricaduto, per l’appunto “colposamente”, su altri), la vergogna ha una connotazione nettamente più passiva, poiché riguarda all’inverso comportamenti e/o atteggiamenti altrui che si teme di dover subire, contro la propria volontà, in ragione di proprie insufficienze e caratteristiche negative, vere o presunte. Sono proprio questi comportamenti e/o atteggiamenti altrui, dunque, quelli che dall’esterno potrebbero ricadere su un soggetto il quale, entro una certa misura, ne è del tutto “incolpevole”, anche se se ne sente per qualche motivo come il destinatario “obbligato” e quasi la vittima designata.
  3. mentre la colpa, dal punto di vista psico-patologico, riguarda un vissuto inerente azioni o atteggiamenti che sono state commessi o assunti dal soggetto (o quanto meno da lui desiderati e/o fantasticati) in forma pienamente consapevole, e che quindi sono non solo perfettamente conosciuti ma addirittura “rivendicati”, seppure per pentirsene, la vergogna, oltre che “ricadere in capo al soggetto” senza un’apparente colpa di quest’ultimo, appartiene in gran parte al regno dell’immotivato e dell’inconsapevolezza delle sue cause ultime, e dunque, almeno in parte, a qualcosa di sotterraneo, d’indefinito nei suoi contorni reali e di tendenzialmente inspiegabile.
  4. mentre la colpa, usando categorie freudiane, riguarda soprattutto l’Io, quindi la sfera delle decisioni operative assunte da un determinato soggetto sia verso se stesso che verso l’ambiente esterno, la vergogna riguarda essenzialmente la sua modalità percettiva, e più precisamente la sua auto-percezione in rapporto al giudizio che su di lui può ricadere più o meno arbitrariamente dall’ambiente esterno, nonché il senso stesso del proprio valore e della propria identità personale (ovvero, ciò che in ambito psicoanalitico è stato denotato con il concetto di “Sé”). Inoltre la vergogna riguarda spesso ciò che a partire dall’ambiente investe direttamente e senza mediazioni razionali la corporeità del soggetto, ed insomma una sfera dell’interazione profonda fra il Sé e gli altri che per definizione non è, almeno nella maggior parte dei casi, sotto il controllo cosciente del soggetto.

In definitiva, le coordinate attraverso cui si declinano le quattro principali differenze fra colpa e vergogna che abbiamo elencato, corrispondono alle seguenti quattro dicotomie, delle quali solo la prima è d’ordine antropologico-religioso, mentre le altre tre sono prettamente psicopatologiche:

a) la particolarità giudaico-cristiana della colpa, di contro all’universalità culturale della vergogna

b) la connotazione volontaria ed attiva della colpa, di contro alla passività della vergogna

c) la consapevolezza della colpa, di contro alla frequente inconsapevolezza della vergogna (o meglio, di contro all’inconsapevolezza delle sue fonti)

d) l’operatività etero-diretta della colpa, di contro alla percezione auto-riferita della vergogna.

Queste quattro differenze, come si vede, sono accomunate dall’essere la vergogna qualcosa che investe il soggetto e ne muta l’auto-percezione provenendo dal di fuori, anziché partire da lui stesso come avviene nel caso della colpa.

Dalle ultime tre di esse deriva poi la conseguenza che il “senso di colpa”, ovvero un vissuto nel quale il soggetto sceglie attivamente di auto-esporsi al giudizio altrui, è solo in pochissimi casi collegato, sul piano psicopatologico, con vissuti di riferimento, ovvero di tipo psicotico e delirante e/o di trasformazione corporea: per la precisione, un tale collegamento si ha solo nei “deliri di colpa”, ovvero in una tipologia della colpa in cui l’aspetto dell’esposizione passiva agli altri ed alla strapotenza del mondo acquista una particolare rilevanza, ma in compenso appare completamente mascherato da una formazione reattiva di tipo maniacale, iper-attiva ed etero-diretta la quale parte ancora una volta dall’Io, come avviene ad esempio in quei “deliri di rovina o di negazione del corpo e del mondo” nei quali si sviluppa una chiara, seppur paradossale, “ipertrofia” del senso d’una propria personale “potenza” che annulla il mondo).

La vergogna, invece, essendo in base a quanto sopra collegata ad un’esposizione puramente passiva, e senza tracce di reazione para-maniacale, al giudizio altrui, contiene sempre in se stessa un embrione d’ideazione di auto-riferimento e/o persecutoria di tipo centripeto, quindi “delirante” nel senso più classico del termine: ciò al punto che alcuni psicopatologi (ad esempio Arnaldo Ballerini) la hanno addirittura collocata nell’ambito d’un unico “continuum” con il delirio in sé (seppure attraverso gli anelli intermedi rappresentati dalle idee ossessive cosiddette “prevalenti” e dal delirio auto-riferito di tipo “sensitivo”), cosa che per quanto riguarda la colpa, almeno se presa nel suo insieme, non è assolutamente possibile fare.

 

Ora, il fatto stesso che una tale confusione fra colpa e vergogna possa essersi prodotta ed abbia completamente oscurato le cospicue differenze psicopatologiche ed antropologiche (peraltro universalmente note agli studiosi) che abbiamo elencato, è a prima vista sorprendente.

Tuttavia, a ben guardare, questa situazione possiede delle ragioni storiche precise: esse risiedono nell’essersi la cultura giudaico-cristiana (tutta imperniata sulla colpa) appropriata, in questo come in molti altri casi, di concetti ad essa in parte (ma solo in parte!) affini, come appunto la vergogna, i quali appartenevano a culture e religioni anche di molto antecedenti, deformandoli e successivamente piegandoli ai propri fini ideologico-religiosi.

Pe tutti questi motivi, della vergogna, almeno nel mondo occidentale, a tutt’oggi ha preso a prevalere un’accezione molto superficiale, di tipo “politically correct” e banalmente moralistica, la quale è divenuta a poco a poco assai popolare e si è ormai radicata, sia nei mass media che in buona parte dell’opinione pubblica.

In base a quest’idea, ormai da gran tempo dilagata non solo nel “senso comune” ma anche in gran parte degli intellettuali, e persino in alcuni degli “addetti ai lavori” o “operatori della psiche” meno avvertiti, la vergogna sarebbe solamente una versione superficializzata ed esteriorizzata della colpa, e come tale essa da gran tempo, in specie con l’attenuarsi dei codici morali cristiani e del senso di colpa che era ad essi connaturato, sarebbe “deperita”, anzi addirittura “non ci sarebbe più”: insomma oggi, a differenza di quanto accadeva in un non meglio precisato “buon tempo antico” (e lo si dice con un misto di compiacimento e di rammarico), “non ci si vergognerebbe più” di alcunché.

Tutto ciò viene in tutta serietà affermato in quanto la vergogna, secondo una tale “vulgata”, anziché quel fenomeno psicopatologico molto profondo che abbiamo visto, ossia collegato ad un senso ancestrale di esposizione al pericolo nonché d’invasione psichica e corporea al limite della persecuzione e del delirio, andrebbe intesa come una “categoria morale” o addirittura politico-ideologica, da collegarsi, piuttosto che con i vissuti persecutori, con il dovere morale del “vergognarsi” (un dovere, secondo i più, oggi sempre più disatteso).

Insomma la vergogna, lungi dall’essere riconosciuta per quel fenomeno psicopatologico ancestrale e sommamente enigmatico che è nella realtà (un fenomeno lontanissimo dalle categorie “morali” perché, lo ripetiamo, assai più primitivo del senso di colpa ed imperniato, anziché sulla “volontà” e sull’attività, sulla passività, sull’inconsapevolezza, sull’auto-percezione e sull’auto-riferimento), si è trasformata in una sorta di “dovere civico”: qualcosa che di per sé sarebbe strettamente affine al “senso di colpa” ma ancora più superficiale di esso, per cui ad esempio a livello di costume, nell’attuale cosiddetta “crisi di valori”, “i meno onesti” (i quali sono per definizione carenti di “sensi di colpa” ed anche, ahimè, almeno secondo i luoghi comuni correnti, “sempre più numerosi”), non avrebbero ovviamente alcuna difficoltà psicologica a sottrarvisi.

Inutile dire come una tale visione caricaturale della vergogna, oltre a non renderle minimamente giustizia, sia del tutto inadeguata, semplicemente, a descriverla.

 

Ma accanto a queste considerazioni generali, esistono anche indizi potenti, sia a livello clinico-psicopatologico che di costume, del fatto che la vergogna, lungi dall’essere “deperita” o addirittura scomparsa dalla cultura attuale, come si pretende, è al contrario ben presente ed operante, specie nell’ambito dei fenomeni sessuali.

In realtà, almeno a prima vista, nulla appare più lontano dalla vergogna della fortissima liberazione della sessualità e dell’affermarsi di quella vera e propria concezione consumistica ed “usa e getta” che ha investito il comportamento sessuale medesimo da alcuni decenni a questa parte (per l’esattezza a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso).

In particolare, la suddetta “liberazione della sessualità” ha fortemente investito il comportamento delle donne, ed in subordine dei giovani e degli adolescenti.

Questo fenomeno ha sicuramente molto a che fare con l’introduzione massiccia degli anti-concezionali e con la conseguente divaricazione fra le categorie della sessualità/piacere e della riproduzione/dovere (quindi anche con una parziale liberazione delle donne dalla schiavitù dell’accudimento d’una famiglia che in passato, nell’ambito d’una coppia che era essenzialmente finalizzata alla riproduzione, contava nel suo seno un alto numero di figli).

Esso peraltro è suggestivamente parallelo ad un ulteriore fenomeno: lo svuotamento repentino delle Chiese nel mondo occidentale, detto anche “secolarizzazione religiosa”, ovvero un altro misterioso e repentino evento che è stato osservato proprio a partire dagli anni Sessanta del Novecento, e che denota un crescente venir meno della “presa culturale” d’un ente spirituale molto prestigioso e potente, fino ad allora dispensatore incontrastato di obblighi e di codici morali soprattutto in campo sessuale.

Questi tre fenomeni, poi (“liberalizzazione dei costumi sessuali”, “introduzione degli anticoncezionali” e “secolarizzazione religiosa”), possono a loro volta essere messi in relazione con un quarto, che possiamo complessivamente definire, in termini riassuntivi, la “crisi del modello culturale patriarcale”: si tratta in questo caso d’un fenomeno che investe assetti culturali pluri-secolari e forse millenari, e che probabilmente sta alla base degli altri.

La “crisi del modello culturale patriarcale” è caratterizzata, nell’ordine:

  1. da una forte crisi dell’identità maschile, sia sul piano lavorativo che sessuale
  2. dal crescente corrispettivo affermarsi del potere femminile, sia a livello socio-culturale che economico-politico
  3. dal calo vertiginoso della natalità, ed insieme della mortalità infantile
  4. dalla crisi del vincolo coniugale di tipo monogamico, e più in generale della “famiglia tradizionale”, e dal conseguente dilagare di famiglie, etero ed omo-sessuali, cosiddette “a geometria variabile”, ovvero con giustapposizioni varie di figli, di genitori e di “compagni” appartenenti a più matrimoni ed unioni, ecc.
  5. dal venir meno crescente, in parallelo con il crescere dell’individualismo collegato al dissolvimento della famiglia tradizionale, del concetto di “dovere morale” (e conseguentemente, di quello di “colpa”), e dal corrispettivo crescere di quello di “diritto”, sia in campo sessuale e lavorativo che in tutti gli altri
  6. dal diffondersi di comportamenti maschili sempre più violenti e efferati sulle donne, presumibilmente “reattivi” al crescere del potere femminile e al calo di quello maschile
  7. dal diffondersi di problemi erettivi nel maschio, anche se molto giovane (un fenomeno che qualcuno ha addirittura calcolato, nella percentuale del 52% dei maschi occidentali); di tali problemi erettivi, presumibilmente anch’essi collegati con la crisi d’identità maschile, è indizio il diffondersi dell’uso del Viagra fra i giovani.

Ora, per tornare al tema della vergogna, questi fenomeni di mutamento culturale apparentemente assai eterogenei e disparati (anche se sul piano antropologico tutti riconducibili, come si è detto, alla crisi del “modello culturale patriarcale”), a ben vedere possono essere unificati, da un punto di vista psico-dinamico, sotto il comun denominatore d’una “maggiore esposizione sia delle donne che degli uomini a stimolazioni sessuali aggressive ed invasive, un tempo arginate e represse dalla cultura patriarcale e dalla sua ossessione monogamica (o quanto meno, dall’ossessione del controllo maschile sulla sessualità femminile)”.

Del cambiamento inerente la vergogna che si è accompagnato a tali mutamenti dell’antropologia e della psico-dinamica delle relazioni fra i sessi, portiamo solo tre esempi, che però sono particolarmente significativi.

Un primo esempio è prettamente psicopatologico:

  1. da un lato è deperita fino a sparire quasi del tutto una forma psicopatologica tradizionalmente femminile, ma non del tutto assente fra gli uomini, che imperava in epoche precedenti e che fu al centro dell’interesse di Sigmund Freud, ovvero l’isteria;
  2. dall’altro lato è cresciuta in termini esponenziali, anzi è addirittura esplosa, un’altra forma psicopatologica ugualmente prevalente fra le donne (ma che si diffonde sempre di più anche nel sesso maschile!), ovvero l’anoressia.

Ora, è lecito sospettare, sulla scia di Freud, che l’isteria fosse il sintomo (ed allo stesso tempo, il tentativo mascherato d’aggiramento) d’una repressione culturale, di chiara matrice patriarcale, di tutti quei comportamenti e “pulsioni” sessuali, anzitutto femminili, che potevano dar luogo non solo a comportamenti “trasgressivi”, ma anche ad un vissuto di esposizione diretta agli stimoli sessuali stessi (ovvero ad una forma di sessualità più o meno invasiva ed aggressiva, non filtrata da codici culturali repressivi e/o protettivi), e conseguentemente, ad un vissuto di “vergogna”.

Insomma l’egemonia culturale “patriarcale” si collocava non solo su un piano di repressione della sessualità, ma operava anche in un altro senso, finora per lo più trascurato dagli osservatori e dagli psicopatologi: essa si ergeva anche, per così dire, “a filtro e protezione” dall’esposizione sessuale medesima, e dunque dal senso della vergogna che ne conseguiva, rendendo così possibile una parziale e “mascherata” espressione della sessualità “libera” proprio attraverso la sintomatologia isterica, che in talune sue forme chiaramente la mimava. Ma come si può intuire, in un clima di “sessualità completamente liberata” dal venir meno dei codici patriarcali, un tale meccanismo protettivo non è stato più necessario e nemmeno possibile, donde il declinare dell’isteria.

Analogamente si può sospettare, in maniera ugualmente legittima, che anche il crescere attuale dell’anoressia, e più in generale dei “disturbi dell’alimentazione” (fenomeno suggestivamente parallelo e inversamente proporzionale al declino dell’isteria!) rappresenti il risultato dell’odierno venir meno degli argini culturali patriarcali all’esposizione sessuale.

In altre parole, forse il venir meno del modello culturale patriarcale, nel suo “liberare” la sessualità (ed in primo luogo, la sessualità delle donne!), ha nello stesso tempo implementato la sua esposizione diretta (ovvero non più filtrata da codici culturali repressivi) alle possibili invasioni e/o predazioni  altrui, e di conseguenza il vissuto di “vergogna sessuale”.

Ciò, da un lato, potrebbe aver reso inutile ogni espressione della sessualità che fosse “mascherata” in forma isterica, e dunque ”protetta” rispetto ad un’esposizione sessuale diretta e potenzialmente aggressiva.

Dall’altro lato potrebbe aver reso necessaria, per compenso, una difesa “estrema” contro una vergogna e contro un’esposizione sessuale, ormai dilagante, da cui non ci si poteva più difendere in altri modi, e questa “difesa estrema” potrebbe essere stata rappresentata proprio da quel tentativo di “cancellazione del corpo e della sessualità” (ossia della fonte stessa dell’esposizione sessuale a possibili “invasioni”) di cui l’anoressia è un’evidente espressione.

Un secondo esempio è di natura antropologica, ed è il seguente:

un’altra difesa “estrema” dalle invasioni per via sessuale, probabilmente, è stata rappresentata dalla riscoperta di forme di repressione religiosa che si credevano definitivamente superate o in via di superamento, per lo meno in Occidente.

Da questo punto di vista è singolare la “riscoperta” del velo, presumibilmente anche in qualità di antidoto alla vergogna, non solo da parte di donne islamiche sempre più “contaminate” dai costumi occidentali ma anche da parte delle donne occidentali stesse (seppure ancora in minima percentuale), talché si è assistito con stupore al trapasso più o meno repentino, a cavallo fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso, da costumi sessuali sempre più occidentalizzati e “liberi”, come quelli che si erano affermati nello stesso mondo islamico fino agli anni Settanta, ad un rinnovato fondamentalismo etico, peraltro accolto con favore (è questa la sorpresa!), in buona parte dei casi, dal sesso femminile stesso: quest’ultimo, infatti, spesso dichiara esplicitamente, anche in un contesto culturale occidentale, di sentirsi, del tutto a prescindere da presunte “pressioni maschili”, molto “più protetto” da un codice morale repressivo di tipo patriarcale (e quindi anche dal velo che lo rappresenta), che non dalla “libertà” completamente de-ritualizzata che l’Occidente propugna.

Un terzo esempio, anch’esso antropologico, può essere rappresentato dal crescere nell’opinione pubblica, talora in forma giustificata ma talaltra fino all’isteria ed alla caccia alle streghe, della preoccupazione per la pedofilia quale tipica fonte di invasione sessuale di tipo predatorio, e conseguentemente di passività e di vergogna: ciò a fronte dell’assenza assoluta di dati statistici che dimostrino un reale aumento del fenomeno. La pedofilia però, specie se praticata da figure genitoriali o para-genitoriali (ad esempio dal clero), investe direttamente proprio quel vissuto di vergogna strutturalmente collegato alla sessualità, “liberata” o meno che sia, che la cultura attuale tende invece a negare ed a relegare a tabù.

Saremmo insomma di fronte, in questo caso, ad una paradossale riscossa, proprio in un clima imperante  di sessualità “liberata”,  dell’ultimo tabù inerente il sesso (la pedofilia, appunto) finora rimasto in piedi, insieme all’incesto suo parente stretto: ciò forse in quanto questi due tabù sessuali sono in assoluto i più strettamente collegati con la tematica della vergogna.

In definitiva, si può affermare che la vergogna, espulsa a furor di popolo, al pari della colpa, dall’ambito del discorso pubblico e privato corrente, alla stregua d’un vero e proprio novello “tabù”, ad opera del paradigma “obbligatoriamente liberato” che sessualità e comportamenti “trasgressivi” hanno sempre più assunto nelle società occidentali (nelle quali non a caso il codice culturale patriarcale è ufficialmente in via di dissolvimento!), sembra essersi “rifugiata” nei recessi più profondi ed inattaccabili della Psicopatologia e dell’Antropologia Culturale, partendo poi da lì, per così dire, “al contrattacco”.

E la vergogna, in un tale “contrattacco” si è mostrata, a dispetto dall’apparenza, assai più dura a morire della colpa medesima, anzi praticamente invincibile, per lo meno ad opera di codici culturali deboli, di superficie ed “alla moda” quali quelli correnti.

 

Concludendo, l’unica cosa utile che si può fare, rispetto ai luoghi comuni, alle confusioni ed alle banalizzazioni che investono attualmente il tema della vergogna, è ritornare alle fonti della Psicopatologia e dell’Antropologia Culturale e riscoprire, con il loro aiuto (ed anche liberandoci per un attimo dalla lente deformante del Cristianesimo, nonché del suo retaggio culturale “illuminista”), il vero profilo della vergogna insieme con le sue tracce materiali, che sono tuttora profonde e consistenti sia nella mente che nella cultura umana.

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